Occupiamoci oggi dei cosiddetti "mangiatori di uomini" (animali che nella loro dieta contemplano anche la carne umana), e in particolare dei felini.
Ci sono opinioni divergenti tra gli zoologi a riguardo di questa possibilità, perciò inserisco l'articolo nella categoria protoscienza. Comunque sia si ricordano alcuni casi eclatanti e storicamente validi che confermano che i grandi felini possono diventare, se minacciati dall'ingombrante presenza umana, dei nemici implacabili e pericolosissimi. Partendo dai due leoni dello Tsavo, così feroci e letali da essere considerati a lungo degli spiriti vendicativi e immortali...
I leoni dello Tsavo
Alla fine del XIX secolo, la Imperial British East Africa Company intraprese la costruzione della Uganda Railway, la ferrovia che avrebbe unito il porto di Mombasa all'entroterra ugandese. Nel marzo del 1898 iniziò la costruzione di un ponte sul fiume Tsavo.
Durante la costruzione, una coppia di leoni maschi solitari, senza criniera, iniziò ad aggirarsi intorno al cantiere e attaccare gli operai. Gli attacchi avvenivano di notte; i leoni aggredivano gli uomini nelle loro tende e li trascinavano fuori per divorarli.
La costruzione di bomas (i recinti di piante spinose dei Masai) e altri sistemi di difesa non furono sufficienti a tenere i leoni lontani dall'accampamento. I tentativi di catturare o abbattere i felini fallirono, e gli attacchi continuarono per mesi. La frequenza degli attacchi aumentò quasi al punto di causare l'interruzione dei lavori. Stando a quanto raccontato da Patterson, gli operai neri iniziarono a credere che i due leoni fossero spiriti che si opponevano alla costruzione della ferrovia. Lo stesso Patterson, in alcuni passaggi del suo racconto, sembra attribuire caratteri soprannaturali ai due animali, per esempio affermando che erano in grado di resistere in modo straordinario ai proiettili, tanto che il secondo leone morì solo dopo essere stato colpito ripetutamente per dieci giorni consecutivi.
Patterson tentò di uccidere i due leoni usando trappole e piazzandosi di vedetta su un albero, armato di fucile. Riuscì ad abbattere il primo leone il 9 dicembre 1898, e il secondo tre settimane dopo. Quando i due leoni morirono, avevano ucciso 135 operai. Nel 1924 Patterson vendette le pelli dei due leoni al Field Museum di Chicago, dove sono conservate ed esposte ancora oggi.
Quanta verità e quanta leggenda?
Secondo gli studiosi, le linee generali della vicenda raccontata da Patterson (i due leoni che attaccavano gli operai della ferrovia) sono veritiere, mentre molti dettagli sono romanzati. Gli studiosi ritengono che il numero delle vittime sia notevolmente inferiore a quello riportato da Patterson (28 o anche meno) e che lo stesso fenomeno non sia da considerarsi così eccezionale come l'ingegnere britannico lo dipinse: i leoni della regione dello Tsavo avevano probabilmente iniziato a predare gli uomini prima del 1890, e continuarono forse fino agli anni '40.
Sono state avanzate numerose ipotesi sui motivi che possono aver spinto i leoni di Tsavo a predare l'uomo in modo così sistematico. Uno dei fattori predominanti potrebbe essere stata l'epidemia di peste bovina degli anni 1890, che decimò la popolazione delle prede preferite dai leoni della zona (zebù e bufali). Con la carestia che seguì, anche la popolazione umana locale fu gravemente colpita da fame e vaiolo, ed è possibile che i leoni abbiano iniziato a familiarizzare col sapore della carne umana divorando cadaveri. Anche il traffico di schiavi può aver contribuito alla disponibilità di cadaveri umani: si stima che ogni anno oltre 80.000 persone morissero di stenti nelle carovane dei mercanti di schiavi che transitavano nella zona.
Nota: da questa macabra vicenda è stato tratto il film "Spiriti nelle tenebre" (1996), con Val Kilmer e Michael Douglas. Ma in realtà Hollywood si era già interessato dei leoni dello Tsavo, realizzando nel 1952 "Bwana devil".
Il mangiatore di uomini dello Mfuwe
Nel 1991 un leone senza criniera, simile a quelli avvistati un secolo prima a Tsavo, in Kenya, per due mesi seminò il panico nella località di Mfuwe (Zambia) causando almeno sei vittime accertate e guadagnandosi pertanto l'appellativo di mangiatore d'uomini di Mfuwe.
Fu abbattuto il 9 settembre 1991 dall'americano Wayne Hosek durante una battuta di caccia appositamente organizzata. Nel 1998 Hosek donò il corpo del leone al Chicago Field Museum, dove è a tutt'oggi conservato ed esposto.
Con un peso di quasi 250 kg ed una lunghezza, dal muso alla punta della coda, di più di 3 m, è il più grande leone mangiatore di uomini di cui si abbiano notizie certe.
Il leopardo del Garwhal
Un leopardo antropofago atterrisce con la sua ferocia la regione indiana del Garhwal, bagnata dal Gange; ha imparato a cibarsi di carne umana e, nello spazio di otto anni, sgozza 125 persone. A nulla valgono le trappole, il veleno, la posta di tutta una comunità minacciata, e i nativi, dominati dal fascino della sua inafferrabilità, credono che la belva incarni lo spirito del male. Si apre allora tra il leopardo e il cacciatore Jim Corbett una partita estenuante che ci riporta a un'epoca in cui la lotta contro la fiera era per gli uomini una necessità quotidiana di sopravvivenza.
Il più grande cacciatore di tigri e di leopardi dell'India inglese non uccideva per sport, per svago, per odio, per le loro pelli, per soldi o per tenersi in allenamento. Lui uccideva soltanto animali che per un incidente o una malattia erano diventati mangiatori d'uomini. Si chiamava Jim Corbett, era un inglese coloniale nato nelle province settentrionali dell'India da una famiglia povera, e come aspetto era l'esatto contrario di quegli affascinanti 'white hunter' che abbiamo visto nel film: un tipo tranquillo, con una faccia comune, timido con le ragazze. Ma era capace di restare tutte le notti per due settimane in agguato su un 'machan', la piattaforma nascosta tra gli alberi, in attesa di sparare contro un fulmine a strisce gialle e nere prima che sparisse nel buio. Un'impresa che riusciva a pochissimi. Diventato una celebrità, Corbett scrisse vari libri, in cui si percepiva, in un'epoca in cui non si conosceva nemmeno il nome di ecologia, il suo profondo amore per l'ambiente indiano, e anche per gli animali che era costretto a eliminare.

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Cortometraggio horror diretto da Gabriele Albanesi ("Il Bosco Fuori") e prodotto dai Manetti Bros. Durata di sei minuti e mezzo circa.
Il corto attinge a una delle paure che quasi tutti abbiamo patito da bambini: quella del buio e dell'armadio della cameretta.
Non so voi, ma a me capitava spesso di non riuscire a dormire perchè nella penombra della mia stanza intravedevo l'anta socchiusa dell'armadio e mi immaginavo chissà quale mostro pronto a uscire da lì per mangiarmi come spuntino notturno :) Ah, l'infanzia, che bel periodo!
Comunque questo corto non è male davvero!
Che ne dite?

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Per la serie "luoghi misteriosi", eccovi una presentazione dei Monti Sibillini, tra Marche e Umbria. Terra di antichissime leggende che ancora sopravvivono nei paesi dell'interno e di alta quota. Non so se è lo stesso per voi, ma trovo questi posti talmente suggestivi che vien quasi voglia di fare armi e bagagli e andare a visitarli.
Intanto però, accontentatevi del mio articolo.
Il grande massiccio dei Monti Sibillini nasconde un segreto, forse un segreto così noto che lo dichiarano il nome stesso di questi monti e molti toponimi: grotta del Diavolo, passo del Diavolo, fossa dell’inferno, gola dell’Infernaccio, lago di Pilato, grotta delle Fate o grotta della Sibilla. Ne parla anche una lunghissima tradizione culturale, una leggenda raccolta nel 1420 da Antoine De la Salle e già nota fin dal 1391 al poeta del Guerrin Meschino, che situa in una grotta del Monte della Sibilla il regno di una misteriosa Dea dell’amore profano e profetessa. Chi arriva oggi al monte della Sibilla dalla strada aperta da Montemonaco, rimane subito colpito da una singolare scogliera di basalto alta 10 metri che fa da corona al monte, quasi profilo antropomorfo di una regina. È certo che per tutto il Rinascimento questo monte era al centro di una importantissima via di comunicazione verso Roma e fu continua meta di visite. Cavalieri erranti francesi e tedeschi raccontarono i loro “incontri” con la maga, nelle caverne del monte, seguiti o meno da pentimenti. Ne nacque Il Guerrin Meschino di Andrea da Barberino.
Negromanti di ogni tipo, se non proprio maghi e demoni, hanno abitato sicuramente il monte e la grotta stando a testimoni più o meno diretti come Enea Silvio Piccolomini, Benvenuto Cellini, Luigi Pulci, l’Ariosto, Flavio Biondi. Sembra che i santi abati di Sant’Eutizio già nel secolo VIII per ordine di papa Giovanni abbiano fatto crollare la grotta, operazione ripetuta poi dal repressore Albornoz nel 1354, e purtroppo anche in tempi molto recenti, grazie ad un maldestro tentativo di scavo con la dinamite. L’Accademia Reale Belga ha condotto una spedizione nel 1953, col magro risultato di uno sperone, un coltello, un tornese di Enrico II sec. XVI.
Tra i contadini si pensava ancora, fino agli anni Sessanta, che venti e tempeste erano scatenati dal passaggio di maghi e streghe. Leggende analoghe circondano anche il cupo specchio del lago di Pilato, i cui diabolici abitatori avrebbero addirittura richiesto il sacrificio di un uomo all’anno e che in epoca Rinascimentale fu anch’esso luogo di culti particolari. Il lago è in una depressione del monte Vettore sotto il pizzo del Diavolo. Precauzioni per una eventuale scalata al monte della Sibilla, le tempeste improvvise, le vendette della maga.
Sito ufficiale del Parco Naturale Monti Sibillini: www.sibillini.net/
Fonte: www.eclettismo.altervista.org/

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Hector, un uomo di mezza età da poco trasferitosi in una casa in campagna con la moglie, avvista una donna nuda aggirarsi nel bosco, inseguita da un misterioso tizio dal volto bendato. Accortosi di essere spiato, l'inquietante sconosciuto attaccherà Hector, tentando di ucciderlo con un paio di forbici brandite a mo' di pugnale. Nella fuga che segue, Hector troverà rifugio in un laboratorio in allestimento dall'altro lato del bosco, dove un giovane ricercatore gli dà una mano a nascondersi dall'uomo mascherato. In realtà però il poveraccio viene fatto entrare con l'inganno in una macchina del tempo sperimentale, col risultato di viaggiare per un'ora nel suo passato. Riemergendo dalla macchina darà il via a una catena di eventi catastrofici destinati per sempre a cambiare la sua vita...
Commento
Mentre noi ce ne stai qui a trastullarci con robaccia come "Carabinieri" e "I Cesaroni", dalla Spagna e dal resto d'Europa continua il risveglio del cinema di genere fatto con pochi mezzi ma con tante idee e ancor più qualità.
Dopo il turno dell'horror, ecco che ora si muove qualcosa anche nel campo della fantascienza. Timecrimes (che potete trovare anche con altri due titoli, Time crimes e Los cronocrimes) prende spunto da uno dei temi portanti della science-fiction, il viaggio nel tempo, per dar vita a un giallo fantascientifico che ha senz'altro il suo punto di forza nei piccoli/grandi paradossi che si creano sempre quando si gioca a distorcere la normale linea temporale.
Il regista, Nacho Vigalondo, presta un'attenzione certosina a ogni dettaglio, evitando così contraddizioni ed errori in cui sarebbe facile (e a volte anche utile) cadere. Forse per scelta forse per imposizione, il film rinuncia quasi del tutto all'uso di effetti speciali, lasciando quindi spazio all'elaborazione della trama, con acuti molto riusciti proprio dove laddove il tutto sembra finire in un vicolo cieco.
Timecrimes è ben lungi dall'essere perfetto, soprattutto per quel che riguarda la recitazione (piuttosto incolore) del protagonista, che pur rappresenta in modo credibili il tipico "uomo medio" che mai ha sentito parlare di cose come il viaggio nel tempo, e che immancabilmente ci si trova invischiato. Ciò nonostate questo film è un esempio di come si può fare del buon cinema, elaborando idee magari non originalissime ma rivisitate con intelligenza e mestiere.
Purtroppo ho letto proprio oggi che è già in cantiera un (inutilissimo) remake. Sicuramente ci ficcheranno dentro qualche bell'effetto speciale in CGI, una colonna sonora nuova di zecca e un belloccio nella parte di Hector (che invece nell'originale è interpretato dal grassoccio e svagato Karre Elejalde, tutto fuorchè un adone).
Cercate questo film se come me amate l'argomento.
Addendum: ecco qui tutte le volte che ho trattato l'argomento viaggio nel tempo sul mio blog!

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Visto che la prima puntata vi è piaciuta tanto, vi regalo subito la seconda, dedicata alla glaciazione (prossima ventura?). Fonte sempre e solo Focus!
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Un precario equilibrio chimico: ecco su che cosa si regge la Corrente del Golfo, il grande "phon" naturale che mitiga il clima dei paesi bagnati dall'Atlantico. Peccato che adesso la Corrente si sia bloccata. L'enorme quantità d'acqua dolce liberata dallo scioglimento dei ghiacci ha modificato il rapporto tra acqua dolce e salata che fa da motore del benefico flusso, e sulla Terra è improvvisamente calato il Grande Freddo. Tempeste, uragani e cicloni sono all'ordine del giorno, quando non piovono ghiacci dal cielo. Se non vuoi morire assiderato, non uscire di casa. E non è detto che sia sufficiente.
Altro che fantascienza, questo è già successo. Più di 11 mila anni fa, la calotta di ghiacci che ricopriva il Nord America si sciolse, la Corrente andò in tilt e le temperature in Europa calarono di 5 °C nel giro di un decennio. Potrebbe accadere di nuovo? Le grandi glaciazioni sono causate da fattori sia climatici sia astronomici, difficile quindi che un pur eclatante sconvolgimento "interno" (come l'aumento dei gas serra) porti a una nuova Era Glaciale con la stessa rapidità. Quanto allo stato di salute della Terra, però, i segnali sono tutt'altro che incoraggianti. Uno degli allarmi più recenti risale al maggio 2005 quando, durante un'esplorazione sottomarina compiuta sotto i ghiacci artici, alcuni ricercatori dell'Università di Cambridge scoprirono che le colonne d'acqua fredda che, inabissandosi, permettono all'acqua più calda di risalire in superficie - questo meccanismo è il "motore" della Corrente del Golfo - sono quasi completamente scomparse. Da sette che erano, ne hanno contate solamente due.
Forse ce lo meriteremmo
In una nuova Era Glaciale, gli unici Paesi ancora abitabili saranno quelli del "Terzo Mondo". Immigrazione al contrario... come ci accoglieranno? Saremo i loro boat people? I nuovi clandestini?
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Fonte: www.focus.it

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Si inizia questo giro di segnalazioni con un must imperdibile (per il sottoscritto). Trattasi del gioco per iPhone e iPod Touch "Doom resurrection", da ieri acquistabile sull'Apple Store al modico prezzo di 9.99 $.
Il trailer che vedete qui sopra rappresenta la vera qualità grafica del gioco, che è molto complesso e ben sviluppato. Insomma, un videogame vero e proprio, difficile ma con una giocabilità piuttosto elevata. Una chicca per chi, come me, ha amato e ama la saga di Doom, a cui tempo fa ho dedicato anche un raccontino.
Io l'ho già acquistato e ci sto giocando. Per ora il mio voto è molto alto, a differenza di atrli giochi per iTouch, che sono al limite dell'ingiocabilità.
Ringraziamento sentitissimo a Glauco che mi ha messo al corrente di questa stupenda news!
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Seconda segnalazione: proprio in questi giorni trovate in edicola "Monster Nation", il secondo romanzo della trilogia "zombesca" di David Wellington. Esso fa parte della nuova collana Epix, che a quanto pare alterna titoli veramente ottimi a schifezze epocali. Monster Nation, ad esempio, è un libro imperdibile per gli amanti del genere, visto che ha il competitivo prezzo di 4.90 euro!
Pur essendo il volume due di una trilogia è leggibilissimo anche come volume a se stante.
Qui la quarta di copertina:
Dalle tenebre, lo tsunami di cannibalismo e orrore che ha annientato gli Stati Uniti continua a dilagare. Al suo passaggio, restano solo disperazione, consunzione, devastazione. In questo mondo al limite estremo, a Bannerman Clark, capitano della Guardia nazionale, è affidata una missione peggio che impossibile: scoprire cosa sta accadendo e fermarlo. Prima che anche Los Angeles, come già New York, sprofondi nel baratro dominato dai morti che camminano. E la chiave dell’enigma, tragica, orrida ironia, potrebbe essere nascosta nella mente di un non morto.
Dopo Monster Island, esplorazione di un universo dominato dall’orrore, Monster Nation ci riporta all’origine stessa del male: a quando i morti hanno cominciato a risorgere.
All’interno il racconto inedito “Zombi Town”, di Simone Tordi.
Per chi fosse interessato, ecco la mia vecchia recensione al volume uno, Monster Island.
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Ultima segnalazione per un ebook scaricabile gratuitamente, "L'astronave dimenticata", che raccoglie le opere premiate nella XXXIV edizione del NeroPremio, il concorso per racconti di genere horror, thriller e fantastico organizzato dal sito "La tela nera".
"I Confini del Giochi" di Roberta Di Pascasio, "Il Tamagotchi" di Marco Muzzana, "Black Dog" di Nicola Colaianni e "L’Astronave Dimenticata" di Luigi Brasili compongono questo ebook che promette una qualità media piuttosto elevata.
Questo il link per saperne di più e per scaricare aggratis (parolina magica!) l'antologia.

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Il rakshasa è un demone o spirito malvagio dell'induismo. Secondo il testo sacro Ramayana furono creati dai piedi del Dio Brahma.
Il termine ha, stranamente, un'etimologia in comune con rakṣa, che significa "protettore".
Molti rakshasa erano esseri umani particolarmente crudeli nella precedente reincarnazione. I rakshasa sono noti per la loro abitudine di rovinare le cerimonie sacre, dissacrare tombe, molestare sacerdoti, possedere esseri umani in forma spiritica.
Caratteristiche distintive: Questi mostri hanno l'abilità di cambiare aspetto e di padroneggiare le arti magiche. Spesso compaiono in forma di uomini, cani, e grandi uccelli. Sempre nel Ramayana, quando Hanuman visita il loro villaggio nell'isola di Lanka, osserva che i demoni si presentano con ogni aspetto immaginabile. Una delle loro tipiche raffigurazioni li descrive come esseri spaventosi, giallastri, con denti granitici, capelli arruffati, cinque piedi e grandi ventri. Secondo altre tradizioni hanno un'aspetto umanoide ma caratterizzato da tipici elementi animaleschi: artigli e lineamenti che richiamano le tigri o altri grossi felini.
I rakshasa sono creature del caos, portate alla guerra, al furto, alla devastazione per il puro piacere che ne traggono. Sono molto esperti nell'arte dell'uccidere e del torturare. Le rakshasi (ovvero le femmine dei rakshasa), sono tutte ninfe e prima di divorare la vittima ignara ci fanno sesso.
Questa genia di spiriti demoniaci ha anche un sovrano riconosciuto, Ravana, nemico di Rama, dotato di dieci teste e conosciuto anche come "l'imperatore dei tre mondi".
Poteri e armi: I rakshasa sono avversari veramente ostici per chiunque. Oltre alla già citata capacità di cambiare aspetto a piacimento, nella loro forma originale sono dotati di artigli velenosi e di zanne temibili. La maggior parte di loro è esperta anche nell'operare magie, specialmente legate all'illusionismo e alle ombre. Il loro già notevole potere aumenta ancora durante la notte e raggiunge l'apice nel periodo di luna nuova, in cui i rakshasa sono virtualmente invincibili.
Mentre i maschi puntano sullo scontro diretto e sulla forza bruta, le rakshasi preferiscono agire d'astuzia, trasformandosi in donne di gran fascino per ammaliare le loro prede e poi ucciderle alla fine dell'amplesso, divorandole mentre sono ancora vive.
Punti deboli: Come molte creature legate ai poteri oscuri, anche i rakshasa temono più di ogni altra cosa la luce del sole, in grado di disintegrarli nel giro di pochi minuti. Quando assumono la loro forma materiale sono vulnerabili alle normali armi degli umani, ma hanno una resistenza tale che gli consente di incassare molti danni prima di essere distrutti in via definitiva. In compenso sono particolarmente sensibili al fuoco (altro elemento ricorrente nella lotta alle creature del male), che è in grado di causare danni estesi e permanenti in questi mostri. In forma spiritica possono essere scacciati o tenuti a bada da opportuni esorcismi, oppure da vincoli magici.
La reazioni degli umani: Per i rakshasa noi umani siamo solo cibo e fonte di divertimento, nel senso che si divertono a torturarci prima di trasformarci in lauti banchetti. Da tutte le storie e le epopee di tradizione induista e non, si evince un'ostilità di lunghissimo corso tra le due razze, umana e rakshasa. Come già detto, secondo alcuni studiosi questi spiriti immondi non sarebbero altro che le reincarnazioni demoniache di esseri umani particolarmente crudeli in vita.
Tuttavia si hanno sporadici resoconti di rakshasa diventati meno ostili col tempo, come per esempio Vibhishana, fratello minore del grande Ravana. Vibhishana era così indulgente nei confronti degli umani che questo comportamento gli costò l'esilio da parte del fratello, disgustato dalla sua mollezza.
C'è però anche una corrente di pensiero moderna e minoritaria che pensa ai rakshasa come alieni, arrivati in passato da chissà quale mondo per conquistare il nostro pianeta e a malapena sconfitti dall'eroe semidivino Hanuman (forse il rappresentante di un'altra razza aliena, venuta in nostro soccorso?). Secondo tale ipotesi i rakshasa sarebbero arrivati sulla terra a bordo delle Vimana, immense astronavi dotate di "motori grandi come elefanti" (citazione dall'epopea indiana Ghatotrachabadma).
Addendum: nel fumetto "Gea", di Luca Enoch (Bonelli editore) i rakshasa sono demoni guardiani che proteggono l'Ardat-Lili, una potente demonessa che agisce sulla nostra dimensione sotto la falsa identità di una stilista di successo.

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Nuova rubrichetta in allegria: dodici modi in cui l'uomo potrebbe togliere la sua imbarazzante presenza dal pianeta terra. L'idea non è mia, ma dei ricercatori di Focus. Ve la propongo a puntate, forse vi piacerà.
Si inizia con un classico: la rivolta delle macchine.
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Se dovessero chiederti se il mondo è finito, diresti di no, accidenti, tutto è come è sempre stato e ti sembra di essere vivo e in buona salute. Che razza di domande! Ogni tanto hai l'impressione che il mondo non sia del tutto reale, questo sì, ma, in fondo, chi può dire di non avere mai provato la stessa sensazione? Le Macchine, piuttosto... Da quando si sono emancipate... Voci sempre più insistenti dicono che hanno fame e stanno lentamente succhiando le nostre energie per mantenersi in vita. Sarà il solito modo di dire.
Comandano loro? E se vivessimo davvero in un software? Sembra assurdo, ma ciò che chiamiamo "reale" è di fatto un insieme di segnali e percezioni. La realtà potrebbe anche non essere composta da atomi ma, per assurdo, da una serie di stimoli elettrici creati artificialmente. Insomma, potremmo già essere inconsapevoli "schiavi" delle macchine. E per i romanticoni che confidano nell'unicum della razza umana, l'anima, ecco la novità: Heart, il robot che ama essere coccolato. A ogni carezza, il suo battito cardiaco inizia ad accelerare. Per i creatori di Heart e della schiera di pseudo umanoidi che l'accompagnano, questi "esseri" sono un esempio di come le macchine conquisteranno nel tempo emozioni sempre più simili alle nostre. E alla fine, la domanda: sei pronto per amare un robot?
Secondo gli esperti
Secondo i "futurologi", entro il 2084 le nostre strade saranno presidiate da robot poliziotti. Le città saranno bellissime e l'aria pulita, chi parcheggerà in doppia fila (o sul marciapiedi) sarà polverizzato, le aiuole saranno sempre fiorite e a chi non starà in coda agli sportelli saranno spezzate le gambe.
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Fonte: www.focus.it

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La morte di Jackson, vi piaccia o meno, dà modo di pensare (almeno a chi è ancora dotato di cervello) sul destino che accomuna tanti artisti dei campi più disparati: musica, cinema, letteratura, pittura etc etc.
Più l'arte e l'intrattenimento diventano prodotti di consumo, più il mercato necessita costanti ricambi/surrogati/sostituzioni.
L'industria del "divertimento" è una macchina fagocita soldi sempre più affamata e incontentabile. Nonostante taluni pensino il contrario, il mercato non è mai saturo, anzi, mai come ora si creano (e si distruggono) mode estemporanee che hanno come unica ragione d'esistenza vendere dei prodotti.
Pensiamo all'editoria: il target-vampiro sta producendo una serie di romanzi sempre meno significativi, ma che vanno a riempire gli scaffali e le tasche degli editori. Idem per il target-fantasy "alla Tolkien" (con buona pace dello scrittore nato in Sudafrica). Scrivere un libro infilandoci quattro elfi, un paio di nani rissosi, un mago cattivo e uno buono è fin troppo facile. Guadagni assicurati!
Idem per la musica, dove oramai l'80% dei progetti musicali sono usa-e-getta. Gruppi che fanno un singolo o due di gran successo, e poi vengono messi da parte al minimo cenno di flessione. Questa è un'onda lunga che parte forse dagli anni '60 e che si esplicita al "meglio" proprio adesso.
Poi ci sono gli artisti che sono degni di portare questo nome. Degni perchè non solo solo meteore di fuggevole successo, né mestieranti che sarebbe meglio definire piuttosto artigiani (e con orgoglio, perchè non c'è nulla di male nell'esserlo!). Gli artisti sono quelli che portano un innovamento nell'ambiente in cui operano.
Visto che ho iniziato il post parlando di Jackson, credo che anche i suoi detrattori gli riconoscono il merito di aver cambiato radicalmente la concezione del pop e della popstar dagli anni '80 a oggi. Bruciato in una vita fatta di paranoie e sbagli, spremuto come un limone dalla famiglia e dai discografici. Ma come si fa a imputargli altre colpe se non quella di essere stato troppo debole per un mondo di sciacalli?
Nel cinema penso a Heath Ledger, uno dei giovani più promettenti del panorama hollywoodiano, con un'interpretazione del Joker già entrata di diritto nella storia. Ma il suo nome serve tanto per citare l'attore che più di recente ci ha lasciato le penne per le pressioni di un ambiente implacabile e popolato da squali. Ma la lista sarebbe lunghissima (Marylin, James Dean etc etc).
Vogliamo fare i nazional popolare e parlare di artisti del pallone? Mi viene in mente subito George Best, uno dei talenti più puri mai scesi in campo, rovinato da una vita di eccessi e da una professione che ha la durata di un lampo.
Oppure penso anche un Lovecraft, schifato e deriso quando era in vita, ed eletto a vate del rinnovamento fanta-horror nel campo della narrativa del post dopoguerra.
Andando ancora più indietro possiamo citare Vincent Van Gogh, che della vera sostanza dell'arte (contrapposta a un esistenza "meccanica", abitudinaria) se ne fece un problema tale da contribuire alla sua progressiva follia e alla morte. Certo, nel suo caso perlomeno non si può parlare di sfruttamento da parte di qualcuno, ma nemmeno fu compreso in tutto il suo genio, non finchè era in vita.
Tremo all'idea di come potrebbe essere trattato oggi un novello Van Gogh. Forse verrebbe sfruttato nel giro di cinque o sei anni e poi abbandonato come un ferrovecchio. Vi stupireste? Io no.
E così torniamo al punto di partenza.
L'arte mutata in mero prodotto.
L'arte che deve vendere, più che affascinare, conquistare, incantare.
Tutto ha una data di scadenza dal momento stesso in cui viene prezzato e lanciato sul mercato. "A uso e consumo" è l'espressione che meglio descrive qualsiasi cosa catalogabile sia come arte che intrattenimento, dal disco ultra-leggero di Lady GaGa a quello "alternativo" registrato in convento, sul cucuzzolo di una montagna o nel mezzo della foresta Amazzonica.
I libri, belli o brutti che siano, rimangono in negozio più o meno tre mesi. Un anno o due se vendono bene, di più solo se diventano dei casi letterari (uno all'anno di solito, non di più).
Le canzoni possono durare un paio di settimane o al più qualche mese. Vi siete mai accorti che ancora oggi ricordiamo e cantiamo dei pezzi degli anni '60-'70 e '80, mentre fatichiamo a ricordarci quelli che andavano per la maggiore sei mesi fa?
E' dunque così difficile pensare che le persone particolarmente sensibili subiscano contraccolpi psicologici devastanti per il rapido passaggio dalle stelle alle stalle?
Forse lo scrittore - artista (o artigiano) sfigato per antonomasia - è più avvezzo nel prendere pedate in culo, a mangiare la polvere e a vivere di stenti. Basta però pensare a chi tra loro ha una vita simili a quella delle rockstar (mi viene in mente Stephen King) per accorgersi che il pericolo di essere munti e spremuti fino alla morte creativa accomuna davvero chiunque campa occupandosi d'intrattenimento.
Dunque attenti ai vostri beniamini. Sono tutti molto più fragili di quanto pensate. Siate un po' meno cinici, please. E ve lo dice uno che si vanta di essere stronzo.
Forse siamo noi stessi ad alimentare questo meccanismo che sbriciola tutto, cose, persone, sentimenti ed emozioni.
Di queste macerie però rimane sempre lui.
Il prodotto.
Il prossimo.

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Mai come questa volta mi sono avvalso di una lavoro di documentazione sulle ambientazioni del romanzo "Uomini e lupi". Per la maggior parte di essere mi sono basato su visite fatte in prima persona (effettivamente non c'è niente di meglio che affidarsi ai propri occhi, per descrivere al meglio una location). Alcuni di questi luoghi mi sono molto cari, come per esempio Taceno, meta di molte mie vacanze a cavallo tra gli anni '80 e i primi '90. Mi sono preso la briga di "orrorizzare" un po' dei posti in realtà molto tranquilli e suggestivi. Tali licenze narrative devono essere viste solo ed esclusivamente come omaggi sentiti e sinceri.
Altre locations hanno ruoli secondari nel libro: sono facilmente intuibili scorrendo le quaranta foto che compongono la gallery qui sopra (vi parrà strano, ma non ho mai visitato il Guatemala, tanto per dirne una!).
E poi ci sono i luoghi immaginari, inventati per la funzionalità della storia. In particolare si tratta di un paese e di un locale, entrambi ricavati però ricalcando posti reali, modellati dalla mia immaginazione su foto che descrivono al meglio ciò che avevo in mente durante la stesura del romanzo. A voi indovinare quali.
Un lavoraccio, ma non privo di soddisfazioni. Spero che gradiate.

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Scoperto sempre grazie al prolifico canale Qoob (lo trovate sul digitale terrestre, ma anche qui), eccovi il cortometraggio di questo sabato, "Big in Japan" del regista sperimentale australiano Andrew Morgan. Purtroppo non ho trovato la versione sottotitolata in italiano, ma credo che si capisca benissimo comunque.
Una favoletta nera con un'atmosfera particolare... credo che vi piacerà.
(Durata: 7 minuti circa).

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Spendere qualche parola sulla morte di Michael Jackson può risultare populista e in controtendenza rispetto alle tematiche di questo blog.
Però lo farò lo stesso.
Jackson è un simbolo, non un uomo. Succede quando vieni spersonalizzato per diventare "il Re del pop", il genio del Moonwalk, la star amata (e poi odiata) da tutti, quello che tanti ragazzini vorrebbero imitare e che tanti altri vorrebbero vedere rotolare nel fango solo per sentire il rumore che fa un Dio quando cade.
Per me, ex ragazzo degli anni '80, Jackson è un'icona, un pezzo di quel mondo, un ricordo (lo era già da vivo) di un universo che non esiste più, che si è trasformato. C'è chi dice in meglio, c'è chi dice in peggio.
Jackson è il Peter Pan sacrificale nell'isola dei cannibali: spremuto dalle multinazionali della musica, distrutto dalla sua stessa fama, prodotto di consumo fatto carne. Perfino le accuse che gli hanno mosso in questi anni fanno parte dello showbiz, così come la sua non-vita privata.
Ora tutti piangono l'artista, l'icona, la star, decaduta o meno, ma quanti in questi anni di eclisse hanno fatto battute sulla sua presunta pedofilia, sui molteplici interventi di chirurgia plastica, sulla disumanizzazione volontaria a cui Jacko si sottoposto per sfuggire al tempo, al mondo, a noi?
E poi, se proprio vogliamo, facciamo entrare il Re del Pop nella categoria di coloro che non muoiono mai, perchè la loro leggenda si alimenta nel momento stesso in cui il cuore smette di pompare sangue nelle vene.
Il 26 giugno 1977 Elvis Presley fa il suo ultimo concerto al Market Square Arena di Indianapolis. Presley veniva chiamato il Re del Rock and Roll. Sua figlia, Lisa Marie Presley, sposerà Michael Jackson il 26 maggio 2004.
Il 26 giugno 1979 Muhammed Ali annuncia il suo ritiro ufficiale dai combattimenti. Tra i tanti nomi di battaglia con cui viene ricordato ce n'è uno che lo descrive più di tutti: Il migliore di tutti i tempi.
Quindi non è un addio Jacko: ci si rivede in quella twilight zone tra realtà e leggenda.
Buon viaggio...

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"Se vuoi fare una cosa, falla bene".
L'altro giorno vi ho segnalato il nuovo romanzo di Danilo Arona, L'estate di Montebuio. Credo che potrebbe interessarvi anche il booktrailer ufficiale, che infatti potete vedere qui sopra.
Per i romani (e per tutti gli interessati) eccovi anche la data in cui il romanzo verrà presentato "live":
Giovedì 2 luglio, ore 20.00, nell'ambito della manifestazione "Roma si libra", Roma, Piazza del Popolo, stand numero 22.
Colgo l'occasione per ringraziare anche lo staff di Gargoyle, che ha inserito una mia citazione (presa da una recensione fatta dal sottoscritto di un altro romanzo di Arona) nel comunicato stampa ufficiale che accompagna il lancio del libro. Devo ammettere che sono soddisfazioni!

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Il Cerchio Muto
di Gianfranco Nerozzi
Editrice Nord
584 pagine, 18.60 euro
Sinossi
È una notte qualsiasi. Dunque è una normale tragica notte qualsiasi. Domattina i giornali saranno pieni di numeri, di statistiche. Perché sono cose che capitano agli altri. Non ci pensa Clorinda, che stanotte compie diciotto anni ed è finalmente pronta a volare via. Da un padre troppo presente, da un'esistenza trascorsa in solitudine, da una gabbia di ricordi e di ossessioni. Vola verso il luogo dei suoi sogni, là dove tutto è musica, sorrisi, palpiti, vita: una discoteca. Non ci pensa Franco, che sta correndo all'impazzata con gli occhi fissi sulla strada e con la testa piena di rabbia e di dolore perché non riesce a cambiare, a laurearsi, a diventare un poliziotto come suo padre. Invece il destino ci ha pensato. A far incontrare Clorinda e Franco. In uno schianto. In un urlo. E poi nel silenzio. A mettere sulla strada di Franco e Clorinda una giovane donna dal passato difficile e dal presente confuso: il vice questore Chiara Monti. E tutto il suo cuore gonfio di segreti. Dall'incidente, Franco esce con un senso di colpa che gli brucia l'animo. Così, per non morire consumato da quell'angoscia, comincia a raccogliere per conto di Chiara tutte le informazioni possibili sulle "stragi del sabato sera": la dinamica degli scontri, i referti medici, la storia delle vittime. E si rende conto con terrore che quegli incidenti apparentemente casuali sono uniti l'uno all'altro. Che sono anelli di una catena destinata a legare per sempre lui, Clorinda e Chiara.
Commento
Ammetto che all'inizio questo romanzo mi ha lasciato perplesso. Con il Nero (Gianfranco Nerozzi) mi ero lasciato dopo la rilettura di quella perla di horror italico che è Genia. Il Cerchio Muto invece ha davvero poco da spartire coi precedenti lavori dell'autore. Nasce e si sviluppa su binari differenti, sebbene lo stile del Nero sia facilmente riconoscibile man mano che la storia cresce e si espande.
Forse qualcuno storcerà il naso, ma c'è subito da specificare che questo romanzo prende spunto dall'attualità - e quindi dalla vita reale. Mi riferisco alle stragi del sabato sera, ai ragazzi che s'impasticcano in discoteca per noia, per tristezza, per ignoranza, per moda o perchè sono troppo coglioni per fare altro. Nerozzi parte proprio da questo punto per sviluppare una storia più articolata, che (per fortuna) va a pescare anche nell'horror soprannaturale, non facendo così mancare il sospirato "elemento fantastico" di cui un po' tutti siamo in costante ricerca.
Ma Il Cerchio Muto sfugge a una reale collocazione. In parte è un poliziesco, in parte è un horror, in parte è narrativa pura e semplice. Questo aggrapparsi a un filo d'Arianna reale e realistico potrà non piacere a qualcuno, ma in realtà dà un senso di maturità al romanzo, che si distingue (direi di anni luce) dal semplice libro "di paura" da leggere per svagarsi un po'. Ci sono passaggi in cui il Nero picchia duro alla bocca dello stomaco, attingendo a sentimenti ed emozioni che tutti noi abbiamo provato almeno una volta nella vita. La disperazione di Franco, con un padre morto in servizio e una madre malata di mente, i dubbi di Chiara, sposata con un uomo perfetto, ma che lei non ama, perfino la brutalità di Vasco (il "bad boy" del romanzo), hanno in comune un grande lavoro sulla caratterizzazione psicologica dei personaggi, su cui davvero non si può dire nulla di male.
Il ritmo del romanzo è molto meno concitato rispetto agli altri lavori del Nero, e anche le dosi di splatter calano notevolmente. Le parti adrenaliche non mancano, ma tra l'una e l'altra ci sono appunto le pause narrative necessarie per sviluppare per bene i personaggi. Forse l'autore avrebbe potuto limitare alcuni PDV, che qua e là appesantiscono un po' la fluidità della storia (specialmente all'inizio), anche perchè ci sono dei comprimari che godono di attenzioni eccessive per quel che è la loro importanza nella storia.
Il lato "fantastico" del romanzo si sviluppa per gradi ed è meno dirompente rispetto alle tradizioni di Nerozzi, ma non difetta in quanto a documentazione e impatto narrativo. Senza spoilerare troppo, posso dirvi che si parla dei cari, vecchi fantasmi. Semmai c'è qualche strizzata d'occhio ai canoni horror del cinema asiatico (per fortuna nulla di così marcato) che stridono un po' col resto della trama, che però non risulta danneggiata da questo mix rischioso.
In sostanza un buon romanzo, che magari qualche purista del Nero non gradirà. E' anche vero che ciascun autore ha prima o poi il dovere di uscire dai propri schemi e di proporre un tracciato diverso dal solito. L'autore de Il cerchio muto l'ha fatto, e non si può che apprezzare sia lo sforzo che il risultato.
Per me è un verde: bel romanzo, funziona a dovere.
Consigliato a: chi cerca un horror ponderato e maturo.
Sconsigliato a: chi vuole leggere qualcosa di prettamente "pulp".

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Oggi sembra una cosa lontana. Non so se dire per fortuna, visto il fatto che, da quando è finito l'incubo dell'equilibrio del terrore, si sono avute guerre con continuità. Gli USA stanno imponendo al mondo il loro stile di vita per due motivi che vengono portati avanti in parallelo: impadronirsi delle materie prime disponibili nel mondo e sostenere la loro economia con il keynesismo militare (vedi http://www.fisicamente.net/index-438.htm ). La grande potenza sembra oggi essere una, ma le vicende della storia vedono spesso ribaltamenti che sono chiari solo su scale temporali diverse da quelle che riguardano una o qualche generazione. In ogni caso, prendete la cosa come un racconto del terrore, ma faccio ora seguire una breve discussione sul cosa comporterebbe una guerra che usasse ordigni nucleari. La guerra la immagino ora tra USA e Russia.
Settantamila furono i morti ad Hiroshima, quarantamila a Nagasaki ed il numero dei feriti fu leggermente superiore; di questi ultimi il 50% lo furono per effetti meccanici ed ustioni, il 25% per l'onda di calore, il 15% per ustioni da radiazioni gamma. Dei morti il 95% si trovavano ad una distanza inferiore ad 1,5 Km dal punto "0". L'esplosione fu da 20 Kton ed avvenne ad una quota di 600 metri.
Tutti gli edifici ordinari furono distrutti in una area di 15 Km2 (una specie di quadrato di 4 Km di lato). Il cemento armato resistette, tranne che in un'area centrale di 3 Km2. Per realizzare una simile distruzione occorrerebbe disporre di 2 000 tonnellate di bombe chimiche ordinarie. E' stato calcolato che una bomba da 20 Mton che esplodesse nel centro di New York (vedi esemplificazione nel paragrafo precedente) provocherebbe 6 milioni di morti. Una bomba da 10 Mton è in grado di distruggere una città come Londra, con tutti i sobborghi come buon peso.
Una stima USA (Mc Namara - 1965) prevedeva che un attacco lanciato nel 1970 contro gli USA avrebbe provocato 150 milioni di morti su 210 milioni di abitanti. In queste condizioni gli USA avrebbero potuto rispondere infliggendo all'URSS 120 milioni di morti e distruzione dell'80% del potenziale industriale.
Cinquanta bombe H o trecento bombe A sarebbero in grado di mettere fuori combattimento gli USA. Per la Russia ci vorrebbe un potenziale maggiore a causa della maggiore estensione e della minore densità di popolazione. La Gran Bretagna avrebbe bisogno di sole 7 ÷ 8 bombe H o duecento bombe A. Queste stime si riferiscono ad effetti immediati o a brevissimo termine rispetto ad un bombardamento nucleare. Le stime riguardanti gli effetti sulla flora, la fauna ed il clima, a lunga scadenza, sono molto più aleatorie.
La National Academy of Science (NAS) degli USA, nel 1975, stimava in un rapporto che una guerra nucleare da 10.000 Mton potrebbe distruggere metà dell'ozono dell'emisfero settentrionale e circa il 30% di quello dell'emisfero meridionale.
Una sola esplosione da 1 Mton a livello del suolo proietterebbe migliaia di tonnellate di polveri fino alla stratosfera. Le polveri, al di là di tutti gli effetti di fall out, potrebbero assorbire, riflettere e disperdere le radiazioni che giungono dal Sole o che vengono riflesse dalla Terra con due possibili scenari a seconda delle particolari condizioni che si venissero a creare:
- Inverno nucleare o glaciazione (il raffreddamento di 1 solo grado centigrado eliminerebbe tutto il frumento prodotto dal Canada e gran parte di quello prodotto nelle zone ex URSS)
- Effetto serra (il riscaldamento di un paio di gradi centigradi eliminerebbe svariati milioni di Km2 di terre pianeggianti fertili a seguito di inondazioni da scioglimento di ghiacci polari).
Dopo un attacco nucleare, molta gente rimarrebbe mutilata, intrappolata fra le macerie o impossibilitata a fuggire dalla città per via delle strade bloccate da macerie e fuoco. Se si formassero incendi su grande scala, pochi potrebbero essere i sopravvissuti fra coloro che riuscissero a sfuggire ad una mutilazione immediata.
Il pericolo di ferite provocate da oggetti scagliati violentemente, soprattutto vetri di finestre in frantumi, esisterebbe a più di 12 Km dal centro di una esplosione da 1 Mton e potrebbero aversi ustioni gravi fino ad oltre 14 Km di distanza, a seconda delle condizioni del tempo.
Insorgerebbero tumori e leucemie come effetti somatici e potrebbero iniziare ad incubare effetti genetici. Si svilupperebbero epidemie non controllabili, data la distruzione del sistema sanitario e favorite dalla minore resistenza alle infezioni, effetto dell'esposizione a radiazioni. Si avrebbero drammatiche carestie dovute alla distruzione di ogni infrastruttura ed alla contaminazione radioattiva delle messi come conseguenza della contaminazione del terreno. Si avrebbero alterazioni nell'equilibrio ecologico. Poiché gli esseri più sensibili alla radioattività sono organismi complessi, risulterebbero favorite le forme di vita inferiore (si sa per certo che gli scarafaggi, i topi e gli scorpioni resistono bene massicce dosi di radiazioni). La scomparsa di uccelli e di predatori porterebbe ad un aumento imprevedibile di insetti e roditori che, tra l'altro, hanno enorme capacità riproduttiva. La scomparsa di foreste a seguito di incendi, le epidemie, l'invasione di insetti comporterebbe mutamenti climatici, degradazione del terreno fino all'inabitabilità di intere regioni.
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Fonte: www.fisicamente.net/

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L'estate di Montebuio
di Danilo Arona
Gargoyle books editore
538 pagine, 13.50 euro
Sinossi
In una notte del dicembre 2007, alle tre in punto, lo scrittore horror Morgan Perdinka si toglie la vita nel suo loft di Milano. Il 9 gennaio del 2008 il cadaverino mummificato di una ragazzina scomparsa quarantacinque anni prima riaffiora dalle acque gelide di un torrente sulla cima del Monte Buio, nell'Appennino Ligure. Eventi all'apparenza estranei l'uno all'altro. Ma quando un carabiniere e un anatomopatologo scoprono che il dodicenne Morgan trascorse le vacanze estive del 1962 sotto il Monte Buio, vivendo un tenero e infantile amore nei confronti della bambina destinata a essere inghiottita dal nulla l'estate successiva, una mostruosa verità inizia a farsi strada, trascinando i due uomini in un abisso inconcepibile dove regnano il Male puro e i suoi più insospettabili adepti. Cosa lega una vecchia colonia in rovina alle inquietanti preveggenze dei libri scritti da Morgan? Chi è la Vergine Crocefissa? Che cosa èla sostanza nera e fosforescente che da decenni prolifera sulle propaggini della montagna? Benvenuti nella mente diabolica di Morgan Perdinka, una zona oltre i confini del reale tutt'altro che morta...
Come sapete reputo Danilo Arona uno (se non "IL") dei migliori scrittori horror italiani attualmente in circolazione. Credo di non essere mai stato deluso da un suo libro e difficilmente "L'estate di Montebuio" farà eccezione. Arona è un profondo conoscitore dei meccanismi della narrativa di genere, ma è anche un grande esperto di "cose insolite" (se proprio non volete usare la parola occultismo), perciò i suoi romanzi sono sembre attraversati da un senso di realismo davvero inquietante.
Ma si può parlare di realismo pur scrivendo di demoni, stregoneria caraibica, maledizioni e spiriti astrali in combutta col terrorismo internazionale? Evidentemente sì, visto che tutti questi temi, trattati dall'autore nei precedenti romanzi, mi hanno dato questa sensazione di stare nel mezzo tra la fiction e l'approfondimento documentaristico di uno che la sa lunga.
Altro motivo per dare fiducia al nuovo libro è la sua pubblicazione per quella gran casa editrice che è la Gargoyle Books, attualmente una delle poche veramente degne di occuparsi del genere horror con motivazione, competenza e stile.
Nelle prossime settimane avrete la mia recensione. Intanto, eccoli gli altri articoli in cui parlo dei lavori di Danilo Arona:
- "Pazuzu"
- "Finis Terrae"
- "La croce sulle labbra"
- "Black Magic Women"

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Chi di voi non è rimasto affascinato davanti a una delle tante storie che parlano di navi fantasma? Sì perchè, se il mistero sta nello spazio sconosciuto, anche i nostri mari non sono da meno. Abbiamo esplorato tutti i continenti e ogni angolo del mondo, ma ci sono ancora molte "zone d'acqua" tanto misteriose quanto piene di leggende vecchie e nuove.
Da quando l'uomo iniziò a viaggiare per gli oceani, le storie di mostri marini e navi fantasma si moltiplicarono esponenzialmente. Ed è proprio di queste ultime che parleremo oggi.
La Mary Celeste
Forse il caso più eclatante di ghost ship riguarda il brigantino canadese Mary Celeste.
Nel calmo pomeriggio del 5 dicembre 1872 la nave inglese “Dei Gratia” incrociava un brigantino a due alberi che seguiva una rotta erratica nel nord dell'oceano Atlantico, fra le isole Azzorre e la costa del Portogallo. Una volta avvicinatisi alla nave misteriosa, i membri dell'equipaggio si erano resi conto che stava viaggiando soltanto con l'asta di fiocco e la sola vela dell'altiero di trinchetto; oltretutto il fiocco era girato a babordo, mentre tutto il vascello virava verso destra, segno evidente a chi sa di mare che era senz'altro senza guida.
Il capitano della “Dei Gratia”, Morehouse, compiute le necessarie segnalazioni, non aveva ricevuto alcuna risposta.
Il mare ancora ingrossato per le recenti tempeste non consentiva un approccio ravvicinato in sicurezza e ci erano volute più di due ore a Morehouse e al suo equipaggio per accodare la nave tanto da poterne leggere il nome. Si trattava della Mary Celeste, una nave che il capitano ben conosceva, così come conosceva chi la comandava, il capitano Benjamin Spooner Briggs. Meno di un mese prima le due navi si erano ritrovate vicine ai pontili di carico di East River a New York. La Mary Celeste sarebbe partita per Genova il 5 novembre con un carico di alcool puro, mentre dieci giorni dopo la “Dei Gratia” sarebbe salpata per Gibilterra. Ora, la prima vagava sperduta in pieno oceano senza una guida né un segno di vita. Morehouse aveva inviato tre uomini ad investigare, guidati dal primo ufficiale Oliver Deveau, un uomo di grande forza fisica e coraggio. Appena saliti sulla nave, il ponte era subito apparso totalmente deserto, così come tutto il resto della nave. A bordo non c'era anima viva. Mancava la scialuppa di salvataggio, indizio che segnalava come Briggs e i suoi uomini avessero deciso di abbandonare la nave. Sotto coperta c'era una grande quantità di acqua; due vele erano completamente sganciate e quella inferiore dell'albero di trinchetto penzolava appesa solo più da un angolo. Tuttavia la nave dava segno di poter reggere tranquillamente il mare e di non correre il pericolo di affondare. Perché dunque era stata abbandonata? Una ricerca più approfondita aveva rivelato che l'abitacolo, ovvero il posto dove era conservata la bussola della nave, era saltato. Due portelli di boccaporto erano scardinati e uno dei grandi contenitori per l'alcool si era rovesciato. La cambusa e le altre zone destinate alla conservatone del cibo e dell'acqua dolce da bere erano stipate. Le cassepanche dei marinai erano intatte, ad indicare la fretta e la furia con cui erano stati costretti a lasciare la nave. Ma nella cabina del capitano gli strumenti e le attrezzature portatili di orientamento erano sparite. L’ultima annotazione sul diario di bordo datava al 25 novembre; voleva dire che la Mary Celeste viaggiava ormai da nove giorni senza equipaggio, e che in quel momento si era venuta a trovare a oltre 700 miglia a nordest rispetto all’ultima postazione nota registrata. Oltre al capitano Briggs e a un equipaggio di sette marinai, a bordo della nave erano salite pure la signora Sarah, moglie del capitano, e Sophia Matilda, la loro figlioletta di due anni.
Dopo lunghe inchieste e indagini (pare che la nave avesse avuto già diversi piccoli incidenti di percorso anche negli anni precedenti, meritandosi così la brutta fama di "nave maledetta), fu appurato che la Mary Celeste non era stata vittima di un ammutinamento, bensì era stata abbandonata senza un comprensibile motivo.
L'equipaggio la lasciò in grande furia; la ruota di propulsione non era bloccala, particolare che induce a ritenere un abbandono molto frettoloso. Ed ecco allora, il vero mistero: per quale arcana ragione i marinai scapparono così velocemente?
Le altre
Altro caso eclatante di nave fantasma è quello del MV Joyita.
La nave salpò dal porto di Apia, nelle Samoa, all'alba del 3 ottobre 1955 ed era attesa alle Tokelau dopo una navigazione di circa 41 - 48 ore. In realtà non raggiunse mai la destinazione prevista e fu ritrovata alla deriva solo dopo 5 settimane, il 10 novembre, a circa 1000 km dalla rotta prevista. Dei 16 membri dell'equipaggio e dei 9 passeggeri non c'era più alcuna traccia e di loro non si seppe più nulla.
Ma ci sono altri ritrovamenti di ghost ship anche molto recenti, come quello del Jian Sieng, rinvenuto vicino alle coste australiane. Nessuno è mai riuscito a scoprire da dove arrivava questa nave e perchè era lì, abbandonata e senza documenti di bordo.
E che dire del veliero Bel Amica, trovato nel 2006 a largo delle coste sarde? Ecco come "La Repubblica" riportò il fatto:
OLBIA - Un veliero senza nome, alla deriva al largo della Sardegna nord orientale e completamente deserto. Quella della nave apparsa nei pressi di Punta Volpe ricorda le vecchie storie dei marinai popolate di misteriose imbarcazioni fantasma. Ma la vicenda, come ipotizzano gli uomini della capitaneria di porto di Golfo Aranci, potrebbe essere più adatta a un libro giallo.
La barca, un due alberi d'epoca di 22 metri, è apparsa improvvisamente nei pressi della costa sarda. A causa del mare mosso e del forte vento, rischiava di finire contro gli scogli e così è stata avvicinata da una pattuglia della capitaneria, che con grande sorpresa non ha trovato nessuno a bordo.
Poche le tracce presenti sul veliero, che è stato trainato a Portisco. All'interno c'erano solo resti di cibo di provenienza egiziana, abiti di cattiva fattura e alcuni oggetti abbandonati, tra cui una bandiera della marina del Lussemburgo, carte nautiche del Nord Africa e una targa di legno con su scritto "Bel'Amica", forse il nome della barca. Non sono stati invece trovati documenti che permettano di risalire ai proprietari.
Inizialmente si è pensato a uno scafo male ormeggiato e trascinato al largo dal mare. Non sono però giunte segnalazioni di furti o smarrimenti. Di conseguenza, si fa strada l'ipotesi che l'imbarcazione possa essere stata rubata, utilizzata per qualche traffico illecito e poi abbandonata.
Le indagini sono state estese a livello internazionale. Della vicenda si occupano il comando generale della Guardia costiera di Roma e l'Interpol. "Tutto è possibile" dicono gli inquirenti, che ammettono di non ricordare alcun caso simile avvenuto in passato.
Per la cronaca, sono passati tre anni e a quanto pare nessuno è riuscito a trovare una sola informazione riconducibile al Bel Amica (a parte la pista, rivelatasi falsa, di un proprietario francese)... da dove viene dunque questo veliero fantasma? Dal passato, da un universo parallelo? Dal mondo dei morti?
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Fonti
- La Repubblica
- www.betasom.it

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Caravan
di Michele Medda
Bonelli editore
N°1 (di 12)
98 pagine, 2.70 euro
Colpita da una tempesta magnetica, la piccola cittadina di Nest Point rimane tagliata fuori dal mondo. Telefoni e collegamenti Internet sono inattivi. Non si sa cosa stia succedendo, ma una cosa è certa: è qualcosa di grave, perché all’alba una colonna dell’esercito entra in città con l’ordine di evacuarla. Tutta la popolazione dovrà allontanarsi con i propri mezzi. E quale sia la minaccia non viene detto. Le autorità militari pronunciano solo due parole: “sicurezza nazionale”. Ventiquattr’ore dopo, un fiume di auto si riversa fuori dalla città. Guidata dai mezzi dell’esercito, la carovana di Nest Point va incontro all’ignoto.
Commento (non solo su Caravan, ma sul fumetto italiano tout-court)
Leggendo l'intervista a Michele Medda, autore di "Caravan", si evince il contrario di quello che ho pensato io appena un minuto dopo aver sbirciato tra le pagine del nuovo nato in casa Bonelli, ovvero che è una trasposizione fumettistica che copia molto da vicino il serial TV "Jericho", magari spruzzandolo un po' di Lost e po' di altro ancora.
In realtà, nonostante quel che giura Medda, questa sensazione mi è rimasta anche dopo aver letto l'albo numero uno di questa minisaga (attualmente in edicola). Avendo amato Jericho a dispetto della sfigatissima programmazione italiana, questo citazionismo può essere solo un pregio, almeno per il sottoscritto. Avrei preferito però che tale "omaggio" fosse dichiarato, invece che smentito. Okay, ammettiamo che Caravan abbia uno sviluppo totalmente diverso sia da Jericho che da Lost (con cui sembra in effetti avere meno a che fare): sta di fatto che questo primo numero fa l'occhiolino più volte al già citato serial.
Ricordate i bei tempi in cui Dylan Dog copiava spudoratamente i film horror americani per riproporceli pari pari (o quasi) come casi da risolvere per il buon Dylan? A pensarci ora, eravamo forse al limite del plagio. Terminator, Suspiria, Nightmare, La notte dei morti viventi, Chi ha incastrato Roger Rabbit... la lista di film "omaggiati" è davvero troppo lunga per scriverla tutta!
Eppure Dylan Dog ha fatto sfracelli proprio grazie ai suoi esordi "copierecci"... che poi è un po' la storia di molti successi italiani nell'ambito dell'horror-fantastico-fantasy. Pensate anche al cinema anni 70-80, con film che reinterpretavano i successi americani (Zombi 2, Apocalypse domani, Demoni, Fuga dal Bronx e tantissimi altri).
Quindi la speranza di fare un buon prodotto, fumetto o film che sia, sta proprio nel ricalcare materiale già proposto altrove? La risposta ovvia dovrebbe essere "no", ma in realtà vi dico che preferisco leggere/guardare qualcosa di ben fatto, seppur non originale, che non delle originali porcate, che poi di originale, se vai a guardare, hanno comunque poco! (e scusate il triplice gioco di parole).
Purtroppo vi rimando alle mie recensioni su fumetti italiani bocciati su tutta la linea, Rourke e Nemrod, a cui mi è davvero difficile dare una seconda possibilità, pur armato di tutte le buone intenzioni di questo mondo. Mi paiono progetti raffazzonati e senza guizzi creativi degni di nota, con guazzabugli sì scopiazzati, ma in un patchwork poco comprensibili e spesso sgangherato.
Tornando a Caravan
Dunque questa nuova miniserie com'è, mi chiederete voi?
Il mio giudizio rimane sospeso. Per farla breve, eccovi un elenco di ciò che mi è piaciuto e di ciò che finora boccio.
- Mi piace il progetto a termine. Dodici numeri, quindi il tutto avrà un inizio e una fine. Evviva! Non sopporto più molti fumetti Bonelli proprio perchè sono interminabili e spesso tenuti in vita col respiratore artificiale. Nathan Never (fumetto che ho amato) è diventato una lagna, idem Dylan Dog. Dampyr, altro prodotto che per qualche mese ha mostrato ottima qualità, sta perdendo fascino e dinamicità a un ritmo preoccupante. Invece ritengo Brad Barron (altro fumetto "a termine") una delle saghe più riuscite degli ultimi anni, nonostante alcuni macroscopici difetti che ne minano la valutazione finale.
- Mi piace, come già detto, il prendere d'ispirazione i serial TV americani per sviluppare trame e personaggi. Non badate a chi dice di non guardare questi serial per spocchia anticonformista. Da qualche anno essi sopperiscono laddove il cinema di genere sta miseramente fallendo: sviluppo psicologico credibile dei protagonisti, ricercatezza della trama, colpi di scena, ricerca di nuovi linguaggi narrativi. Un fumetto cult, "The Walking dead", è debitore proprio di tali meccanismi e i risultati (ottimi) si vedono.
- Non mi piace il primo numero di Caravan. La storia è lenta e a tratti noiosa, i personaggi presentati sono poco accattivanti. Troppo bonelliani (ovvero con rare sfaccettature, molto in bianco e nero), piuttosto stereotipati. Ma è un numero introduttivo, quindi vediamo come sarà il secondo.
- Non mi piace la scarsa dinamicità delle tavole, ma qui è più che altro questione di gusti personali. Vediamo se gli albi successi saranno opera di altri disegnatori (cosa probabilissima), e quali cambiamenti comporterà questa scelta.
In sostanza il giudizio su Caravan è un sei senza infamia e senza lode.
Comprerò il numero due? Sì, a differenza di altri fumetti citati poco sopra. Questo, a voler ben vedere, è già un piccolo successo. Speriamo di non dovermi rimangiare tutto tra un mese...

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Segnalazione d'obbligo per uno degli scrittori italiani che stimo maggiormente (e credo che chi mi legge da un po' non potrà certo accusarmi di leccaculismo!), Stefano Di Marino.
Anzi, la segnalazione e duplice, perchè coinvolge anche le Edizioni Scudo, di cui ho già avuto modo di parlare qualche tempo fa e che mi fa piacere citare di tanto in tanto per il meritorio lavoro che fanno: diffusione di ebook di ottima qualità a costo zero.
Ed è proprio un ebook quello che vi segnalo: "Lo straniero", firmato da uno dei più bravi thrilleristi nostrani. Perchè, se è giusto spesso e volentieri condannare il malcostume italiano che stritola l'editoria tra meccanismi clientelari e poca competenza delle materie trattate, è ancor più giusto elogiare chi invece fa della preparazione personale e della serietà il proprio pane quotidiano.
Detto ciò, se volete saperne di più su "Lo straniero" (e scaricarlo gratuitamente), cliccate sulla copertina oppure seguite questo link...

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Appuntamento del week end con la categoria dei corti, di cui oramai sono diventato un cacciatore incallito.
Questa settimana è il turno di "The Silent City", fantascienza apocalittica di realizzazione eccellente.
Alla periferia di una grande città ormai decaduta, in uno scenario post-apocalittico, 3 soldati cercano di tornare alla loro base. Ma il tempo è tiranno e mentre uno di loro chiama aiuto per i suoi compagni in fin di vita, degli eventi inquietanti cominciano a manifestarsi. Il premiato regista Ruairi Robinson ("50% Grey") ha infuso questa favola dark con spettacolari immagini in CGI, per creare effetti strabilianti sui campi di battaglia. Nel cast figura uno degli attori irlandesi più talentuosi del momento, Cillian Murphy (28 giorni dopo, Sunshine, Batman Begins, Breakfast on Pluto). (Fonte: it.qoob.tv)

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