Fase IV: distruzione terra
di Saul Bass
USA, 1974
L'Istituto Nazionale di Ricerca incarica l'ecologo Hubbs e il matematico Lesko di studiare l'apparente sovvertimento dell'equilibrio ambientale in Arizona che - causato probabilmente da un fenomeno cosmico - ha spinto colonie di milioni di formiche a distruggere le fattorie, ad aggredire e divorare animali e uomini. Operando da una base sperimentale nei pressi di Paradise City - una cittadina ormai completamente abbandonata dai suoi abitanti - i due ricercatori svolgono i primi esami dei giganteschi formicai che si elevano di fronte a loro, ma ben presto, quello che sembra un lavoro di routine fatto di raccolta di campioni e di analisi al computer, precipita in una situazione di terrore. Le formiche seguono una lucida strategia di movimento, si moltiplicano a ritmo incredibile e rivelano una rapida assuefazione anche ai i più potenti veleni. Nella stazione scientifica, la giovane Kundra, scampata al massacro della sua famiglia, è testimone della sorda rivalità che comincia a dividere i due scienziati sul modo di affrontare l'incalzante minaccia: mentre Lesko ritiene possibile tentare un'elementare forma di contatto con il "cervello" che guida gli insetti mediante segnali elettronici, Hubbs decide di portare loro la guerra senza ulteriori indugi.
(Fonte: www.fantafilm.net )
Film di culto per appassionati della fantascienza "intelligente", Fase IV non è affatto un film semplice o banale, come magari farebbe supporre il titolo che ammicca al catastrofismo. Saul Bass riesce a creare una delle più verosimili minacce al genere umano senza ricorrere ad alieni, mostri o vampiri. Le nostre normalissime formiche, influenzate da una sconosciuta e invisibile radiazione cosmica, risultano più minacciose, coordinate e organizzate rispetto a gran parte delle tante invasioni inventate dal cinema di fantascienza.
Il regista, avvalendosi anche di spezzoni tratti da uno splendido documentario dell'epoca, ha pieno successo nel rendere le formiche del tutto "aliene" ai nostri occhi, ma anche terribilmente minacciose e intelligenti. Seguendo i loro preparativi bellici, le silenziosi "riunioni operative" nei tunnel delle colonie sotterranee, si ha la forte sensazione di essere su un altro (micro)mondo, ben più complesso e biologicamente diverso dal nostro rispetto ad altre civiltà extraterrestri ipotizzate su chissà quali pianeti lontani dalla terra.
Le musiche evocative e disturbanti di Brian Gascoigne e Stomu Yamashita completano l'effetto estraniante, rendendo alla perfezione l'idea che sta alla base del film: il confronto/scontro tra l'attuale specie dominante (l'uomo) e quella che vorrebbe prenderne il posto (le formiche).
Complessi anche i due protagonisti principali, il cinico Hubbs e il più emotivo Lesko. Nei loro dialoghi, nel modo di reagire alla minaccia, Saul Bass ci fa intravedere le due grandi categorie in cui si dividono gli scienziati messi davanti all'ignoto: quella che reagisce tentando di distruggerlo e l'altra, che invece non abbandona mai la missione di ricerca e studio.
Un film per molti versi asettico, con un finale che sfiora la metafisica: per questo non di solo intrattenimento. Pur non mancando di qualche momento poco riuscito, è nel complesso un titolo da riscoprire, ovviamente non per chi ha il terrore assoluto per le formiche e gli insetti in generale.
Una cosa è certa: se essi dovesso acquisire una volontà globale, della razza umana rimarrebbe ben poco. Altro che 2012...
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"Facebook spopola, e non solo per il diffondersi del fenomeno internet (che anzi resta sostanzialmente stabile). E spopola tanto da togliere di fatto spazio al resto. Giornali in primis, con l’eccezione dei free press, ma anche libri, tv e altri passatempi.E se i social network sono ormai tra i mezzi di comunicazione più usati e non solo dai giovani, la rivoluzione riguarda anche i mezzi classici. Per esempio la tv, che supera la crisi grazie al ruolo trainante della nuova offerta digitale, sia essa satellitare o terrestre, tanto da conquistare fette di pubblico sempre più corpose rispetto al ruolo della classica tv generalista. (...) Vittima della crisi ma anche della diffusione dei socialnetwork, la carta stampata è il settoreche soffre di più. Sempre meno i lettori dei quotidiani (dal 67 al 54 per cento i lettori ingenerali nel biennio 2007-09, dal 51 al 34,5 i lettori abituali), diminuiscono anche quelli di settimanali e mensili (rispettivamente -14 e - 8 per cento). Vanno male anche i libri che però contano sempre sullo zoccolo duro dei lettori comunque e dovunque (dal 58 al 56 per cento)."
Fonte: DNews
NB: i valori percentuali si riferisco a utenti che hanno indicato una frequenza d’uso di almeno una volta la settimana (ovvero
hanno letto almeno un libro nell’ultimo anno).
Questa notizia è stata riportata su molti quotidiani e siti, tra ieri e oggi.
Scaricando il documento integrale dal sito del Censis si possono però dedurre dettagli ben più interessanti.
Per esempio che (purtroppo!) la diffusione degli eBook dal 2007 al 2009 è calata dal 2,9% al 2,4%. Ora bisogna vedere quanto oscillerà questa cifra con l'introduzione sul mercato italiano dei nuovi lettori che già cominciano a vedersi nei megastore di elettronica (almeno, a Milano già ci sono).
Ecco invece la classifica dei social network più conosciuti e diffusi in Italia. Facebook, noto al 61,6% degli italiani, YouTube (60,9%), Messenger (50,5%), Skype (37,6%) e MySpace (31,8%). Fuori classifica Twitter, che si limita a un misero 4,3%.
Queste le alte motivazioni che spingono la gente a iscriversi a facebook: “guardare cosa c’è nelle bacheche degli amici” (41,2%), seguita da "inviare messaggi personali" (40,5%) Ma non esisteva già la posta elettronica per farlo?
Ancora bassissima la percentuale di chi, come il sottoscritto, usa facebook per promuovere il proprio lavoro: dare visibilità a un’iniziativa (commerciale, aziendale, culturale, ecc.) raggiunge solo il 3,3%.
Per concludere, ecco quali sono le attività che si sacrificano a vantaggio di Facebook? Su tutte, la più penalizzata è la lettura di libri: il 42,4% degli iscritti a Facebook che avvertono di dedicare meno tempo ad altre attività ha fornito questa risposta. Segue la consultazione di altri siti Internet (40%), andare al cinema (11%) o guardare film in dvd (9,1%), la rinuncia allo shopping (5,3%) e all’ascolto della radio (5,6%).
Eccovi infine una tabella più ad ampio respiro, che considera un arco di tempo superiore a quello trattato finora, mettendo a confronto i dati dal 2001 al 2009.
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| 2001 | 2009 | Diff. % | |
| Televisione | 95,8 | 97,8 | 2,0 |
| Cellulare | 72,8 | 85,0 | 12,2 |
| Radio | 68,8 | 81,2 | 12,4 |
| Quotidiani | 60,6 | 64,2 | 3,6 |
| Libri | 54,0 | 56,5 | 2,5 |
| Internet | 20,1 | 47,0 | 26,9 |
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Il simbolo perduto
di Dan Brown
Edizioni Mondadori
604 pagine, 25 euro
Sinossi
Robert Langdon, famoso professore di simbologia ad Harvard, è in viaggio per Washington. È stato convocato d'urgenza dall'amico Peter Solomon, uomo potentissimo affiliato alla massoneria, nonché filantropo, scienziato e storico, per tenere una conferenza al Campidoglio sulle origini esoteriche della capitale americana. Ad attenderlo c'è però un diabolico individuo, tatuato dalla testa ai piedi, che progetta di servirsi di lui per disseppellire un segreto che assicurerebbe a chi lo possiede un enorme potere. Langdon intuisce qual è la posta in gioco quando all'interno della Rotonda del Campidoglio viene ritrovato un agghiacciante messaggio: una mano mozzata con il pollice e l'indice rivolti verso l'alto. L'anello istoriato con emblemi massonici all'anulare non lascia ombra di dubbio: è la mano destra di Solomon. Langdon scopre di avere solamente poche ore per ritrovare l'amico, sempre che sia ancora vivo. Viene così proiettato in un labirinto di tunnel e oscuri templi, dove si perpetuano antichi riti iniziatici. La sua corsa contro il tempo lo costringe a dar fondo a tutta la propria sapienza per decifrare i simboli che i padri fondatori hanno nascosto tra le architetture della città. Fino al sorprendente finale. (Fonte: IBS)
Commento
Sarebbe semplice catalogare questo romanzo come bestseller d'intrattenimento senza troppe pretese. In realtà "Il simbolo perduto" è senz'altro il libro più complesso di Dan Brown. Complesso nel bene e nel male, si capisce. Ma, soprattutto, ha una seconda chiave di lettura meno visibile e per certi versi di una portata enorme. Ma di questo parlerò più tardi.
Prima il commento tecnico: la scrittura di Dan Brown è maturata dai tempi del pessimo "Angeli e demoni" (buona idea, ma romanzo scritto coi piedi), e lo si nota nelle prime cento pagine, meno confusionarie e acerbe del solito. I fatti e i personaggi, in primis il solito professor Langdon, si prendono qualche respiro in più prima di buttarsi nella mischia tra inseguimenti, enigmi da risolvere e misteri da svelare.
Il ritorno in patria giova parecchio a Brown. Abbandonata la Roma da cartolina turistica a cui ci aveva abituati, ambienta "Il simbolo perduto" a Washington. A guadagnarne sono la credibilità e il realismo, per lo meno per quanto concerne l'ambientazione.
Purtroppo la sobrietà dell'autore dura poco più di cento pagine: da lì in poi riparte in quarta col solito calderone di azione in tempi tiratissimi, diabolici puzzle da risolvere nel giro di una manciati di secondi, e segreti storici che cadono uno dopo l'altro a effetto domino.
In particolar modo è la parte centrale del romanzo a esercitare una pesantezza tale da atterrire il lettore meno paziente. Ritmo caotico, situazioni lasciate a metà, spunti incompleti o trattati con estrema sommarietà: più di una volta vien voglia di chiudere il libro e chiedere indietro i 25 (!!!) euro pagati per averlo.
Superato questo ostacolo centrale, si arriva per fortuna a una parte finale che ritorna su canoni più ordinati e leggibili, seppur non del tutto logica, come sarebbe invece lecito aspettarsi. Ciò nonostante il finale è molto meno pacchiano rispetto ad "Angeli e demoni", riproponendo invece un po' lo stile del "Codice Da Vinci".
Da lettore esperto posso dedurre che Dan Brown conquista proprio grazie a un mix composto da una stile narrativo molto cinematografico, e da una conformazione "a cipolla" dei misteri, più o meno storicamente validi, che di volta in volta decide di trattare. Qualcosa che sta a metà tra i blockbuster movie e i videogiochi moderni, insomma. Nel complesso "Il simbolo perduto" riesce a divertire e anche a conquistare l'attenzione, anche se mi è difficile definirlo un vero libro voltapagine (anche se per la maggior parte dei lettori sarà così).
Di certo Brown non brilla per stile ricercato o per eleganza narrativa. E' piuttosto la sua semplicità, applicata ad argomenti che sono l'esatto contrario di questa parola, ad attrarre.
Il secondo livello d'interpretazione
Fin qui ho parlato di un romanzo, famoso più di altri, ma senz'altro non più brillante o profondo rispetto alla media. In realtà "Il simbolo perduto" è un vero e proprio inno alla massoneria, solo inizialmente messa in dubbio, e poi progressivamente esaltata e decantata come l'unica valida scelta per un'evoluzione socio-politica della nostra civiltà. Attraverso i protagonisti Brown illustra i motivi per cui i massoni sono ingiustamente perseguitati, e li riqualifica attraverso una lunga e argomentata teoria che li vedrebbe invece come illuminati scienziati e filosofi impegnati a migliorare biologicamente ed eticamente gli esseri umani. Non solo: mettendo in campo un villain dedito alla magia nera e nemico giurato della massoneria stessa, allontana da essa le accuse che spesso gli vengono mosse dai detrattori, ovvero quelle di praticare le arti occulte e la manipolazione mentale (scientifica o magica, non fa differenza).
In altri termini "Il simbolo perduto" è una sorta di neo-vangelo massonico, alquanto dichiarato e nettamente di parte. Il che non è né un male né un bene, sia chiaro. Solo che certi argomenti dovrebbero essere presi in considerazione in contemporanea con approfondimenti di merito, e non così, all'acqua di rose. Certo, nove lettori su dieci prenderanno questo romanzo per quello che sembra (puro intrattenimento), ma sono altrettanto certo che ci sarà un buon 10% che inizierà a credere ai confusi teoremi di Brown, come se si trattasse di dogmi incontrovertibili.
Vi avevo già parlato della teoria del complotto che secondo alcuni si cela dietro "Il codice Da Vinci"? Senz'altro sì. Non ci voglio tornare. Non la ripeterò in questa sede. Fatevi però una sola domanda: com'è possibile che un autore di qualità non superiore alla media abbia un eco così grande in tutto il mondo? Ci riuscirebbe col solo talento, oppure c'è qualcuno che ha costruito tutto ciò ad arte?
... o per qualche motivo?
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"Uomini e lupi" eBook gratuito
Grazie a un commento dell'amico Elgraeco, di cui vi consiglio l'interessantissimo blog, ho l'occasione di tornare brevemente sull'annosa questione: dove ambientare un racconto (o romanzo)?
Partiamo da un presupposto: che i protagonisti siano italiani, americani o nepalesi, un buon racconto rimarrà sempre tale. Una buona storia di vampiri, tanto per dirne una, può funzionare altrettanto bene se si svolge in Transilvania, a Los Angeles o in Irpinia. E, viceversa, una schifezza immonda viene definita tale a prescindere da dove viene collocata, che sia Roma, Parigi o la ridente Zingonia.
Detto ciò, io ambiento in Italia il 90% di ciò che scrivo. Sappiatelo, così se l'idea proprio non vi garba, potrete evitare semplicemente di scaricare il mio materiale.
Vi dirò di più: la Lombardia è la terra che più si presta alla fantasia (sicuramente malata) del sottoscritto. I motivi sono essenzialmente due:
- Trovo che Milano e dintorni (ma anche la Valsassina, la Valtellina, il lodigiano etc etc) siano luoghi suggestivi come e più di tanti altri abusati dagli scrittori di genere;
- Sono fedele al motto: scrivi di ciò che conosci.
In preda a un delirio creativo, ho fatto addirittura dei sopralluoghi in prima persona a gran parte degli scenari descritti in "Uomini e Lupi". La grande soddisfazione di ricevere elogi proprio in merito a tali ambientazioni mi ha ripagato dei soldi e del tempo speso. Idem, fatte le dovute proporzioni, per l'idea di fondo che ha dato vita a "Il viaggio della Prometeo", vale a dire le vacanze estive passate in quella perla che è Creta. Prima o poi ve ne parlerò meglio, tuttavia sappiate che sto lavorando a un doppio racconto che rielaborerà in "salsa lombarda" due famosi misteri di Stato.
Monotematico? Noioso? Forse sì. Devo anche ammettere che aver scoperto che uno scrittore in rapida e meritata ascesa, Samuel Marolla, sta a sua volta creando una mitopoiesi prettamente meneghina incentrata sull'horror, mi ha dato soddisfazione e coraggio.
Sono consapevole che esiste una fetta di voi fortemente allergica alle storie ambientate in Italia. Siamo cresciuti tutti con la California di Starsky e Hutch, col il Maine di Stephen King e con la Transilvania del conte Dracula. Tuttavia chi di noi ha visto realmente questi posti? Ben pochi credo. Io continuerò a leggere più che volentieri romanzi le cui storie narrano di New York, Londra e San Pietroburgo, ma quando devo scrivere, bè, devo sentire e "vedere" i luoghi che descrivo.
Chiudo ammettendo una mia debolezza: è da qualche anno che, salvo eccezioni, quando trovo un romanzo scritto da un italiano che inizia con "New York, anno XXXX", non riesco proprio ad andare avanti... Vedi Faletti, tanto per dirne una.
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"Uomini e lupi" eBook gratuito
Un po' mi spiace sospendere l'esperimento blog-book, ma mi rendo conto che la maggior parte di voi preferisce leggere tutto d'un fiato. Quindi eccovi la versione completa e integrale de "Il viaggio della Prometeo", un romanzo breve (o racconto lungo?) di cui vi ho proposto settimanalmente dei capitoli, fin dai primi di settembre, arrivando a oggi.
Si tratta di una storia nata per intrattenere. Scopo puro e semplice, senza giri di parole o cervellotiche finalità nascoste. Quindi, se potete, godetevelo con questo spirito.
L'ebook gratuito lo potete scaricare da qui, oppure sul mio sito.
Giusto per fare una presentazione ufficiale, vi copio e incollo l'introduzione che troverete anche sul racconto.
Buona lettura.
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Questo e-book è nato inizialmente come blog-book (racconto a puntate) pubblicato sul mio Live Journal. Da qui la necessità di scrivere capitoli brevi e incisivi, poco conformi al mio consueto stile. Il risultato è un racconto lungo che è nato durante il mio viaggio a Creta, terra ricca di suggestioni, specialmente per chi, come me, è cresciuto con la passione per la mitologia greca e i film di Ray Harryhausen.
“Il viaggio della Prometeo” omaggia proprio il filone peplum-mitologico, ma strizza l'occhio al genere catastrofico, specialmente a “E venne il giorno”, di M.Night Shyamalan, forse più meritevole di attenzioni rispetto a quelle che la critica gli tributò.
Ci sono altri riferimenti, citazioni e strizzate d'occhio: a voi il lettori il compito di scovarli.
O, meno prosaicamente, divertitevi nello scoprire le sorti dell'equipaggio della Prometeo durante il suo pericoloso periplo.
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Malarazza
di Samuel Marolla
Epix Mondadori n°8
251 pagine, 4.90 euro
Sinossi
È l'ombra ignota che sussurra alle nostre spalle. È l'ultimo vicolo infame della megalopoli corrotta. È la mannaia incrostata con la quale vengono perpetrati orribili delitti. È la cantilena ossessiva ripetuta senza fine da voci maledette. È il cane mutilato che sembra uscito da un incubo allucinatorio. È la congregazione di dementi pronta allo sterminio nell'attesa dell'Apocalisse. È il calderone ribollente dal quale tracima schiuma nera e infetta. È l'affabulatore cieco che conosce tutte le strade del mondo dei non-morti. È l'indifferenza letale di chi sa ma sceglie di guardare dall'altra parte. Tutto questo e molto, molto di più, è il popolo delle tenebre, la Malarazza.
Commento
A differenza di tanti altri colleghi del "giro giusto" non conoscevo affatto Samuel Marolla. Per questo la pubblicazione della sua antologia per Epix (collana Mondadori da edicola) mi aveva un po' spiazzato. Anche perché, dalle solite leggende metropolitane che circolano nell'ambiente, le antologie di esordienti di solito non vengono calcolate nemmeno di striscio dagli editori.
Sta di fatto che, comprato e letto il libro di Marolla, devo dire che sarebbe stato un peccato mortale non pubblicarlo.
I racconti di questo scrittore milanese sono, senza fare troppi giri di parole, quanto di meglio ho trovato nel campo della narrativa breve di genere negli ultimi anni.
Storie molto dark, ma senza mai rinunciare a una spruzzata di humor nero, con ambientazioni prettamente italiane (anzi, milanesi), che vanno a ridefinire il concetto di horror metropolitano, mischiando vecchie suggestioni tipiche di questo settore, con nuovi spunti che prendono qua e là tra cinema e fumetti.
Si va dalle bambine demoniache di "Sono tornate" alla Milano spettrale e ferragostana de "La pista ciclabile". Passando da una fiaba nera come "Tè nero", per arrivare al racconto in stile Ai confini della realtà, "Candelora". Tralasciando un solo passo falso, l'inutile "Tequila e peccati", Marolla sfiora anche il genere splatter, che per fortuna però viene confinato a un unico racconto. Dico per fortuna perché l'autore si fa apprezzare soprattutto nelle sue storie che ammiccano a fantasmi moderni, che abitano condomini miasmiali, a streghe vestite da vecchie signore rimbambite, che abitano nella periferia della città, a culti lovecraftiani insiediati in quartieri sonnolenti e anonimi.
Sangue e frattaglie non servono a Marolla per creare piccoli quadri di orrore nascosto, quotidiano ma non banale, bensì aperto a sguardi su altre dimensioni, quelle dell'ignoto.
Una delle cose che più si apprezza nella raccolta è il susseguirsi di racconti ambientati in estate, invece che nei consueti inverni nebbiosi.
Per chi conosce Milano è indubbio che proprio i mesi più caldi (agosto in particolare) sono anche i più spettrali e borderline. Col caldo la gente normale fugge al mare o si chiude nei supermercati refrigerati dall'aria condizionata, mentre nei vicoli, nei parchi colpiti dalla canicola, fanno capolino tizi strani e storie inquietanti.
Ecco, Marolla dà il meglio di sé in queste prove, ottenendo risultati superbi.
La mia personale classifica:
1. La pista ciclabile
2. Tè Nero
3. L'estraneo
Sarebbe interessante vedere l'autore alle prese con qualcosa di più lungo, ma ho il sospetto che la sua dimensione sia proprio quella della narrativa breve. Ci voleva uno così.
Riassumendo: la migliore uscita della collana Epix dalla sua nascita a oggi, nonché la migliore antologia horror che ho letto negli ultimi - esageriamo - cinque anni.
Acquisto non suggerito, bensì indispensabile.
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2012
di Roland Emmerich
USA 2009
158 minuti circa
Uno scienziato indiano scopre che la fine del mondo a causa di un’intensa attività solare è vicina. I potenti del mondo elaborano un piano per salvare parte della popolazione umana (una specie di nuovo m ito di Noè) in modo tale da poter ricostruire la società umana alla fine della catastrofe. Continuate a leggere per la recensione completa e il trailer. (Fonte: www.filmkit.it )
Attenzione: la recensione contiene qualche piccolo spoiler qua e là.
A volte scindere il critico dall'appassionato è difficile.
2012 è un film che mi ha messo in serio imbarazzo: da una parte rappresenta tutto ciò che di scontato c'è nei film di registi come Emmerich, dall'altra mette in mostra un luna park visivo e visionario che nessun amante del catastrofismo può ignorare. Per buona pace di chi si aspettare una stroncatura snob, dico subito che a me il film è piaciuto e che lo promuovo ben oltre il 6 politico.
Partiamo dai difetti.
Il lato "umano", ovvero i protagonisti, di 2012 è rappresentato da una serie di personaggi stereotipati che escono direttamente dalla lunga tradizione cinematografica catastrofista made in USA. Particolamente insopportabile la scelta della solita famiglia allargata americana: coppietta divorziata, lei col nuovo fidanzato (chirurgo plastico, manco a dirlo), figli di 7-13 anni dalla personalità complessa a causa dei genitori assenti (padre) o iperpresenti (madre). Anche il Presidente degli Stati Uniti ricalca fin troppo fedelmente quello di "Deep Impact", interpretato da Morgan Freeman. In questo caso si tratta però di Danny Glover, imbolsito ma in buona forma. Chiarissimo il riferimento a Obama, a cui auguro però di non essere conciato così da qui a tre anni.
Altro tasto dolente sono le gesta dei protagonisti, capaci di sopravvivere mentre attorno a loro milioni di persone muoiono letteralmente inghiottiti dalla terra che si spacca e che si scioglie (sempre letteralmente, eh!). La scena di una fuga di limousine da una Los Angeles che si sfalda a velocità supersonica sotto i loro piedi è una delle più spettacolari ma ridicole che ho mai visto al cinema e non. Capisco l'esigenza di portare fino alla fine dei 160 minuti questa famigliola americana per darci modo di vedere tutto il "contorno", ma questa volta Emmerich ha davvero esagerato con l'uso del deus ex machina. Esempio: sfrecciare con un minuscolo bimotore tra due grattacieli che si sbriciolano e portare a casa la pelle, non è tollerabile.
Detto questo...
L'impatto visivo di un film come 2012 è... devastante. Non ricordo una distruzione così capillare o totale rappresentata su pellicola. Il nostro buon regista non ci risparmia nulla e, per chi se lo chiedesse, il mondo questa volta lo distrugge per davvero. Niente eroici scienziati che alla fine rappezzano la terra con qualche boiata inventata di sana pianta. No: Emmerich è impietoso e, come il Dio del Vecchio Testamento, travolge tutto con furia disumana.
Trascendendo per un momento i flebili presupposti scientifici che innescano la Fine, devo ammettere che il progredire della devastazione ha qualcosa di ipnotico e appassionante. Si parte dalla livellazione di Los Angeles (e dell'intera California), risucchiata nelle viscere ribollenti del pianeta, in una sequenza indimenticabile che dura più di dieci minuti. Passiamo poi all'eruzione del parco di Yellowstone trasformato in un colossale vulcano che ricoprirà di lapilli e cenere nera metà degli Stati Uniti. Arriviamo alle Hawaii, trasformate per l'occasione in bolle di magma ribollenti che ricordano un scorcio di inferno dantesco. Se non vi basta, eccovi Roma e San Pietro spaccati in briciole come un uovo caduto a terra, con tanto di Papa triturato dalle pietre mentre benedice una folla spaventata (perché, si sa, gli italiani nel momento del bisogno si affidano solo alla Fede).
Il clou arriva con l'annichilimento di Washington, dapprima colpita dai fumi eruttati da Yellowstone (una scena che ricorda, e non a caso, "The day after"), e poi colpita da uno tsunami alto cinquecento metri, che scaraventa la portaerei John Kennedy direttamente sulla Casa Bianca e sulla testa del Presidente Obama (ma sì, dai, che è lui), coraggiosamente rimasto a crepare insieme ai suoi elettori.
Ecco, proprio gli tsunami concludono questo allucinante luna park, inghiottendo il mondo con delle muraglie d'acqua che sommergono qualunque cosa, arrivando (in un impulso di isteria distruttiva, credo) a rasentare la punta dell'Everest.
Insomma: qualcosa di molto vicino al godimento estatico.
Ultimo commento dedicato all'ideologia del film, se così si può definire: morale in grana grossa sui ricchi che riescono a comprarsi la salvezza coi soldi, anche se poi lo spirito di solidarietà umana riuscirà a salvare anche qualche povero operaio tibetato dalla Fine di Tutto. Strizzata d'occhio alle Scritture, con le mega-arche su cui un pugno di esseri umani (400.000, se non ricordo male) che scamperanno al nuovo diluvio universale, insieme a qualche animale, le più importanti opera d'arte di sempre, e a qualche leader dei paesi del G8, rei e allo stesso tempo meritevoli di aver costruito in gran segreto queste colossali navi durante i tre anni di preavviso prima del gran botto finale.
E dove andranno a parare questi novelli Noe? A quanto parte Capo di Buona Speranza non è stato sommerso, perciò ci sarà la possibilità di affidarsi ai notoriamente altruisti sudafricani per cercare di ricostruire la civiltà umana.
La famigliola americana allargata, che fine farà? Provate a indovinarlo un po'.
Aggiungo una postilla finale: in 2012 Berlusconi è l'unico leader mondiale, insieme a Obama, a morire inghiottito dalle viscere della terra. Non è forse un buon motivo per andare a vederlo e gustarsi la scena?
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Per chi ancora non lo sapesse, "Scontro di titani" (Clash of the titans) rientra nella lista dei miei 100 film preferiti di sempre (100 sono tanti? Eh, ma io ho visto una marea di film!).
La storia narra la versione adventure delle imprese dell'eroe argivo Perseo. Per salvare la bella Andromeda dovrà affrontare peripezie di ogni tipo, che lo porteranno a scontrarsi con Medusa, e addirittura col colossale Kraken. Il film è del 1981 e vanta gli effetti speciali di quel genio di Ray Harryhausen, roba che a quei tempi faceva strabuzzare gli occhi, ma che oggi molti non apprezzerebbero, abituati come sono ai film realizzati con la computer graphic.
Ti serve un'armata smisurata di navi greche? Aspetta che ne disegno un paio e faccio copia e incolla...
Infatti qualche geniaccio ha pensato bene di realizzare il remake di Scontro di titani. Io cerco di essere tollerante con tutti questi rifacimenti (ogni tanto qualcuno se ne salva), ma dopo aver visto il trailer del nuovo Clash of the titans, mi sono cadute le braccia. Sembra un videogioco, tipo Serious Sam, non so se rendo l'idea. Orde su orde di mostri, spade, combattimenti, azione, casino, botte da orbi. Non so perché ma credo che continuerò a preferire l'originale. Lì si respirava epicità. Ora solo effetti speciali. Sono comunque pronto a rimangiarmi questo commento. Di certo il film lo vedrò, perché non mi piace stroncare a prescindere.
Però una cosa devo ammetterla. La nuova Medusa è quasi più bella di quella del 1981, per quel poco che la si vede nel trailer. Io ho un debole per le gorgoni, sappiatelo.
Eccovi i due trailer a confronto.
Clash of the titans (1981)
Clash of the titans (2010)
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Tempo fa ci avevo provato, ma ero giovane, inesperto e semisconosciuto. Il tentativo di coinvolgere qualcuno di voi in un'antologia di racconti naufragò malamente, e mi spiace non aver potuto dare spazio ai pochi che rispettarono l'impegno di scrivere un racconto a tema.
Di anni ne sono passati due. Lasciatemi dire, immodestamente, che il mio umilissimo blog è passato a quasi 400 visite giornaliere, e le recensioni che scrivo vengono lette e apprezzate anche dagli addetti ai lavori. Seguendo una politica di pubblicazione gratuita e online dei miei racconti/romanzi mi sono tolto qualche soddisfazione ma, soprattutto, ho toccato con mano il crescente interesse per una narrativa fresca, open-source, slegata dai meccanismi clienterali e con un interesse verso contenuti un po' più ricercati rispetto ai trend di massa.
Quindi, mi sono detto, riproviamoci.
A fare cosa? A partorire un'antologia all together, tutti insieme appassionatamente. Leggo molti di voi che... state leggendo questo post (scusate il gioco di parole). Sia che si tratti di racconti, romanzi o articoli. Mi piacete quello che scrivete, per questo impegno il mio tempo nel farlo. Quindi mi chiedo: unire i diversi stili, interessi e gusti per creare qualcosa di condiviso? È possibile?
Non sarà per fini di lucro.
Non vi darò un eurocent per il vostro lavoro.
Non prometto gloria e fama.
Ma sarà un'esperienza interessante, spero costruttiva e anche un minimo ambiziosa, perché no?
L'idea è quella di buttare giù questa raccolta, diciamo con un numero di racconti che variano da 10 a 15 (dipende dalla quantità e dalla qualità delle adesioni). Ho intenzione di orientarmi sul genere horror/fantastico, con tutti gli affini, le ibridazioni e le interpretazioni possibili. Ma sui dettagli tornerò a breve. Prima le cose pratiche.
SE riuscirò a mettere insieme questa cosuccia, sappiate che verrà distribuita nel modo che per ora preferisco: gratuitamente. Il formato sarà un ebook (valuteremo semmai in futuro se pensare anche a una versione cartacea etc etc), che tutti potranno scaricare, distribuire, commentare, lodare o sputtanare.
La scelta del formato elettronico farà storcere il naso a qualcuno, ma credo che sia la scelta più logica, onesta e coraggiosa, contando che le antologie non hanno mercato, che molti dei partecipanti saranno esordienti, e che il fine principale dell'iniziativa sarà questo: dimostrare che c'è gente che sa scrivere anche al di fuori della grande editoria.SE la cosa si farà, penso e spero di poter dare comunque una notevole visibilità al prodotto finito. La stessa visibilità che ha fatto raggiungere i 2000 download a “Uomini e lupi”, tanto per dirne una. Ovviamente un semplice passaparola tra blog, facebook e siti interessati a tali iniziative potrebbe aumentare esponenzialmente il numero dei lettori etc etc. Insomma, anche Hitler conquistò il mondo partendo da una birreria in compagnia di una quarantina di rincoglioniti esaltati, no?
Cosa cerco
Come già detto, voglio puntare su racconti di genere horror, fantastico (non fantasy) o simili, senza dare paletti specifici riguardo a un argomento piuttosto che a un altro. Diciamo che spero non mi arrivino solo racconti su vampiri, tanto per dirne una. Un po' di varietà sarebbe gradita e gradevole.
Volete qualche indizio in più? Se seguite il mio blog, è presto detto: tutto ciò di cui ho parlato o anche accennato in questi mesi, va bene. Che si tratti di zombie, paesi fantasma, scienziati pazzi, dimensioni parallele, licantropi, streghe, metafonia, ragni giganti, abominii lovecraftiani, mutazioni, replicanti, mondi sotterranei, ucronia, doppelganger etc etc etc.
Un'altra cosa, più un suggerimento che un diktat, riguarda l'ambientazione. Mi piacerebbe leggere di scenari italiani, non dei soliti Jack, Bob, New York e Los Angeles. Se invece sentite il bisogno di creare una storia esterofila, fatelo, ma solo se ne ritenete di avere in mano qualcosa di davvero buono.
Niente roba marcatamente comica, parodistica o buffa. L'intento non è questo, dovrebbe essere chiaro.
Lunghezza: facciamola facile, per i non esperti in materia. State entro e non oltre le 3000 parole (non battute, parole!). Anche più brevi, se volete, ma non scendiamo sotto le 1000.
A chi è rivolto l'invito: a chi ha buone idee, una preparazione basilare discreta e la voglia di partecipare a “questa roba qua”. Non dovete avere per forza esperienza, curriculum o essere miei amici. Se volete scrivere qualcosa per il suddetto progetto e vi interessa farlo, provateci e mandatemi il file (.doc o .rtf) a: mcnab75@gmail.com
Leggerò tutto e vi dirò se mi può interessare o meno: senza rancore, senza menate.
Dunque, lascerò aperto il “bando” per un paio di settimane, segnalandolo anche su facebook. Se ci saranno sufficienti adesioni, partiremo in quarta, altrimenti la cosa si chiuderà con un niente di fatto. Comunque sia nessuno ci rimetterà un centesimo, il che non è male, in un mondo in cui tutti sono sempre pronti a scipparti anche le mutande che indossi.
Può andare, no?
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Dark City
Usa, 1998
di Alex Proyas
con Rufus Sewell, William Hurt, Jennifer Connelly, Kiefer Sutherland, Richard O'Brian
Dark City è un film che risale al 1998, il che lo rende quasi datato, specialmente in questi tempi moderni in cui le cose "vecchie" di più di un anno vengono già ritenute obsolete. Eppure stiamo parlando di un film, noto più che altro agli appassionati, a cui un'importante fetta della cinematografia moderna che si occupa di fantastico e fantascienza deve rendere eterno merito.
In una città in cui è sempre notte, strane figure, che rispondono all'appellativo di "stranieri", si aggirano per le strade, nei vicoli, nelle case e nelle vite di ignari cittadini modificandone e modellandone a loro piacimento le vite e i destini.
Portano avanti il loro esperimento per scoprire cos'è che ci rende umani, studiando, loro che posseggono una memoria ed una volontà collettiva, la nostra capacità di essere singoli individui.
L'atmosfera è buia e cupa, fosse solo per il fatto che non riusciamo mai a vedere la luce del giorno, non arrivando mai a capire, visto che il tempo è scandito solo da orologi a lancette, se gli eventi si stiano svolgendo di giorno o di notte, o se il tempo si sia congelato in un preciso momento.
Ogni giorno alle 24 (o le 12?) gli Stranieri si "accordano", e tutta la città cade in un sonno profondo. E mentre tutti dormono, la città cambia fisionomia, i ricordi migrano da individuo ad individuo, le vite si mescolano. (cit: www.filmscoop.it/)
Ma ogni tanto qualcuno resiste ai poteri ipnotici degli Stranieri e rimane sveglio mentre il resto della città dorme. Questo è il caso di John Murdoch, accusato dalla polizia per una serie di delitti che non ricorda di aver commesso. Nel suo tentativo di scoprire la verità su se stesso, arriverà invece a scoprire la gigantesca menzogna in cui lui e tutti gli altri abitanti della città vivono.
Il film è un precursore del ben più famoso Matrix, e a mio parere lo supera di qualche misura, perchè Proyas (il regista di Dark City) punta più su atmosfere oniriche e fantastiche che non sul semplicistico confronto uomo-macchina, tema portante della trilogia wachowskiana.
John Murdoch è molto più umano di quanto riesce a esserlo Neo in oltre sei ore di pellicola. Il suo arrancare per la città in cerca della verità (su se stesso, e poi su tutto il resto) ricorda un lungo, elaborato incubo che ciascuno di noi teme prima o poi di poter fare.
La città stessa è la coo-protagonista ideale di Murdoch: un luogo vivo e mutevole, che confonde anche gli spettatori, offrendo pochissimi punti di riferimento e mille occasioni per confondersi, perdersi e sospettare di tutti. Un architettura a metà tra il retrò e il post moderno la rendono, a mio parere, una delle migliori location mai inventate come ambientazione di un film.
Anche gli Stranieri sono azzecati sia in rappresentazione che come caratterizzazione. Essi ricordano vagamente dei vampiri, ma non si nutrono di sangue, bensì di ricordi. Anch'essi si muovono solo col buio e trattano gli umani come semplice bestiame, qualcosa da sfruttare e spersonalizzare.
Un film da recuperare e da rivedere più volte, specialmente per chiunque abbia in mente di girare o scrivere qualcosa che riprende in un certo qual modo queste tematiche a sospese tra l'onirico, il fantastico e la fantasociologia.
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Ho appena finito la lettura de "Il simbolo perduto", il nuovo mattone di Dan Brown. Settimana prossima o giù di lì lo recensirò. Mi serve un po' di tempo per metabolizzarlo. Come anticipazione vi posso dire che non mi è dispiaciuto. L'ho trovato più elaborato dei precedenti, anche se lo stile di Brown rimane ancora poco realistico e - almeno in alcune parti - di una pesantezza veramente ostica. Tutta la parte centrale del libro è, per dirne una, davvero pesante.
Anyway, non è di questo che voglio parlare oggi. Piuttosto, leggendo "Il simbolo perduto", guazzabuglio di nozioni pseudoscientifiche, propaganda massonica ed esoterismo meno spiccio del previsto, mi sono più volte chiesto: ma il lettore medio, di tutto ciò, che cosa capirà?
Io sono presuntuoso, infatti mi ritengo di una cultura un po' superiore alla media, specialmente quando si tratta di argomenti totalmente inutili come quelli appena citati (esoterismo, pseudoscienza, leggende metropolitane, etc etc). Mi rendo conto che gran parte della gente certi argomenti non se li fila proprio. Tuttavia Dan Brown vende un casino. Quanti dei suoi lettori sono in grado di cogliere i riferimenti storici, religiosi e antropologici di cui ha riempito il nuovo romanzo?
Sarebbe piuttosto interessante fare un sondaggio.
In Italia? Azzarderei un 10-15%. Considerando come campione un centinaio di individui che conosco di persona, tra amici, colleghi, parenti e contatti più o meno casuali, fatico a trovarne più di dieci in grado di comprendere buona parte del background "culturale" (aggiungere N virgolette, a scelta) citato da Brown.
E quindi, che resterà a loro di questo malloppone? Solo le parti più d'azione, l'inseguimento tra le vie di Washington e la ricerca di un fantomatico "tesoro massonico"?
A questo interrogativo si riallaccia un'interessante discussione fatta ieri l'altro su facebook con un ottimo conoscitore di cinema e letteratura di genere, Lucius Etruscus. In sostanza il suo dilemma è questo: molti dei più recenti film (e libri) hanno un sacco di richiami, citazioni e omaggi a un certo tipo di cinema del secolo scorso, che va dall'action, all'horror, al fantastico. Però l'italiano medio (che ci piace tanto, visto che continuo a citarlo) conosce sì e no un centinaio di titoli, pescando ovviamente da quelli più pompati dalla pubblicità.
Si va dai cinepanettoni, alla versione su pellicola dei romanzi bestseller (Dan Brown, tanto per stare in tema, ma anche Harry Potter, il Signore degli Anelli etc), passando per le commediole all'italiana e gli abomini girati da Moccia. Il resto? Riservato ai patiti del genere, o ai cinefili.
Quindi quanto coglie la gente di rimandi a mitopoiesi (la parola l'ho rubata a Elvezio, mi piaceva) di vecchi registi e scrittori? Zero, o quasi.
Ricordo con un certo orrore il giorno in cui vidi "Il seme della follia" al cinema. La gioia nell'intuire questa o quella citazione lovecraftiana, e non solo, mi ripagò di anni e anni di lettura intensiva. Ma la gente attorno a me, compresi alcuni degli amici che mi accompagnavano, continuava solo a commentare: "ma cos'è questo schifo di film? Non si capisce nulla!".
Fu quella volta che capii come si sente un profeta senza proseliti.
Che discorso supponente, lo so.
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Scampati a millenni di evoluzione grazie a qualche anomalia bioclimatica.
Mutati in dimensioni a causa di radiazioni, inquinamento, esperimenti militari o scientifici.
Saliti in superficie da qualche recondito mondo sotterraneo per colpa di un'eruzione vulcanica.
Sono molte le teorie secondo cui alcune specie di ragni hanno abbandonato le loro consuete dimensioni per crescere a dismisura, fino a diventare grossi come molossi o - in alcuni rari casi - come autotreni.
Per quanto molti entomologi giurano sulla perfetta compatibilità tra uomini e aracnidi giganti, l'atavico senso di disgusto che questi artropodi generano in noi non può che farceli percepire come nemici mostruosi e letali.
Caratteristiche distintive: Due categorie di aracnidi si giocano il record di avvistamenti nelle dimensioni "magnum" di cui ci occupiamo in questo articolo. Si tratta dei migalomorfi (dalle famose migali alle atypidae) e delle lycosidae (ovvero tarantole e affini). Abbastanza frequenti anche le araneidae giganti, versione supersize dei più diffusi ragni comuni.
Tranne rarissime eccezioni di ragni vegetariani, tutti questi simpatici esserini sono dei predatori naturali. Grazie alle loro dimensioni spropositate, non si accontentano certo di cibarsi di insetti, lucertole o uccelli, come capita per i loro fratelli più piccoli. Più e grande il ragno gigante, più aumenta anche la taglia di una sua possibile preda. Sfortunatamente gli esseri umani rientrano perfettamente nelle proporzioni delle creature ritenute compatibili a "cibo".
La maggior parte dei ragni vive solamente per uno o due anni, anche se alcune tarantole in cattività hanno raggiunto i venticinque anni. Proprio negli esemplari di ragni giganti si è appurato che di norma i maschi sono meno longevi delle femmine: appena giunti alla maturità sessuale non possono più effettuare mute e il loro ciclo vitale giunge a compimento. Le femmine invece, dopo la maturità sessuale, continuano a crescere e ad effettuare mute.
I ragni hanno quattro paia di zampe funzionali all'ambulazione, ognuna delle quali è formata da sette segmenti; A quanto risulta da alcuni esperimenti, i ragni possono generare pressioni, internamente, fino ad otto volte la forza necessaria ad estendere totalmente le loro zampe, e i ragni salticidi possono saltare verso l'alto fino a cinquanta volte le loro lunghezza aumentando all'improvviso la pressione del sangue nel terzo e quarto paio di zampe.
Poteri e armi: La maggior parte dei ragni che cacciano attivamente, anziché fare affidamento sulle ragnatele, hanno ciuffi densi di peli molto sottili fra gli artigli appaiati sulle punte delle loro zampe. Questi ciuffi, noti come scopulae, consistono di setole le cui parti terminali sono suddivise in circa mille ramificazioni, che consentono, ai ragni che le posseggono, di camminare agevolmente su superfici lisce come i vetri e a testa in giù su qualsiasi tipo di soffitto. In parecchie specie di ragni i cheliceri (le "zanne") sono diventati atti a secernere un veleno per immobilizzare le prede, oppure altamente tossico e letale per l'organismo umano.
Buona parte dei ragni cattura le prede intrappolandole in vischiose ragnatele ponendosi in agguato nelle vicinanze e pronti a iniettare loro il veleno. Le specie che usano questa tattica di caccia sono molto sensibili alla più piccola vibrazione che scuota anche minimamente i fili della ragnatela. D'altro canto, le specie che cacciano all'agguato sono fornite di un'ottima vista, fino a dieci volte più acuta di quella di una libellula. Alcuni ragni cacciatori hanno particolare abilità ed intelligenza nell'adoperare varie tattiche per sopraffare la preda, mostrando anche di saperne imparare di nuove se occorre.
Vari ragni della famiglia Theraphosidae, comprese le tarantole e la sottofamiglia Harpactirinae, hanno peli urticanti sui loro addomi ed usano le zampe per dare un leggero colpetto e scagliarli verso gli assalitori. Questi peli sono composti da setole molto fini con basi fragili e una fila di piccole barbe sulla punta. Queste barbe provocano irritazione intensa soprattutto se colpiscono parti delicate quali occhi o mucose ma non vi è alcuna prova che contengano veleno.
Punti deboli: I ragni giganti, proprio come i loro fratelli più piccoli, mancano di organi preposti all'equilibrio e all'accelerazione e contano esclusivamente sulla vista per stabilire di volta in volta dove è su e dove è giù. Questo è forse il loro punto debole più grave, in quanto li mette a grave rischio di disorientamento, specialmente se vengono attaccati al buio e mandati a zampe per aria.
Nel caso di attacco con armi convenzionali, bisogna tenere conto della necessaria forza per sfondare il carapace che ricopre alcuni segmenti del loro corpo, specialmente il cefalotorace. Alcune specie di ragni, in particolare alcuni migalomorfi, hanno anche l'addome ricoperto da tale carapace, perdipiù costituito da lamelle flessibili in grado di deflettere falcimente proiettili di piccolo calibro o ami da taglio.
E' dunque consigliabile armarsi di munizioni ad alta penetrazione o incendiarie. Il fuoco risulta essere un'ottima soluzione, specialmente per gli aracnidi dotati di una fitta peluria. I bersagli principali a cui mirare sono, nell'ordine:
1. Parte superiore dell'addome (dove ha sede il cuore);
2. Parte superiore della testa (dove si trovano i gangli del sistema nervoso centrale e l'intestino);
3. Superficie ventrale dell'addome (sede dei polmoni).
Oltre alle armi convenzionali esistono una serie di prodotti specifici programmati per distruttere il sistema nervoso dei ragni. Si tratta degli insetticidi, e in particolari di quelli fosforganici e clororganici. Essi però risultano dannosi anche per l'uomo, perciò vanno utilizzati con estrema prudenza. Una scelta più sicura è costituita dai pesticidi a base di carbammati, la cui tossicità per i mammiferi è assai meno elevata.
La reazione degli umani: Come già detto umani e ragni (giganti o normali) si "stimano" assai poco, anche se siamo soprattutto noi ad avere un timore reverenziali per queste creature. I ragni sono il punto focale di molte paure, storie e mitologie di vari popoli sparsi in tutto il mondo e di diverse epoche storiche. Hanno spesso simboleggiato la pazienza, a causa della loro tecnica di caccia che consiste nel costruire la ragnatela e attendere la preda appostandosi, così come hanno anche simboleggiato il dolore e la malevolenza a causa della tossicità del veleno di alcuni di loro.
Tuttavia questi mostri zoologici rappresentano un vero e proprio incubo per chi soffre di aracnofobia, ovvero di una una paura anormale dei ragni e di qualsiasi cosa possa anche solo evocarne il ricordo, come ad esempio, le ragnatele o oggetti che abbiano la forma di ragno.
Addendum: Esistono diversi film che hanno come protagonisti i ragni giganti. Tra i più famosi ricordiamo:
- Tarantula (1955)
- La vendetta del ragno nero (1958)
- L'invasione dei ragni giganti (1975)
- Kingdom of the spiders (1977)
- Spiders (2000)
- Arac Attack (2002)
Anche se non tratta di ragni giganti, bensì dei loro ben più comuni fratellini, va anche ricordato il film "Aracnofobia", del 1990.
Scherzi a parte: Se quanto è riportato finora rientra ovviamente nella fiction narrativa, eccovi qualche dato certo e reale sui veri ragni giganti.
Secondo la scienza una particolare specie di ragni della Groenlandia raggiungerà i 26 centimetri di altezza (zampe escluse!) attorno al 2070, a causa dei cambiamenti climatici. Si calcola che il loro carapace sarà quasi robusto quanto il kevlar utilizzato nei corpetti antiproiettile. i ricercatori mettono in relazione la crescita più rapida con le estati più lunghe e più miti.
E che dire di questi (reali) avvistamenti di ragni giganti?
- Germania, Austria e Svizzera (2008)
- Antartide (2007)
- Mekong (2008)
Scopri gli altri file mostruosi
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Zombieland
USA, 2009
Regia di Ruben Fleisher
80 minuti
Trama
Il mondo è stato già invaso dagli zombie, la popolazione è stata già quasi totalmente decimata se non ridotta in stato di morto vivente e i pochi superstiti faticano a rimanere tali. Columbus in particolare ha messo a punto una serie di regole da seguire scrupolosamente che sembrano mantenerlo in vita nonostante l'aspetto non certo da uomo d'azione. Chi invece con l'azione ci va a nozze è Tallhassee (tutti quanti si chiamano con il nome della città di provenienza come in guerra), cowboy fuori dal tempo esaltato dall'atmosfera da fine del mondo e fiero massacratore di zombie. Sul loro percorso verso un ovest presumibilmente libero da zombie troveranno Little Rock e Wichita, due sorelle tutt'altro che indifese anch'esse allo sbando.
Commento
Grandissima delusione.
Aspettavo questa zombie-com con la speranza di avere a che fare con un nuovo “Shaun of the dead”, gioiellino che più di ogni altro film ha saputo coniugare horror e humor nero. Purtroppo il paragone tra le due pellicole risultata del tutto improponibile. Là dove “Shaun” brilla per intelligenza, sarcasmo e freschezza, “Zombieland” si accomoda su una trama di una banalità disarmante, su un umorismo che non né carne né pesce, con protagonisti poco brillanti, tra cui si salva solo Woody Harrelson.
I difetti principali del film sono essenzialmente due: non fa ridere, e non è nemmeno l'ombra di un horror.
Il primo è senz'altro il più grave, visto che Zombieland nasce soprattutto come commedia. Tuttavia i momenti azzeccati sono davvero pochi e le risate di pancia sono del tutto assenti in tutti gli 80 minuti scarsini di pellicola. Il regista Ruben Fleisher decide di stare a metà strada tra la comicità grezza (sfiorata più che altro all'inizio del film) e quella addirittura disneyana, su cui si accomoda il resto di Zombieland, fino all'insopportabile finale zuccheroso.
Sul versante horror le cose vanno anche peggio: gli zombie hanno quasi tutti un make-up da B-movie anni '80, e le scene di gore e splatter sono totalmente bandite, forse per evitare censure pesanti che avrebbero limitato i guadagni al botteghino.
La trama pecca di intrinseca idiozia, anche laddove vorrebbe risultare seria o almeno seriosa. Il protagonista del film, una specie di nerd acqua e sapone senza arte né parte, risulta anonimo e scontato come una canzone di Gigi D'Alessio.
Di tutta la pellicola si salva – e anche ben più che dignitosamente – il cameo di Bill Murray che recita nella parte di se stesso, rievocando i tempi d'oro che furono di Ghostbuster e compagnia bella. Dieci minuti di buon cinema su ottanta totali di superflua e pavida burletta.
Davvero troppo poco.
- - -La recensione di Elvezio: elvezio-sciallis.blogspot.com/2009/11/zo
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The Walking dead volume 6: Questa vita dolorosa
di Robert Kirkman, Charlie Adlar e Cliff Rathburn
Edizioni Saldapress
144 pagine (b/n), euro 12
Sinossi
Separati dagli altri, prigionieri di un sadico "Governatore" che vuole costringerli a rivelare l'ubicazione della loro nuova casa, Rick, Glenn e Michonne dovranno aggrapparsi a ogni affilato frammento di loro stessi per resistere al buio ed essere in grado di risalire il pozzo oscuro in cui sono precipitati. "Questa vita dolorosa" è il sesto volume dell'odissea di orrore e sopravvivenza ideata da Robert Kirkman e resa sulla pagina da Charlie Adlard e Cliff Rathburn. In una terra desolata in cui la società precipita al grado zero e l'umano, per non soccombere, deve ancora una volta aggrapparsi alla propria capacità di adattamento.
Commento
Sesto capitolo della saga zombie a fumetti più famosa del momento. La storia ricomincia proprio dove si era fermata, vale a dire nel bel mezzo della prigionia di Rick e Michonne nella roccaforte presidiata dal folle Governatore. Può dunque risultare molto utile un ripasso del volume cinque per capire dove avevamo lasciato i nostri sopravvissuti.
"Questa vita dolorosa" è un capitolo molto adrenalico rispetto alla media di "The walking dead", che ci aveva abituato a larghi spazi dedicati allo sviluppo psicologico dei protagonisti. Kirkman e soci ci mostrano la fuga del menomato Rick (a cui il Governatore ha fatto mozzare una mano, per chi non li ricordasse) e della psicotica Michonne, che avrà modo di prendersi la sua rivincita su chi l'ha torturata e stuprata.
Dunque ritmo serrato e pochissime pause dedicate all'interazione tra i vari personaggi. I fatti narrati coprono un lasso di tempo molto breve, tanto da poter considerare questo volume come una "cerniera" tra la prima parte della storia, e questa seconda, che si è aperta con la scoperta della nuova colonia di sopravvissuti.
Nota di merito assoluta per le pagine riservate a Michonne e alla sua (allucinante) vendetta nei confronti del Governatore. Tavole non facili, che più di altre collimano con la concezione più esplicita della parola "horror".
Purtroppo gli zombie occupano sempre più un aspetto corollario della saga, visto che oramai i riflettori sono puntati sulla disumanizzazione di chi è riuscito a scampare all'Apocalisse kirkmaniana. Da una parte questo lavoro di limatura sui protagonisti, anni luce lontani dai classici eroi cinematografici, è encomiabile. Come rovescio della medaglia "The walking dead" sembra incartarsi un po' su se stesso, riproponendo conflitti etici già visti nei volumi precedente e - soprattutto - non facendo intuire dove vogliono andare a parare gli autori.
A parte queste considerazioni, TWD rimane una delle migliori graphic novel attualmente in circolazione, visto che denota una maturità assente in gran parte degli altri prodotti di questa categoria, spesso improntati - nemmeno a dirlo - su uno stile troppo fumettistico.
E' recente l'annuncio di una sua trasposizione cinematografica, con regia di Frank Darabont. Corre dunque l'obbligo di procurarsi dapprima la versione cartacea, per poter fare poi un paragone.
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UNDICI
10 settembre
Da diverse ore abbiamo gettato l'ancora a circa due chilometri da Patmos, che è ben visibile dalla nostra posizione. La giornata è bella, il mare calmo, tuttavia non riesco a togliermi dalla testa che la Nube potrebbe essere già sopra di noi, impercettibile.
Vania sta cercando di recuperare dati utili dai satelliti, ma per ora non ha saputo ricavarne nulla. Solo con la strumentazione di bordo, alcuni semplici rilevatori di gas con campionamento a diffusione, siamo riusciti a rilevare che qui in mezzo al mare l'aria è sufficientemente pulita per non correre rischi. Ciò nonostante buona parte dell'equipaggio è rintanata al chiuso, coi condizionatori accesi sulla modalità di riciclo interno.
Dopo averci raccontato la sua missione, Ernetti sembra un po' più sollevato, anche se ha urgenza di mettere le mani sul Vaso. Se non siamo ancora sbarcati è perché Rosic ha deciso di aspettare qualche ora di tempo, nella speranza che Vania riesca a ottenere quei benedetti dati. Ma, se prendiamo per vera la storia del gesuita, è evidente che ogni ritardo equivale ad altre vittime in chissà quale parte del mondo.
Stamattina sono uscito sul ponte per godermi un po' di brezza, e ho trovato Dokhu che leggeva una delle vecchie copie di “Panorama” trovate a bordo. « Tanto vale verificare subito se siamo davvero immuni a quei gas », mi ha detto. « Il prete ci farà sbarcare comunque. »
« Tu non credi alla sua storia? »
« Io sono una persona semplice. Quello che ci ha raccontato va oltre la mia comprensione. Penso che dovremmo approfittare del fatto che siamo ancora vivi per trovare un posto sicuro, dove ricominciare. Te l'avevo già detto. Se davvero questi alieni, o cosa diavolo sono, hanno lasciato qui un congegno del genere per salvaguardare il nostro pianeta, forse avevano ragione. »
« A ogni modo non abbiamo molta scelta », ho chiosato, poco propenso a discussioni etico-morali.
2Civiltà precolombiana che viveva nell'aria tropicale del moderno messico. Le cause del loro declino e della loro scomparsa rimangono ancora oggi un enigma.
3Religioso, mistico e antropologo francese (1858-1916).
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Prima dell'estate avevo parlato di un serial anni '80 che mi è rimasto nel cuore: V-Visitors.
A suo tempo ho recuperato i DVD originali e mi sono rigustato tutte le prime due stagioni, di cui parlo proprio qui. Evidentemente non sono l'unico a ricordare con affetto i rettiloni nazistoidi, visto che in questi giorni è andato in onda sulla ABC la puntata pilota del remake nuovo di zecca, questa volta intitolato "V 2009".
A quanto pare hanno cambiato nomi e protagonisti, tenendo la struttura base del serial originale, ma variandone i dettagli. Così non c'è più la perfida Diana, nei panni della generalessa aliena pronta a trasformarci in comodi spezzatini, bensì l'angelica Anna, interpretata dall'attrice brasiliana Morena Baccarin. Così a pelle mi sembra la scelta perfetta per interpretare un personaggio che fa dell'inganno e dell'apparenza le sue armi migliori. A contrastare questi nuovi visitatori ci sono l'agente FBI Erica Evans (la Elisabeth Mitchell di "Lost"), padre Landry, Ryan, un visitatore che si oppone alle mire espansionistiche del suo popolo, e molti altri comprimari.
Insomma, cambiano i protagonisti ma la struttura rimane la medesima.
La puntata pilota è ben realizzata, con effetti speciali da filmone di fantascienza (ma questa oramai non è una novità), e serve opportunamente a presentare storia e protagonisti.
Oltre alla grossa novità di Anna al posto di Diana, pare che i Visitatori abbiano subito anche un restyling tale da rendere meno fascistoidi le loro uniformi (in effetti la serie originale era un chiaro monito contro le dittature che si fingono benevole), e un approccio ancor più "infido" nei confronti dei terrestri, con infiltrati nei governi e nelle multinazionali umane più importanti.
La prima valutazione è positiva, anche se per ovvi motivi parziale. Rivista col senno di poi, la serie originale peccava di alcune grosse ingenuità, che probabilmente mancheranno del tutto in questo remake. Nonostante ciò, Visitors è un prodotto ancora oggi molto attuale, quindi ha le caratteristiche minime indispensabili per riscuotere in un certo successo anche in questo rifacimento.
Staremo a vedere, anche perchè il serial verrà trasmesso qui in Italia su Joy, da marzo 2010 in poi.
Qui sotto i primi nove minuti della puntata pilota di "V 2009".
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Non c'è niente da fare: io e la letteratura erotica non andiamo affatto d'accordo. Tenendo conto del fondamentale presupposto che è un genere difficilissimo da trattare, devo ammettere di non aver trovato quasi mai degli esempi di racconti/romanzi erotici in grado di scatenare in me quel grado di eccitazione che dovrebbe quantificare materialmente il successo di tale tipo di narrativa.
La realtà è forse che una storia pensata dall'inizio alla fine solo per accompagnare i risvolti sensuali e sessuali dei protagonisti non riesce in alcun modo a coinvolgermi.
In effetti gli unici esempi di erotismo che ricordo con piacere li estrapolo da romanzi di ben altro genere. Come dire: trovo molto più coinvolgente gli sviluppi sessuali di due protagonisti calati in una storia non esplicitamente improntata su sesso e provocazione, che non in prodotti specifici pensati e scritti per questo filone.
E' però anche vero il contrario: difficilmente trovo plausibile una storia in cui non c'è alcun tipo di riferimento al sesso. Ciò non significa necessariamente fare descrizioni minuziose di tizi che si accoppiano come criceti in calore. Potrebbero anche bastare dei semplici accenni all'attrazione tra un uomo e una donna (o tra uomo e uomo, o donna e donna). Del resto siamo tutti fatti di carne ed è verosimile che anche il più integerrimo di noi, trovandosi a che fare con una sensuale commissaria di polizia, alta, bionda e con una quarta di seno, dovrebbe quanto meno pensare "che tette!!!" Questo tanto per fare un esempio che ricorre spesso nei romanzi, in cui le protagoniste sono quasi sempre belle o almeno eroticamente intriganti.
Uno dei motivi per cui il fantasy (di un certo tipo) non mi attrae più è proprio perché sembra un genere epurato da ogni pulsione sessuale. Gli eroi al limite s'innamorano, ma non hanno quasi mai un'erezione. Le donzelle si muovono "ancheggiando come gatte", ma senza mai pensare realmente di portarsi a letto il bel cavaliere.
Victor Victoria
Allargando appena il discorso (ci sarebbero da scrivere almeno cento post in merito, e non ho intenzione di farlo), c'è anche da dire che la concezione di erotismo è quanto più soggettiva e personale. Ciò che eccita me, può risultare del tutto neutro a un maschio della mia stessa età, etero come il sottoscritto, e magari anche cresciuto nel medesimo contesto sociale.
Girando per i forum che postano foto di "celebrità", si deduce che uno dei sex symbol degli italiani è quella ragazzona svedese che corrisponde al nome di Victoria Silvsted. Ovvero la tipica pin-up con tutte le carte in regola per far colpo nell'immaginario maschile. Ebbene, a me la Silvsted non ha fai "fatto effetto". Non posso giudicarla brutta, ovviamente, ma nemmeno riesce in alcun modo a smuovere il reale augello (così viene chiamato l'organo sessuale maschile nel regno di Zamunda).
Un altro esempio è Angelina Jolie, sicuramente più sensuale della bambolona scandinava, ma nei confronti di cui sono sempre stato piuttosto freddino.
E se nemmeno tramite il puro impatto visivo si riesce a stabilire un punto di convergenza (aggiungerei: per fortuna!), direi che pensare di farlo tramite le parole scritte è quasi utopia.
Le età di Lulù
Una delle rare eccezioni, per il sottoscritto, è rappresentato da "Le età di Lulù", della scrittrice spagnola Almudena Grandes, che racconta la scoperta del sesso da parte della giovane Lulù, partendo dai suoi quindici anni, passando poi il matrimonio con Pablo, che la inizia a diversi tipi di perversioni sessuali (prendete con le pinze la parola "perversioni") e fino ad arrivare a una vero sessodipendenza narrata con forza, piglio forte ma anche con ottimo stile narrativo.
Questo romanzo funziona per due motivi: in primis perchè la Grandes è davvero abile a toccare i giusti tasti per stimolare le corde erotiche maschili (e anche femminili, credo). E poi perchè costruisce una storia in cui i protagonisti - Lulù per prima, sono tridimensionali, vivi e realistici, anche al di fuori delle lenzuola grondandi di sudore e umori.
Dal libro, che vi consiglio di recuperare, se volete tastare questo genere, è stato poi tratto il famoso film di Bigas Luna, con una stupenda Francesca Neri nei panni di Lulù.
Ecco, tanto per dirne una la Neri per me vale dieci Angeline e almeno cento Victorie.
De gustibus...
Addendum
Sarò malato (non lo nego), ma per esempio la Jolie non mi dispiace affatto in questa ricostruzione zombesca...
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"Uomini e lupi" eBook gratuito
Ok, aggiornate definitivamente i vostri bookmark: www.alessandrogirola.com/
:)
Il blog rimane - come già detto - la pagina quotidiana per dialogare con tutti voi.
Il sito invece sarà una buona vetrina per i miei lavori, elettronici e forse in futuro anche cartacei.
Colgo l'occasione, come fanno le persone serie, per ringraziare tutti quelli che ogni giorno o quasi mi lasciano un commento. So che sono cose che un vero uomo non deve dire mai (sennò lo prendono per ghei), ma sappiate che siete preziosissimi!
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"Uomini e lupi" eBook gratuito
A cura di Daniele Magni, con la collaborazione di Manuel Cavenaghi, Nicola Giglio, Maurizio Maiotti, Rossella Tripodi.
Edizioni Bloodbuster (copie limitate)
208 pagine (foto, b/n), 16 euro
Sinossi
Film di fantascienza e fantasy italiani degli anni ’80? Ma esistono?!?
Questo è ciò che ci siamo sentiti chiedere ogni volta che abbiamo rivelato l’argomento scelto per il secondo volume targato Bloodbuster.
Ecco perché ci sentivamo nel giusto realizzandolo…
Postatomici, barbarici, pellicole con alieni scoperecci, supereroi sfigati e terminators de noantri: il fantacinema nostrano di quegli anni è stato questo e altro ancora. Lasciatevi guidare alla (ri)scoperta di una pagina “oscura” della nostra cinematografia.
Rigorosamente dalla B alla Zeta!
Commento
Inutile negarlo: un tempo i nostri registi erano dei gran fighi. O meglio: erano dei ruffianoni che scopiazzavano qua e là senza ritegno, ma infilandoci quasi sempre qualcosa di loro, un tocco di “italian style”, ingrediente che ora Tarantino non smette più di lodare e tributare.
Ultimamente va molto di moda la riabilitazione malinconica di quel periodo artistico. Conservando un po' di razionalità bisogna ammettere che alcuni di quei film erano di un brutto quasi spaventoso (anzi, quasi sublime), mentre altri (pochi) possono essere considerati dei capolavori di artigianato nostrano. Eppure, anche nei casi dei B-movie o Z-movie, non mancava mai un'arruffata fantasia, un certo sfrontato coraggio, nonché la mancanza di quella orribile patina buonista che ora ricopre tutto, perfino i film di rutti & peti alla Vanzina.
Va da sé che, proprio per questo motivo, l'era del fantacinema italiano è moribonda da anni, o forse addirittura morta. Forse anche per questo i patiti di questo genere sono passati alla glorificazione di film spesso indegni, come “I predatori dell'anno Omega”, una porcata memorabile, a volte difeso oltre ogni logica umana.
“Contaminations” prende in considerazione proprio i meravigliosi anni 80, periodo d'oro per il cinema italiano, analizzando sia le perle di rara bruttezza, sia i gioiellini da recuperare assolutamente per chi, ai tempi, non ha avuto modo di vederli su qualche canale televisivo locale.
Il libro è una vera, piccola enciclopedia, corredata di foto, locandine, retroscena e recensioni spassose, che si prendono sul serio quel tanto che basta, ovvero non troppo. Ma non pensate a “Contaminations” come a un volume comico o satirico. Gli autori si intendono della materia trattata e sanno ben distinguere tra ciofeche inguardabili e film con qualche (o molti) meriti.
La dotta intruduzione, la ricca parte bibliografica, l'indice dei film, dei registi e degli attori più in voga in quegli anni completano un libro di valore assoluto per gli appassionati del genere.
Giusto per farvi venire un po' di acquolina, sappiate che troverete le recensioni di chicche come:
Giochi erotici nella terza galassia;
1990: i guerrieri del bronx;
I predatori di Atlantide;
Rage fuoco incrociato;
Gunan il guerriero;
Hercules;
Terminator 2 – Shocking dark
Bath-man dal pianeta eros
... e molti altri ancora.
Alla fine la domanda rimane senza risposta: fu vera gloria o, come spesso accade, celebriamo il passato solo perchè appartiene ai nostri ricordi?
Forse vi basterà andare a vedere “Amore 14”, ultima fatica di Moccia, per rimpiangere il nerboruto Mark Gregory nei panni dell'urban warrior Trash, un nome un programma...
"I predatori dell'anno Omega" - nomination per il peggior film di sempre!
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I ghoul sono creature dell'antico folklore arabo, a metà tra i non-morti e i demoni. La tradizione li descrive come una particolare sottospecie di Jinn (geni) malvagi, asserviti a Iblis (Satana). Sono conosciuti anche come ghul, ghilan o ghouleh (ghoul di sesso femminile). Questo termine è entrato anche nel linguaggio comune, tanto che nei paesi arabi viene utilizzato per descrivere una persona perennemente affamata o vorace. Nel corso dei secoli la leggenda dei ghoul si è ampiamente diffusa anche nel resto del mondo, Occidente compreso.
Caratteristiche distintive: I ghoul, pur rientrando nella categoria dei demoni Jinn, sono dotati di corpo materiale. Il loro aspetto fisico è quello di persone emaciate, quasi sempre glabre e dai lineamenti affilati. Visti da lontano possono essere scambiati per esseri umani, ma da vicino è impossibile non notare i denti appuntiti, gli occhi dotati di enormi pupille e la pelle spesso consumata dailla necrosi coagulativa. I ghoul sono però in grado di mutare la loro forma in quella di animali mangiatori di carogne, in particolare in iene.
Solitamente vivono in aree a bassa densità di popolazione, in quanto preferiscono dare la caccia a viaggiatori solitari, a volte inseguendoli anche per giorni prima di colpirli. I ghoul preferiscono prede giovani e facili da uccidere. Spesso e volentieri ripiegano anche sulla necrofagia. Sono infatti anche conosciuti come violatori di tombe e profanatori di cadaveri, che rientrano alla perfezione nel loro particolare regime alimentare. Più vivono in solitudine, nutrendosi di corpi morti, più subiscono degenerazioni fisiche che li rendono distinguibili dai normali esseri umani.
Poteri e armi: I ghoul che vivono in piccoli branchi riescono a sviluppare una limitata forma di telepatia, utilissima per coordinare la caccia in gruppo. Come già detto il potere più pericoloso di tali creature è il polimorfismo, nonché la capacità di sorprendere le prede dopo lunghe e pazienti attese o pedinamenti.
Pare inoltre che i ghoul siano dotati di estrema longevità. Se sono in grado di nutrirsi con una certa frequenza, possono sopravvire anche tre volte tanto rispetto agli umani.
Punti deboli: Questi mostri sono vulnerabili alle normali armi, a differenza di altri demoni e non morti. La loro robustezza li rende però difficili da abbattere, anche grazie alla pelle spessa ed elastica che li protegge parzialmente dalle armi da taglio di piccole e medie dimensioni. Come succede per altre creature soprannaturali, anche i ghoul sono molto vulnerabili al fuoco.
La reazione degli umani: I ghoul sono al contempo predatori e parassiti. Questo li rende strettamente legati alla razza umana, che fornisce loro ciò di cui hanno più bisogno: il cibo. Come già detto sono creature solitarie, organizzati in piccoli branchi. In passato era possibile trovarli solo in prossimità di luoghi ameni e abbandonati, specialmente lungo le vecchie vie carovaniere del deserto. Con l'avvento dell'era industriale pare che alcuni ghoul siano rimasti ingolositi dalla prospettiva di bazzicare le grandi città, ricche sia di vivi che di cadaveri freschi.
Circolano diverse leggende popolari che narrano di nutrite colonie di ghoul insediate nei livelli sotterranei di centri abitati di grandi dimensioni. Pare che utilizzino le gallerie fognarie o della metropolitana per catturare occasionali senzatetto e disperati, reietti del mondo di superficie, la cui scomparsa non insospettisce nessuno.
Altri si limitano a “frequentare” nottetempo cimiteri e obitori, veri e propri depositi di cibo a buon mercato. È forse possibile che i frequenti casi di profanazione di tombe e camere mortuarie siano imputabili a questi odiosi parassiti.
Proprio i ghoul “cittadini” hanno imparato a convivere in gruppi più numerosi rispetto ai piccoli branchi che infestano invece luoghi più desolati e periferici.
Addendum: I ghoul compaiono in molti libri, film e videogiochi, anche se spesso si attribuisce loro descrizioni, abitudini e poteri differenti. Spesso vengono infatti confusi con gli zombie, che hanno invece una natura assai differente.
Ricordando le più importanti opere in cui sono citati i ghoul:
Nelle opere di H.P.Lovecraft sono creature notturne e sotterranee. A volte si tratta di esseri umani tramutatisi in mostri dopo essersi abbandonati a rituali di necrofagia.
Nel gioco di ruolo Dungeons & Dragons, i ghoul sono non morti mostruosi che puzzano di cadavere. In aggiunta alla carne morta catturano e si cibano di vittime viventi. Possono paralizzare con un solo tocco; solo gli elfi ne sono immuni.
Nella serie di videogiochi di ruolo Fallout, i ghoul sono degli esseri umani mutati dalle radiazioni. Sono quasi completamente privi di pelle e il loro corpo è in costante putrefazione (da qui il loro nome), anche se riescono a vivere per moltissimi anni, ben oltre le capacità umane. Hanno scoperto che per vivere devono rimanere vicini ad una fonte di radiazioni, come un reattore nucleare. Di norma non sono violenti.
Nel gioco di ruolo Vampiri: la masquerade un ghoul è un essere umano a cui è stato dato da bere il sangue di un vampiro, e che ha ottenuto di conseguenza una maggiore longevità e poteri sovrannaturali. I vampiri prendono spesso i ghoul come servi, dato che il processo di bere il sangue di un vampiro crea un legame di fedeltà ed affetto tra il ghoul e il vampiro.
I ghoul sono protagonisti assoluti dell'omonimo film “The Ghoul”, girato nel 1933 e interpretato da Boris Karloff.
C'è anche un romanzo intitolato “The ghoul”, scritto dallo scrittore horror americano Brian Keene, che ripropone il mito di queste creature nelle vesti di mangiatori di cadaveri.
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