March 12th, 2009
In questi ultimi tempi nel sottobosco della narrativa italiana è in corso una guerra segreta che forse solo gli addetti ai lavori conosceranno.
Da una parte sono schierati tutti coloro che sostengono la "New Italian Epic" e dall'altra tutti i suoi detrattori, quelli che la dileggiano e la spernacchiano.
Cos'è la New Italian Epic?
Citando Carmilla, il sito che fa un po' da raccolta a molti scrittori riconducibili al movimento: New Italian Epic è una definizione proposta dallo scrittore Wu Ming 1 per circoscrivere un insieme di opere letterarie scritte in Italia da diversi autori - tra cui lo stesso collettivo Wu Ming - a partire dal 1993 e dalla fine della " Prima Repubblica". Tale corpus di libri è descritto come formato da romanzi - in prevalenza, anche se non esclusivamente, romanzi storici - e altri testi letterari, che avrebbero in comune diverse caratteristiche stilistiche, costanti tematiche e una natura allegorica di fondo. Si tratterebbe di un particolare tipo di narrativa metastorica, con tratti peculiari derivanti dal contesto italiano.
Se devo dire la mia, credo che alla fin fine pochi lettori "medi" abbiano capito bene cos'è esattamente questa New Italian Epic (d'ora in poi solo NIE). Citandone alcuni autori-icona, forse si rende più l'idea. Pare che nella nebulosa NIE rientrino di diritto, oltre a tutti i Wu Ming, scrittori quali:
- Massimo Carlotto
- Valerio Evangelisti
- Giancarlo De Cataldo
- Giuseppe Genna
- Kai Zen
- Carlo Lucarelli
... e sicuramente tanti altri.
Come dicevo a inizio post, c'è una vera e propria guerriglia in atto tra "pro" e "contro", tra entusiasti e detrattori. Non mancano le bordate scagliate dalle pagine di giornali (più o meno asserviti a una causa politica, visto che alla fine si arriva sempre lì), né tantomeno le crociate sul Web, appassionate e feroci, a volte volgarissime (alla faccia della buona scrittura).
Pare che questa diatriba, sempre più per addetti al mestiere, sia approdata anche in ambito accademico, tra seminari e università.
A questo punto credo che sia diventata una questione di tifo.
Che novità, eh?
In Italia tutto è tifo: a partire ovviamente dal calcio, per poi passare alla politica, alla lotta per i diritti civili etc etc. Anche la religione è "tifo", altro che Fede!
La mia umilissima opinione da bracciante della narrativa di genere a costo zero è che in tal modo si perde di vista l'interesse della causa per pensare solo a chi perora la causa stessa.
Dunque, così come i politici diventano sempre più ego-riferiti difensori della propria immagine, perdendo di vista il bene pubblico, gli scrittori che passano il tempo a incensarsi o a smerdarsi perdono di vista il loro scopo primario: garantire ai lettori dei buoni libri.
Per buoni libri io intendo romanzi che siano in grado di soddisfarre una variegata gamma di potenziale pubblico: dal puro intrattenimento, alla narrativa impegnata.
Che senso ha decidere, di punto in bianco, che solo un piccolo numero di scrittori detiene il monopolio dei buoni libri prodotti in Italia?
E, viceversa, che senso ha decidere (dalla parte avversa) che tutti costoro sono necessariamente cialtroni, boriosi pieni di sé e mafiosetti che si scambiano favori?
A me, da lettore, interessa comprare dei libri di qualità. A volte ho bisogno di letture impegnate, tipo Gomorra o qualcosa di Giuseppe Genna, altre volte m'interessa un romanzo puramente di genere, come può essere un horror di Brian Keene o un thriller tutto azione & testosterone.
Perchè dovrei sentirmi stupido nell'uno o nell'altro caso? Un lettore non dovrebbe poter usufruire di più scelta possibile, proprio come avviene per la musica, il cinema o altro?
Al posto di passare il tempo a spalarsi letame addosso, gli scrittori e i sostenitori delle due fazioni non potrebbero impegnarsi nel migliorare il mercato letterario italiano, ciascuno secondo il proprio modello ideale? Al posto che cazzeggiare scrivendo articoli-fiume in cui s'invita a non leggere questo o quel romanzo, oppure mega-manifesti autopromozionali in cui si strilla al mondo di essere i più fighi, perchè non rimboccarsi le maniche e rendersi conto che il panorama narrativo, fuori dal Belpaese, è cambiato radicalmente?
Ripeto e concludo: dico tutto questo con punto di vista semplice e concreto di un buon lettore, ma che non ama perdere tempo definendo sub-culture letterarie, né denigrandole in stile integralista islamico.
Datemi solo dei buoni romanzi, please.
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