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Flash Forward – Avanti nel tempo

di Robert J. Sawyer

Fanucci Editore (collana Tif)

14.90 euro


 

Un esperimento scientifico induce un temporaneo spostamento della percezione collettiva. Improvvisamente tutti gli abitanti della Terra vanno avanti nel tempo di ventun anni, e possono così vedere alcuni minuti del loro futuro mentre i loro corpi rimangono in stato d'incoscienza. Quando il mondo si risveglia c'è chi ha osservato eventi devastanti o deprimenti, chi ha visto realizzare i suoi sogni e desideri, chi non ha trovato assolutamente nulla.
 

Commento

 
Da questo romanzo prende spunto il serial televisivo Flash Forward, ma i punti di contatto si limitano all'idea del cronolampo, mentre tutto il resto diverge, partendo dai personaggi fino ad arrivare alla trama vera e propria.

Innanzitutto nel romanzo il salto temporale è di ben 21 anni nel futuro (nel serial si tratta di soli 6 mesi). Questo comporta, da parte dell'autore, un vero e proprio sforzo creativo, visto che è ben più complesso e difficile immaginare un futuro “lontano” che non uno che sta dietro l'angolo.


Sawyer è uno scrittore di fantascienza possibilista, con un occhio di riguardo per l'aspetto sociale e per lo sviluppo psicologico dei protagonisti, senza però scadere nel prolisso e nell'inutile morbosità.

Gli “eroi” di questo romanzo sono tutti scienziati, ovvero gli stessi inconsapevoli responsabili del cronolampo destinato a mutare il destino di moltissime persone. La maggior parte di loro risulta un po' stereotipato (ma a questo punto viene da pensare che davvero gli scienziati siano così, geniali e svagati), ma credibile. Non ci sono bravi e cattivi, solo persone con ambizioni, debolezze, invidie e slanci di generosità.

L'elemento weird di Flash Forward è ovviamente l'ipotesi del viaggio del tempo, pur se fatto solo con la dislocazione del pensiero e non col corpo fisico. Cosa vedremmo se potessimo proiettarci di ventuno anni del futuro, anche se solo per pochi minuti? Forse la cosa peggiore sarebbe, paradossalmente, non vedere niente, proprio come capita a uno dei protagonisti del libro. Non vedere nulla vuol dire essere morti? Probabilmente sì. Perciò, se capitasse a voi, non cerchereste di fare di tutto per evitare la tragica evenienza?

Ovviamente l'interrogativo pone una domanda ancora più grande: esiste il libero arbitrio o, come pensavano gli autori greci, ciascuno di noi ha il destino già scritto?

Per dare la sua risposta, Sawyer ricorre tanto alla filosofia (spiccia) quanto alla meccanica quantistica. I teoremi scientifici esposti sono esposti con sufficiente chiarezza, tranne qualche passaggio, di modo che possano essere compresi anche da chi non ha mai masticato certi argomenti.

Solo sul finale, quando gli scienziati replicheranno, questa volta volutamente, un secondo cronolampo, l'autore dà una netta quanto breve sterzata verso la fantascienza più pura e alta, lasciando però i nuovi interrogativi con poche risposte e molto su cui ragionare, discutere.

L'aspetto geopolitico del balzo nel futuro è trattato tramite agenzie di stampa, estratti da quotidiani, siti web e programmi televisivi. Attraverso brevi citazioni Sawyer compone un mosaico complesso, non uniforme né completo, ma interessante e speculativo. Il futuro visto durante il cronolampo è per certi versi diverso e fantastico (esistono auto volanti, rigenerazione cellulare, l'ingegneria genetica è molto sviluppata), ma per altri poco soprendenti (ci sono ancora guerre, disparità sociali, disoccupazione.) L'uomo non ha mai messo piede su Marte, anche se l'India ha creato una base permanente sulla Luna. Le intelligenze artificiali non sono state inventate, anche se esistono computer potenti e multifunzione.


In sostanza Flash Forward è un romanzo che va oltre la sufficienza, pur difettando un po' nel ritmo e abusando di qualche stereotipo tipico del genere. Sawyer ha una scrittura pulita e piacevole, in grado di non annoiare nemmeno quando si va a impelagare in qualche postulato di fisica quantistica difficile da digerire.

Nota finale: ma era davvero necessario scegliere una copertina composta da immagini prese dal serial TV, pur considerando che nessun personaggio corrisponde con quelli della versione cartacea?

Facile e banale cartina di tornasole...
 


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Recensione: Pandorum

  • Dec. 13th, 2009 at 9:59 AM
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Pandorum
di Christian Alvart
Germania/USA 2009

Astronave Elysium: un progetto di arca spaziale destinato a portare oltre 60.000 terrestri su un pianeta vivibile, Tanis, scoperto da una sonda automatizzata lanciata in un altro sistema solare. La durata prevista del viaggio è di 123 anni, con una potente propulsione nucleare di ultima generazione.
Due astronauti si risvegliano dall'animazione sospesa. Il criosonno rallenta i loro processi mnemonici. Non sanno a che punto è il viaggio, non capiscono che fine ha fatto il resto dell'equipaggio di corvetta, né perché il reattore della nave è in fase di spegnimento. Ma basterà loro cacciare fuori il naso dalla sala piloti per accorgersi che la nave è infestata da orrendi mostri umanoidi che si stanno cibando, poco alla volta, del resto dei passeggeri dormienti nelle cabine di ibernazione.
Cosa sono questi mostri? Alieni che hanno attaccato la nave? Mutanti? Creazioni dei laboratori genetici della Elysium? Qualunque sia la risposta, c'è una sola certezza: se i pochi superstiti dell'equipaggio operativo non riusciranno a riattivare il reattore, per la nave non ci sarà speranza di proseguire il viaggio.


A quanto pare la fantascienza si sta risvegliando dal cybertorpore dell'ultimo decennio, tornando ai fasti spaziali che sembravano oramai appartenere a un'altra epoca. Dopo lo psicologico, stupendo Moon, ecco Pandorum, di certo più adrenalico e cupo, ma non per questo meno riuscito. Questo film sembra raccogliere idealmente il testimone da un insieme di illustri predecessori, da Alien a Punto di non ritorno, passando per il videogioco (con relativa trasposizione animata) Dead Space.
L'immensa nave Elysium è il luogo ideale dove ambientare una trama ricca di misteri e suggestioni. La sindrome di Pandorum, una sorta di psicosi causata dal viaggio spaziale, è solo lo spunto per una serie di intricati enigmi da risolvere, tutti caricati sulle spalle dello sparuto gruppetto di astronauti risvegliati dalla procedura d'emergenza dell'arca spaziale.
I mostri necrofagi che infestano l'Elysium sono implacabili e feroci, anche se qualcosa nel loro make up gommoso convince meno del dovuto. Ben più riuscita l'architettura della nave, fatta di lunghi corridoi metallici, condotti di manutenzione intricati come labirinti, laboratori, cucini, cisterne, serbatoi e camere-alveare di ibernazione. La marcia del caporale Bower, pilota ingegnere, verso la sala del reattore nucleare, dà la possibilità agli spettatori di gustarsi tutta questa serie di locations suggestive. A volte l'effetto richiama un po' troppo allo stile dei videogames di ultima generazione: scopri il percorso da fare, recupera un'arma improvvisata per difenderti dai nemici, fuggi quando lo scontro è senza speranza, riunisciti con altri superstiti.
Per fortuna la lunga fase di esplorazione è inframezzata con momenti in cui pian piano i membri dell'equipaggio scoprono quello che è successo dal momento della loro partenza dalla terra. Non saranno mai belle sorprese per loro, ma stuzzicheranno la curiosità degli spettatori più esigenti per questo tipo di succultenti particolari.
Il film scorre senza tempi morti, piuttosto riuscito in quasi tutti i suoi aspetti. Buoni gli attori, anche se Dennis Quaid non può competere con il luciferino Sam Neill di Punto di non ritorno.
I colpi di scena sono ben dosati e piuttosto intelligenti. Una rarità, considerando che tanti registi partono dalla presunzione di stupidità degli spettatori. Luci cupe, ambienti claustrofobici e melmosi contribuiscono nel dare una patina dark al film, che strizza l'occhio più volte all'horror, senza però mai dimenticarsi di essere soprattutto fantascienza. Per fortuna non si abusa mai di effetti speciali o CGI. L'intera pellicola ne trae giovamento.
Finale per una volta azzeccato, anche se qualche ingranaggio non funziona alla perfezione come ci si aspetterebbe.
Il risultato complessivo è un ottimo film, che finalmente prende le distanze dai vari, inutili cloni e sottocloni proliferati da Matrix in poi. Imperdibile per gli appassionati.




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Celebrities monsters & cyborg

  • Dec. 6th, 2009 at 11:54 AM
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Megan Fox in versione cyborg

Vi siete mai chiesti come potrebbe essere la vostra attrice preferita nei panni di un mostro, di un cyborg, o di uno zombie?
Visto che molte di loro non reciteranno mai in un film horror, ecco che Photoshop ci viene incontro. Oggi infatti vi propongo una bella carrellata di attrici, cantanti e starlette varie nelle loro versioni mostruose o cybernetiche. Alcune sono comunque piuttosto sensuali ^_^
Ne avevo già parlato qualche tempo fa su facebook, scoprendo che l'argomento interessava e incuriosiva più del previsto. Eccovi dunque una seconda infornata di affascinanti mostruosità. Nella mia wunderkammer troverete Megan Fox in versione cyborg, Angelina Jolie zombizzata e pronta a divorarsi il vostro cervello, Natalie Portman decapitata come novella Medusa, Christina Aguilera sexy vampira e altre piacevolezze.
Per vederle ingrandite e in sequenza, cliccate su view all images.

Le fonti sono svariate, anche se la principale è il sito Worth1000. Comunque sia, di materiale in giro ce n'è parecchio, ed è piuttosto semplice crearsene anche da sé. I risultati non sempre sono all'altezza, ma a volte saltano fuori dei piccoli capolavori.
Di queste che vi propongo nella slide qui sotto, qual è la vostra foto preferita?

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Recensione: Stranded

  • Dec. 5th, 2009 at 10:38 AM
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Stranded

Regia di Maria Lidon

Spagna 2002

Un gruppo di astronauti nel corso del primo viaggio verso Marte precipita sul pianeta e perde ogni contatto con la Terra. Privi di ogni tipo di risorsa e lontani milioni di miglia da ogni altro essere vivente i componenti dell'equipaggio sono costretti a fare scelte disperate pur di garantire la loro sopravvivenza. Riusciranno a sopravvivere e a evitare che la loro missione sia condannata all'oblio?

La Spagna è oramai da tempo all'avanguardia nel cosiddetto cinema di genere: horror, thriller e a volte anche fantascienza.

Lo dimostra questo poco conosciuto “Stranded, film del 2002 con regia di Maria Lidon. Una pellicola che sembra pescare nelle più vecchie e nobili tematiche della science-fiction anni '60 e '70, prendendo in considerazione una seria e plausibile esplorazione spaziale sul tanto citato e amato Pianeta Rosso.

Niente mostri spaziali né ammiccamenti alle cyber-menate in stile Matrix. Niente armi da fuoco, spade laser, cavalieri Jedi. “Stranded” richiama più a titoli come Mission to Mars, senza però degenerare in un caleidoscopio di effetti speciali più o meno consoni a questo genere di storie. Il film della Lindon è quasi asettico, girato negli esterni di Lanzarote, paesaggio alieno e quindi adattissimo a fingersi Marte per l'occasione.

La storia dell'equipaggio costretto a cercare una sopravvivenza quasi impossibile, conseguente il naufragio della loro navicella (europea, non americana!), è caratterizzata da un'interazione molto realistica e “umana” tra i sei membri dell'equipaggio. Niente eroismi hollywoodiani, bensì una sana e sacrosanta paura della morte per fame o per mancanza d'ossigeno. La scelta tra chi dovrà uscire dal relitto della nave, incapace di sostentare sei persone, è il momento più drammatico del film, ben reso dagli attori, che però in altri momenti sono meno perfetti nei rispettivi ruoli.

La passeggiata su Marte, che ha come unico scopo l'attesa della morte, nel tentativo di filmare tutto quel che si può prima del trapasso, è altresì particolarmente riuscita, quasi poetica, nel suo incedere lento e disperato, con gli astronuati che s'interrogano sul cosa spinge da secoli l'uomo in viaggi del genere, verso l'ignoto, lasciando casa, famiglia, sicurezze.

Colpo di scena finale, con un ribaltamento delle prospettive: chi era destinato alla morte troverà delle misteriose grotte coi resti antichissimi di una civiltà scomparsa, mentre gli astronauti rimasti sul relitto...

Film da recuperare, con la consapevolezza che non si saranno grandi effetti speciali o momenti particolarmente adrenalinici, bensì una storia sensata, avvincente e di sicuro impatto emotivo.





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Recon 2020 – The Caprini massacre

Regia di Christian Viel

Canada 2004

Nel futuro, gli uomini hanno raggiunto le stelle e stabilito colonie su molti pianeti. Ed è da quelle basi sparpagliate nel cosmo che i Marines dello spazio continuano la lotta contro i Ma'har, gli alieni ostili ed inafferrabili provenienti da un'altra dimensione che hanno distrutto la Terra, trasformandola in un globo calcinato e radioattivo. Il piccolo commando che viene inviato su Caprini per verificare la sorte del locale insediamento umano che non dà più notizie, trova un mondo devastato nel quale si aggirano robot e cyborg, zombies e lupi mannari: gli ex coloni che l'ingegneria genetica dei Ma'har ha trasformato in creature d'incubo assetate di sangue. Non soltanto da loro i marines dovranno difendersi, perchè anche i pochi superstiti si sono trasformati in barbari predoni...

Fantastica schifezza trash.

Un film che ogni appassionato degli z-movie fatti col cuore e con abbondante dilettantismo dovrebbe vedere. Recon 2020 è un pastrocchio fantahorror che scopiazza i più noti film di genere, dando vita a un improbabilissimo mix recitato da attori con l'espressività pari a quelle delle sequioia.

Partiamo dall'ambientazione: il regista tenta di spacciare una fabbrica abbandonata per una colonia umana fondata su un altro pianeta e attaccata da non meglio precisati alieni. Proprio questi temibili extraterrestri lanciano ondate di mostri contro gli indomiti marines spaziali (che fanno tanto Alien ma anche Starship Troopers). In una carrellata di orrori (nel senso che la trama fa schifo), vedremo i nostri eroi confrontarsi prima con delle blatte carnivore, poi con dei cyborg-robocop, quindi con degli zombie (!), con dei lupi mannari (!!), con un drago a tre teste (!!!) e infine con dei... pirati spaziali!

Non c'è alcuna traccia di ironia nell'inscenare questa oscenità logica, infatti la comicità è del tutto involontaria, e quindi ancora più bella. Tutto il film vede i poveri marines strisciare radenti alle pareti, prendersi a mazzate coi mostri sopra elencati e scambiarsi battute da veri macho.

Gli effetti speciali, seppur penosi in molti aspetti, non sono poi così terribili come ci si aspetterebbe da una vaccata epocale del genere. Armi ed equipaggiamenti sono accettabili, perfino quasi realistici. I mostri variano dal ridicolo (i cyborg) al decente (gli zombie). Le scene di combattimento, quasi tutti risolti con frenetiche sparatorie, sono ripetitive ma non del tutto da buttare. Certo, la CGI domina sovrana e incontrasta.

Ciò che manca è... tutto il resto. La trama, beh, non esiste. Il senso logico latita dall'inizio alla fine. Gli attori sono dei cani. Oppure dei cocainomani. Oppure dei cani cocainomani. Il tocco finale, con l'arrivo dei pirati spaziali, è il punto più basso di tutto il film.: una sequenza inguardabile che scimmiotta i vari Mad Max e compagnia bella.
La cosa più inquietante è che esiste anche un seguito (Recon 2022 – The Mezzo Incident, che cercherò di recuperare a ogni costo). E addirittura un terzo capitolo è in uscita imminente.

Anzi, volete sapere cos'è che fa ancora più paura? Recon 2020 ha vinto un importante premio al festival della fantascienza di Londra.

E poi si chiedono perché questo genere è morto...


Addendum: Non trovando il trailer di questo film, vi posto quello del sequel, che rende molto l'idea. La differenza? A quanto pare si passa dalle sparatorie su una colonia conquistata dagli alieni (un capannone abbandonato) a un'altra colonia su un pianeta ghiacciato (sarà, suppongo, un qualsiasi monte canadese).




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L'anno dei dodici inverni

di Tullio Avoledo

Einaudi

377 pagine, 19 euro


Gennaio 1982, un vecchio bussa alla porta di casa della famiglia Grandi incantandola con una storia che lo legherà indissolubilmente a loro: sta facendo uno studio sui bambini nati il giorno di Natale nella regione e vuole incontrarli una volta l'anno per seguirne la crescita. Chi è quell'uomo? E, soprattutto, come fa a sapere tante cose sul futuro? In quello stesso 1982 un ragazzo brillante e confuso intraprende la sua strada nel mondo, una strada che presto diverrà un vicolo cieco. Riuscirà a sottrarsi al suo destino? Nel 1997, due donne - la vedova Grandi e sua figlia Chiara, ormai adolescente sono in vacanza in Versilia, ma un incontro imprevisto cambierà per sempre le loro vite. In un prossimo futuro, in una Londra resa irriconoscibile da una guerra, un anziano poeta chiede udienza alla Chiesa della Divina Bomba. Dice di avere una proposta e una richiesta: vuole stringere un patto che può far rivivere, anche se in modo diverso, l'antico mito di Orfeo ed Euridice. Comincia cosi un viaggio incredibile che chiarirà ogni cosa, e dopo il quale niente sarà più lo stesso...


Commento

Che Avoledo sia da anni una delle penne più importanti del nostro paese non lo scopro di certo io. Semmai posso vantarmi di aver letto tutti i suoi libri, quando ancora non era uno scrittore da Einaudi, il salotto buono dell'editoria italiana.

Ora tanti recensori dall'ego lungo da qui a Melbourne ne parleranno come di un autore destinato a entrare nei classici, di quelli su cui magari un domani si sprecheranno quintali di alberi abbattuti per scrivere pomposi saggi autoreferenziali. A me invece piace partire da un presupposto ben diverso.

Tullio Avoledo è l'uomo (l'unico, credo), che ha riportato la fantascienza sugli scaffali più importanti delle librerie italiane. Sì, okay, esistono tante realtà underground che si occupano di questo campo. C'è anche Urania, coi suoi alti e bassi, che non sempre riesce a proporre romanzi decenti (non per colpa dei redattori, ma proprio perché oramai si scrivono pochi romanzi di sci-fi decenti).

Ma Avoledo è diverso. Lui riesce a rifilare la fantascienza sotto il naso di chi mai la leggerebbe volontariamente. Lo fa mascherandola da racconto esistenziale, da classico moderno, perfino da romanzo d'amore.

E, intendiamoci, “L'anno dei dodici inverni” è tutto questo e anche qualcosina di più.

I temi centrali del libro sono due: la storia d'amore di Chiara Grandi ed Emanuele Libonati, e il concetto di viaggio del tempo. Mai obsoleto, sempre affascinante. Chi cerca una bella storia, anche toccante, sarà soddisfatto dalla prima interpretazione del romanzo. Chi invece ama la fantascienza intelligente e pensata, andrà in sollucchero gustandosi le perle centellinate (è la parola giusta) da Avoledo.

L'amore per Philip K. Dick è talmente evidente che lo scrittore friulano s'inventa un futuro prossimo in cui esiste una religione dedicata Dick stesso, ma che mischia anche elementi e suggestioni tratte da un “videogioco del passato”, Fallout 3.

Ma i capitoli riservati al futuro compariranno solo alla fine del libro. Il principio invece è ambientato in un arco di tempo che parte dal 1982 e copre diversi anni, seguendo la nascita, la vita e la morte di Chiara Grandi. Questo, almeno, è ciò che è avvenuto nel passato dell'Universo A. Quel che invece si accinge a fare il protagonista, Emanuele Libonati, è tornare indietro nel tempo e raddrizzare quella singola vita, affinché essa non si autodistrugga. Anche se questo vorrà dire non poterla più conoscere come amante e compagna nel futuro.

Orfeo e Euridice, per l'appunto.

Lo stile di Avoledo è il solito, a cavallo tra il poetico e il concreto. Non c'è nulla, nella sua scrittura, che è messo lì per caso. Anche quando così sembra, non illudetevi: tutto, anche i piccoli dettagli, arrivano prima o poi a confluire nella solida struttura programmata con certosina abilità.

Una lieve caduta di ritmo la si coglie semmai a metà romanzo, quando (ma lo scopriremo poi), assistiamo a come sarà la vita di Chiara Grandi dopo l'intervento retroattivo di Emanuele. Ecco, in quei pochi capitoli si perde un po' di mordente, anche se la qualità rimane ben sopra la media.

Inside joke, citazioni colte e profane (si va dalle poesie ai videogiochi), poesia pura e rare ma azzeccate spruzzate d'ironia completano quello che è romanzo eccellente.

Forse non per tutti, ma eccellente.




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Recensione: Archetipi (autori vari)

  • Nov. 25th, 2009 at 7:38 AM
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Archetipi

Autori: Danilo Arona, Daniele Bonfanti, Ian Delacroix, David Riva, Giuseppe Pastore, strumm, Samuel Marolla, Biancamaria Massaro, Alberto Priora, Elvezio Sciallis, J. Romano, Luigi Acerbi.

Edizioni XII

338 pagine, 12 tavole illustrate a colori, 19.50 euro

Sinossi

Demone, Diluvio, Golem, Resurrezione, Cannibalismo, Uomo Nero, Sirene, Erede, Confini del Mondo, Natura Ribelle, Maschera, Anima.

XII Storie Archetipiche affiancate ognuna da una tavola illustrata che ne incarna l’essenza.

Gli autori ricamano sul fascino degli aspetti remoti dell’inconscio collettivo, costruendo intrecci attorno agli angoli più bui e ricorrenti della mitologia umana, per trarne una sequela organica e dirompente di racconti dall’anima antica e nerissima. Un complesso meccanismo di scritti formati a loro volta da ingranaggi e cremagliere di simboli che si compenetrano fra loro secondo un disegno ancestrale.

Contiene l'intervento XII Rintocchi di Gianfranco Nerozzi.

Commento

Intraprendente e qualificata realtà editoriale, Edizioni XII sta proponendo una gran quantità di materiale interessante, per molti versi coraggioso e sicuramente difforme dal panorama della narrativa di genere italiana.

Questo “Archetipi” è senz'altro uno dei prodotti più riusciti della piccola ma già notevole scuderia XII. Trattasi di un'antologia di racconti che mischia con efficacia scrittori consacrati (su tutti l'autore-totem Danilo Arona), giovani promesse e indubbi esperti in materia fantastico-orrorifica (Bonfanti, Sciallis etc etc).

L'idea di base, il collante della raccolta, è affascinante e originale quel tanto che basta per evitare le oramai insopportabili antologie sui vampiri, che sembrano (ma non sono) le uniche figure dell'horror degne di essere date in pasto ai lettori.

Vista la natura alquanto variegata degli scrittori scesi in campo per l'occasione, ci troviamo davanti dei racconti altrettanto eterogenei, che spaziano dal fantastico/fantasy maturo, al racconto del terrore vecchio stile, passando per la cosiddetta archeologia eretica, fino ad arrivare all'orrore più moderno e contemporaneo. Si va dalle mostruose creature che popolano i boschi in cui gli uomini vanno a caccia, alle leggende legate a un'antica civiltà scomparsa. Ottima escursione nella fantascienza, con la nuova, misteriosa chiesa proposta in "Una cosa sola". Nel mezzo una reinterpretazione del mito del golem (ahimè, forse il racconto che ho trovato più freddino), il demone Pazuzu tanto caro al nostro Arona, le terribili e per nulla sensuali sirene inventate dal già celebrato scrittore di "Malarazza". E molto altro ancora...
Insomma, ce n'è per tutti i gusti, e anche per tutti gli stili. Da quello duro di Elvezio (allucinanti alcuni passaggi del suo racconto) a quello elegane di Giuseppe Pastore.

Su alcuni archetipi pare evidente una certa fatica di inventarsi qualcosa in tema, tuttavia gli sforzi appaiono quasi sempre adeguati e mai banali. Considerando il livello medio delle antologie italiane, questo è un pregio di rarità estrema.

La mia personale valutazione va ben oltre il sei, considerando la media tra tutti i racconti proposti. Ci sono poi alcuni pezzi che raggiungono vette qualitative eccellenti e che meritano una citazione a margine. Nella classifica d'apprezzamento che ho mentalmente tracciato il podio è occupato da “Il Diluvio” (di Daniele Bonfanti), “Sirene” (di Samuel Marolla) e “Una cosa sola” (di Luigi Acerbi). Racconti molto diversi tra loro, ma che nel sottoscritto hanno regalato eguale godimento letterario.

Seguono a ruota tutti gli altri, tranne Arona, troppo outsider per poter essere giudicato in modo imparziale dal sottoscritto.

Tra l'altro la raccolta è impreziosita – parola non scelta a caso – da dodici tavole illustrate, ciascuna raffigurante un archetipo. Ottime tutte e, una volta tanto, pertinenti coi temi trattati. Come dite? È una cosa scontata? Proprio per niente. Guardatevi il pessimo lavoro grafico di molte grandi case editrici e capirete.

Un lavoro certosino, di rara eleganza, che fanno di Archetipi anche un oggetto da collezione.

Se amate il genere e siete al contempo stufi delle solite antologie svogliate, comprate questo libro, oppure smettetela di lamentarvi dei giovani autori non hanno voce e spazio.

La scelta è vostra.




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Recensione: Altered

  • Nov. 24th, 2009 at 7:32 AM
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Altered

Regia di Eduardo Sanchez

USA 2006

Negli intricati, bui e labirintici boschi della Florida una storia di uomini e alieni. Quindici anni fa proprio in quei boschi cinque amici erano stati catturati e rapiti da misteriosi extraterrestri, alieni malvagi e dalle sembianze terrificanti. Uno di loro venne ucciso e così oggi tre degli amici tornano nel bosco per vendicare l'accaduto: riescono a catturare un alieno e lo nascondono nella casa del quarto amico che oramai tenta di dimenticare la terribile esperienza, vivendo serenamente con la moglie. L'alieno a un certo momento riesce a liberarsi e per la donna e i quattro amici inizierà un nuovo incubo dal quale doversi velocemente liberare.

Ennesimo titolo di fantascienza passato quasi del tutto in sordina, Altered è in realtà un ottimo b-movie in grado di riscuotere approvazione anche tra gli amanti dell'horror. Un perfetto ibrido tra i due generi, senza troppe pretese, e forse per questo riuscito più di altri film in cui sono stati investiti soldi su soldi.

Eduardo Sanchez, già regista del memorabile Blair Witch Project, si cala con cuore e con l'anima nelle moderna leggenda metropolitana, che parla di adduction, ovvero di rapimenti alieni a scopo di studio e/o brainwashing.

Solo che questa volta le cavie meditano vendetta e cercano di rendere il favore agli spaventosi Grigi che anni prima li catturarono per non meglio precisati esperimenti. Questo è lo spunto con cui Sanchez dà il via a una storia nottura, molto cupa, sanguinaria e misteriosa, che vede appunto una banda di sprovveduti redneck alle prese con un alieno dall'aspetto mostruoso, dai poteri incredibili e, soprattutto, crudele come pochi altri cugini di cinematografica memoria. Un ET dalla ferocia di una tigre, che però considera noi, gli umani, alla tregua di stupide bestie. E ne ha ben donde, visto che il confronto tra le due specie risulta alquanto impari.

Altered è del tutto privo di ironia, battutine stupide e momenti morti in cui riprendere fiato anche senza sentirne il bisogno. Questo giova alla trama, fitta e lineare, ma ben sviluppata. La prova degli attori è convincente, tranne che per alcuni passaggi con qualche incongruenza a livello di dialogo.
Gli alieni sono davvero tali, e non solo nell'aspetto. Le loro motivazioni non sono chiare (Ci studiano? Ci utilizzano? Ci considerano bestioline?), ma è evidente che sono più forti e determinati di noi. Ottima la scelta di connotare una loro evoluzione più dal punto biologico, che non da quello tecnologico. I Grigi di Sanchez sono infatti più potenti a livello osseo-muscolare, ma hanno anche sviluppato dei poteri telepatici e ipnotici che consentono loro di fare a meno di gran parte della tecnologia a base elettronico-informatica. Non a caso, nell'unica ripresa in cui si scorge la loro navicella, essa appare come una sorta di rana organica in grado di viaggiare nello spazio.

Echi di HPL? Probabilmente sì.

La recensione di Elvezio: http://elvezio-sciallis.blogspot.com/2008/10/altered.html





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I Grigi (conosciuti anche come Alieni di razza Alfa, Zeta o Reticuliani (in base al sistema stellare, ζ Reticuli appunto, che è stato loro attribuito dagli ufologi) sono la tipologia di vita extraterrestre intelligente che appare più di frequente nelle moderne teorie del complotto (soprattutto tra quelle di stampo ufologico) ed in altri fenomeni paranormali correlati al fenomeno UFO, in particolare i casi di rapimento alieno. Appaiono abbastanza di frequente anche in film e fiction TV di fantascienza e tra i miti del Movimento raeliano.

Caratteristiche distintive:

Pelle : grigio chiaro, liscia come quella di un delfino. In alcuni casi può apparire grinzosa o più bitorzoluta.

Muscolatura: esile, asciutta, i muscoli sono ipotonici e spesso appaiono tanto ridotti da essere aderenti alle ossa.

Capelli: assenti Mani: quattro dita

Occhi: spesso sono coperti con delle lenti scure e morbide, che gli conferiscono un'aspetto inquietante. Una volta rimosse le lenti (ma questo avviene solo in ambienti a loro congeniali), gli occhi appaiono molto grandi, estrusi (avvolgono il lato del cranio, garantendo un'ottima vista periferica) e abbastanza inclinati. Le pupille, anch'esse molto grandi, di solito appaiono blu o marroni.

Poteri e armi: Il cervello dei Grigi è molto più sviluppato del normale, consentendogli di sopperire alla debolezza muscolare con incredibili capacità telepatiche e telecinetiche. Sembra infatti che siano dotati di 4 lobi, due frontali e due posteriori, il che li metterebbe in grado di interagire con i campi magnetici di oggetti fisici - e del corpo umano - anche a scopo difensivo, e con risultati eccezionali.

Punti deboli: Questi alieni sono dotati di una forza fisica minore rispetto a quella umana, sopperita però dalle capacità psioniche (vedi sopra). Si sono evoluti oltre il processo di riproduzione sessuale così che i loro organi genitali e il tratto digerente sono totalmente atrofizzati. Non hanno la capacità di nutrirsi o di appagarsi con attività sessuali. Secondo alcuni studiosi sarebbero parenti stretti della famiglia degli insetti. Visto che si tratta di creature extraterrestri, sono particolarmente vulnerabili a tossine e virus specifici del nostro pianeta, anche se pare del tutto probabile che i loro scout incaricati di scendere sulla terra siano vaccinati o protetti in altro modo da tali rischi biochimici.

Le reazioni con gli umani: “Grigi” è un termine generico per indicare questo tipo di alieni. In realtà esisterebbero molte sottorazze, dai più pacifici Zetas ai crudeli Bellatrix, fino ad arrivare ai subdoli Grigi di Orione, tra l'altro più alti e robusti rispetto ai loro cugini. I Grigi sono gli alieni coinvolti nelle mutilazioni di bestiame bovino. Essi assorbono certe sostanze da parti del bestiame bovino che li stabilizzano durante il processo di clonazione. Tali sostanze possono essere messe sotto la lingua per dargli sostentamento e stabilità per un certo tempo e provengono da membrane mucose: labbra, naso, genitali , retto ed anche da certi altri organi. Queste sostanze ghiandolari servono come nutrienti al posto del cibo.

Generalmente i Grigi non provano sentimenti, emozioni o compassione, sono freddi calcolatori e guardano agli esseri umani come ad una razza inferiore, li considerano come un coltivatore considera la sua mandria. Sono paragonabili ai cannibali umani. La manipolazione genetica è lo strumento che essi utilizzano per impedire l'estinzione della loro razza.

Secondo alcuni ufologi, tutte e tre le etnie di Grigi sarebbero in realtà asservite a un'altra civiltà aliena, i temutissimi Rettiliani. Una sottimissione che a quanto pare dura da millenni.


Fonti:


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Fase IV: distruzione terra

  • Nov. 21st, 2009 at 9:16 AM
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Fase IV: distruzione terra
di Saul Bass
USA, 1974

L'Istituto Nazionale di Ricerca incarica l'ecologo Hubbs e il matematico Lesko di studiare l'apparente sovvertimento dell'equilibrio ambientale in Arizona che - causato probabilmente da un fenomeno cosmico - ha spinto colonie di milioni di formiche a distruggere le fattorie, ad aggredire e divorare animali e uomini. Operando da una base sperimentale nei pressi di Paradise City - una cittadina ormai completamente abbandonata dai suoi abitanti - i due ricercatori svolgono i primi esami dei giganteschi formicai che si elevano di fronte a loro, ma ben presto, quello che sembra un lavoro di routine fatto di raccolta di campioni e di analisi al computer, precipita in una situazione di terrore. Le formiche seguono una lucida strategia di movimento, si moltiplicano a ritmo incredibile e rivelano una rapida assuefazione anche ai i più potenti veleni. Nella stazione scientifica, la giovane Kundra, scampata al massacro della sua famiglia, è testimone della sorda rivalità che comincia a dividere i due scienziati sul modo di affrontare l'incalzante minaccia: mentre Lesko ritiene possibile tentare un'elementare forma di contatto con il "cervello" che guida gli insetti mediante segnali elettronici, Hubbs decide di portare loro la guerra senza ulteriori indugi.
(Fonte: www.fantafilm.net )

Film di culto per appassionati della fantascienza "intelligente", Fase IV non è affatto un film semplice o banale, come magari farebbe supporre il titolo che ammicca al catastrofismo. Saul Bass riesce a creare una delle più verosimili minacce al genere umano senza ricorrere ad alieni, mostri o vampiri. Le nostre normalissime formiche, influenzate da una sconosciuta e invisibile radiazione cosmica, risultano più minacciose, coordinate e organizzate rispetto a gran parte delle tante invasioni inventate dal cinema di fantascienza.
Il regista, avvalendosi anche di spezzoni tratti da uno splendido documentario dell'epoca, ha pieno successo nel rendere le formiche del tutto "aliene" ai nostri occhi, ma anche terribilmente minacciose e intelligenti. Seguendo i loro preparativi bellici, le silenziosi "riunioni operative" nei tunnel delle colonie sotterranee, si ha la forte sensazione di essere su un altro (micro)mondo, ben più complesso e biologicamente diverso dal nostro rispetto ad altre civiltà extraterrestri ipotizzate su chissà quali pianeti lontani dalla terra.
Le musiche evocative e disturbanti di Brian Gascoigne e Stomu Yamashita completano l'effetto estraniante, rendendo alla perfezione l'idea che sta alla base del film: il confronto/scontro tra l'attuale specie dominante (l'uomo) e quella che vorrebbe prenderne il posto (le formiche).
Complessi anche i due protagonisti principali, il cinico Hubbs e il più emotivo Lesko. Nei loro dialoghi, nel modo di reagire alla minaccia, Saul Bass ci fa intravedere le due grandi categorie in cui si dividono gli scienziati messi davanti all'ignoto: quella che reagisce tentando di distruggerlo e l'altra, che invece non abbandona mai la missione di ricerca e studio.
Un film per molti versi asettico, con un finale che sfiora la metafisica: per questo non di solo intrattenimento. Pur non mancando di qualche momento poco riuscito, è nel complesso un titolo da riscoprire, ovviamente non per chi ha il terrore assoluto per le formiche e gli insetti in generale.
Una cosa è certa: se essi dovesso acquisire una volontà globale, della razza umana rimarrebbe ben poco. Altro che 2012...




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Recensione: 2012

  • Nov. 15th, 2009 at 9:30 AM
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2012
di Roland Emmerich
USA 2009
158 minuti circa

Uno scienziato indiano scopre che la fine del mondo a causa di un’intensa attività solare è vicina. I potenti del mondo elaborano un piano per salvare parte della popolazione umana (una specie di nuovo m ito di Noè) in modo tale da poter ricostruire la società umana alla fine della catastrofe. Continuate a leggere per la recensione completa e il trailer. (Fonte: www.filmkit.it )

Attenzione: la recensione contiene qualche piccolo spoiler qua e là.

A volte scindere il critico dall'appassionato è difficile.
2012 è un film che mi ha messo in serio imbarazzo: da una parte rappresenta tutto ciò che di scontato c'è nei film di registi come Emmerich, dall'altra mette in mostra un luna park visivo e visionario che nessun amante del catastrofismo può ignorare. Per buona pace di chi si aspettare una stroncatura snob, dico subito che a me il film è piaciuto e che lo promuovo ben oltre il 6 politico.
Partiamo dai difetti.
Il lato "umano", ovvero i protagonisti, di 2012 è rappresentato da una serie di personaggi stereotipati che escono direttamente dalla lunga tradizione cinematografica catastrofista made in USA. Particolamente insopportabile la scelta della solita famiglia allargata americana: coppietta divorziata, lei col nuovo fidanzato (chirurgo plastico, manco a dirlo), figli di 7-13 anni dalla personalità complessa a causa dei genitori assenti (padre) o iperpresenti (madre). Anche il Presidente degli Stati Uniti ricalca fin troppo fedelmente quello di "Deep Impact", interpretato da Morgan Freeman. In questo caso si tratta però di Danny Glover, imbolsito ma in buona forma. Chiarissimo il riferimento a Obama, a cui auguro però di non essere conciato così da qui a tre anni.
Altro tasto dolente sono le gesta dei protagonisti, capaci di sopravvivere mentre attorno a loro milioni di persone muoiono letteralmente inghiottiti dalla terra che si spacca e che si scioglie (sempre letteralmente, eh!). La scena di una fuga di limousine da una Los Angeles che si sfalda a velocità supersonica sotto i loro piedi è una delle più spettacolari ma ridicole che ho mai visto al cinema e non. Capisco l'esigenza di portare fino alla fine dei 160 minuti questa famigliola americana per darci modo di vedere tutto il "contorno", ma questa volta Emmerich ha davvero esagerato con l'uso del deus ex machina. Esempio: sfrecciare con un minuscolo bimotore tra due grattacieli che si sbriciolano e portare a casa la pelle, non è tollerabile.
Detto questo...
L'impatto visivo di un film come 2012 è... devastante. Non ricordo una distruzione così capillare o totale rappresentata su pellicola. Il nostro buon regista non ci risparmia nulla e, per chi se lo chiedesse, il mondo questa volta lo distrugge per davvero. Niente eroici scienziati che alla fine rappezzano la terra con qualche boiata inventata di sana pianta. No: Emmerich è impietoso e, come il Dio del Vecchio Testamento, travolge tutto con furia disumana.
Trascendendo per un momento i flebili presupposti scientifici che innescano la Fine, devo ammettere che il progredire della devastazione ha qualcosa di ipnotico e appassionante. Si parte dalla livellazione di Los Angeles (e dell'intera California), risucchiata nelle viscere ribollenti del pianeta, in una sequenza indimenticabile che dura più di dieci minuti. Passiamo poi all'eruzione del parco di Yellowstone trasformato in un colossale vulcano che ricoprirà di lapilli e cenere nera metà degli Stati Uniti. Arriviamo alle Hawaii, trasformate per l'occasione in bolle di magma ribollenti che ricordano un scorcio di inferno dantesco. Se non vi basta, eccovi Roma e San Pietro spaccati in briciole come un uovo caduto a terra, con tanto di Papa triturato dalle pietre mentre benedice una folla spaventata (perché, si sa, gli italiani nel momento del bisogno si affidano solo alla Fede).
Il clou arriva con l'annichilimento di Washington, dapprima colpita dai fumi eruttati da Yellowstone (una scena che ricorda, e non a caso, "The day after"), e poi colpita da uno tsunami alto cinquecento metri, che scaraventa la portaerei John Kennedy direttamente sulla Casa Bianca e sulla testa del Presidente Obama (ma sì, dai, che è lui), coraggiosamente rimasto a crepare insieme ai suoi elettori.
Ecco, proprio gli tsunami concludono questo allucinante luna park, inghiottendo il mondo con delle muraglie d'acqua che sommergono qualunque cosa, arrivando (in un impulso di isteria distruttiva, credo) a rasentare la punta dell'Everest.
Insomma: qualcosa di molto vicino al godimento estatico.

Ultimo commento dedicato all'ideologia del film, se così si può definire: morale in grana grossa sui ricchi che riescono a comprarsi la salvezza coi soldi, anche se poi lo spirito di solidarietà umana riuscirà a salvare anche qualche povero operaio tibetato dalla Fine di Tutto. Strizzata d'occhio alle Scritture, con le mega-arche su cui un pugno di esseri umani (400.000, se non ricordo male) che scamperanno al nuovo diluvio universale, insieme a qualche animale, le più importanti opera d'arte di sempre, e a qualche leader dei paesi del G8, rei e allo stesso tempo meritevoli di aver costruito in gran segreto queste colossali navi durante i tre anni di preavviso prima del gran botto finale.
E dove andranno a parare questi novelli Noe? A quanto parte Capo di Buona Speranza non è stato sommerso, perciò ci sarà la possibilità di affidarsi ai notoriamente altruisti sudafricani per cercare di ricostruire la civiltà umana.
La famigliola americana allargata, che fine farà? Provate a indovinarlo un po'.

Aggiungo una postilla finale: in 2012 Berlusconi è l'unico leader mondiale, insieme a Obama, a morire inghiottito dalle viscere della terra. Non è forse un buon motivo per andare a vederlo e gustarsi la scena?




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Dark City

  • Nov. 12th, 2009 at 2:34 PM
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Dark City
Usa, 1998
di Alex Proyas
con Rufus Sewell, William Hurt, Jennifer Connelly, Kiefer Sutherland, Richard O'Brian

Dark City è un film che risale al 1998, il che lo rende quasi datato, specialmente in questi tempi moderni in cui le cose "vecchie" di più di un anno vengono già ritenute obsolete. Eppure stiamo parlando di un film, noto più che altro agli appassionati, a cui un'importante fetta della cinematografia moderna che si occupa di fantastico e fantascienza deve rendere eterno merito.

In una città in cui è sempre notte, strane figure, che rispondono all'appellativo di "stranieri", si aggirano per le strade, nei vicoli, nelle case e nelle vite di ignari cittadini modificandone e modellandone a loro piacimento le vite e i destini.
Portano avanti il loro esperimento per scoprire cos'è che ci rende umani, studiando, loro che posseggono una memoria ed una volontà collettiva, la nostra capacità di essere singoli individui.
L'atmosfera è buia e cupa, fosse solo per il fatto che non riusciamo mai a vedere la luce del giorno, non arrivando mai a capire, visto che il tempo è scandito solo da orologi a lancette, se gli eventi si stiano svolgendo di giorno o di notte, o se il tempo si sia congelato in un preciso momento.
Ogni giorno alle 24 (o le 12?) gli Stranieri si "accordano", e tutta la città cade in un sonno profondo. E mentre tutti dormono, la città cambia fisionomia, i ricordi migrano da individuo ad individuo, le vite si mescolano. (cit: www.filmscoop.it/)
Ma ogni tanto qualcuno resiste ai poteri ipnotici degli Stranieri e rimane sveglio mentre il resto della città dorme. Questo è il caso di John Murdoch, accusato dalla polizia per una serie di delitti che non ricorda di aver commesso. Nel suo tentativo di scoprire la verità su se stesso, arriverà invece a scoprire la gigantesca menzogna in cui lui e tutti gli altri abitanti della città vivono.

Il film è un precursore del ben più famoso Matrix, e a mio parere lo supera di qualche misura, perchè Proyas (il regista di Dark City) punta più su atmosfere oniriche e fantastiche che non sul semplicistico confronto uomo-macchina, tema portante della trilogia wachowskiana.
John Murdoch è molto più umano di quanto riesce a esserlo Neo in oltre sei ore di pellicola. Il suo arrancare per la città in cerca della verità (su se stesso, e poi su tutto il resto) ricorda un lungo, elaborato incubo che ciascuno di noi teme prima o poi di poter fare.
La città stessa è la coo-protagonista ideale di Murdoch: un luogo vivo e mutevole, che confonde anche gli spettatori, offrendo pochissimi punti di riferimento e mille occasioni per confondersi, perdersi e sospettare di tutti. Un architettura a metà tra il retrò e il post moderno la rendono, a mio parere, una delle migliori location mai inventate come ambientazione di un film.
Anche gli Stranieri sono azzecati sia in rappresentazione che come caratterizzazione. Essi ricordano vagamente dei vampiri, ma non si nutrono di sangue, bensì di ricordi. Anch'essi si muovono solo col buio e trattano gli umani come semplice bestiame, qualcosa da sfruttare e spersonalizzare.

Un film da recuperare e da rivedere più volte, specialmente per chiunque abbia in mente di girare o scrivere qualcosa che riprende in un certo qual modo queste tematiche a sospese tra l'onirico, il fantastico e la fantasociologia.




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V 2009 - il remake di Visitors

  • Nov. 6th, 2009 at 2:29 PM
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Prima dell'estate avevo parlato di un serial anni '80 che mi è rimasto nel cuore: V-Visitors.
A suo tempo ho recuperato i DVD originali e mi sono rigustato tutte le prime due stagioni, di cui parlo proprio qui. Evidentemente non sono l'unico a ricordare con affetto i rettiloni nazistoidi, visto che in questi giorni è andato in onda sulla ABC la puntata pilota del remake nuovo di zecca, questa volta intitolato "V 2009".
A quanto pare hanno cambiato nomi e protagonisti, tenendo la struttura base del serial originale, ma variandone i dettagli. Così non c'è più la perfida Diana, nei panni della generalessa aliena pronta a trasformarci in comodi spezzatini, bensì l'angelica Anna, interpretata dall'attrice brasiliana Morena Baccarin. Così a pelle mi sembra la scelta perfetta per interpretare un personaggio che fa dell'inganno e dell'apparenza le sue armi migliori. A contrastare questi nuovi visitatori ci sono l'agente FBI Erica Evans (la Elisabeth Mitchell di "Lost"), padre Landry, Ryan, un visitatore che si oppone alle mire espansionistiche del suo popolo, e molti altri comprimari.
Insomma, cambiano i protagonisti ma la struttura rimane la medesima.
La puntata pilota è ben realizzata, con effetti speciali da filmone di fantascienza (ma questa oramai non è una novità), e serve opportunamente a presentare storia e protagonisti.
Oltre alla grossa novità di Anna al posto di Diana, pare che i Visitatori abbiano subito anche un restyling tale da rendere meno fascistoidi le loro uniformi (in effetti la serie originale era un chiaro monito contro le dittature che si fingono benevole), e un approccio ancor più "infido" nei confronti dei terrestri, con infiltrati nei governi e nelle multinazionali umane più importanti.
La prima valutazione è positiva, anche se per ovvi motivi parziale. Rivista col senno di poi, la serie originale peccava di alcune grosse ingenuità, che probabilmente mancheranno del tutto in questo remake. Nonostante ciò, Visitors è un prodotto ancora oggi molto attuale, quindi ha le caratteristiche minime indispensabili per riscuotere in un certo successo anche in questo rifacimento.
Staremo a vedere, anche perchè il serial verrà trasmesso qui in Italia su Joy, da marzo 2010 in poi.

Qui sotto i primi nove minuti della puntata pilota di "V 2009".




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A cura di Daniele Magni, con la collaborazione di Manuel Cavenaghi, Nicola Giglio, Maurizio Maiotti, Rossella Tripodi.
Edizioni Bloodbuster (copie limitate)
208 pagine (foto, b/n), 16 euro


Sinossi

 

Film di fantascienza e fantasy italiani degli anni ’80? Ma esistono?!?
Questo è ciò che ci siamo sentiti chiedere ogni volta che abbiamo rivelato l’argomento scelto per il secondo volume targato Bloodbuster.
Ecco perché ci sentivamo nel giusto realizzandolo…
Postatomici, barbarici, pellicole con alieni scoperecci, supereroi sfigati e terminators de noantri: il fantacinema nostrano di quegli anni è stato questo e altro ancora. Lasciatevi guidare alla (ri)scoperta di una pagina “oscura” della nostra cinematografia.
Rigorosamente dalla B alla Zeta!

 

Commento

 

Inutile negarlo: un tempo i nostri registi erano dei gran fighi. O meglio: erano dei ruffianoni che scopiazzavano qua e là senza ritegno, ma infilandoci quasi sempre qualcosa di loro, un tocco di “italian style”, ingrediente che ora Tarantino non smette più di lodare e tributare.
Ultimamente va molto di moda la riabilitazione malinconica di quel periodo artistico. Conservando un po' di razionalità bisogna ammettere che alcuni di quei film erano di un brutto quasi spaventoso (anzi, quasi sublime), mentre altri (pochi) possono essere considerati dei capolavori di artigianato nostrano. Eppure, anche nei casi dei B-movie o Z-movie, non mancava mai un'arruffata fantasia, un certo sfrontato coraggio, nonché la mancanza di quella orribile patina buonista che ora ricopre tutto, perfino i film di rutti & peti alla Vanzina.
Va da sé che, proprio per questo motivo, l'era del fantacinema italiano è moribonda da anni, o forse addirittura morta. Forse anche per questo i patiti di questo genere sono passati alla glorificazione di film spesso indegni, come “I predatori dell'anno Omega”, una porcata memorabile, a volte difeso oltre ogni logica umana.
Contaminations” prende in considerazione proprio i meravigliosi anni 80, periodo d'oro per il cinema italiano, analizzando sia le perle di rara bruttezza, sia i gioiellini da recuperare assolutamente per chi, ai tempi, non ha avuto modo di vederli su qualche canale televisivo locale.
Il libro è una vera, piccola enciclopedia, corredata di foto, locandine, retroscena e recensioni spassose, che si prendono sul serio quel tanto che basta, ovvero non troppo. Ma non pensate a “Contaminations” come a un volume comico o satirico. Gli autori si intendono della materia trattata e sanno ben distinguere tra ciofeche inguardabili e film con qualche (o molti) meriti.
La dotta intruduzione, la ricca parte bibliografica, l'indice dei film, dei registi e degli attori più in voga in quegli anni completano un libro di valore assoluto per gli appassionati del genere.
Giusto per farvi venire un po' di acquolina, sappiate che troverete le recensioni di chicche come:

 

  • Giochi erotici nella terza galassia;

  • 1990: i guerrieri del bronx;

  • I predatori di Atlantide;

  • Rage fuoco incrociato;

  • Gunan il guerriero;

  • Hercules;

  • Terminator 2 – Shocking dark

  • Bath-man dal pianeta eros

... e molti altri ancora.
Alla fine la domanda rimane senza risposta: fu vera gloria o, come spesso accade, celebriamo il passato solo perchè appartiene ai nostri ricordi?

Forse vi basterà andare a vedere “Amore 14”, ultima fatica di Moccia, per rimpiangere il nerboruto Mark Gregory nei panni dell'urban warrior Trash, un nome un programma...



"I predatori dell'anno Omega" - nomination per il peggior film di sempre!


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Qual è il terribile segreto celato nella clip video che minaccia di distruggere la reputazione di David Xander, il più ammirato uomo d’affari della City, bello come una rockstar e ricco come pochi al mondo? Deve scoprirlo Alexandra Hill, la sua guardia del corpo personale, in una caccia senza tregua attraverso la Periferia e le Wastelands sulle tracce di un misterioso ricattatore.
Intorno a lei si muovono personaggi curiosi e indimenticabili, come Rue la ragazza hacker, gli squinternati Faxerr, i nomadi del deserto radioattivo e Candy la bomba sexy.

Questa è la sinossi di “Clipart”, il romanzo di fantascienza scritto da Elisabetta Vernier, pubblicato dalla Delos (codice ISBN: 978-88-95724-54-6)
Ma io il libro non l'ho ancora letto, bensì sto scaricando l'audiobook per il mio iPod Touch. L'iniziativa, davvero coraggiosa e singolare per quel paese intellettualmente rurale che è l'Italia, è di quelle che riscuotono successo e curiosità.
Pare che i download della puntate di “Clipart” si aggirino attorno ai 10.000, anche perchè, è bene dirlo, sono tutte disponibili gratuitamente sull'ITunes music store.
 

Ammetto che è il primo audiolibro che ascolto (e già il solo cambio di verbo, da leggere ad ascoltare, mi fa strano). Le sensazioni sono contrastanti. Da una parte posso affermare senza ombra di dubbio che preferisco i romanzi in formato classico, sia cartacei che ebook. Tuttavia anche gli audiobook hanno un loro fascino. È soprattutto l'idea di godermene uno mentre guido, magari il sabato notte, di ritorno dai miei giri, ad attrarmi.
Spinto dalla bella iniziativa di Elisabetta, ho cercato altri audiolibri sul music store. È quasi inutile dirvi che i titoli in italiano sono pochissimi, e quasi tutti della categoria “classici”. Invece in inglese c'è l'imbarazzo della scelta. Tanto per dirne una, ho trovato tutti i libri di Max Brooks, tra cui “World War Z”. Ed è così che ci confermiamo dei trogloditi, ogni qual volta c'è da fare qualche sperimentazione intelligente. Speriamo che qualcuno insista su questo sentiero. Quasi quasi mi è venuta voglia di trasformare anche un mio ebook in audiolibro. Chissà!

 

A ogni modo, questa è la pagina del blog di Elisabetta Vernier in cui si parla diffusamente dell'audiobook: http://www.eliver.it/clipart/il-podcast/




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Cortometraggio: H5N1

  • Oct. 11th, 2009 at 6:08 PM
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"H5N1" è un cortometraggio di Roberto De Feo, giovane regista barese, di cui ho già visto due lavori, molto diversi tra loro, ma entrambi davvero meritevoli.
"H5N1" rientra ben più che degnamente nella categoria della fantascienza catastrofica che, come sapete, su questo blog è molto apprezzata. Mi stupisco che un lavoro così buono non abbia già convinto qualche produttore ad affidare a De Feo qualche progetto con un budget superiore, magari per un lungometreggio.
Ma, del resto, siamo in Italia, baby...

La trama

Alfio (Rocco Capri Chiumarulo), Tommy (Eros Galbiati) e Giulia sono i membri - sopravvissuti - di una famiglia che vive in aperta campagna. Dopo alcuni giorni di isolamento - niente telefono, niente radio, niente TV - immersi in una rarefatta atmosfera intrisa di angoscia, i 3 si recano in città per capire cosa succede. Troveranno qualcosa di molto vicino all'apocalisse. Regia di Roberto De Feo.
Durata: 23 minuti circa
Il sito del film


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Dei simpatici dominatori occulti del nostro pianeta ne ho già ampiamente parlato qui, con tanto di consigli utili per combatterli, qualora dovreste scoprirli infiltrati nella vostra famiglia, o nell'ufficio in cui tutti vi trattano male. 
Visto che in "Milano tsumani", il romanzo a cui sto lavorando da poco, avranno un loro angolino di tutto rispetto, mi sto applicando in un'intensa fase documentativa. Ovviamente una rilettura dei mallopponi di mr. David Icke è la cosa migliore da fare. Icke, complottista come pochi altri al mondo, è davvero farneticante. Ma se si prendono i suoi saggi alla stregua di romanzi di fantascienza, risultano davvero bellissimi. Allo stesso modo, trovo i rettiliani fantastici in un contesto più ampio, come quello di cui sto scrivendo. Del resto, se non la trovassi una buona idea, perchè dovrei usarla? ;-)
Oggi sono incappato in un articolo sintetico e ben scritto, che riassume qualche dato in più su questi "mostri", rispetto a quelli già riportati negli altri miei post. Si parla della loro possibile provenienza, pur col dovuto scetticismo.
Eccolo:

I rettiloidi sono anche detti draconiani in quanto, a detta dei contattati, riferiscono di provenire dai pianeti della costellazione del drago. E’ quasi ironico accorgersi dell’improbabile coincidenza: assomigliano a draghi e provengono dalle stelle del drago. Questo spesso non fa che screditare i racconti sul loro conto. Tuttavia sono stati fatti degli studi sui corpi celesti che compongono la costellazione, con lo scopo di verificarne la vivibilità.

La stella principe della costellazione del Drago è venti volte più luminosa del Sole. Un pianeta per ospitare la vita dovrebbe avere una rotazione molto più lenta e una climatologia estremamente torrida sul modello di deserti come il Kalahari e il grande Erg algerino. Le forme di vita più adatte a questo tipo di ambiente sono artropodi del tipo aracnide e rettili predatori sul modello degli sfenodonti australiani.
Questa flebile possibilità mantiene viva la speranza dei più convinti.
Ipotesi più azzardate, basate sui racconti degli addotti, sostengono che questa razza, di tendenza tipicamente minacciosa, possa essere dietro a tutto il programma di rapimenti di cui saremmo vittime. Le razze grige sarebbero governate a loro volta dalle menti rettiliane, in una organizzazione cosmica di sfruttamento delle specie. (fonte: www.roswell.it/)

Stramberie e teoria della cospirazione a parte, fa se non altro riflettere il fatto che sui rettiliani ci sono moltissimi articoli, saggi, segnalazioni. Ma anche: rimandi storici (ovviamente presunti), testimonianze più o meno attendibili, congetture pseudo-scientifiche. Digitando "rettiliani" (in italiano) su Google si ottengono 34.300 risultati. Quel che fa impressione è che ci sono migliaia di persone che ci credono per davvero (va beh, c'è anche gente che crede agli elfi, ai grigi, agli zombie nazisti, nonchè a Giacobbo e Berlusconi). Alcuni "ricercatori" hanno anche riscontrato una serie di censure messe in atto nei confronti di alcuni documentari prodotti dalla FOX, atti a dimostrare l'esistenza di una razza pre-umana, i rettiliani appunto, che avrebbero condizionato la nostra evoluzione. Che poi non era lo stesso di cui parlava Lovecraft, attraverso la bibliografia legata ai Grandi Antichi?
Concludo postandovi un video in italiano che, rettiliani o meno, contiene comunque una grande verità: siamo schiavi. Forse di noi stessi, della nostra civiltà. Forse (assai meno probabile) di un'oligarchia segreta di potenti che decide il destino del pianeta. O forse (decisamente improbabile), di una razza aliena mutaforme.
Ma siamo schiavi. Su questo, non ci piove.



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Il paradosso di Dummett

  • Oct. 5th, 2009 at 2:40 PM
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Visto che ieri ho parlato del nuovo serial di successo, "Flash Forward", che ha suo modo tratta di viaggi nel tempo, mi è tornata la voglia di spendere due parole su questo argomento che ho già trattato parecchio in passato.

Conoscete il paradosso di Dummett?

Un critico d'arte torna nel passato per conoscere quello che diventerà il più famoso pittore del futuro. Ebbene, questo pittore quando incontra il critico dipinge quadri in verità molto mediocri, ben lontani dai capolavori che il futuro potrebbe conoscere. Ed ecco quindi che il critico d'arte gli mostra delle stampe dei futuri capolavori. Il pittore ne è talmente entusiasta che glieli sottrae e li va a ricopiare. Nel frattempo, il critico d'arte si deve reimbarcare nella macchina del tempo per tornare alla sua epoca e lascia quindi le copie nel passato.
La domanda è questa: considerando l'intera vicenda globalmente, da dove arriva, in definitiva, la conoscenza necessaria a creare i capolavori? Dal pittore o dal critico d'arte?

Questo paradosso viene ripreso in diversi film e libri. Cito, per esempio, "Ritorno al Futuro", dove Marty suona Johnny B.Goode in pubblico. Un membro della band, colpito dall'esibizione, fa sentire il pezzo a un suo parente, guarda caso Chuck Berry (autore proprio della canzone in questione).
Ovviamente esistono paradossi ben più noti legati al viaggio nel tempo, come quello detto "del nonno", che fa appunto scervellare da sempre i fisici teorici.

Alcuni scienziati come i celebri Stephen Hawking e Roger Penrose ritengono che, qualora tentassimo in qualche modo di fare qualcosa in grado di mutare significativamente il passato, ad impedirlo interverrebbe una sorta di "censura cosmica". Per evitare questa bizzarra ipotesi si può utilizzare una teoria quantistica nota come "teoria a molti mondi" che fu proposta nel 1956 da Hugh Everett III.
Questa teoria ci dice che ci sono tante copie del nostro mondo quante sono le possibili variazioni quantistiche delle particelle che lo compongono. Ne risulterebbe dunque un numero altissimo di mondi (o dimensioni) paralleli.
Per chiarirci le idee pensiamo ad un elettrone che ruota intorno ad un protone nell'atomo di idrogeno. Tale elettrone - secondo la meccanica quantistica - non ha un valore dell'energia ben determinato, ma si può solo dire che quella energia sarà contenuta in un certo set di valori con una certa distribuzione di probabilità: l'impredicibilità della natura a livello quantistico è una caratteristica intrinseca.
Ebbene, secondo la teoria a molti mondi, per ogni livello di energia dell'elettrone esiste un differente universo; lo stesso per tutte le altre particelle.
Quindi, nelle variazioni più evidenti, ci saranno mondi in cui il nonno si sposa con la nostra nonna e mondi in cui questo fatto non avviene più.

uno che di viaggi nel tempo se ne intende...


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Flash Forward - episodio pilota

  • Oct. 4th, 2009 at 4:07 PM
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Un giorno come tanti, i 7 miliardi di abitanti di questo pianeta subiscono uno svenimento di massa, della durata di 2 minuti e 17 secondi. Durante questo brevissimo lasso di tempo, gli "svenuti" hanno l'occasione di sognare (vedere) quello che sarà il loro futuro tra sei mesi esatti da quel fatidico momento. C'è chi troverà delle risposte, chi delle sorprese chi... niente.
Al risveglio, il mondo non sarà più quello di prima, e non solo per gli innumerevoli morti causati dallo svenimento globale.
Ma c'è qualcuno dietro a quest'avvenimento di proporzioni immani? A quanto pare sì, visto che le registrazioni di una camera di sicurezza hanno immortalato uno sconosciuto muoversi durante i 2'e17'' di black out totale.

L'episodio pilota di questo nuovo serial promette benissimo, come solo i maledetti yankee sanno fare. In "No more good days" ci sono tutti gli elementi che possono immediatamente fideizzare milioni di spettatori: una storia potente e originale, un mistero da svelare, tante storie intrecciate di piccola quotidianità che s'intrecciano con un avvenimento di portata mondiale. Non da ultimo, fa la sua parte anche un cast di attori piuttosto in forma, che sembrano molto calati nei rispettivi personaggi.
Ne parlano come l'erede designato di "Lost", ma io spero che sia meno lungo (sei stagioni sono troppe anche per un prodotto geniale) e un poco più lineare.
In realtà scopro oggi in rete che il serial è tratto dal romanzo "Avanti nel tempo" di Robert J.Sawyer, che io non conosco. A questo punto preferisco ovviamente non leggerlo, e aspettare gli sviluppi di Flash Forward, puntata dopo puntata.
Non ho idea di quanto e come si sviluppera questo nuovo gioiellino prodotto dalla ABC, ma finora c'è già tutta la prima stagione pronta a essere trasmessa in Italia da Fox.
Prima puntata domani sera, ore 21.00
Buona visione!

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Recensione: District 9

  • Sep. 27th, 2009 at 4:31 PM
pensante



District 9
Regia di Neil Blomkamp
Con Sharlto Copley, Kenneth Nkosi, David James, Jason Cope, Vanessa Haywood, Louis Minnaar
112' circa
Fantascienza
 

Anno 2019: gli alieni sono sulla terra da ormai trent'anni, ma non sono né benvenuti, né integrati, né tanto meno accettati dalla maggior parte della gente. Con lo status di rifugiati sono stati accolti in Sudafrica e rinchiusi in una sorta di distretto, il Distretto 9,, che sarebbe molto più giusto definire ghetto.
Sorvegliati a vista dal personale della Multinational United (MNU), che ha anche requisito la loro nave spaziale, impedendo loro di tornare da dove sono venuti, vengono trattati come veri e propri paria.
Le cose però cominciano a cambiare quando uno degli agenti dell'MNU, Wikus (Sharlto Copley), infettato da una biotecnologia extraterrestre, è costretto a chiedere aiuto agli alieni, infiltrandosi a suo rischio e pericolo nel famigerato District 9. (fonte: http://www.zapster.it/ )


 

Deluderò da subito chi si aspetta un massacro di questo film: a me è piaciuto. È piaciuto tanto. Alla faccia dei prevenuti, dei dietrologi e degli spocchiosi.
District 9 si rivela una delle pellicole più importanti del 2009, riuscendo a mischiare fantascienza pura, divertimento e “impegno sociale”, senza scadere nello stucchevole e nel banale. Certo, la pellicola ricorda gli orrori dell'Apartheid, l'utopia dell'integrazione razziale e tutto il resto di cui si è tanto straparlato in questi mesi, ma è anche un film di genere che non risparmia effetti speciali, crudezze e adrenalina. Non è un noiosissimo film della Disney, tanto per intenderci.
Lo dimostra in primis la scelta del protagonista principale, il piccolo burocrate Wikus, che solo verso la fine del film avrà una certa forma di riscatto, più inevitabile che cosciente. La caratterizzazione stessa dei Gamberoni, gli alieni sbarcati sulla terra come tanti clandestini fanno da noi a Lampedusa, non li rende affatto simpatici allo spettatore umano: viscidi, brutti (secondo i nostri canoni estetici), incomprensibili sia nel linguaggio che nelle usanze, sono più facili da odiare che non da comprendere.
Sarà infatti solo attraverso la disperazione che Wikus imparerà quanto la crudeltà e l'opportunismo appartengono più agli umani che non ai Gamberoni, o almeno a quella parte di umani che vede negli alieni solo l'opportunità di guadagnare nuova tecnologia a costo zero.
Oltre ai mercenari del MNU, tanto spietati da risultare un po' stereotipati, ripugnano ancora di più i banditi nigeriani che vivono nel Distretto 9, tiranneggiando gli alieni, a cui vendono cibo a prezzi esorbitanti e che, al contempo, usano a loro volta come cibo, nella pratica della magia nera yoruba. Insomma: un'umanità che non esce per niente bene dalla telecamera del regista Blomkamp, a cui si può imputare forse un eccessivo cinismo, un po' di maniera. Il messaggio finale del film pare evidente: per cercare di capire chi è diverso da noi, non c'è altro modo che tentare di immedesimarsi in lui.
Tecnicamente il film è diviso in due tronconi. I primi trenta minuti sono sullo stile mockumentary, ben realizzati ma un po' confusi; il resto di “District 9” prosegue invece in termini più ordinari, e a mio parere è solo un bene, visto che la storia ne giova. Gli effetti speciali sono buoni, senza eccessi baracconeschi. Del resto la miseria degli immigrati alieni meglio si coniuga coi rifiuti tra cui vivono, che non col lustrini e paillettes a cui la fantascienza ci ha spesso abituato.
District 9 è dunque una pellicola di ottimo valore, realizzata con intelligenza e idee. Non originalissimo, per chi ha avuto occasione di vedere in passato “Alien nation”, ma a suo modo unico e notevole. Di certo rimarrà nella memoria di molti appassionati, insieme alla scena finale, azzeccatissima, che chiude i giochi in modo addirittura poetico.
 


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