La corsa selvatica
Di Riccardo Coltri
XII edizioni
190 pagine, 13 euro
Primi anni del Regno d’Italia, al confine con il Tirolo. In un’epoca oscura, ma non poi così lontana dal nostro tempo, una strana ricerca coinvolge un gruppo di agenti segreti dell’Esercito Regio, formato da soldati, stregoni e medium.
Qualcosa è arrivato, nelle vecchie contrade tra il lago e i monti. O, forse, è tornato.
Tra armi da fuoco, amuleti e Stregheria, contrabbandieri che vagano nel buio di boschi innevati e briganti nascosti tra le pareti di case marchiate con croci, le diverse avventure convergeranno nella scoperta di luoghi proibiti, di fatti maledetti accaduti in passato, e ciò che di sanguinario e misterioso è sorto da tutto questo: la corsa selvatica.
Completa l’opera l’appendice di Dario Spada, tra i più noti e stimati saggisti su miti e folclore.
Questo è il primo libro di Coltri che leggo. Ammetto di aver iniziato Zeferina – incensato dai blog del giro buono – ma di non esserne stato conquistato quanto credevo. Quindi non posso fare paragoni tra il libro che sto recensendo e la sua opera prima.
Sta di fatto che La corsa selvatica è un romanzo molto buono e, incredibilmente a dirsi, anche originale. Coltri è uno di quegli autori che potrei imparare ad adorare. Non ambienta le sue storie a New York, Los Angeles o Londra, bensì in Italia. Va anche oltre, scegliendo un periodo storico non certo tra i più amati e sfruttati dagli scrittori, ovvero i primi anni del Regno. Dietro tutto il suo lavoro si nota un lavoro di documentazione notevole, che spazia tra storia, geografia, folklore ed esoterismo. Vi pare poco?
Tra l'altro l'autore attinge a quella serie di leggende montane che tanto mi stanno a cuore (chi ha letto il mio più recente racconto lo sa), sviluppando un intrigante bestiario fatto di streghe, mannari, orchi, e segreti inenarrabili fatti di magia nera e antiche maledizioni.
La corsa selvatica ha il sano retrogusto delle storie macabre di una volta, che i nonni raccontavano durante le riunioni serali nelle stalle, oppure nei Filò. Però Coltri non si ferma sul solo orrore rurale, come fa per esempio Eraldo Baldini, bensì cerca una contaminazione fantasy originale e per questo apprezzabilissima. Senza scomodare elfi, nani rissosi e hobbit, ricrea atmosfere che hanno un sapore magico e al contempo crepuscolare. Un ex giocatore di ruolo come me non poteva non notare anche qualche eco dei migliori scenari del GDR Warhammer, coi cacciatori di streghe, i cultisti e tutto il resto.
Ma non è un romanzo perfetto, anzi. I difetti ci sono, ed è anche facile individuarli. In primis c'è troppa carne al fuoco. Il che in sé non è un male, se fosse ben cotta. Così non è. Certi episodi, certi passaggi, mettono l'acquolina in bocca, senza sfamare. Coltri abbozza un sacco di spunti interessanti, ma ne sviluppa solo alcuni. Stranamente questo trend cambia sul finale, che risulta indubbiamente la parte migliore del libro.
Secondo difetto, conseguente al primo: il romanzo è piuttosto corto. Visto la marea di personaggi e storie proposte di pagina in pagina, La corsa selvatica poteva essere lungo anche il doppio. Non amo i mattoni di 800 pagine, ma nemmeno i libri che sembrano aver fretta di arrivare alla parola fine.
Se Coltri riuscirà a migliorare questi aspetti della sua scrittura, diverrà uno dei miei autori preferiti. Questo mi pare certo. A ogni modo La corsa selvatica è un ottimo biglietto da visita, che ben illustra il suo stile e le tematiche di cui scrive.
Promosso e consigliato, anche se aspetto ulteriori sviluppi sul destino della Katertempora.
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La scheda del libro: eshop.xii-online.com/store/product_info.p
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The last winter
di Larry Fesseden
Usa 2006
In una base situata ben dentro il circolo polare artico è in atto l'ormai abituale scontro fra gli interessi di una compagnia petrolifera e quelli di alcuni ambientalisti. La prima vuole trivellare in cerca di petrolio, mascherando l'avidità di base con motivazioni di ogni tipo (posti di lavoro, fornitura di combustibile a un Occidente bisognoso...) mentre i secondi sono sempre più preoccupati da alcuni dati misurati, che sembrano indicare un riscaldamento del suolo fuori da ogni norma. Quando un membro della base viene trovato morto nella neve, nudo, uno scienziato si convince che la colpa sia di alcuni gas fuoriusciti dal sottosuolo, in grado di provocare deliri e allucinazioni. Ulteriori incidenti lo spingono a recarsi, insieme al responsabile della base, verso un vicino ospedale per alcuni esami e richiesta di aiuto. Sarà l'inizio di un lungo viaggio che li porterà a scontrarsi con forze ben più grandi e potenti dell'uomo...
Ennesimo film che richiama a quel capolavoro che è La cosa, The last winter è un film che però si distingue nettamente dai tanti cloni furbetti, prendendo le distanze dalla categoria B-movie. Si tratta ugualmente di una produzione cosiddetta minore, con una distribuzione minima e un impiego assai ridotto di effetti speciali. Come accade sempre più spesso, sono proprio questi fattori che - paradossalmente - contribuiscono alla riuscita del film.
Le pretese di serietà di The last winter si traducono soprattutto nel messaggio ecologista che sta alla base del lavoro di Fesseden. Se non altro l'argomento viene affrontato senza troppi luoghi comuni e senza scemenze da rubrica sul classico settimanale femminile che alterna alta moda e pillole di attualità. Il pensiero del regista è sì nettissimo e chiaro, ma anche suffragato da un lavoro di documentazione che - per lo meno - non pare preso di peso da Wikipedia.
A questa tematica Fesseden ricollega il mito del Wendigo, lo spirito divoratore di uomini delle tradizioni algonchine.
Però questa volta il regista ci risparmia zombie, infetti o creature mutaforme, scegliendo piuttosto di raccontare una storia fatta di fantasmi che inducono gli uomini alla pazzia e quindi alla morte. Le atmosfere, gli scenari alientanti e mozzafiato e il senso di gelo (materiale e mentale) contribuiscono a un'ottima riuscita delle ambientazioni e dei protagonisti.
Per fortuna di quelli che - come me - non amano affatto i film horror lasciati del tutto sull'ambiguita della follia, Fesseden alla fine ci mostra anche l'aspetto dei fantasmi nordici che infestano la base petrolifera: orribili, giganteschi animali mostruosi, che si manifestano in tutta la loro disturbante essenza.
The last winter è un film ben confezionato, non certo memorabile ma in grado di regalare emozioni e suggestioni, come altre pellicole di questo genere non riescono più a fare. Nonostante alcune lungaggini verso metà percorso e l'assenza di picchi adrenalinici, è una pellicola che merita almeno un'occhiata.
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Dan O'Bannon, sceneggiatore e vera anima artistica di Alien, è morto in un 'ospedale di Los Angeles; aveva 63 anni.
O'Bannon, che ha cominciato la sua carriera artistica alla UCLA insieme a John Carpenter (dalla loro collaborazione è nato Dark Star) era entrato nella storia dell'horror contemporaneo (e nel cuore degli appassionati) grazie ad un "piccola" gemma come Il ritorno dei morti viventi. Attivo soprattutto come sceneggiatore, O'Bannon ha scritto pagine importanti del cinema fantastico: Total Recall, Screamers, Space Vampires e, soprattutto Alien (la buona riuscita del film si deve essenzialmente alla sua tenacia) hanno riscritto i canoni del genere.
Nonostante fosse malato da tempo, Dan era dotato di un entusiasmo quasi infantile e di un amore per il cinema praticamentente incontaminato che lo ha aiutato a superare i momenti difficili e a non darsi mai per vinto. Il suo unico rimpianto era quello legato a The Resurrected, film che gli venne strappato di mano al momento del montaggio e distribuito in una versione che Dan non ha mai approvato. (Fonte: http://www.moviesushi.it/ )
Cervello!
Mi piace ricordare questo eccellente artigiano del fantastico con un estratto del suo gioiellino, Il ritorno dei morti viventi. Horror, parodia, film d'assedio, nuova linfa vitale di un genere che iniziava a perdere colpi: ecco cos'è stato. Gli zombie di O'Bannon si agganciano idealmente a La notte dei morti viventi, ma le similitudini finiscono lì: i ritornanti di questa saga sono ben diversi da quelli romeriani: veloci, praticamente indistruttibili, e dotati di un minimo d'intelligenza, sono avversari temibilissimi. La loro dieta è più concentrata rispetto a quella dei cuginetti più sfigati: si limitano a mangiare cervelli umani.
Sono ben quattro i sequel di questo fortunatissimo B-movie.
Return of the living dead 2 è una commedia divertente, ma meno amata dai fan degli zombie rispetto al ben più riuscito predecessore. Già in questo capitolo O'Bannon non c'entra più nulla. Infatti fu un mezzo flop.
Il terzo film, dal medesimo titolo, arriva ben sei anni dopo (1993) e torna all'horror puro, ma presenta anche un'inedita variante romantica-sessuale. Si sfiora la necrofilia, con la sexy ritornante Julie (Melinda Clarke) che mette tutta la sua carica erotica nell'interpretare la zombie più provocante di sempre.
A molti anni di distanza arrivano anche altri due sequel. Il primo è Necropolis (2005), brioso horror con ottimi effetti speciali, ma indirizzato a un pubblico poco esigente e ai soliti zombie-fans che riescono - sa Dio come - a farsi andar bene tutto. Il secondo (quinto film in totale), girato quasi in contemporanea a Necropolis, s'intitola Rave to the grave (2005) ed è il più brutto della saga. Infatti ha seppellito una volta per tutte questo filone particolare dei film sui morti viventi, senza più possibilità di improvvidi ritorni dall'Aldilà.
Che io sappia, questi ultimi due film sono ancora inediti in versione italiana.
Partendo dal lontano '84 i morti mangia-cervelli hanno attraversato vent'anni abbondanti, ma di quella che fu l'idea vincente di O'Bannon, rimane ben poco, praticamente nulla.
RIP Dan, non ci sarà nessuna triossina a disturbare il tuo meritato riposo.
- - -
« Tu te lo ricordi quel film che si chiamava La notte dei morti viventi?
Certo, sì. È quello dove i cadaveri si mangiano la gente! Certo!..ma che cosa c'entra?
Lo sapevi tu che la storia di quel film è una storia vera? »
(Freddy e Frank - dai dialoghi del film)
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La ragazza della porta accanto
di Jack Ketchum
Gargoyle books
288 pagine, 17 euro
America rurale, anni Cinquanta. David ha 12 anni e incarna il prototipo dell’adolescente medio. Frequenta gli altri ragazzi del vicinato e comincia a sviluppare un certo interesse per il sesso femminile. Quando le sorelle Meg e Susan Loughlin si trasferiscono a vivere nella casa accanto, David è felice dell’opportunità di ampliare il proprio giro di amicizie, anche se Meg, che incontra per prima, è un paio d’anni più grande. I genitori delle due ragazze sono rimasti uccisi in un incidente d’auto, e le sorelle Loughlin sono state affidate alla vicina di David, Ruth. Ma Ruth, in apparenza ottima madre di famiglia, nasconde una vena di sadismo e alienazione, che sfoga dapprima sottoponendo le ragazze a percosse sempre più violente e dolorose, poi dando vita a una serie di torture fisiche e psicologiche di cui David e gli altri ragazzi del vicinato divengono testimoni e, in qualche modo, complici inconsapevoli. La polizia non prende sul serio le denuncie di Meg: l’unica speranza per lei e la sorella è nell’aiuto dell’amico David. Riuscirà a salvare le sorelle prima che sia troppo tardi?
Commento
Un pugno nello stomaco, violento e senza guantone. Ecco cos'è La ragazza della porta accanto. Avevo diverse titubanze nell'approcciarmi a questo romanzo. Le premesse erano chiare: nessun elemento fantastico, nessun mostro, complotto o mistero da risolvere. La violenza inaudita che sale di pagina in pagina, in un crescendo impressionante, ha un'unica matrice: l'essere umano. Jack Ketchum eviscera l'animo più oscuro, descrivendo la bestialità insensata che può colpire persone apparentemente normali, famigliole tranquille che abitano nelle loro linde casette. È il caso di Ruth e dei suoi figli. L'escalation di torture e soprusi che essi perpetrano contro due ragazze innocenti, Meg e Susan, non sono giustificate da nessun fattore razionale. Proprio per questo fanno più paura e mettono a disagio anche il lettore più scafato. Ketchum ci guida in questo incubo violento attraverso David che, per ironia, potremmo definire Il ragazzo della porta accanto. Il vicino di casa dodicenne, che viene coinvolto nella parabola di sadismo della famiglia Chandler. Coi suoi occhi da ragazzino David pensa dapprima di assistere a un gioco. La presenza di Ruth, un adulto (nonché un genitore) sembra poter giustificare le prime ingiustizie perpetrate contro la povera Meg, colpevole solo di essere troppo bella. Man mano che i giorni passano, il livello di sadismo sale ed entra in gioco anche il fattore sessuale. I figli di Ruth provano attrazione fisica per Meg, e presto la loro madre darà loro il permesso di toccarla. Lo stesso David non è scevro da colpe. Innanzitutto anche lui prova attrazione fisica per Meg. La possibilità di vederla denudata e umiliata è troppo forte, per un ragazzino che sta per approcciarsi ai misteri del sesso. Anche quando si accorge che i Chandler hanno superato il limite del dovuto, ci metterà un po' – troppo – per reagire e tentare qualcosa. Più colpevoli di lui sono anche gli altri adulti, quelli che rifiutano di prendere in considerazione le richieste d'aiuto di Meg, considerandola solo una ragazzina capricciosa. Nemmeno gli agenti di polizia a cui si rivolge, prima che venga segregata, muovono un passo per soccorrerla. In fondo Ruth Chandler è una stimata concittadina e nessuno sembra voler considerare l'idea che possa essere in realtà violenta, sadica, probabilmente pazza. È così che Ketchum lancia il suo grido d'accusa contro il finto perbenismo, l'omertà, le tacite colpe di chi si ostina a non vedere l'orrore per difendere una rispettabilità di facciata. La ragazza della porta accanto è un romanzo durissimo che non risparmia niente. Niente e nessuno. Persone facilmente impressionabili o troppo sensibili dovrebbero starsene ben lontani. La scrittura di Ketchum non è per tutti. Credo che occorra una certa predisposizione mentale, un equilibrio emotivo, per affrontare queste sue pagine senza rimanerne feriti, magari anche offesi. Ma ci troviamo di fronte a un libro che dice moltissimo, se si ha l'intelligenza di guardare dietro la violenza e il sadismo. Un libro che rimane impresso nella mente, come un marchio a fuoco. Necessario per chi vuole sfidare se stesso e il lato oscuro dell'essere umano.
La recensione di Elvezio Sciallis: elvezio-sciallis.blogspot.com/2009/11/la-r
La recensione di Simone Corà: welcome-to-midian.blogspot.com/2009/12/l
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Come promesso, dopo la top five dei migliori romanzi pubblicati in Italia nel 2009, eccovi quella riguardante le antologie.
Una doverosa promessa: io non amo le raccolte di racconti. Spesso danno l'idea di essere operazioni meramente commerciali, senza anima, senza sentimento. E, cosa ancora più grave, senza qualità. Per questo non leggo molte antologie. Ciò nonostante, quest'anno ho cercato di fare uno strappo alla regola. Purtroppo, in linea di massimo, devo dire che tutti i miei preconcetti si sono rivelati fondati.
Il materiale pubblicato è spesso scarso, disomogeneo. Le colpe sono imputabili più ai coordinatori dell'antologia medesima, che non agli autori. Anche se, occorre dirlo, spesso quest'ultimi ci mettono del loro scrivendo raccontini scialbi, tanto per presenziare.
Le antologie che cito nella classifica sono di un altro livello. Curate e gradevoli. Probabilmente me ne saranno sfuggite molte altre valide. Ma non ho rimpianti per essermi dedicato perlopiù alla narrativa lunga.
TOP FIVE
5. Ultimi Vampiri
(di Gianfranco Manfredi. Gargoyle books, horror)
Se parlassimo di calcio, questo quinto posto sarebbe occupato da una squadra classificata in UEFA, con una decina di punti di distacco dalla zona Champions. Ultimi vampiri è la riprosizione di alcuni vecchi racconti del bravo Gianfranco Manfredi, con l'aggiunta di un lungo inedito (quasi un romanzo breve), Summer of love, ambientato durante la rivoluzione culturale degli anni '60.
Manfredi scrive bene, ha classe, stile e cultura. Questi tre elementi salvano dei racconti godibili, ma che non lasciano molto il segno. A ogni modo se ne segnalano un paio, che spiccano tra gli altri: Il pipistrello di Versailles e – soprattutto – Il metodo vago, che propone una rara sottospecie di vampiro, lo cauchemar, di cui assai raramente si è letto qualcosa.
Recensione: coming soon.
4. Il mio vizio è una stanza chiusa
(Supergiallo Mondadori, thriller)
Ottimo omaggio al thriller italiano anni '70, Il mio vizio è una stanza chiusa trasuda di amore per questo particolare genere, e gode di un'ottimo lavoro di coordinazione tra i vari racconti. Gli interventi di Stefano Di Marino, questa volta in veste di saggista, fanno da guida tra i vari racconti. Molti sono discreti ma non capolavori, ma se ne distinguono un paio di valore superiore, che valgono da soli l'acquisto del libro: quello di Danilo Arona e quello di Claudia Salvatori.
Comunque nelle pagine si respira l'aria dei vecchi film di Umberto Lenzi, Lucio Fulci, Mario Bava e altri. Non è poco. E complimenti per la passione con cui l'antologia è stata confezionata. Questi dettagli contano.
Recensione: coming soon.
3. Archetipi
(XII Edizioni, horror-fantastico)
Mi fa davvero piacere dare la medaglia di bronzo ai giovani virgulti delle Edizioni XII. Archetipi è l'esempio più valido del lavoro che stanno facendo, coordinando i debutti di tanti giovani scrittori, formatisi nella dura palestra del Web, e mostri sacri del calibro di Danilo Arona, che infatti partecipa come guest star in questa antologia.
Un ibrido fantastico-horror, di cui ho parlato recentemente. Il libro, arricchito da pregevolissime illustrazioni, è anche un oggetto piacevole da vedere e da collezionare, oltre che da leggere. Bravi davvero.
Recensione: http://mcnab75.livejournal.com/248884.ht
2. Bad Prisma
(Epix Mondadori, horror)
Devo dire che è quasi imbarazzante citarlo per la terza volta in una classifica di cinque posizioni, ma l'antologia curata da Danilo Arona per la collana da edicola Epix Mondadori è un prodotto di valore e di buon auspicio per la narrativa italiana, tanto vituperata e maltrattata.
Gli autori arruolati in Bad Prisma ben si adattano al tema portante (la leggenda metropolitana di Melissa, il fantasma aroniano per eccellenza), scrivendo dei racconti all'altezza, collocati su un'ipotetica scala temporale ben coordinata e senza particolari cali di qualità.
Recensione: http://mcnab75.livejournal.com/224446.ht
1. Malarazza
(di Samuel Marolla. Epix Mondadori, horror)
Tornando alla metafora calcistica, Malarazza è la nazionale brasiliana inserita in un girone di squadre asiatiche. Vale a dire: non poteva che stravincere la mia personale classifica. La raccolta di Samuel Marolla occupa il primo posto senz'ombra di dubbio, senza ripensamenti, senza tentennamenti. Dal momento stesso in cui ho pensato a questa top five, Malarazza era lì, beatamente già prima.
Marolla ha uno stile impareggiabile e delle idee brillanti. Il suo è un horror fantasioso, al contempo antico e moderno. Epix ha senz'altro fatto una scelta vincente proponendo questa sua antologia. È come se avessero pescato il campioncino brasiliano passeggiando per caso sulle spiagge di Rio. Complimenti vivissimi.
Recensione: http://mcnab75.livejournal.com/246696.ht
Nessun fuori classifica, perché il resto delle antologie lette non raggiunge la sufficienza. Tra i flop, non me ne vogliate, devo segnalare nuovamente La sete – 15 vampiri italiani (Coniglio editore) e Sanctuary (Asengard editore), da cui mi aspettavo molto, e che invece si è rivelato parecchio deludente.
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Di Jason Connery
Usa 2009
120' circa
Un gruppo di mercenari guidato dal veterano di guerra Mack viene contattato da un misterioso agente della CIA chiamato Elissa per aiutare uno scienziato che lavora a un'importante scoperta archeologica nel deserto mediorientale. Purtroppo per loro i soldati si troveranno ben presto a combattere qualcosa che non può essere abbattuto con una semplice pallottola, e con dei preti esorcisti che sembrano aver perso la loro lotta contro il Maligno...
Commento
Io non ho nulla contro i film senza pretese artistiche, girati solo con l'intento di mettere in scena un po' di spara-spara e tanti luoghi comuni presi da delle pietre miliari cinematografiche. Non è un caso che pellicole come Aliens scontro finale, Zombie, Starship Troopers e altre siano state riprese, copiate e clonate decine e decine di volte.
Però anche queste operazioni copia-carbone bisogna saperle fare con mestiere. Se si evita la strada del trash più triviale (e sarebbe bene evitarla sempre, anche se ogni tanto gli z-movie divertono), occorrerebbe capire cosa si vuole realmente realizzare, e quindi procedere con un minimo di decenza.
Jason Connery viene meno a questo comandamento, tramutando una sceneggiatura dalle potenzialità interessanti in uno scialbo filmetto dalla durata spropositata, in cui vengono proposte mille situazione classiche del genere “militari versus mostri”, senza mai attingere a un grammo di originalità o a un guizzo geniale.
Innanzitutto The Devil's tomb è in buona parte lento e macchinoso. Per oltre quaranta minuti la squadra di mercenari non fa altro che ciondolare da una stanza all'altra di un “sito archeologico” che in realtà ha l'estensione di una base sotterranea enorme, manco fosse l'Area 51. Non ho idea di chi sia il maestro d'armi di questo film, ma di certo non ha fatto un buon lavoro: i movimenti dei soldati sono confusi, poco credibili, perfino stupidi. Strategie e metodi d'incursione non hanno alcun senso logico. Ma del resto è lo stesso plotone a essere un'accozzaglia di idioti assortiti. Si va dagli stereotipi più abusati (il soldato erotomane dalla battuta greve), all'esperto di computer che sembra il sosia del nerd Steve Urkel di Otto sotto un tetto. Capite anche voi che con tale materiale umano, non si può andare troppo lontano.
Peccato per Cuba Gooding Jr., attore di ben altro spessore, che spicca come una ciliegina su una torta di escrementi. Mi chiedo cosa possa averlo convinto a partecipare a un progetto così sgangherato (beh, probabilmente i soldi!).
Tuttavia qualcosa lo possiamo salvare. La dose di splatter del film va oltre il previsto, sorprendendo non poco. Alcune idee sono interessanti (il ritrovamento di un Nephilim mummificato sotto il deserto mediorientale), anche se poi Connery le ha sviluppate coi piedi. Anche la trovata degli esorcisti posseduti da un male ancestrale e trascendente è azzeccata, ma alla fine tutto si riduce nel farli agire come zombie parlanti.
Insomma: una pellicola con delle potenzialità, ma mediocre e dimenticabile. Film consigliato ai soli appassionati del (sotto)genere. O forse nemmeno a loro.
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Vi siete mai chiesti come potrebbe essere la vostra attrice preferita nei panni di un mostro, di un cyborg, o di uno zombie?
Visto che molte di loro non reciteranno mai in un film horror, ecco che Photoshop ci viene incontro. Oggi infatti vi propongo una bella carrellata di attrici, cantanti e starlette varie nelle loro versioni mostruose o cybernetiche. Alcune sono comunque piuttosto sensuali ^_^
Ne avevo già parlato qualche tempo fa su facebook, scoprendo che l'argomento interessava e incuriosiva più del previsto. Eccovi dunque una seconda infornata di affascinanti mostruosità. Nella mia wunderkammer troverete Megan Fox in versione cyborg, Angelina Jolie zombizzata e pronta a divorarsi il vostro cervello, Natalie Portman decapitata come novella Medusa, Christina Aguilera sexy vampira e altre piacevolezze.
Per vederle ingrandite e in sequenza, cliccate su view all images.
Le fonti sono svariate, anche se la principale è il sito Worth1000. Comunque sia, di materiale in giro ce n'è parecchio, ed è piuttosto semplice crearsene anche da sé. I risultati non sempre sono all'altezza, ma a volte saltano fuori dei piccoli capolavori.
Di queste che vi propongo nella slide qui sotto, qual è la vostra foto preferita?
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Ho dunque ufficialmente aperto la nuova sezione del blog, quella dedicata alle classifiche. La trovate anche nel menù principale, sotto il link "le top five, cinema, libri, fumetti e altro". Approfitto dell'occasione per dare un po' di polpa a quest'area di discussione. Entro le feste conto di proporre altre classiche, tra cui quelle - credo - più interessanti: i migliori 5 romanzi del 2009 e i migliori 5 film del medesimo anno.
NB: Ogni classifica è da intendersi come personale e non assoluta.
Oggi eccoci alla seconda Top Five, sempre in ambito cinematografico. Visto che va di moda, questa volta mi occuperò dei film sui vampiri. Ma, come vedrete, nella mia classica c'è ben poco spazio per le rivisitazioni in chiave romantica di questo potente archetipo horror. Anzi: per me il vampiro è e rimane una creatura tragica ma crudele, con pochi residui di umanità e una nuova non-vita aliena che lo spinge ad azioni al di là del bene e del male.
Mettiamola così: un leone a caccia si fermerebbe, affascinato dagli occhioni dolci di una gazzella? Credo proprio di no...
TOP FIVE
5. Il buio si avvicina
(1987, di Kathryn Bigelow)
Perfetta attualizzazioni minimalista del vampiro così come l'ho descritto nell'introduzione a questo post. I non-morti messi in campo dalla Bigelow sono al contempo umani, ma anche una razza a sé, schiava della sete di sangue e dell'ebrezza data dalla caccia. Anche coloro i cui non sono insitamente malvagi faticano a resistere alla tentazione di addentare una preda.
Film notturno, vampiri-banditi, un antieroe caratterizzato alla perfezione: ne risulta un film “piccolo”, ma riuscitissimo.
4. Ammazzavampiri
(1985, di Tom Holland)
Per me è il film emblema delle notti-horror anni '80: citazioni dei vecchi classici, humor nero abbinato a scene forti, tipica ambientazione americana, attori perfetti nei rispettivi ruoli. Ammazzavampiri è un godibilissimo film che ricalca fedelmente il mito dei succhiasangue, dandone, quasi senza accorgersene, un'interpretazione che sta nel mezzo tra tradizione e innovazione. E poi Roddy McDowall nei panni di Peter Vincent è indimenticabile.
3. Nosferatu il vampiro
(1922, di F.W.Murnau)
Ha davvero senso aggiungere qualcosa? Su questo film è stato detto tutto. Nonostante appartenga a un'epoca oramai remotissima, è in grado di regalare ancora suggestioni che molte pellicole moderne possono solo sognarsi. Non potendo utilizzare ufficialmente il Dracula stokeriano, Murnau s'inventa un nuovo genere di vampiro, destinato a essere ripreso, copiato e citato in dozzine e dozzine di altri film negli anni a venire. Dite quel che volete, ma il conte Orlok, interpretato dal sinistro Max Schreck, è un “mostro” indimenticabile, così come le riprese del Castello di Orava (in Slovacchia), dove vennero girate le scene più tetre del film.
2. Dracula il vampiro
(1959, di Terence Fisher)
Mi spiace per Bela Lugosi, ma per me il vero conte Dracula è sempre stato e sempre sarà Christopher Lee. Il binomio perfetto con Peter Cushing-Van Helsing diede vita a una serie di film incentrati sul nobile e ferocissimo non-morto transilvano. Questo primo film con regia di Terence Fisher rappresenta alla perfezione ciò che Dracula è stato per diverse generazioni di spettatori, ben prima dell'arrivo dei vampiri tristi di Anne Rice e di quelli emo della Meyer. Lo sguardo diabolico di Lee ha ancora un potere ipnotico e maligno in grado di sopperire ai vari effetti speciali, grafica CGI e diavolerie varie.
1. Vamp
(1986, di Richard Wenk)
Con tutti i titoli ancora in gioco non ve l'aspettavate, vero? E invece per me è questo film relativamente poco noto ad aggiudicarsi il gradino più alto del podio. La vampiressa spogliarellista, di discendenza egizia, interpretata da una luciferina Grace Jones ha un posto d'onore nel mio cuore, così come l'ambientazione notturno-metropolitana in cui si aggirano i due scalcinati protagonisti di Vamp. Proprio come accade in Ammazzavampiri, il mix tra horror, humor nero e trovate geniali compone un mosaico irresistibile che riguardo ogni volta più che volentieri.
Fuori classifica ma meritevoli di scenalazioni: 30 giorni di buio (2007), Blade 2 (2002), Vampires (1998), Bram Stoker's Dracula (1989) e Ragazzi Perduti (1989).
Escludo dalla classifica i tre film ispirati a Io sono leggenda, in quanto le creature che perseguitano il povero Neville sono ben più simili a zombie che non a vampiri.
Tra i flop più importanti cito Twilight (ma è come sparare sulla croce rossa), l'intero ciclo di Underworld, Van Helsing di Stephen Sommers e tanti, troppi altri.
Dal tramonto all'alba? Non mi ha mai detto granché.
(Per l'idea delle top five, il mio ringraziamento imperituro va al maestro Jedi Cyberluke ^_^)
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Archetipi
Autori: Danilo Arona, Daniele Bonfanti, Ian Delacroix, David Riva, Giuseppe Pastore, strumm, Samuel Marolla, Biancamaria Massaro, Alberto Priora, Elvezio Sciallis, J. Romano, Luigi Acerbi.
Edizioni XII
338 pagine, 12 tavole illustrate a colori, 19.50 euro
Sinossi
Demone, Diluvio, Golem, Resurrezione, Cannibalismo, Uomo Nero, Sirene, Erede, Confini del Mondo, Natura Ribelle, Maschera, Anima.
XII Storie Archetipiche affiancate ognuna da una tavola illustrata che ne incarna l’essenza.
Gli autori ricamano sul fascino degli aspetti remoti dell’inconscio collettivo, costruendo intrecci attorno agli angoli più bui e ricorrenti della mitologia umana, per trarne una sequela organica e dirompente di racconti dall’anima antica e nerissima. Un complesso meccanismo di scritti formati a loro volta da ingranaggi e cremagliere di simboli che si compenetrano fra loro secondo un disegno ancestrale.
Contiene l'intervento XII Rintocchi di Gianfranco Nerozzi.
Commento
Intraprendente e qualificata realtà editoriale, Edizioni XII sta proponendo una gran quantità di materiale interessante, per molti versi coraggioso e sicuramente difforme dal panorama della narrativa di genere italiana.
Questo “Archetipi” è senz'altro uno dei prodotti più riusciti della piccola ma già notevole scuderia XII. Trattasi di un'antologia di racconti che mischia con efficacia scrittori consacrati (su tutti l'autore-totem Danilo Arona), giovani promesse e indubbi esperti in materia fantastico-orrorifica (Bonfanti, Sciallis etc etc).
L'idea di base, il collante della raccolta, è affascinante e originale quel tanto che basta per evitare le oramai insopportabili antologie sui vampiri, che sembrano (ma non sono) le uniche figure dell'horror degne di essere date in pasto ai lettori.
Vista la natura alquanto variegata degli scrittori scesi in campo per l'occasione, ci troviamo davanti dei racconti altrettanto eterogenei, che spaziano dal fantastico/fantasy maturo, al racconto del terrore vecchio stile, passando per la cosiddetta archeologia eretica, fino ad arrivare all'orrore più moderno e contemporaneo. Si va dalle mostruose creature che popolano i boschi in cui gli uomini vanno a caccia, alle leggende legate a un'antica civiltà scomparsa. Ottima escursione nella fantascienza, con la nuova, misteriosa chiesa proposta in "Una cosa sola". Nel mezzo una reinterpretazione del mito del golem (ahimè, forse il racconto che ho trovato più freddino), il demone Pazuzu tanto caro al nostro Arona, le terribili e per nulla sensuali sirene inventate dal già celebrato scrittore di "Malarazza". E molto altro ancora...
Insomma, ce n'è per tutti i gusti, e anche per tutti gli stili. Da quello duro di Elvezio (allucinanti alcuni passaggi del suo racconto) a quello elegane di Giuseppe Pastore.
Su alcuni archetipi pare evidente una certa fatica di inventarsi qualcosa in tema, tuttavia gli sforzi appaiono quasi sempre adeguati e mai banali. Considerando il livello medio delle antologie italiane, questo è un pregio di rarità estrema.
La mia personale valutazione va ben oltre il sei, considerando la media tra tutti i racconti proposti. Ci sono poi alcuni pezzi che raggiungono vette qualitative eccellenti e che meritano una citazione a margine. Nella classifica d'apprezzamento che ho mentalmente tracciato il podio è occupato da “Il Diluvio” (di Daniele Bonfanti), “Sirene” (di Samuel Marolla) e “Una cosa sola” (di Luigi Acerbi). Racconti molto diversi tra loro, ma che nel sottoscritto hanno regalato eguale godimento letterario.
Seguono a ruota tutti gli altri, tranne Arona, troppo outsider per poter essere giudicato in modo imparziale dal sottoscritto.
Tra l'altro la raccolta è impreziosita – parola non scelta a caso – da dodici tavole illustrate, ciascuna raffigurante un archetipo. Ottime tutte e, una volta tanto, pertinenti coi temi trattati. Come dite? È una cosa scontata? Proprio per niente. Guardatevi il pessimo lavoro grafico di molte grandi case editrici e capirete.
Un lavoro certosino, di rara eleganza, che fanno di Archetipi anche un oggetto da collezione.
Se amate il genere e siete al contempo stufi delle solite antologie svogliate, comprate questo libro, oppure smettetela di lamentarvi dei giovani autori non hanno voce e spazio.
La scelta è vostra.
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"Uomini e lupi" eBook gratuito
Malarazza
di Samuel Marolla
Epix Mondadori n°8
251 pagine, 4.90 euro
Sinossi
È l'ombra ignota che sussurra alle nostre spalle. È l'ultimo vicolo infame della megalopoli corrotta. È la mannaia incrostata con la quale vengono perpetrati orribili delitti. È la cantilena ossessiva ripetuta senza fine da voci maledette. È il cane mutilato che sembra uscito da un incubo allucinatorio. È la congregazione di dementi pronta allo sterminio nell'attesa dell'Apocalisse. È il calderone ribollente dal quale tracima schiuma nera e infetta. È l'affabulatore cieco che conosce tutte le strade del mondo dei non-morti. È l'indifferenza letale di chi sa ma sceglie di guardare dall'altra parte. Tutto questo e molto, molto di più, è il popolo delle tenebre, la Malarazza.
Commento
A differenza di tanti altri colleghi del "giro giusto" non conoscevo affatto Samuel Marolla. Per questo la pubblicazione della sua antologia per Epix (collana Mondadori da edicola) mi aveva un po' spiazzato. Anche perché, dalle solite leggende metropolitane che circolano nell'ambiente, le antologie di esordienti di solito non vengono calcolate nemmeno di striscio dagli editori.
Sta di fatto che, comprato e letto il libro di Marolla, devo dire che sarebbe stato un peccato mortale non pubblicarlo.
I racconti di questo scrittore milanese sono, senza fare troppi giri di parole, quanto di meglio ho trovato nel campo della narrativa breve di genere negli ultimi anni.
Storie molto dark, ma senza mai rinunciare a una spruzzata di humor nero, con ambientazioni prettamente italiane (anzi, milanesi), che vanno a ridefinire il concetto di horror metropolitano, mischiando vecchie suggestioni tipiche di questo settore, con nuovi spunti che prendono qua e là tra cinema e fumetti.
Si va dalle bambine demoniache di "Sono tornate" alla Milano spettrale e ferragostana de "La pista ciclabile". Passando da una fiaba nera come "Tè nero", per arrivare al racconto in stile Ai confini della realtà, "Candelora". Tralasciando un solo passo falso, l'inutile "Tequila e peccati", Marolla sfiora anche il genere splatter, che per fortuna però viene confinato a un unico racconto. Dico per fortuna perché l'autore si fa apprezzare soprattutto nelle sue storie che ammiccano a fantasmi moderni, che abitano condomini miasmiali, a streghe vestite da vecchie signore rimbambite, che abitano nella periferia della città, a culti lovecraftiani insiediati in quartieri sonnolenti e anonimi.
Sangue e frattaglie non servono a Marolla per creare piccoli quadri di orrore nascosto, quotidiano ma non banale, bensì aperto a sguardi su altre dimensioni, quelle dell'ignoto.
Una delle cose che più si apprezza nella raccolta è il susseguirsi di racconti ambientati in estate, invece che nei consueti inverni nebbiosi.
Per chi conosce Milano è indubbio che proprio i mesi più caldi (agosto in particolare) sono anche i più spettrali e borderline. Col caldo la gente normale fugge al mare o si chiude nei supermercati refrigerati dall'aria condizionata, mentre nei vicoli, nei parchi colpiti dalla canicola, fanno capolino tizi strani e storie inquietanti.
Ecco, Marolla dà il meglio di sé in queste prove, ottenendo risultati superbi.
La mia personale classifica:
1. La pista ciclabile
2. Tè Nero
3. L'estraneo
Sarebbe interessante vedere l'autore alle prese con qualcosa di più lungo, ma ho il sospetto che la sua dimensione sia proprio quella della narrativa breve. Ci voleva uno così.
Riassumendo: la migliore uscita della collana Epix dalla sua nascita a oggi, nonché la migliore antologia horror che ho letto negli ultimi - esageriamo - cinque anni.
Acquisto non suggerito, bensì indispensabile.
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I ghoul sono creature dell'antico folklore arabo, a metà tra i non-morti e i demoni. La tradizione li descrive come una particolare sottospecie di Jinn (geni) malvagi, asserviti a Iblis (Satana). Sono conosciuti anche come ghul, ghilan o ghouleh (ghoul di sesso femminile). Questo termine è entrato anche nel linguaggio comune, tanto che nei paesi arabi viene utilizzato per descrivere una persona perennemente affamata o vorace. Nel corso dei secoli la leggenda dei ghoul si è ampiamente diffusa anche nel resto del mondo, Occidente compreso.
Caratteristiche distintive: I ghoul, pur rientrando nella categoria dei demoni Jinn, sono dotati di corpo materiale. Il loro aspetto fisico è quello di persone emaciate, quasi sempre glabre e dai lineamenti affilati. Visti da lontano possono essere scambiati per esseri umani, ma da vicino è impossibile non notare i denti appuntiti, gli occhi dotati di enormi pupille e la pelle spesso consumata dailla necrosi coagulativa. I ghoul sono però in grado di mutare la loro forma in quella di animali mangiatori di carogne, in particolare in iene.
Solitamente vivono in aree a bassa densità di popolazione, in quanto preferiscono dare la caccia a viaggiatori solitari, a volte inseguendoli anche per giorni prima di colpirli. I ghoul preferiscono prede giovani e facili da uccidere. Spesso e volentieri ripiegano anche sulla necrofagia. Sono infatti anche conosciuti come violatori di tombe e profanatori di cadaveri, che rientrano alla perfezione nel loro particolare regime alimentare. Più vivono in solitudine, nutrendosi di corpi morti, più subiscono degenerazioni fisiche che li rendono distinguibili dai normali esseri umani.
Poteri e armi: I ghoul che vivono in piccoli branchi riescono a sviluppare una limitata forma di telepatia, utilissima per coordinare la caccia in gruppo. Come già detto il potere più pericoloso di tali creature è il polimorfismo, nonché la capacità di sorprendere le prede dopo lunghe e pazienti attese o pedinamenti.
Pare inoltre che i ghoul siano dotati di estrema longevità. Se sono in grado di nutrirsi con una certa frequenza, possono sopravvire anche tre volte tanto rispetto agli umani.
Punti deboli: Questi mostri sono vulnerabili alle normali armi, a differenza di altri demoni e non morti. La loro robustezza li rende però difficili da abbattere, anche grazie alla pelle spessa ed elastica che li protegge parzialmente dalle armi da taglio di piccole e medie dimensioni. Come succede per altre creature soprannaturali, anche i ghoul sono molto vulnerabili al fuoco.
La reazione degli umani: I ghoul sono al contempo predatori e parassiti. Questo li rende strettamente legati alla razza umana, che fornisce loro ciò di cui hanno più bisogno: il cibo. Come già detto sono creature solitarie, organizzati in piccoli branchi. In passato era possibile trovarli solo in prossimità di luoghi ameni e abbandonati, specialmente lungo le vecchie vie carovaniere del deserto. Con l'avvento dell'era industriale pare che alcuni ghoul siano rimasti ingolositi dalla prospettiva di bazzicare le grandi città, ricche sia di vivi che di cadaveri freschi.
Circolano diverse leggende popolari che narrano di nutrite colonie di ghoul insediate nei livelli sotterranei di centri abitati di grandi dimensioni. Pare che utilizzino le gallerie fognarie o della metropolitana per catturare occasionali senzatetto e disperati, reietti del mondo di superficie, la cui scomparsa non insospettisce nessuno.
Altri si limitano a “frequentare” nottetempo cimiteri e obitori, veri e propri depositi di cibo a buon mercato. È forse possibile che i frequenti casi di profanazione di tombe e camere mortuarie siano imputabili a questi odiosi parassiti.
Proprio i ghoul “cittadini” hanno imparato a convivere in gruppi più numerosi rispetto ai piccoli branchi che infestano invece luoghi più desolati e periferici.
Addendum: I ghoul compaiono in molti libri, film e videogiochi, anche se spesso si attribuisce loro descrizioni, abitudini e poteri differenti. Spesso vengono infatti confusi con gli zombie, che hanno invece una natura assai differente.
Ricordando le più importanti opere in cui sono citati i ghoul:
Nelle opere di H.P.Lovecraft sono creature notturne e sotterranee. A volte si tratta di esseri umani tramutatisi in mostri dopo essersi abbandonati a rituali di necrofagia.
Nel gioco di ruolo Dungeons & Dragons, i ghoul sono non morti mostruosi che puzzano di cadavere. In aggiunta alla carne morta catturano e si cibano di vittime viventi. Possono paralizzare con un solo tocco; solo gli elfi ne sono immuni.
Nella serie di videogiochi di ruolo Fallout, i ghoul sono degli esseri umani mutati dalle radiazioni. Sono quasi completamente privi di pelle e il loro corpo è in costante putrefazione (da qui il loro nome), anche se riescono a vivere per moltissimi anni, ben oltre le capacità umane. Hanno scoperto che per vivere devono rimanere vicini ad una fonte di radiazioni, come un reattore nucleare. Di norma non sono violenti.
Nel gioco di ruolo Vampiri: la masquerade un ghoul è un essere umano a cui è stato dato da bere il sangue di un vampiro, e che ha ottenuto di conseguenza una maggiore longevità e poteri sovrannaturali. I vampiri prendono spesso i ghoul come servi, dato che il processo di bere il sangue di un vampiro crea un legame di fedeltà ed affetto tra il ghoul e il vampiro.
I ghoul sono protagonisti assoluti dell'omonimo film “The Ghoul”, girato nel 1933 e interpretato da Boris Karloff.
C'è anche un romanzo intitolato “The ghoul”, scritto dallo scrittore horror americano Brian Keene, che ripropone il mito di queste creature nelle vesti di mangiatori di cadaveri.
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"Uomini e lupi" eBook gratuito
Ogni tanto mi piace segnalare racconti e romanzi svincolati dal mercato editoriale. Vale a dire file disponibili in formato elettronico (ebook) e usufruibili da chiunque abbia la pazienza di leggere a monitor, senza spendere un eurocent. Un'alternativa alla classica narrativa cartacea. Alternativa che tra l'altro prenderà presto piede, anche grazie al lancio sul mercato dei nuovi lettori ebook.
Oggi vi segnalo un racconto di media lunghezza, "Dentro la sua carne", scritta da Elvezio Sciallis, che molti di voi già conosceranno. Oltre a essere il padrone di casa del blog Malpertuis è soprattutto un recensore (prevalentemente horror) di quelli severi ma acuti. A volte non concordo con le sue valutazioni, ma è comunque piacevole leggerle, anche perchè sono sempre argomentate.
Il rischio di un recensore che si affaccia alla scrittura è enorme: ci si espone a facili (e a volte giustificate) ritorsioni da parte dei lettori. La frase più scontata che si può sentire suona più o meno così: "ah, ma tu che parli male di Tizio, Caio e Sempronio, riesci a scrivere solo queste schifezze?"
Nel caso di Elvezio e di questo racconto, è difficile ricorrere a tali vendette recensorie, perchè pare evidente che "Dentro la sua carne" è un pezzo studiato e curato, nonché scritto con cognizione di causa, e con un giusto dosaggio tra orrore old style e nuove tendenze letterarie di settore. Il racconto è forte, non consigliato quindi a chi si può facilmente impressionare da argomenti non certo per educande.
Nel merito dello stile non ho granché da eccepire, perchè il lavoro di editing si distingue nettamente, tranne che per qualche passaggio un po' troppo arzigogolato, pur trattandosi di casi più unici che rari. Il registro si barcamena su reminiscenze lovecraftiane e spunti horror-poetici. Questa duplice natura del racconto è facilmente distinguibile: la prima parte di "Dentro la sua carne" è piuttosto classica nel genere, mentre la seconda vira appunto su richiami aulici, pur senza mai abbandonare l'impronta originaria. Lo stacco è forse troppo netto, difetto imputabile anche alla relativa brevità del racconto.
A parte queste facezie tecniche, devo dire che il lavoro di documentazione, concentrato in così poche pagine, è impressionante. Ottime e succose le numerosissime citazioni, che spaziano dal sacro (letteratura "colta") al profano. Nondimeno il mix di atmosfere lovecraftiane e i richiami a certe tematiche del primo Cronenberg si fondono piacevolmente, deliziando i lettori più esperti e smaliziati (come il sottoscritto). Forse è un difetto o forse no, ma da uno spunto del genere io avrei colto l'occasione per raddoppiare il volume del racconto, specialmente in quella parte che va dalle prime sperimentazioni di Claudia in poi. Ma questo è, appunto, solo il mio particolare rapporto di idiosincrasia nei confronti della narrativa breve.
Per concludere, non posso far altro che suggerirvi di scaricare il racconto e di leggerlo. Ne vale la pena, ma badate bene di non affrontarlo senza la giusta concentrazione, perchè non lo apprezzereste a pieno.
- Scarica "Dentro la sua carne" (formato .rtf)
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The Dome
Di Stephen King
Sperling & Kupfer editore
1037 pagine, 23.90 euro
Sinossi
È una tiepida mattina d'autunno a Chester's Mill, nel Maine, una mattina come tante altre. All'improvviso, una specie di cilindro trasparente cala sulla cittadina, tranciando in due tutto quello che si trova lungo il suo perimetro: cose, animali, persone. Come se dal cielo fosse scesa la lama di una ghigliottina invisibile. Gli aerei si schiantano contro la misteriosa, impenetrabile lastra di vetro ed esplodono in mille pezzi, l'intera area - con i suoi duemila abitanti - resta intrappolata all'interno, isolata dal resto del mondo. L'ex marine Dale Barbara, soprannominato Barbie, fa parte dell'intrepido gruppo di cittadini che vuole trovare una via di scampo prima che quella cosa che hanno chiamato la Cupola faccia fare a tutti loro una morte orribile. Al suo fianco, la proprietaria del giornale locale, un paramedico, una consigliera comunale e tre ragazzi coraggiosi. Nessuno all'esterno può aiutarli, la barriera è inaccessibile. Ma un'altra separazione, altrettanto invisibile e letale, si insinua come un gas velenoso nel microcosmo che la Cupola ha isolato: quella fra gli onesti e i malvagi. Tutti loro, buoni e cattivi, dovranno fare i conti con la Cupola stessa, un incubo da cui sembra impossibile salvarsi. Ormai il tempo rimasto è poco, anzi sta proprio finendo, come l'aria...
Commento
È da molto tempo che sono assai duro nel giudicare ciò che esce dalla penna di Stephen King. Questo scrittore mi ha formato, accompagnandomi nei cosiddetti “anni più belli”, di romanzo in romanzo, tra incubi e poesia. Poi il crollo creativo e qualitativo, che mi ha fatto disinnamorare di lui.
Perchè io non sono un “fan”, e quindi riesco ancora ad avere quella razionalità minima e indispensabile per giudicare un libro senza considerare il nome e il medagliere di chi l'ha scritto.
“The Dome”, a cui mi sono avvicinato con estrema circospezione, è stato il riscatto di King ai miei occhi. Il perchè potrebbe essere riassunto in una frase che significa tutto e niente: “The Dome” è un romanzo che sembra scritto da un'altra persona, al contempo senza perdere le migliori caratteristiche kinghiane.
Lo si vede fin dall'inizio. I fatti si manifestano subito, facendo entrare i lettori nel cuore della storia già dalla terza pagina. Un record assoluto per il Re, che di solo ama sfiancarci con delle introduzioni di una prolissità devastante. Lo temevo anche in questo libro, considerandone anche la spaventosa mole, invece questa volta sono rimasto spiazzato.
Niente pappardelle psicologiche, niente aperta-parentesi che durano duecento pagine: qui si parte in quarta, e il crescendo di tensione riesce a tenersi a livelli accettabili per quasi tutto il romanzo. Praticamente un record. Proprio per questo motivo dico e ribadisco che “The Dome” sembra poco kinghiano.
La storia, riassunta decentemente nella sinossi copiata da IBS, mi ha da subito ricordato un serial che da noi è passato quasi inosservato, ma che ha grandi meriti e coraggio: Jericho. Le atmosfere sono molto somiglianti, l'ambientazione e i protagonisti pure. Prendete anche solo l'eroe del romanzo, l'ex capitano dei marines Dale Barbara. Non vi ricorda forse Jake Green, il giovane ex militare che torna nella cittadina di Jericho poco prima del disastro?
Somiglianze casuali? Può darsi, anzi, è probabile. Ben lungi da me l'idea di parlare di plagio, anche perchè la storia di King si sviluppa su binari differenti rispetto a quelli del serial. Tuttavia sappiatelo: se vi sono piaciuti i presupposti portanti di Jericho, vi piacerà anche questo romanzo.
Punto di forza assoluto di “The Dome” è il microcosmo che l'autore riesce a creare nel descrivere la classica comunità rurale che rimane bloccata dal resto del mondo per colpa della misteriosa Cupola, che agisce come un campo di forza invisibile e impenetrabile. In pochi giorni il paese di Chester's Mill diventa una sorta di dittatura in miniatura, retta dalla paura e dall'inganno, ma ancor più dall'ignoranza, tipica di chi vive in piccole comunità, imparando a temere il mondo esterno.
King ritorna quindi su alcune tematiche già trattate in passato: la rozzezza dei provinciali, l'ipocrisia di chi si aggrappa a una Fede cieca e di convenienza, la duplice natura dell'essere umano. Non mancano moltissimi stereotipi: il politico affabulatore e corrotto, la polizia locale inetta e violenta, la tossica del paese, l'ubriacone, il forestiero usato come capro espiatorio, l'adolescente geniale, la mamma complessata, il vecchietto eroico, il prete invasato etc etc.
“The Dome” è il paradiso degli stereotipi, a guardare bene. Ma King è bravo ad affascinare e a coinvolgere il lettore, tanto che dopo meno di cento pagine ci si fonde pienamente con Chester's Mill, al punto da diventarne a nostra volta abitanti.
Per non spoilerare non posso rivelare nulla sulla natura della Cupola e sull'elemento fantastico utilizzato questa volta dal Re. Diciamo solo che lo introduce in modo lieve e ben poco invadente, preferendo invece puntare sul lato “sociale” della storia, ovvero l'imbarbarimento di un paese lasciato a se stesso, così irraggiungibile da sembrare una colonia marziana.
Il finale, che spesso rappresenta il punto debole di King, risulta invece molto potente ed evocativo, a eccezione delle ultime quattro, cinque pagine, che potevano benissimo essere scritte in modo più adeguato a concludere le mille precedenti.
In sostanza “The Dome” è un lavoro molto buono, adatto anche ad avvicinare nuovi lettori, tra coloro che non hanno mai letto qualcosa dello scrittore del Maine. Certo, c'è quest'abbondanza di personaggi e fatti secondari che, se da una parte affascinano, dall'altra potevano essere tranquillamente tagliati in fase di editing. Ma il Re è così: prendere o lasciare.
Questa volta prendo.
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Vi sento già esultare...
A ogni modo il GF è un esperimento sociologico, che lo si voglia o meno. All'inizio c'era una spontaneità che poi è venuta a mancare, visto che oramai i concorrenti fanno già tutti parte del sottobosco televisivo e dal troiame vario dello show-biz. Ciò nonostante il GF resta lo specchio deformante e oscuro di ciò che siamo diventati. Ovviamente (ma lo ribadisco, perchè so che qualcuno di voi ama le banalità), là fuori c'è un mondo che non si riconosce affatto in questi bambocci tele-educati e propensi a farsi infilare un tubo catodico nell'ano, pur di avere "successo" (parola su cui sarà il caso di dedicare un post). Però molti 20-40enni si identificano, a livelli di livore invidioso, nei concorrenti della casa più sorvegliata d'Italia.
Venendo a noi, vi voglio riproporre una mia recensione risalente a qualche mese fa. Si parla di "Dead set", la versione horror del Grande Fratello, in cui i partecipanti si trovano asserragliati nella caaaaasa, mentre fuori un'epidemia zombesca trascina tutto il mondo a puttane.
Allego qui sotto è la prima puntata integrale, che potete vedere prima o dopo aver letto la recensione.
Banalizzando al massimo posso aggiungere: ma sono più mostri quelli che entreranno stasera, o gli zombie-concorrenti di questa fiction?
A ogni modo, da una come Carolina Marconi, io mi farei mordere volentieri...
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Dead set è un miniserial horror prodotto dal canale televisivo britannio E4: cinque episodi che ci raccontano le vicissitudini di un'epidemia "zombesca" vissuta dai partecipanti dell'ennesima edizione del Grande Fratello. Mentre nel mondo esterno tutto va a improvvisamente a rotoli per motivi non meglio precisati (ma presto si scoprirà che si tratta proprio di zombie), i concorrenti sono chiusi nel loro guscio pneumatico, in parte rifugio e in parte prigione. Ma che succede quando l'epidemia arriverà fin lì? Dead set ce lo fa vedere.
Questo miniserial è un prodotto da recuperare assolutamente per gli amanti del genere (e anche per chi odia i reality show). La produzione non lesina su linguaggio forte, tensione a mille, abbondanti scene splatter e sarcasmo feroce. Fin troppo realistici i tipici concorrenti del Grande Fratello: una pletora di personaggi - più che persone - scelti per creare attriti che possono far gola agli spettatori da casa. Ed ecco che quindi abbiamo:
- Il belloccio palestrato, tutto battute ed egocentrismo;
- lo sfigato bruttino e saccente;
- la bambolona bionda strafiga e dal sesso facile;
- la cicciona di colore con la lingua tagliente;
- il nero alternativo e silenzioso;
- la barbie stupida come una gallina;
- il transgender un po' dolce e un po' isterico.
A questi sopravvissuti si aggiunge l'unica scampata della produzione, Kelly. In quanto esterna al mondo posticcio del Big Brother sarà l'unica, pur con tutte le sue debolezze, a poter coordinare questo scoordinato gruppo di disperati, oramai lobotomizzati dagli automatismi televisivi (anche se c'è chi avrà la sua possibilità di riscatto).
Come storie collaterali assistIamo poi alle vicissitudini del produttore del Grande Fratello, rimasto intrappolato in uno degli uffici negli studi televisivi, insieme a una delle concorrenti, appena eliminata. Proprio il produttore rappresenta alla perfezione lo stereotipo squallido e disumano di chi lavora a certi programmi: cinico, sleale, egoista all'ennesima potenza, maleducato. Non potrete fare a meno di affezionarvi un po' a lui, augurandovi al contempo che qualche zombie prima o poi se lo mangi per cena.
C'è anche un'altra storia collaterale, quella di Tariq (il fidanzato di Kelly) e Alex (una sopravvissuta), che dal mondo esterno tenteranno di scampare alla morte, rifugiandosi in una casa di campagna, solo per poi scoprire che, incredibilmente, il Grande Fratello è ancora l'unico programma in diretta TV, visto che le telecamere automatizzate non hanno smesso di riprendere a dispetto della "quasi" fine del mondo.
Una produzione godibilissima, superiore a buona parte dei film horror che ci propinano al cinema. Perfino gli effetti speciali sono di livello molto buono, così come la recitazione, non eccelsa ma più che degna. Ha senso parlare di un serial con tanto di critica al sistema dei reality? In parte sì, perchè gli autori ci vanno giù duro, picchiando sui punti dolenti che caratterizzano questo tipo di programmi, ma anche chi li produce e li propone. Una delle battute migliori è quella della concorrente bionda che, osservando dal tetto della "Casa" la devastazione e gli zombie che ciondolano attorno agli studi, non trova di meglio da dire se non: "ma allora non siamo più ripresi in TV?"
Pare che nel miniserial ci siano dei camei dei veri partecipanti al Big Brother inglese. Non conoscendoli fatico a riconoscerli, ma mi è facile immaginare al loro posto i vari Taricone, Ascanio, Floriana, l'insopportabile Cummenda.... e allora sì, è davvero piacevole pensarli divorati dagli zombie, loro che zombie mediatici lo sono stati per davvero, e pure consenzievolmente.
Il filmato qui sopra è l'intero primo episodio in streaming (45 minuti circa), in inglese sottotitolato in italiano. Godetevelo fin quando si trova ancora online, e poi cercatevi i rimanenti quattro episodi. Ne vale la pena.
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Un film di imminente uscita pare destinato a suscitare un certo scalpore. Forse si tratta solo di viral marketing, o forse no, comunque sta di fatto che "Paranormal activity" fa parlare molto di sé. Alcuni lo paragonano già a un nuovo "The Blair's witch project", film che, nel bene o nel male, al cinema fece piuttosto effetto (oltre a lanciare la moda dei mockumentary).
Negli Stati Uniti "Paranormal activity" è già uscito. Per essere un film girato col risicatissimo budget di 15.000 $, ha già raccolto un incredibile successo: più di 8.000.000 di $ al botteghino, in meno di tre settimane di proiezione. Il distributore Paramount è convinto di avere tra le mani uno di quei rarissimi hit che capitano solo una volta ogni dieci anni.
Il film è girato interamente con telecamere a spalla. Gli attori sono esordienti che interpretano se stessi. I veri aspetti terrorizzanti sono i rumori "fuori scena" e la sensazione di essere noi a manovrare la telecamera stessa, seguendo così gli spostamente che fanno i protagonisti man mano che si muovono.
La trama? Presto detta: Katie e Micah sono una giovane coppia, da poco trasferitasi in un appartamento suburbano, che inzia ad essere disturbata da qualcosa nel bel mezzo della notte. Qualcosa che potrebbe essere paranormale. Un esperto del settore viene consultato, e gli rivela che quello che li tormenta non è un semplice fantasma, ma un demone che si ciba di energie negative. Micah decide allora di piazzare una videocamera nella loro stanza da letto per vedere quello che accade mentre dormono, scoprendo realtà inquietanti.
Qui sotto il trailer, comprensivo delle (presunte) genuine reazioni del pubblico in sala.
Due domande, per concludere: girare un film del genere dovrebbe essere semplice per ogni cineamatore con un minimo di capacità e di mezzi tecnici. Perchè un'idea del genere non viene mai a un italiano?
E ancora: chi se la sente di fare un esperimento del genere? Piazzare una telecamera per riprendere la nostra casa mentre dormiamo? Io non so se lo farei...
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Il sito del film: www.paranormalactivity-movie.com/
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La Progenie
di Guillermo del Toro e Chuck Hogan
Edizioni Mondadori
427 pagine, 20 euro
Traduzione di G.L.Staffilano
Sinossi
Un Boeing 777 partito da Berlino atterra all'aeroporto JFK di New York. Durante l'intera manovra dall'apparecchio non arriva alcun segnale umano. L'inquietante silenzio spinge le autorità a creare un cordone di sicurezza intorno ai velivolo e inviare forze speciali in ricognizione, nel timore di un attacco terroristico. All'interno dell'aereo, uno spettacolo agghiacciante: l'intero equipaggio e i passeggeri, a eccezione di quattro, sono morti per cause misteriose. Che cosa ha ucciso quelle persone? Chi ha condotto l'aereo a destinazione? Che cos'è la misteriosa e letale malattia che solo dopo qualche giorno comincia a diffondersi per Manhattan, seminando morte e terrore? Ciò che l'epidemiologo Eph Goodweather, incaricato delle indagini, scoprirà suo malgrado, è che quello che l'America si trova ad affrontare non è un morbo, bensì l'inizio di una terribile guerra: un immane conflitto fra esseri soprannaturali, nel quale l'unico ruolo assegnato agli esseri umani è quello di cibo.
Commento
In un periodo di pessime uscite librarie con protagonisti i vampiri, fa sempre piacere trovare dei prodotti più maturi e qualitativamente validi. Questa volta sto parlando di “La Progenie”, romanzo scritto in tandem dal noto regista Guillermo Del Toro "(Hellboy", "Il labirinto del Fauno" e tanti altri) e da Chuck Hogan, che invece si affaccia per la prima volta sugli scaffali italiani.
In realtà “La Progenie” non spicca per originalità della storia, o per la brillantezza dei protagonisti e del villain, l'ennesimo arcivampiro che viene dall'est (questa volta si tratta del nobiluomo albanese Josuf Sardu, affetto da una rara forma di gigantismo). Però il romanzo della premiata ditta Del Toro-Hogan è una pefetta caccia al mostro in vecchio stile, ma attualizzata nella New York post 11 settembre che sembra dunque attirare sempre più le attenzioni degli scrittori orrorofili.
La prima parte del romanzo riecheggia di uno stile accattivante, con fortissimi richiami a serial televisivi tra i più riusciti: CSI, NCIS, Fringe, e anche il vecchio, caro X-Files. La descrizione dettagliata di situazioni e procedure raggiunge un livello di verosimiglianza che alletta i lettori come me, mai stanchi di particolari e dettagli, né spaventati da un po' di infodump, purchè ben scritta e funzionale alla storia. È proprio in questa prima parte che assistiamo all'arrivo – in sordina – di Sardu sul suolo americano, trasportato nella sua bara, su un aereo di linea che atterra al JFK con tutti i passeggeri morti misteriosamente pochi istanti prima di toccare terra.
Proprio mentre sulla città si sparge il timore di un nuovo attentato terroristico, gli autori ci portano per mano a scoprire la verità: un antichissimo vampiro, per nulla simile agli aristocratici succhiasangue annoiati che siamo abituati a conoscere, ha deciso di fare di New York il suo territorio di caccia. Solo un paio di anatomo-patologi, un vecchio professore ebreo-armeno e un disinfestatore di ratti saranno abbastanza coraggiosi da sbarrargli la strada.
La seconda parte del romanzo può essere definita: infestazione-disinfestazione. Dapprima vediamo le progenie (appunto) di Sardu invadere segretamente il substrato urbano, mietendo vittime notte dopo notte, mentre nella seconda gli “eroi” coordinano le loro forze fino a giungere allo scontro finale con Sardu.
Purtroppo il finale è aperto, il che mi fa pensare al capitolo due. Nulla di male in sé, tranne per il fatto che a volte sarebbe stato bello tornare ai vecchi, cari romanzi autoconclusivi.
Gli autori scelgono una nuova variante per descrivere i vampiri: questa volta si tratta di parassiti simili a vermi, capaci di infettare il sangue umano e di vivere come simbionti nel corpo del portatore, che diventa così una creatura dalla duplice natura. E ancora: i vampiri di “La Progenie” non hanno i classici canini aguzzi, bensì un pungiglione estroflettibile, una sorta di frusta carnosa in grado di colpire a più di un metro di distanza. I rimedi classici anti-nosferatu funzionano solo in parte: argento, specchi, sole e acqua corrente sì, simboli benedetti e acqua santa no.
Dettto questo, il libro è scritto con grande professionalità e bravura. Gli ingranaggi funzionano alla perfezione, oliati da chissà quanti brainstorming ed editing. Ne patiscono un po' i protagonisti, piuttosto stereotipati, a partire dal vecchio saggio, l'armeno Abhram Sertakian, il classico cacciatore saggio ed esperto, pronto a erudire dei giovani e riottosi apprendisti.
In sostanza un ottimo romanzo, che dà esattamente quel che promette, senza sgarrare di un micron, nel bene e nel male.
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La recensione di Elvezio: elvezio-sciallis.blogspot.com/2009/07/st
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L'Ira di Cthulhu (Strange Eons)
di Robert Bloch
Fanucci editore - catalogo "I Miti di Cthulhu"
Fuori catalogo
Sinossi
Albert Keith, un ricco e annoiato collezionista di stranezze di Los Angeles, viene casualmente in possesso di un inquietante dipinto che sembra essere opera di Richard Upton Pickman, un pittore immaginario, protagonista di uno dei tanti racconti d'orrore scritti negli anni '30 da H.P.Lovecraft.
Da quel momento in poi la vita di Keith cambierà radicalmente: e se le opere di Lovecraft non fossero del tutto inventate? Da questo presupposto inquietante, il collezionista, aiutato da un amico bibliofilo, scoprirà delle inquietanti verità sui Grandi Antichi che - forse - dormono sonni eterni, nascosti nel cuore dell'oceano, pronti a svegliarsi quando la civiltà dell'uomo cadrà.
Commento
Ricordo con molta nostalgia la collana Fanucci "I Miti di Cthulhu", volumi dedicati all'orrido pantheon alieno creato dal genio solitario di Providence. Questi libri dal bordino bianco e dalle improbabili copertine fantasy raccoglievano i racconti e romanzi di molti scrittori ispiratisi a Lovecraft. Ai tempi ne acquistai parecchi volumi, notando però un'altalena di qualità tra i titoli proposti di volta in volta. Nonostante ciò, l'iniziativa fu davvero ottima: grazie a questa collana ho conosciuto autori che raramente hanno trovato spazio in Italia, pur essendo arci-noti all'estero.
"Strange eons", di Robert Bloch, tradotto da noi con l'improbabile titolo "L'ira di Cthulhu" è senz'altro uno dei migliori romanzi proposti da Fanucci in quegli anni.
Bloch è noto soprattutto per essere il papà letterario di "Psycho", ma in realtà è stato un autore prolifico e un vero erede spirituale dell'opera lovecraftiana. "Strange eons" attualizza le storie scritte da HPL, trasportandole nel presente (il romanzo è del 1979) e mettendo in scena un gioco raffinatissimo di citazioni e dualismo tra invezioni narrative e realtà.
Il presupposto di Bloch è semplice ma geniale: e se le storie scritte la Lovecraft non fossero solo degli innocui racconti? Ed è così che i protagonisti del romanzo s'imbattono in un mondo segreto, fatto di culti metro-pagani che inneggiano al ritorno dei Grandi Antichi, ma anche di presagi oscuri sulla fine della nostra specie, e di mostri informi e dementi che vivono sotto le città, all'apparenza sicure e moderne.
Bloch si diverte come un matto (e fa divertire i lettori) nel citare molti dei migliori racconti di HPL, ma lo fa in un contesto corale, che vede la setta oscura del Reverendo Nye complottare affinchè Cthulhu e soci si risveglino dal loro sonno millenario, per spazzare via religioni, governi e civiltà. Oltre alla Los Angeles notturna in cui si svolge buona parte del romanzo, non mancano delle capatine in luoghi più esotici, tra cui una gita marittima nientemeno che a R'lyeh, la città sommersa in cui Cthulhu stesso attende di tornare a dominare il mondo di noi patetici mortali.
Sullo stile dell'autore si può dire poco: come criticare una colonna portante della narrativa fantastica? Certo, Bloch non è Lovecraft, eppure ne interpreta al meglio le antiche passioni, gli incubi fatti inchiosto che dagli anni '20 sono arrivati freschissimi fino a oggi, come se HPL fosse effettivamente in grado di capire ciò che avrebbe spaventato i lettori per quasi un secolo a venire.
Non so se questo romanzo è reperibile nel mercato dell'usato ma, se doveste trovarlo, non esitate: sarà un investimento di cui non vi pentirete affatto!
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Baltimore - il tenace soldatino di stagno e il vampiro
di Mike Mignola e Christopher Golden
Mondadori
293 pagine, 13 euro
Sinossi
Il capitano Henry Baltimore è un militare impegnato sul fronte delle Ardenne, durante la prima guerra mondiale. Gravemente ferito e unico superstite di una battaglia infernale, risveglia l'ira di un essere mostruoso, un vampiro. E il mondo cambia per sempre: una pestilenza che neppure la morte è in grado di fermare si diffonde in tutta Europa. Soltanto Baltimore, controfigura tragica del tenace soldatino con una gamba sola, può combatterla. Nella sua lotta senza fine contro le tenebre convoca tre amici in una solitaria locanda, tre uomini dal passato inquietante che possono capire la natura del morbo che sta divorando l'umanità. Saranno loro i testimoni dello scontro finale contro il Male in cui Baltimore si troverà a fronteggiare una volta per tutte la creatura che è la sua nemesi da molto, troppo tempo...
Commento
Questo curioso romanzo illustrato riunisce un pezzo da novanta del fumetto, Mike Mignola (papà di "Hellboy") e il giovane scrittore Christopher Golden, da noi noto per il romanzo "Di santi e d'ombre", pubblicato dalla Gargoyle.
Come è facile intuire dalla sinossi, si tratta dell'ennesimo libro sui vampiri, figura che sta vivendo un periodo di sovraesposizione mediatica. Ma "Baltimore" cerca di tornare alle origini del mito stokeriano, innanzitutto ambientando la vicenza agli inizi del '900 (in piena Grande Guerra), e poi mettendo in scena un poker di cacciatori di vampiri che hanno vaghi richiami a Seward, Harker e soci.
Ma il romanzo di Mignola e Golden non è dedicato solo ai nosferatu. No, perchè i due autori mettono in scena tre racconti nel racconto, tre differenti confronti tra l'uomo e il Male, utili ai protagonisti per comprendere che certe creature non solo solo metafore, leggende, ma tangibili manifestazioni del regno ultraterreno su questo mondo. E così abbiamo la storia di un soldato infettato da un orso mannaro, quella di un demone peruviano che vive sul fondo di un lago, e infine quella di un paese abbandonato nella nostra Liguria, infestato dallo spirito di un orrido mostro.
Attraverso questi tre episodi, i due autori ci conducono per mano verso il cuore del romanzo: lo scontro finale tra il capitano Baltimore e la sua nemesi, un vampiro potentissimo, il Re Cremisi, che ha trasformato l'Europa intera in un continente contaminato da parassiti vampireschi. Una creatura antica, che padroneggia la magia nera e a cui tutti gli altri non-morti s'inchinano.
Il romanzo ha uno stile raffinato, elegante, ma mai distaccato o "troppo fantasy". Gli autori stanno in equilibrio quasi perfetto tra la favola nera e il romanzo d'orrore vecchia maniera, non disdegnando perfino qualche pregevole stoccata ucronica, che però forse non tutti coglieranno. Il risultato è pregevole, anche grazie alle illustrazioni in puro stile Mignola, che impreziosiscono un romanzo già di suo molto buono.
Buoni i comprimari, ciascuno descritto con tanto di background splendidamente raccontato. I due protagonisti principali, l'eroe e il villain, rispondono invece a precisi stereotipi di questo genere, ma pare evidente che si tratta di una scelta consapevole degli autori, i quali riescono comunque a ottenere un memorabile dialogo conclusivo tra i due nemici giurati.
Nota di demerito per lo striminzito epilogo, decisamente troppo stringato, questo dopo aver invece descritto minuziosamente uno scontro memorabile tra Baltimore e il Re Cremisi.
Ma tant'è: niente è perfetto, ma almeno questo libro prova a esserlo.
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Il sangue di Manitou
di Graham Masterton
382 pagine, 13.50 euro
Sinossi
In una delle estati più torride degli ultimi decenni, la città di New York è preda di una strana e terribile epidemia. I medici non sanno dove sbattere la testa, mentre si moltiplicano le vittime preda di una sconosciuta patologia ematica: non riescono più a ingerire alcun cibo solido, divengono ipersensibili alla luce del sole, e provano un impulso irresistibile a bere sangue umano. Mentre il panico si diffonde nella metropoli e orde di scalmanati assetati di sangue si riversano per le strade, il sensitivo Harry Erskine dovrà penetrare nell'oscuro regno a mezza strada tra i vivi e i morti e invocare gli spiriti dei nativi d'America per aiutarlo nella lotta per la sopravvivenza della razza umana, una lotta in cui la morte non è che l'inizio... Il trailer disponibile si riferisce al film "Manitou, lo spirito del male" (The Manitou, di William Girdler, 1978) tratto dal primo romanzo di Masterton avente per protagonista il sensitivo-cartomante Harry Erskine, interpretato da Tony Curtis.
Commento
Graham Masterton è un prolifico autore horror britannico, con più di 50 (dico.... cinquanta!) titoli all'attivo, di cui solo pochissimi tradotti in italiano, e nessuno di recente. Ci voleva come al solito la Gargoyle per ripescare dal dimenticatoio questo scrittore d'eccezione, che mi piace definire un artigiano dell'horror. Una sorta di Lucio Fulci della carta stampata, in grado di scrivere storie forse poco cervellotiche, ma molto sostanziose e piene di prelibatezze sopraffine per i veri amanti di questo genere.
Masterton si concede poche ma efficaci descrizioni, profili caratteriali azzeccati senza perdersi in inutili bizantinismi, e ama concentrarsi invece sull'intreccio, sulla trama. Cosa che fa alla perfezione anche ne "Il sangue di Manitou", dove si spinge perfino a fondere due mitologie all'antitesi: la magia degli indiani d'America, e le tradizioni vampiresce dell'est europeo. Il tutto sullo sfondo di una New York cinta d'assedio da un'epidemia che rischia di metterla a ferro e fuoco, in un'atmosfera che ricorda molto da vicino quella di "Dawn of the dead" o, ancora di più, le scene finali di "Shivers" ("Il demone sotto la pelle", film di David Cronenberg del 1974). Ovviamente Graham ci mette del suo, con una bella iniezione di esoterismo e paranormale, senza però sconfinare nel campo del fantasy, come invece ha fatto per esempio il suo collega David Wellington, fallendo su tutta la linea.
Il romanzo ha due protagonisti principali, il gastroentorologo Frank, a cui è affidata la narrazione più horror e cupa, e il sensitivo Erksine, che non disdegna qualche escursione nel sarcasmo puro, senza però mai allontanarsi da quello che è un libro che fa della "paura" la sua colonna portante. La storia procede su questo duplice binario, mantenendo un equilibrio perfetto, senza che un PDV prevalga mai sull'altro. Sembra una cosa semplice, ma in realtà è una raffinatezza che solo pochi scrittori, molto esperti, possono permettersi.
Come avviene spesso ultimamente, l'autore gioca un po' a reinventarsi il mito del vampiro, e lo fa in modo molto riuscito, senza al contempo stravolgerne le basi storiche. Peccato solo che qua e là nel romanzo ci siano micro-riferimenti ad altri libri di Graham, purtroppo mai arrivati in Italia, grazie alla poca lungimiranza dei nostri editori.
Consiglio a tutti gli amanti dell'horror molto pratico e "carnale" di recuperare anche i vecchi volumi dell'autore inglese, disponibili in lingua originale a prezzi davvero contenuti. Per l'intanto non fatevi sfuggire "Il sangue di Manitou", sperando che Gargoyle Books traduca presto qualche altro romanzo di Graham Masterton.
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Secondo, breve post quotidiano.
Segnalazione sentita e obbligatoria per il nuovo romanzo di Arona, Ritorno a Bassavilla, non solo perchè Danilo è sempre un ospite graditissimo di questo blog, ma anche perchè questa volta viene pubblicato dai ragazzacci di Edizioni XII, che stanno cercando di fare qualcosa di buon in quel gran casino che è il mondo editoriale italiano. Eccovi una breve presentazione del libro. Per maggiori informazioni date un'occhiata alla scheda completa.
Ritorno a Bassavilla
di Danilo Arona
Edizioni XII
192 pagine, 12 euro
Sinossi
Ritorno a Bassavilla ci riporta tra le nebbie della più spettrale tra le città della nostra letteratura, e che era tempo si vedesse dedicare un intero libro: Bassavilla.
Uno sguardo oltre l’apparenza confortante delle cose, tra storie - vere? - di fantasmi, resoconti dell’insolita attività investigativa dell’autore, e inquietanti fatti di cronaca nera. O nerissima. Spaccati che oscillano in equilibrio quantomai precario sul filo sottilissimo che separa la realtà (o quella che riteniamo tale) dall’Immaginario più disturbante. E dietro sogghigna e prende forma - solo per poi prenderne un’altra - lei: Bassavilla. Il primo Cronache di Bassavilla fu pubblicato da Dario Flaccovio Editore nel 2006, ed è uno dei libri più apprezzati della vasta produzione dello scrittore piemontese.
Contiene l'intervento Bassavilla? di Daniele Bonfanti.
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