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Paese fantasma: Galeria Vecchia (Lazio)

  • Nov. 22nd, 2009 at 10:03 AM
pensante


l luogo ha indubbiamente origini molto antiche come potrebbe dedursi sia dal suo nome etrusco – Careia, dai Romani latinizzato in Careiae – sia dalla lettura di alcuni incunaboli ove essa viene definita "ampla et magna, grande e famosa". Altro indizio dell'origine etrusca di Galeria Vecchia sono gli immensi sotterranei tombali, per buona parte inesplorati, che si trovano in queste rovine.
Nell’VIII papa Adriano I vi fondò una domus culta poi trasformata in curtis, a metà del IX secolo, da papa Gregorio IV. Ebbe successivamente fortune alterne fino al IX secolo, quando fu quasi del tutto distrutta dai Saraceni. I Conti di Galeria la ricostruirono e ne ampliarono apprezzabilmente i confini, fino alla cessione di tutta la città agli Orsini. Correva l’anno del Signore 1276… Poco più di due secoli più tardi agli Orsini subentrarono i Colonna, poi i Caetani, i Savelli e infine i Sanseverino. In epoca rinascimentale ebbe l’onore di ospitare brevemente l’imperatore Carlo V: fu una sorta di canto del cigno, poiché lenta ma inesorabile giunse l’agonia del luogo, fino al totale spopolamento avvenuto nel 1809.
La causa più probabile fu un’improvvisa epidemia di malaria, diffusasi a causa del proliferare in alcune piccole aree paludose causate da acque stagnanti provenienti dal locale torrente Arrone, della temibile zanzara anofele. Quel che è certo è che la fuga dalla città fu precipitosa, caratterizzata anche da inspiegabili abbandoni di attrezzi da lavoro, di suppellettili, di oggetti d’uso quotidiano.



Oggi vi si accede da un solo lato attraverso un ripido campo di felci. Una vegetazione selvaggia la serra da ogni parte, rigogliosa e inestricabile, da togliere ogni visuale e ogni controllo. I bassi androni delle costruzioni sono avvolti da gigantesche liane, affogati fra salici, quercie ed olmi.
Le mura sono cadute poco a poco, le strade cancellate; ogni possibile elemento d'interesse storico e' scomparso.

Inutile oggi scostare i mozziconi di muro fra i fichi selvatici, le canne ed i sambuchi, la ricerca è già stata fatta con diligenza dai clandestini, anche stranieri.
Il fascino che seduce e attira curiosi, appassionati d'archeologia e anche di esoterismo sta nella serie d'immensi sotterranei, mai esplorati, di una citta' etrusca non ancora bene individuata e di una necropoli della quale sono state scavate solo poche tombe. Questo mondo ctonio si trova proprio sotto le rovine di Galeria Vecchia. Ma ogni possibile ricostruzione anche dei tracciati urbani è impresa ardua.
Il bosco ha ripreso gli antichi possessi, gli uccelli, le serpi, il silenzio primigenio, sono tornati a dominare su di una città che non potrà mai risorgere.



- - -
Fonti:
- http://www.parks.it/mn.galeria.antica/
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http://www.specchiomagico.net/cittamortelazio.htm
-
http://spazioinwind.libero.it/archeoesperienze/index5.html



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Itinerari misteriosi per Halloween

  • Oct. 29th, 2009 at 3:18 PM
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Halloween è una gran bella festa, ma non capisco - nel senso che va davvero oltre la mia limitata comprensione - come si può pensare di festeggiarla in una cacchio di discoteca con dei fighetti che ballano mettendosi addosso il cerone da vampiro o le unghie da strega.
Halloween dovrebbe essere la festa del terrore, dell'atmosfera lugubre, dei fantasmi. Senza parlare poi di chi la considera prettamente un'occasione religiosa.
Ben venga piuttosto una notte horror con gli amici, in compagnia di buoni film (ce ne sono, basta cercarli). Personalmente quest'anno visiterò un castello, dove m'intratterrò fino a sera. Un luogo non inflazionato dai turisti. Non come Triora, che oramai il 31 ottobre sembra un outlet, o un agriturismo per giovani milanesi annoiati.
Visto che in questo blog si parla anche di luoghi misteriosi, case abbandonate e ghost town, eccovi qualche spunto per delle gite "spettrali", se ancora non avete deciso che fare...

Ca' Scapini (Val Toncina)



Per tutti è il "paese fantasma". Eppure, un tempo, Scapini, frazione compianse ,era abitata e molto visitata ed era considerato uno dei paesini più belli della Valtaro, dove si incontrava la prima strada che collegava Bardi a Bedonia, la Valceno con la Valtaro. E da qui, poi,si snodavano altre decine di vie che portavano alle altre frazioni comunali. Era proprio un bel centro, dice chi l’ha visto in passato, dove chi vi arrivava, subito, a colpo d’occhio,poteva ammirare tutte le case del paese,perché si trovavano in sequenza,una vicino all’altra. (L'articolo intero in PDF)
Ovviamente non mancano le voci sui fantasmi che infesterebbero questo posto. Anzi, per dirla tutta c'è una leggenda che lega l'abbandono del paese proprio alle manifestazioni spettrali che ebbero luogo dopo il tragico suicidio di una ragazza...

Craco (Potenza)



Vicino Potenza c'è Craco, un villaggio che molti anni fà è stato abbandonato da quasi tutti gli abitanti. Ma nelle sue vie deserte ogni notte risuonano strani rumori di passi, echi di voci e grida terribili mentre misteriose forme luminose si muovono tra le case. Gli spiriti dei morti stanno forse occupando questo paese lasciato da noi vivi?" Craco mi è sembrato davvero un luogo spettrale: negli anni '70 un vasto movimento franoso ha obbligato quasi tutta la popolazione ad andarsene poiché le case sono diventate pericolanti, e da allora solo pochissimi vecchi si sono ostinati a restare ad abitare quì, rifiutando ostinatamente di lasciare per sempre il luogo in cui sono nati. E siccome con il passare del tempo quasi tutti questi anziani abitanti superstiti sono deceduti, oggi a Craco le persone ancora vive che ci abitano si possono facilmente contare sulle dita di due mani. (Il resto dell'articolo).

Reneuzzi (Alessandria)



Renèuzzi, talvolta chiamato Renèuzi o Renèusi o Renéixi è una frazione disabitata del comune di Carrega Ligure, in provincia di Alessandria, situata in alta val Borbera a 1.075 m d'altezza sotto il Monte Antola. Fu abbandonato nel 1961. Conserva l'Oratorio di San Bernardo abate, a cui è stato rimosso il campanile.
Non raggiunto dalla strada carrozzabile, è collegato da un'antica mulattiera alle frazioni di Campassi e Vegni, mentre un sentiero permette di raggiungere la vetta del Monte Antola.

Le mie vecchie segnalazioni:

Consonno (Lecco)
Toiano (Toscana)
I monti sibillini (Marche/Umbria)
Ca' Dario, il palazzo maledetto (Venezia)
La Casa Rossa (Lecco)
Balestrino (Liguria)
Val Raccolana (Alpi Giulie)
Saletta (Vercelli)


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Milano segreta

  • Oct. 20th, 2009 at 2:58 PM
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Ogni tanto mi piace dedicare articoli alla mia città. La trovo estremamente interessante. Decadente e metropolitana al punto giusto per trasformarla in uno scenario da romanzo horror. In essa si unisce la Storia, con tutte le sue suggestioni, e il fascino della grande città modena, artefice di quell'anonimato disumanizzante che offre lo spunto ideale per narrare storie nere.
Non è un caso che a Milano abbondino le leggende da brivido. Oltre a quelle più note (la dama nera del Parco Sempione) e a quelle di cui ho già parlato spesso e volentieri (I rettiloidi che vivono nei livelli sommersi della Stazione Centrale), ce ne sono altre. Eccovele, molto in breve:

1. Dracula a Milano
Qualche anno fa alcuni senzatetto denunciarono gli attacchi notturni da parte di un affascinante ma indemoniato sconosciuto, che avrebbe tentato di succhiare il sangue ad alcuni di loro. Senza aspettare l'intervento delle autorità, i clochard si organizzarono, intrecciando delle collane d'aglio da indossare mentre passavano la notte sulle panchine della stazione (che come scenario horror funziona alla grande anche senza vampiri). Il misterioso aggressore non si fece più vivo.

2. UFO sulla Madonnina
Una notte della fine degli anni ’80, tutte le caserme milanesi vennero allertate e accesero i fari della contraerea. Per diverse ore, nel cielo notturno fu possibile vedere i cerchi dei proiettori che cercavano “qualcosa” nel cielo.
Successivamente, sul quotidiano La Notte, trapelò la notizia che l’allarme venne dato in seguito al rilevamento di un Ufo sui radar dell’aeronautica. (fonte: diegozilla.blogspot.com/)

3. La ninfa di Brera
Questa la sanno in pochi, ma è una delle urban legend più intriganti. Pare che nella Pinacoteca di Brera sia stata vista diverse volte una ninfa ectoplasmatica, intenta ad aggiurarsi nottetempo per le sale. Sarebbe la stessa rappresentata nel quadro "La ninfa dei boschi", di Bernardino Luini. Incuriositi dalla storia bizzarra, gli esperti hanno fatto esaminare il quadro ai raggi X, scoprendo che sotto la tela della ninfa c'era un altro dipinto, che rappresentava un essere a quattro braccia, intento a uscire da quello che sembra un disco volante. Come se non bastasse, il quadro è stato rimosso dalla sala esposizioni, e mai più mostrato in pubblico.

4. Il suicida di via Aldini
Pare che in via Aldini, nel quartiere popolare di Quarto Oggiaro, sia stato visto più volte il fantasma di un uomo intento a buttarsi sotto l'auto del malcapitato di turno. Il povero automobilista si trova a frenare di colpo, salvo poi verificare che del suicida non è rimasta nessuna traccia. Questo bizzarro fatto è già accaduto diverse volte.

5. Il signore delle Tenebre all'opera

A Milano, come in ogni grande città, ci sono molti delitti irrisolti. Alcuni di questi puzzano di zolfo, anche se pochi giornalisti lo scrivono, preferendo dimenticare tutto. Il caso più eclatante è sicuramente quello che riguarda Ruggero Jucker, rampollo-bene della borghesia locale, che in una notte del 2002 uccise a coltellate, senza ragioni evidenti, la sua fidanzata, dichiarando poi agli agenti che lo stavano arrestando che lui era in realtà Osama Bin Laden, passando poi a incolpare Satana del gesto compiuto. Prima di quella terribile notte Jucker non aveva mai dato segni di squilibrio, né consumato droga o superalcolici.
... tacendo poi i misteri delle "Bestie di Satana".

6. Il terzo incomodo
Si racconta, e sembra che molte fonti lo possano testimoniare, che quando si scatta una foto a una coppia di sposi che escono dalla porta del Duomo dopo la cerimonia, alle loro spalle compaia una misteriosa figura vestita di nero. Ingrandendo l'immagine si distinguono i tratti del volto della donna. Ma a colpire chi guarda sono soprattutto gli spettrali occhi bianchi. (fonte: fantamimisteri.myblog.it).




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Le catacombe di Parigi

  • Sep. 26th, 2009 at 10:35 PM
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Un po' in tutta Europa sta rimontando l'interesse - mai del tutto sopito, ovviamente - per il mondo sotterraneo delle grandi città.  Sicuramente da questo punto di vista, una delle più interessanti è Parigi. Sotto la capitale francese infatti, pochi lo sanno, si dipana una incredibile, mostruosa, e in gran parte inesplorata città di gallerie sotterranee.
La notizia è ora che proprio nei giorni scorsi le catacombe medievali di Parigi - 300 chilometri di gallerie che corrono sotto la capitale francese - sono state danneggiate. A dare l'allarme e' stato uno dei guardiani che quando ha preso servizio sabato scorso si e' trovato davanti a una catena forzata, un estintore svuotato e a ossa spezzate.
Il commissariato di polizia del 14/o arrondissement ha avviato le indagini. Non e' la prima volta che qualcuno penetra in modo illegale nei sotterranei parigini e li danneggia. Nel 2004 un misterioso gruppo aveva addirittura creato una sala cinematografica clandestina sotto il palais de Chaillot, nel 16/o arrondissement. Ad essere violato e' ora uno dei piu' celebri monumenti parigini. Dei 300 km solo 1,7 sono visitabili in modo legale sotto place Denfert-Rochereau.
(fonte: mysterium.blogosfere.it )

Per gli amanti del macabro, questo è un sito (invero un po' inquietante), che riporta foto ed esperienze di un italiano che le catacombe parigine le ha viste ed esplorate in lungo e in largo: shout.www5.50megs.com/
Le foto pubblicate sul sito risalgono agli anni '80, e i protagonisti di queste scorrerie hanno i lineamenti occultati perchè, è bene ricordarlo, l'ingresso alla catacombe è vietato dalla legge. Pare che esista un dipartimento della Polizia francese che dedica tutto il suo tempo a combattere il reato di catafilia.
Ovviamente sto parlando delle catacombe non accessibili al pubblico, perchè ce ne sono altre (brevi tratti) che fanno parte dei giri turistici ammessi e addirittura incoraggiati.
Nelle catacombe proibite invece si trova di tutto di più: un bunker nazista, le fosse in cui venivano calati gli appestati, i pertugi che portano agli ospedali parigini, che gli studenti di medicina utilizzavano negli anni '50 per cercare "materiale di studio". Ma anche covi usati in passato dalla criminalità organizzata, vecchi rifugi antiatomici, budelli in cui si riunivano lugubri neonazisti che perpetravano oscuri riti...
Ecco un altro sito (in francese) con decine e decine di foto: www.catacombes.info/

 

 


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Centralia, la vera Silent Hill

  • Jul. 24th, 2009 at 3:56 PM
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Quando la verità supera la fantasia, o almeno ci prova.
Credevate che l'arcinota Silent Hill fosse solo un'invenzione bella e buona? Invece no. Pare che gli sviluppatori del gioco si siano ispirati a una cittadina realmente esistente, e ora abbandonata. Sto parlando di Centralia, un comune degli Stati Uniti d'America, nella Contea di Columbia, nello stato della Pennsylvania.
La città sorse nei primi dell'ottocento è fu creata sopra un enorme giacimento di antracite, carbone fossile puro al 95%. In questo modo gli estrattori del carbone potevano estrarlo continuamente visto che i minatori lavorano e vivevano in un'enorme miniera.
L'estrazione del materiale durò fino alla fine del diciannovesimo secolo, quando nel sottosuolo restarono soltanto una serie di pozzi abbandonati.

 

Il paese di Centralia contava poco più di 2000 abitanti quando la vena carbonifera del sottosuolo prese fuoco. Si creò un incendio sotterraneo di grosseCentralia proporzioni, l'asfalto si sciolse, la città fu invasa da cenere, nuvole di fumo bianco e  formazioni di grosse crepe nelle strade.
Chi ha giocato con Silent Hill ritrova questo ambiente in tutti gli episodi, soprattutto nel numero 1, dove le strade si interrompevano bruscamente con veri e propri burroni.
La città venne evacuata è diventò Centralia, la "città fantasma".

 

Tutt'oggi il sottosuolo di Centralia è ancora incendiato e si calcola che lo sarà per i prossimi 100 anni a causa dell'antracite un tipo di carbone di difficile accensione, ma che una volta acceso è ancora più difficile spegnerlo.
Il videogioco di Silent Hill riproduce fedelmente le ambientazioni e anche la storia, anche se la trama del gioco è molto diversa (si appoggia tanto alla fantasia), si possono riscontrare riferimenti incredibili in tutto ciò che riguarda Centralia e Silent Hill.  Sono in pratica la stessa cosa. Silent Hill la collina silente è in realtà Centralia, la "città fantasma"  le cui ambientazioni reali e notturne fanno paura alla maggior parte delle persone.

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Fonti:

- http://www.offroaders.com/album/centralia/centralia.htm
- http://www.beliceweb.it/
- http://forum.cosenascoste.com


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Visioni dall'Inferno

  • Jul. 16th, 2009 at 2:53 PM
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Più o meno da quando l'uomo ha iniziato a concepire la possibilità di un'esistenza dopo la morte è nato il concetto di Paradiso e Inferno. Ovviamente questi due nomi semplificano l'idea, ma in realtà, nel corso dei secoli, i vari mondi dell'aldilà hanno assunto più nomi e definizioni.
Una costante di molte culture però è proprio questa: la divisione tra anime buone (destinate al Paradiso) e anima cattive (spedite negli eterni patemi degli Inferi).
Visto che il regno celeste - come Dante ci insegna - è di una noia mortale, concentriamoci sull'Inferno.
Per gli egizi era Amenti, dove i malvagi si trovavano a convivere con creature mostruose quali Seth e Apep.
Per i greci era Ade, concetto rielaborato dai romani nel Tartaro, luogo tenebroso e terribile.
Per gli ebrei è Sheol, oppure la più nota Gehenna.
Per i norreni è Hel, una gelida distesa di nulla governata dalla figlia del Dio Loky.
Per gli indù esiste un mondo sotterraneo molto simile all'Inferno, il regno di Taraka.
Per i taoisti è la montagna Feng Du, organizzata in un labirinto multilivello.

Per i cristiani è - appunto - l'Inferno, regno dell'angelo caduto, Lucifero, il portatore di luce.

Visioni dell'Inferno

Concentrandosi proprio sul cristianesimo, sono moltissimi i santi e i profeti che hanno avuto la dubbia fortuna di vedere l'inferno senza morire. Questo per "concessione divina", ovvero per poter mettere in guardia i viventi che la salvezza dal patema infernale sta nella preghiera.
 
Santa Francesca Romana nelle sue Visioni dell'Inferno afferma che i demoni più importanti che obbediscono a Lucifero sono tre: Asmodeo, che suscita il vizio della carne; Mammona, che rappresenta il vizio dell’avarizia; e Belzebù che è a capo di tutte le idolatrie e attività oscure.

Santa Teresa ebbe due visioni dell’inferno. «Rimasi spaventatissima...». E benché sapesse che « la via del timore non è fatta per me » - e probabilmente anche per noi -, tuttavia riconosce che «questa fu una delle più grandi grazie che Dio mi abbia fatto, perché mi ha giovato moltissimo per non temere le contraddizioni e le pene della vita, che per incoraggiarmi a sopportarle, ringraziando il Signore di avermi liberata da mali così terribili ed eterni, come mi pare di dover credere. D’allora in poi non vi fu travaglio che non mi sia apparso leggero in paragone di un solo istante in quanto là avevo sofferto...»

La più famosa santa polacca riporta per iscritto: "Io, Suor Faustina Kowalska, per ordine di Dio sono stata negli abissi dell'inferno, allo scopo di raccontarlo alle anime e testimoniare che l'inferno c'è. (...) Quello che ho scritto è una debole ombra delle cose che ho visto. Una cosa ho notato e cioè che la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l'inferno".

Santa Veronica Giuliani racconta: "Parvemi che il Signore mi facesse vedere un luogo oscurissimo; ma dava incendio come fosse stata una gran fornace. Erano fiamme e fuoco, ma non si vedeva luce; sentivo stridi e rumori, ma non si vedeva niente; usci­va un puzzore e fumo orrendo, ma non vi è, in questa vita, cosa da poter para­gonare. (...) In questo mentre, parvemi di sentire un gran rumore. Comparvero tanti demoni: tutti, con catene, tenevano bestie legate di diverse specie. Le dette bestie, in un subito, divennero creature (uomini), ma tanto spaventevoli e brut­te, che mi davano più terrore che non erano gli stessi demoni. Io stavo tutta tremante, e mi volevo accostare dove stava il Signore. Ma, contuttoché vi fosse poco spazio, non potei mai avvicinarmi più. (...) Nel fondo dell'abisso vidi un trono mostruoso, fatto di demoni terrifi­canti. Al centro una sedia formata dai capi dell'abisso. Satana ci sedeva so­pra nel suo indescrivibile orrore e da lì osservava tutti i dannati. Gli angeli mi spiegarono che la visione di satana forma il tormento dell'inferno, come la visione di Dio forma la delizia del Paradiso. Nel frattempo notai che il mu­to cuscino della sedia erano Giuda ed altre anime disperate come lui. Chiesi agli angeli di chi fossero quelle anime ed ebbi questa terribile risposta: Essi furono dignitari della Chiesa e prelati religiosi."

La Beata Emmerick Anna Caterina invece scrive: "L'inferno mi apparve come un immenso antro tenebroso, illuminato appena da una scialba luce quasi metallica. Sulla sua entrata risaltavano enormi porte nere, con serrature e catenacci incandescenti. Urla di orrore si elevavano senza posa da quella voragine paurosa di cui, a un trat­to, si sprofondarono le porte. Così potei vedere un orrido mondo di desolazio­ne e di tenebre. L'inferno è un carcere di eterna ira, dove si dibattono esseri discordi e disperati."

La testimonianza più famosa è quella dei tre veggenti di Fatima. Racconta Lucia: "come un grande mare di fuoco e immersi in questo fuoco i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o abbronzate, di forma umana, che ondeggiavano nell'incendio, sollevate dalle fiamme che uscivano da loro stesse insieme a nuvole di fumo, cadendo da tutte le parti - simili al cadere delle scintille nei grandi incendi - senza peso né equilibrio, tra grida e gemiti di dolore e di disperazione, che terrorizzavano e facevano tremare di paura. I demoni si distinguevano per la forma orribile e ributtante di anima­li spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come neri carboni di bracia."

Ma i resoconti di questo tipo sono davvero innumerevoli per citarli tutti.



Esperienze pre-morte "infernali"

Delle esperienze pre-morte (near death experience) abbiamo parlato spesso in passato. Nella maggioranza di questi casi si tratta di visioni positive e di speranza (il tunnel di luce, l'isola tranquilla, le anime dei cari defunti). Tuttavia si registrano casi in cui i pazienti strappati sul filo della morte hanno raccontato di aver visto o visitato dei luoghi tetri e negativi. L'inferno, o uno dei possibili inferni.
Ne parla, romanzando il tutto, lo scrittore francese Grangè, in questo suo bellissimo libro.
Uno dei resoconti raccolti nei tanti saggi (solitamente scritti da esimi dottori) che trattano di NDE, cita questa esperienza fatta da una paziente che è diventata un caso-simbolo nel settore: "Una delle finestre mostrava una scena che si potrebbe interpretare cme inferno o purgatorio, nella quale entità di colore grigio e senza faccia si muovevano senza scopo gemendo. Era evidente che stavano subendo uno stato di agonia e sofferenza fisica. Vidi queste anime come esseri deformati, creature che avevano commesso indicibili atrocità nelle loro incarnazioni precedenti."




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Veduta dei monti sibillini

Per la serie "luoghi misteriosi", eccovi una presentazione dei Monti Sibillini, tra Marche e Umbria. Terra di antichissime leggende che ancora sopravvivono nei paesi dell'interno e di alta quota. Non so se è lo stesso per voi, ma trovo questi posti talmente suggestivi che vien quasi voglia di fare armi e bagagli e andare a visitarli.
Intanto però, accontentatevi del mio articolo.


Il grande massiccio dei Monti Sibillini nasconde un segreto, forse un segreto così noto che lo dichiarano il nome stesso di questi monti e molti toponimi: grotta del Diavolo, passo del Diavolo, fossa dell’inferno, gola dell’Infernaccio, lago di Pilato, grotta delle Fate o grotta della Sibilla. Ne parla anche una lunghissima tradizione culturale, una leggenda raccolta nel 1420 da Antoine De la Salle e già nota fin dal 1391 al poeta del Guerrin Meschino, che situa in una grotta del Monte della Sibilla il regno di una misteriosa Dea dell’amore profano e profetessa. Chi arriva oggi al monte della Sibilla dalla strada aperta da Montemonaco, rimane subito colpito da una singolare scogliera di basalto alta 10 metri che fa da corona al monte, quasi profilo antropomorfo di una regina. È certo che per tutto il Rinascimento questo monte era al centro di una importantissima via di comunicazione verso Roma e fu continua meta di visite. Cavalieri erranti francesi e tedeschi raccontarono i loro “incontri” con la maga, nelle caverne del monte, seguiti o meno da pentimenti. Ne nacque Il Guerrin Meschino di Andrea da Barberino.

Negromanti di ogni tipo, se non proprio maghi e demoni, hanno abitato sicuramente il monte e la grotta stando a testimoni più o meno diretti come Enea Silvio Piccolomini, Benvenuto Cellini, Luigi Pulci, l’Ariosto, Flavio Biondi. Sembra che i santi abati di Sant’Eutizio già nel secolo VIII per ordine di papa Giovanni abbiano fatto crollare la grotta, operazione ripetuta poi dal repressore Albornoz nel 1354, e purtroppo anche in tempi molto recenti, grazie ad un maldestro tentativo di scavo con la dinamite. L’Accademia Reale Belga ha condotto una spedizione nel 1953, col magro risultato di uno sperone, un coltello, un tornese di Enrico II sec. XVI.

Tra i contadini si pensava ancora, fino agli anni Sessanta, che venti e tempeste erano scatenati dal passaggio di maghi e streghe. Leggende analoghe circondano anche il cupo specchio del lago di Pilato, i cui diabolici abitatori avrebbero addirittura richiesto il sacrificio di un uomo all’anno e che in epoca Rinascimentale fu anch’esso luogo di culti particolari. Il lago è in una depressione del monte Vettore sotto il pizzo del Diavolo. Precauzioni per una eventuale scalata al monte della Sibilla, le tempeste improvvise, le vendette della maga.

Sito ufficiale del Parco Naturale Monti Sibillini: www.sibillini.net/

     

Fonte: www.eclettismo.altervista.org/


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Navi fantasma

  • Jun. 23rd, 2009 at 4:02 PM
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Il Mary Celeste

Chi di voi non è rimasto affascinato davanti a una delle tante storie che parlano di navi fantasma? Sì perchè, se il mistero sta nello spazio sconosciuto, anche i nostri mari non sono da meno. Abbiamo esplorato tutti i continenti e ogni angolo del mondo, ma ci sono ancora molte "zone d'acqua" tanto misteriose quanto piene di leggende vecchie e nuove.
Da quando l'uomo iniziò a viaggiare per gli oceani, le storie di mostri marini e navi fantasma si moltiplicarono esponenzialmente. Ed è proprio di queste ultime che parleremo oggi.

La Mary Celeste

Forse il caso più eclatante di ghost ship riguarda il brigantino canadese Mary Celeste.
Nel calmo pomeriggio del 5 dicembre 1872 la nave inglese “Dei Gratia” incrociava un brigantino a due alberi che seguiva una rotta erratica nel nord dell'oceano Atlantico, fra le isole Azzorre e la costa del Portogallo. Una volta avvicinatisi alla nave misteriosa, i membri dell'equipaggio si erano resi conto che stava viaggiando soltanto con l'asta di fiocco e la sola vela dell'altiero di trinchetto; oltretutto il fiocco era girato a babordo, mentre tutto il vascello virava verso destra, segno evidente a chi sa di mare che era senz'altro senza guida.
Il capitano della “Dei Gratia”, Morehouse, compiute le necessarie segnalazioni, non aveva ricevuto alcuna risposta.
Il mare ancora ingrossato per le recenti tempeste non consentiva un approccio ravvicinato in sicurezza e ci erano volute più di due ore a Morehouse e al suo equipaggio per accodare la nave tanto da poterne leggere il nome. Si trattava della Mary Celeste, una nave che il capitano ben conosceva, così come conosceva chi la comandava, il capitano Benjamin Spooner Briggs. Meno di un mese prima le due navi si erano ritrovate vicine ai pontili di carico di East River a New York. La Mary Celeste sarebbe partita per Genova il 5 novembre con un carico di alcool puro, mentre dieci giorni dopo la “Dei Gratia” sarebbe salpata per Gibilterra. Ora, la prima vagava sperduta in pieno oceano senza una guida né un segno di vita. Morehouse aveva inviato tre uomini ad investigare, guidati dal primo ufficiale Oliver Deveau, un uomo di grande forza fisica e coraggio. Appena saliti sulla nave, il ponte era subito apparso totalmente deserto, così come tutto il resto della nave. A bordo non c'era anima viva. Mancava la scialuppa di salvataggio, indizio che segnalava come Briggs e i suoi uomini avessero deciso di abbandonare la nave. Sotto coperta c'era una grande quantità di acqua; due vele erano completamente sganciate e quella inferiore dell'albero di trinchetto penzolava appesa solo più da un angolo. Tuttavia la nave dava segno di poter reggere tranquillamente il mare e di non correre il pericolo di affondare. Perché dunque era stata abbandonata? Una ricerca più approfondita aveva rivelato che l'abitacolo, ovvero il posto dove era conservata la bussola della nave, era saltato. Due portelli di boccaporto erano scardinati e uno dei grandi contenitori per l'alcool si era rovesciato. La cambusa e le altre zone destinate alla conservatone del cibo e dell'acqua dolce da bere erano stipate. Le cassepanche dei marinai erano intatte, ad indicare la fretta e la furia con cui erano stati costretti a lasciare la nave. Ma nella cabina del capitano gli strumenti e le attrezzature portatili di orientamento erano sparite. L’ultima annotazione sul diario di bordo datava al 25 novembre; voleva dire che la Mary Celeste viaggiava ormai da nove giorni senza equipaggio, e che in quel momento si era venuta a trovare a oltre 700 miglia a nordest rispetto all’ultima postazione nota registrata. Oltre al capitano Briggs e a un equipaggio di sette marinai, a bordo della nave erano salite pure la signora Sarah, moglie del capitano, e Sophia Matilda, la loro figlioletta di due anni.
Dopo lunghe inchieste e indagini (pare che la nave avesse avuto già diversi piccoli incidenti di percorso anche negli anni precedenti, meritandosi così la brutta fama di "nave maledetta), fu appurato che la Mary Celeste non era stata vittima di un ammutinamento, bensì era stata abbandonata senza un comprensibile motivo.
L'equipaggio la lasciò in grande furia; la ruota di propulsione non era bloccala, particolare che induce a ritenere un abbandono molto frettoloso. Ed ecco allora, il vero mistero: per quale arcana ragione i marinai scapparono così velocemente?



Le altre

Altro caso eclatante di nave fantasma è quello del MV Joyita.
La nave salpò dal porto di Apia, nelle Samoa, all'alba del 3 ottobre 1955 ed era attesa alle Tokelau dopo una navigazione di circa 41 - 48 ore. In realtà non raggiunse mai la destinazione prevista e fu ritrovata alla deriva solo dopo 5 settimane, il 10 novembre, a circa 1000 km dalla rotta prevista. Dei 16 membri dell'equipaggio e dei 9 passeggeri non c'era più alcuna traccia e di loro non si seppe più nulla.
Ma ci sono altri ritrovamenti di ghost ship anche molto recenti, come quello del Jian Sieng, rinvenuto vicino alle coste australiane. Nessuno è mai riuscito a scoprire da dove arrivava questa nave e perchè era lì, abbandonata e senza documenti di bordo.
E che dire del veliero Bel Amica, trovato nel 2006 a largo delle coste sarde? Ecco come "La Repubblica" riportò il fatto:

OLBIA - Un veliero senza nome, alla deriva al largo della Sardegna nord orientale e completamente deserto. Quella della nave apparsa nei pressi di Punta Volpe ricorda le vecchie storie dei marinai popolate di misteriose imbarcazioni fantasma. Ma la vicenda, come ipotizzano gli uomini della capitaneria di porto di Golfo Aranci, potrebbe essere più adatta a un libro giallo.
La barca, un due alberi d'epoca di 22 metri, è apparsa improvvisamente nei pressi della costa sarda. A causa del mare mosso e del forte vento, rischiava di finire contro gli scogli e così è stata avvicinata da una pattuglia della capitaneria, che con grande sorpresa non ha trovato nessuno a bordo.
Poche le tracce presenti sul veliero, che è stato trainato a Portisco. All'interno c'erano solo resti di cibo di provenienza egiziana, abiti di cattiva fattura e alcuni oggetti abbandonati, tra cui una bandiera della marina del Lussemburgo, carte nautiche del Nord Africa e una targa di legno con su scritto "Bel'Amica", forse il nome della barca. Non sono stati invece trovati documenti che permettano di risalire ai proprietari.
Inizialmente si è pensato a uno scafo male ormeggiato e trascinato al largo dal mare. Non sono però giunte segnalazioni di furti o smarrimenti. Di conseguenza, si fa strada l'ipotesi che l'imbarcazione possa essere stata rubata, utilizzata per qualche traffico illecito e poi abbandonata.
Le indagini sono state estese a livello internazionale. Della vicenda si occupano il comando generale della Guardia costiera di Roma e l'Interpol. "Tutto è possibile" dicono gli inquirenti, che ammettono di non ricordare alcun caso simile avvenuto in passato.


Per la cronaca, sono passati tre anni e a quanto pare nessuno è riuscito a trovare una sola informazione riconducibile al Bel Amica (a parte la pista, rivelatasi falsa, di un proprietario francese)... da dove viene dunque questo veliero fantasma? Dal passato, da un universo parallelo? Dal mondo dei morti?



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Fonti

- La Repubblica
- www.betasom.it


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Un palazzo legato a vicende tragiche è Cà Dario, splendido edificio sul Canal Grande fatto costruire dal  mercante Giovanni Dario che lo donò alla fiuglia illegittima Marietta andata sposa a Vincenzo Barbaro, uomo facoltoso, ricchissimo mercante di spezie.
Sul palazzo appare un'iscrizione in base alla quale Giovanni Dario dedicava la costruzione al genio della città, e recita: GENIO URBIS JOHANNES DARIO ", ma che secondo alcuni studiosi nasconderebbe un drammatico anagramma: SUB RUINA INSIDIOSA GENERO, cioè: Chi abiterà questa casa andrà in rovina.
Il palazzo venne ereditato dalla figlia quando l'uomo morì. La donna, Marietta, aveva sposato un uomo d’affari,che all’improvviso subì un tracollo economico;la cosa le pesò così tanto che ben presto morì di crepacuore.
Alla sua morte il palazzo passò al marito, Vincenzo Barbaro e in seguito alla sua famiglia.
Uno dei successivi proprietari, Giacomo Barbaro, venne rinvenuto cadavere a Candia, ucciso da misteriosi e impuniti assassini. I tre avvenimenti,pur diluiti in un arco temporale di oltre un secolo, iniziarono a insospettire i veneziani,che guardavano con timore al palazzo e a quella che sembrava un’oscura maledizione che gravava sul palazzo stesso.
Probabilmente alla sua cattiva fama aveva contribuito la storia (non ci sono prove storiche) che il palazzo fosse stato costruito su un antico cimitero Templare.


 
Nel secolo successivo il palazzo passò di mano e fini in quelle di un commerciante turco di preziosi.
Che non ebbe molto tempo per godersi l’abitazione,visto che fallì improvvisamente e morì in disgrazia.
Ma è nell’ottocento che la cattiva fama della costruzione iniziò a delinearsi in maniera netta, acquistando quella fama di casa maledetta che non avrebbe più abbandonato.
Uno studioso inglese, Radon Brown, che acquistò l’edificio,morì misteriosamente con il suo coinquilino, pare per un suicidio.
Altra sorte amara toccò ad un ricco americano, Briggs, che dovette scappare in fretta e furia dall’Italia con il suo amante,inseguito alla scoperta della loro relazione omosessuale; il suo amante si suicidò per la vergogna.


 
Per qualche tempo i proprietari successivi godettero di relativa tranquillità,ma soltanto fino agli inizi degli anni settanta; Filippo Giordano delle Lanze,il nuovo proprietario,venne ucciso dal suo amante,che riuscì a scappare lontano dall’Italia,ma che morì misteriosamente,a sua volta,per mano di sconosciuti.
Il proprietario successivo ,Lambert, manager fra l’altro del gruppo inglese degli Who, si suicidò e successivamente Ferrari, un manager veneziano, subì un pesantissimo tracollo economico e per colmo di sventura vide morire sua sorella, che abitava nel palazzo, in un tragico incidente d’auto.
 
L’ultima vittima illustre della maledizione della casa risale a pochi anni addietro;si tratta di Raul Gardini, manager e imprenditore di fama, che morì suicida in seguito allo scandalo di Tangentopoli.
La storia non sarebbe completa se non si accennasse anche alla “maledizione a distanza” di Ca’ Dario; vittima illustre il tenore Mario Del Monaco, che ebbe un incidente d’auto gravissimo, in seguito al quale restò in coma per qualche tempo, proprio mentre stava andando a stilare l’atto d’acquisto della casa.
 
Una catena di sangue sicuramente singolare.
Anche chi non crede a maledizioni presunte, a leggendarie costruzioni innalzate su cimiteri Templari o di appestati non potrà non provare un brivido davanti al fascino sinistro di questa costruzione.
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Fonti:

www.daltramontoallalba.it
misteriemisteri.splinder.com/


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Externsteine è uno dei luoghi più sacri della Germania ma nonostante questo non è molto conosciuto, specialmente fuori dai suoi confini, se non da persone che ricercano in questo specifico campo.
Situato in prossimità di Detmold, nella bassa Sassonia, viene chiamata la "Stonehenge tedesca" sia perché è il più importante sito megalitico, sia per la sua imponenza.
Arrivare a Externsteine è già di per sé un'esperienza particolare: bisogna infatti addentrarsi nel profondo della maestosa foresta di Teutoburg, anticamente luogo sacro, ed oggi parco nazionale, tenuto in maniera esemplare (efficienza teutonica!), senza alterarne l'arcano fascino. Querce secolari oscurano il cielo, lasciando passare dei tenui raggi di sole quasi a voler custodire gelosamente la sacralità del luogo. Finalmente il sentiero sbocca in una grossa radura dove si apre uno scenario veramente spettacolare: Externsteine.
Un allineamento di cinque poderose rocce che si ergono fino ad un'altezza di quasi 40 metri. La loro formazione è di origine naturale e risale più o meno al periodo del cretaceo (da 130 a 70 milioni di anni fa) dovuta a stratificazioni di detriti avvenute durante quel periodo. Tuttavia la particolarità di questo luogo sta nel fatto di essere stato un centro sacro di antichissime tradizioni e di esserlo rimasto attraverso i secoli, fino ai nostri giorni.
Le tracce di mano umana sono evidentissime anche al primo sguardo: scale di pietra intagliate nella roccia percorrono gli enormi megaliti fino alla loro cima e si intravedono grotte scavate in profondità al loro interno. Superato il primo impatto visivo mi avvicino rendendomi subito conto di essere in un luogo con un'atmosfera molto strana, quasi onirica.
Quello che colpisce immediatamente il visitatore è un bassorilievo medioevale intagliato nella roccia che raffigura S. Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea mentre tolgono dalla croce Gesù Cristo calpestando e piegando l'albero sacro delle tradizioni Nordiche, l'Irminsul, la sacra quercia considerata dai Celti la colonna portante dell'universo: una evidente testimonianza della eliminazione da parte del Cristianesimo dell'antico culto pagano.
Difatti Carlo Magno fervido cattolico, quando conquistò queste terre durante la guerra contro i Sassoni, si rese immediatamente conto di quanto fosse grande l'energia ed il potere presenti ad Externsteine, arrivando non solo a cercare di distruggere tutte le tracce degli antichi culti qui praticati, ma vietandone qualsiasi uso a carattere sacro avendo paura che la sua enorme influenza mistica potesse far risorgere l'antica religione.
Non a caso Externsteine è stato utilizzato dai Druidi, dai sacerdoti degli antichi culti nordici, e molto prima ancora dal popolo mitico che eresse i megaliti su tutto il pianeta. Alcuni studiosi ipotizzano anche che potesse essere praticato il culto di Mitra. Sembra quindi che la Tradizione abbia segnato questo luogo per millenni; la paura di Carlo Magno era ben giustificata! I luoghi sacri, vere e proprie porte sul mistero, sono, da sempre, giudicate pericolose dal Cristianesimo, con conseguenze che ben si sanno.
Di sicuro l'influenza di Externsteine è rimasta inalterata nel tempo dato che addirittura durante la seconda guerra mondiale questo luogo è stato utilizzato da Himmler per officiare i riti di iniziazione degli ufficiali delle SS. Lo stesso esercito nazista (sempre molto interessato all'esoterismo) effettuò qui una imponente serie di scavi archeologici il cui scopo è rimasto un mistero dato che i lavori sono stati bruscamente interrotti e tutte le carte riguardanti il progetto distrutte e disperse.

Il castello di wewelsburg, sede dell'Ordine Nero di Himmler, non lontano da Externsteine
 
Anche se ormai si parla di Externsteine come di un luogo di culto dei monaci cistercensi (non a caso l'ordine monastico che fondò i cavalieri Templari), moltissime sono le testimonianze di un passato spirituale ben diverso; a partire da una delle grotte scavate all'interno dei giganteschi megaliti, chiamata ora "bassa cappella", una stanza piuttosto grande che veniva probabilmente adibita ad uso meditativo dove sulla parete sono incise e chiaramente visibili delle rune. Questa stanza è collegata ad altre stanze di dimensioni minori, anch'esse con segni oscuri incisi sulle pareti e dove si respira un'atmosfera magica e suggestiva.
Poco più in là, fuori da queste stanze ai margini di un laghetto che lambisce le rocce l'ennesimo segreto rimasto irrisolto: scavata in una roccia, anch'essa con una runa incisa sopra, si trova una sorta di sarcofago il cui uso è rimasto inspiegato sebbene alcuni storiografi abbiano cercato di trovare una risposta, sostenendo che fosse la riproduzione del Santo Sepolcro di Gerusalemme; ma, dato che pare essere molto più antico, è un'ipotesi che non è sostenuta da molti e che sembra essere un ripiego fatto in mancanza di risposte più convincenti.
Salendo su una impervia scaletta scolpita nella roccia, all'esterno di una delle pietre, si arriva forse nella parte più impressionante: il santuario, posto sulla cima di un megalite; una stanza ora senza tetto, ma anticamente completamente chiusa nella roccia, dove su una parete c'è un'apertura circolare con sotto una colonna con le funzioni probabilmente di altare. Qui, al solstizio d'estate il primo raggio di sole passa attraverso il buco illuminando l'altare e la parete dietro che reca misteriosi segni. La celebrazione di questo magico momento annuale, non a caso, accomuna Externsteine ai grandi templi megalitici, quali Stonehenge, Newgrange e molti altri sparsi su tutto il pianeta.


 
Nel 1929 Wilhem Teutd, uno studioso tedesco che considerava Externsteine come un osservatorio astronomico ed il fulcro dei culti antichi nella Germania provò a fare partire da qui delle ipotetiche linee che unissero idealmente sul territorio tutti i luoghi particolari quali megaliti, antiche cappelle, grotte sacre, eremi; scopri` che in effetti tutti questi posti avevano in comune il fatto di essere i ritrovi delle antiche feste pagane dove la gente si radunava ad osservare il levarsi del sole e della luna tracciando a loro volta altre linee rette capaci di abbracciare tutta la Terra.
Qual'è dunque il segreto di Externsteine?
Una sorta di gigantesca "antenna" in grado di comunicare con gli altri luoghi sacri sparsi sul pianeta? Un luogo dove correnti telluriche conferiscono una straordinaria energia? (il sottosuolo pare sia fitto di grotte).
Questo spiegherebbe perché gli antichi sacerdoti ed i Druidi, loro successori, utilizzassero la forza naturale di queste rocce per officiare i loro riti di comunione con la Madre Terra.
Le ipotesi sono molte: ma è certo che Externsteine è un luogo in cui si ha la sensazione di essere a contatto con qualcosa di vivo e pulsante. La percezione che si prova lasciandosi andare è quella di essere pervasi da una forza molto armonica ed estremamente tangibile la cui esistenza ancora oggi rimane avvolta in un mistero e in un alone di leggenda di cui il luogo sembra impregnato.
Una forza che sembra avere affascinato gli uomini di ogni tempo che sono passati di qua e che continua ad essere irradiata nonostante oggi questo luogo sia considerato un semplice monumento di antichi culti ormai scomparsi. Scomparsi? Nelle nicchie scavate nella pietra sulle pareti del santuario ho trovato tracce recenti di fuochi e di candele.....

(Fonte: NEC news)
 

 
 

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Paese fantasma: Pozzis

  • May. 26th, 2009 at 3:26 PM
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Oggi vi propongo un "nuovo" paese abbandonato, questa volta in Friuli. Trattasi di Pozzis, su cui tra l'altro grava una storia degna del più tipico film horror. Storia di possessioni demoniache (anzi, di un'epidemia di possessioni, o presunte tali!), ma anche teatro dei più truci scontri della Prima Guerra Mondiale, tra italiani e austriaci.
Fino ad arrivare, in tempi recenti, alla tragica storia di Alfeo Carnelutti, detto "Cocco", una sorta di santone hippy che sognava di ridare vita al paese abbandonato, trasformandolo in una comunità in grado di mischiare pastorizia, peace & love e black metal. Peccato che il Carnelutti, come il peggiore dei finti santoni, si trasformò presto nel killer di una prostituta che aveva da poco ospitato nel suo novello Eden.

Qui l'articolo sul fatto

Vien quasi voglia di usare queste location per girare un film dalle forti suggestione lovecraftiane, no?

Ora eccovi il suggestivo articolo su Pozzis pubblicato da "Il gazzettino" nel marzo del 1999.


Pozzis ha tutto il fascino del "paese dell'orrore e della follia". Quelle quattro case nell'alta valle dell'Arzino, con i muri che perdono sassi a ogni intemperie, racchiudono segreti e storie che a pochi è dato di sapere. Molte di queste pagine sono ormai parte della storia, come l'epidemia di isterodemonopatie (possessioni demoniache), che colpì tutto il comune di Verzegnis nel 1972 o gli episodi della prima e della seconda guerra mondiale. Ma l'atmosfera di questo paese fantasma, abbandonato definitivamente dagli abitanti agli inizi degli anni sessanta è un qualcosa di impalpabile. Sono i luoghi che suscitano strane inquietudini. Pozzis è una frazione di Verzegnis, ma è isolata da questo dal monte Pizzat. La sede comunale e gli altri paesi sono sul versante nord, nella valle del Tagliamento. A dividerli la Sella Chianzutan, ora asfaltata e percorribile con facilità, ma fino a non molti decenni fa non certo agevole da superare. A sud c'è la stretta dell'Arzino, prima di arrivare a S. Francesco, in comune di Vito d'Asio, ora provincia di Pordenone. Un paese condannato inevitabilmente all'isolamento, dunque. Anche perché la nuova strada è stata tracciata qualche centinaio di metri sopra le case, in un versante scosceso, tagliandolo fuori ulteriormente dai collegamenti. E l'amenità dei luoghi (un torrente cristallino, poco più su le spettacolari cascate, i boschi di faggio) contrasta sinistramente con l'abbandono delle case. Isolamento vuol dire anche un passato che evoca emozioni antiche, ancestrali paure. Qui era luogo di agane e di salvans, qui le creature del mondo pagano si fondevano con una religiosità primordiale. Non può stupire che nel 1872 tale Margherita Vidusson, una ragazza di 25 anni, manifestasse di essere posseduta dal demonio, dando vita a una epidemia che coinvolse altre 24 ragazze e un giovane carabiniere. Tutto era cominciato dopo la predica di un domenicano alla "fiesta dai spiritaz" di Clauzetto, un esorcismo collettivo diventato festa religiosa ("dal perdon"). Tutto finì con l'intervento di un medico udinese massone e illuminato, Giuseppe Chiappolino, che tra l'altro ci ha lasciato una splendida relazione che è uno spaccato interessantissimo sulla vita di allora. Pozzis è protagonista anche nella prima guerra mondiale, con la Quarta armata alpina che cerca, scendendo dalla Carnia, di congiungersi alla Terza, ma trova nel mezzo gli austrotedeschi: massacri e terrore. E entra anche nella seconda guerra mondiale, diventando un luogo ideale per i resistenti della Brigata Garibaldi della Val d'Arzino: anche qui uccisioni e terrore. 
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Alfeo Carnelutti detto "Cocco"  Il cartello affisso dal Carnelutti all'ingresso del paese.
 

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Lupi (e draghi) a Milano

  • May. 23rd, 2009 at 11:48 AM
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Laghetto di Porta Venezia (MI), in passato tana di un presunto drago

Scommettiamo che sapete davvero poco sul passato della vostra città? Siete così abituati alle auto, ai tram, al traffico, ai negozi cool, che fate fatica a immaginare che, dove ora c'è quella vetrina di Prada, una volta c'era un tempietto druidico. O che dove ci sono i giardini di Porta Venezia sorgeva una palude che si credeva infestata da un drago. O che, come le cronache riportano, in epoca romana un dinosauro scampato all'estinzione di millenni prima fu utlizzato nei giochi gladatori all'Arena.
E poi, lo sapevate che Milano era un vero e proprio terrenno di caccia per i lupi, specialmente durante le carestie?


Gli Angeli e i Santi, posti a protezione delle mura e delle porte di Milano dagli antichi arcivescovi, hanno dovuto lavorare parecchio non solo nel Medievo, ma anche nei secoli successivi fino alle Cinque Giornate del 1848,  quando i Milanesi sfondarono a Porta Tosa, o fino all’agosto del 1943, quando si trovarono forse impreparati davanti ad una minaccia che veniva dal cielo. Molti furono gli eserciti nemici accampati fuori Milano: qualcuno riuscì ad entrare, altri non vi riuscirono, ma i protettori della città, invocati ogni anno nelle Litanie Triduane, fecero sempre del loro meglio per limitare i danni o almeno per aiutare i superstiti a risollevarsi.
 
Dove riuscirono meglio nel loro compito, fu nella protezione dalle insidie della Natura - acqua, fuoco, terremoti, belve - dalle quali Milano è stata egregiamente preservata. Il drago di Porta Venezia, è vero, fece morire centinaia di persone con il suo fiato pestilenziale, ma fu subito ucciso (con una salatissima multa?) dall’ingegnoso funzionario pubblico Uberto Visconti. L’opera dei protettori fu ancora più meritoria se pensiamo a com’era il territorio che circonda la città sino a due secoli fa, infestato da banditi e da un’altra razza dimenticata di predatori: i lupi.
 
La battaglia contro i lupi fu piuttosto dura e impensierì più volte le autorità laiche e religiose, raramente però nei secoli passati i lupi hanno portato la loro minaccia alle porte di Milano.  Grazie all’attento e minuzioso studio di Maria Comincini pubblicato nel 1991 (vedi Bibliografia) possiamo conoscere meglio il paesaggio milanese, quando al posto di automobili, TIR ed aerei, sfrecciavano cervi, caprioli, lupi.
 
In questo ambiente, esterno ed estraneo alla città, i lupi erano numerosi e spadroneggiavano senza infastidire molto l’altro e più forte predatore: l’uomo. Soltanto nei periodi di carestia le due specie venivano allo scontro, ed era in genere il lupo che attaccava. Lo studio sopra menzionato riporta molti dati su questa guerra, relativamente agli ultimi secoli e nelle diverse province lombarde. Ho estratto da quell’elenco gli avvenimenti più rilevanti svoltisi non troppo lontano da Milano per poter inquadrare meglio l’evento più significativo,  ancora oggi ricordato in molte pubblicazioni: quello della Bestia Feroce (NB: che citerò in post a seguire).
 
 Persone aggredite e uccise dai lupi intorno a Milano:
 
1462                i lupi assaltano dei fanciulli nella Martesana
 
1484                i lupi vanno di notte a mangiare i cadaveri nel cimitero dell’ospedale di S. Ambrogio (via S. Vittore a Milano)
 
1512 e 1530    alcuni morti fuori Porta Ludovica.
 
1528                molti lupi nel Milanese che aggrediscono i ragazzi
 
1530                fuori di città molte persone uccise soprattutto da un grosso lupo
 
1558                molti lupi che uccidono nel Ducato
 
1575-78          cinque persone uccise da due lupi a Misinto
 
1580                un lupo fa molte vittime a Busto Garolfo
 
1603                boschi infestati dai lupi tra Cusago e Trezzano
 
1650-52          tre ragazzi uccisi da un lupo a Nosate
 
1655                molte persone uccise ad Abbiategrasso
 
1656-58          quattro bambini uccisi da un lupo a Bellusco
 
1668                una bambina uccisa da un lupo a Cesate, un altro nel 1692
 
1676                due bambini uccisi a Nosate
 
1679                molti ragazzi uccisi dai lupi a Bellusco
 
1740                una bestia simile a quella del 1792 assale molte persone in Lombardia, scompare nell’inverno e viene uccisa la primavera seguente
 
1765                sedici persone assalite a Orio Litta e molte uccise anche per aver contratto la rabbia; a Rivolta d’Adda un lupo (idrofobo?) assale i soldati del Castello e molte altre persone
 
1766                premio a chi uccide i lupi e caccia generale nello Stato
 
1767                un lupo assale cinque persone a S. Colombano al Lambro
 
1772-74          premi a chi uccide i lupi
 
1801                bestia feroce “che credesi lupa” a Legnano e Locate
 
1801                lupo idrofobo a Limbiate
 
1812                un fanciullo ucciso ad Arluno
 
1816                una bambina assalita da un lupo a Gessate
 
 
Questo elenco, a detta dello stesso studioso che è riuscito a raccogliere tutti questi dati, è ancora  incompleto, ma ci consente di fare queste considerazioni: i lupi attaccano l’uomo - generalmente giovanissimi guardiani di animali - soprattutto in momenti di grave carestia. I casi più drammatici, quelli del 1765-67, ebbero come protagonisti dei lupi idrofobi e i danni più rilevanti furono causati dalla malattia contratta dai morsi del lupo più che dai morsi stessi.

(Fonte: http://www.storiadimilano.it/)

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Thule, alle radici del mito oscuro

  • May. 12th, 2009 at 10:35 PM
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Thule nella carta marina di Olao Magno
 
Proseguo passo a passo la mia ricerca nelle origini del cosiddetto "nazismo esoterico", che non manca mai di far parlare di sé. Un argomento delicato, su cui è stato detto molto e molto altro ci sarebbe ancora da scoprire. Vediamo oggi cosa s'intende quando si parla di Thule, che senz'altro fu uno dei punti centrali della personalissima mitologia di Hitler, Himmler, Eckardt e soci.

La leggenda di Thule è antica come la razza tedesca. Vi si narra di un’isola sita nell’estremo nord (qualcuno ipotizza tra il Labrador e la Groenlandia) e che un giorno sparì, come Atlantide. Rappresentava il centro magico della civiltà del passato, ma Eckardt e soci erano convinti che non tutti i segreti di Thule fossero andati perduti. A loro dire, alcuni esseri che svolgevano il ruolo di intermediari tra gli uomini e le intelligenze che abitavano le profondità della Terra, potevano mettere a disposizione degli iniziati forze che avrebbero consentito alla Germania di dominare il mondo, e di essere il crogiolo della nascente razza di super uomini risultante dalla mutazione delle specie umane. Questo fa ritornare alla mente gli studi di Zecharia Sitchin sull’antico popolo, proveniente dal 12° pianeta, che i Sumeri chiamavano Nephilim. A quanto pare i Nephilim erano alti e biondi, e i loro schiavi venivano chiamati “quelli dalle teste nere”, riferendosi al diverso tipo di capelli e di razza. Secondo i Sumeri, i Nephilim guidati dal dio Enlil avevano in odio la razza umana, che avevano creato per renderla schiava e che invece gli si era rivoltata contro.
Ma, dopo il diluvio, sembra che il nordico Enlil avesse perdonato infine gli uomini, prendendo la decisione di non sottomettere più altre razze, per quanto create da loro. E Semjase, la donna extraterrestre che avrebbe contattato lo svizzero Eduard Billy Meier, gli rivelò che la sua razza, i nordici Pleiadiani, avevano il dovere morale di aiutare i terrestri, giacché in passato avevano procurato molte sofferenze agli umani. Seppure lo scenario non appaia convincente, nello stesso contesto possiamo ipotizzare che forse una parte degli alieni Nordici (l’ala conservatrice, come diremmo oggi), si rifiutò di sottostare al nuovo indirizzo “liberale” intrapreso dal loro governo alieno, e sempre ipoteticamente possiamo supporre che da esso abbiano preso le distanze, quale falange oltranzista legata al concetto di razza superiore e dominatrice. Se questa ipotesi fosse corretta, sarebbero proprio questi gli esseri che contattarono prima Eckardt e poi Hitler stesso, indottrinandolo sul tema della razza eletta destinata a governare il mondo.
Secondo molti studiosi, gli atteggiamenti di Hitler erano assimilabili a quelli di un individuo dotato di poteri extrasensoriali: egli sembrava andare addirittura in trance estatica durante certi discorsi, come se una volontà più forte si sovrapponesse alla sua, consigliandogli le parole. Rauschning, descrivendo il Führer, disse: “Non si può fare a meno di pensare a lui come a un medium. Per la maggior parte del tempo i medium sono persone insignificanti, poi improvvisamente vengono riempiti da quelli che sembrano poteri sovrannaturali che li distaccano dal resto dell’umanità. Questi poteri sono qualcosa di estraneo alla loro vera personalità. Il medium è posseduto, e quando la crisi è passata, egli ripiomba nella mediocrità. Era in questo modo, al di là di ogni dubbio, che Hitler era posseduto da forze esterne, quasi demoniache, di cui egli era solo il veicolo temporaneo. Questo strano misto di banale e supernaturale creava quella insopportabile dualità che tutti avvertivano in sua presenza.” Non a caso Hilter sarebbe scampato a ben 45 attentati nella sua vita, sempre guidato - a suo dire - da strane voci, come gli accadde durante la prima Guerra Mondiale. Hitler, al riparo delle trincee, stava consumando una magra razione accanto ai suoi compagni, quando udì una voce nella testa dirgli: “allontanati subito da qui, o morirai”. L’ordine fu così perentorio che egli si dileguò immediatamente e in capo a pochi secondi una granata di mortaio, lanciata dalle linee nemiche, esplose nel punto dove si trovava poco prima, uccidendo tutti i suoi compagni. Nel Luglio del 1944, invece, il dittatore sopravvisse miracolosamente all’esplosione di una valigetta-bomba portata ad un meeting di Stato Maggiore dal coraggioso Colonnello Claus von Stauffenberg, che più tardi venne fucilato quale traditore. Curiosamente, le ultime parole di von Stauffenberg furono: “Lunga vita alla nostra Germania segreta”. Egli infatti era affiliato ad un piccolo circolo esoterico che si ispirava alla antroposofía di Rudolf Steiner, corrente di “magia bianca” che si opponeva al nazismo e che vedeva in Hitler lo stesso Anticristo.

(Fonte: www.strangedays.it)

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Luoghi misteriosi: La casa rossa

  • May. 7th, 2009 at 9:58 PM
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In Valsassina esiste la casa dalle sfere di luce o casa rossa, nota agli appassionati del mistero e agli speleologi urbani italiani.
La storia vuole che alla fine del '800 il padrone di casa, avendo la figlia malata, fece costruire la suddetta casa sulle montagne ritenendo quell'ambiente più salutare per la guarigione della piccola.
Un giorno l'uomo tornando a casa trovò la moglie morta misteriosamente col volto sfigurato e la figlia scomparsa.
La cercò per settimane nei boschi circostanti, senza trovare una minima traccia. Anche le cronache dell'epoca riportano questo evento, rimasto a tuttora irrisolto.
Distrutto dal dolore l'uomo si uccise.
Da allora, la casa cadde in decadimento ed è ora meta di vandali e presunti spiritisti, medium e satanisti (o almeno, così si racconta e si deduce dai numerosi graffiti sui muri dell'edificio).
Sono stati rilevati forti campi magnetici ed elettromagnetici nella zona circostante, nonchè presenze di orb.
La casa e il terreno su cui si trova è stata messa all'asta svariate volte dal comune a prezzi bassissimi, ma nonostante ciò non è mai stata venduta.
Un'ulteriore curiosità è che qualche anno fa ci fu una grossa frana proprio in quella zona, che devastò completamente alcuni paesi, e la casa si salvò senza un graffio poichè la frana le passò ai lati senza sfiorarla.
Ma i misteri della Villa non finiscono qui. In uno dei sopralluoghi del gruppo Crop, tre ricercatori del gruppo hanno udito uno "strano rumore" provenire dall'interno. "Come se qualcuno camminasse strisciando i piedi sul legno". Una collaboratrice del Crop ha potuto vedere la figura bianca di una donna molto giovane attraverso una delle finestre sul retro. La stessa donna fu vista tempo prima da almeno un altro paio di testimoni. Che sia il fantasma della moglie del proprietario, che venne uccisa per gelosia? 


La casa rossa a inizi '900  Scorcio dell'interno della casa 

La casa rossa (cerchiata) risparmiata dalla valanga  La casa rossa fotografata di notte

Fonti

- Associazione culturale Crop
www.ilcancello.com
 

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Ubar, l'Atlantide del deserto

  • Apr. 30th, 2009 at 2:27 PM
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 Illustrazione ispirata a "La città senza nome", racconto di HPL ambientato nella Città delle Mille colonne

Un caro amico mi ha indotto a fare qualche ricerca su un archeomistero forse meno noto di altri ma altrettanto affascinate.
Sto parlando della città di Ubar, chiamata anche Iram, o col nome di "Città dalle alte colonne".

Ubar "dalle colonne alte" era ed è la più favolosa tra le città dell’antica Arabia preislamica, ricordata dal Corano (col nome di Iram) per la sua grandiosità e la superbia dei suoi abitanti. Per questo come Sodoma e Gomorra, fu distrutta da Dio e venne sepolta dalle sabbie, che ne cancellarono le tracce, così che divenne l’Atlantide del deserto. Nel corso dei secoli, molti tentarono senza successo di riportarla alla luce, finché si cominciò a dubitare che fosse mai esistita. Poi negli anni ’80, Nicholas Clapp si imbatte nella sua leggenda: "La ricerca di Ubar aveva un sapore da Mille e una notte, era un groviglio di storie imbastite da studiosi e avventurieri. Ubar, ammesso che esistesse veramente, era ancora lì da scoprire, una città fantasma a cui si arrivava attraverso una strada che si perdeva nelle dune" E’ così che inizia (con successo) la centenaria ricerca di Ubar da parte di Nicholas Clapp; curiosando tra antichi manoscritti dall’anno 1460, Clapp si accorse che un’ amanuense copiando la mappa Tolemaica, aveva confuso l’ 87° meridiano con il 78°!; ed infatti molti avevano cercato l’ Omanum Emporium in un punto dove non c’era altro che deserto. Clapp poi, si rivolse alla NASA e con il suo massimo stupore, dopo aver spiegato la storia, venne subito accontentato. Ubar secondo le leggende era stata distrutta o da un terremoto, o da un’ uragano o da Dio; ma a parte le differenze sulla fine della città, in tutte le leggende si trova il profeta Hud che accusa i suoi concittadini di non avere fede in Dio e prova a convertirli al monoteismo; perché se avessero continuato nella loro vita, Dio li avrebbe distrutti. E così avvenne. Visto che Hud predicava il monoteismo in una città dell’Arabia preislamica, alcuni scrittori ipotizzano che Hud fosse un ebreo. Ma l’importanza di quest’uomo è ancora viva tra la gente dello Yemen, tanto vero che una volta ogni anno si riuniscono presso la sua presunta tomba. Tornando alla storia di Clapp, dopo aver ricevuto i dati dalla NASA, decise, insieme ad altre persone di provare una spedizione alla ricerca di Ubar. La prima spedizione avvenne senza successo nel 1990. L’ anno seguente non fecero nulla a causa della "guerra del golfo"; e approfondendo gli studi, Clapp scoprì che Ubar era il più grabde centro per la raccolta e lo smistamento dell' olibano. Grazie all’ olibano era spiegata la ricchezza degli abitanti di Ubar; basti pensare che questo tipo di incenso era ricercatissimo in Grecia e a Roma per usi celebrativi e funerari e veniva considerato e pagato come fosse oro. L’ olibano cresceva sui vicini monti del Dhofar al confine del Rub’ al-Khali il deserto dell’Arabia. Ma allora, come poteva una città sopravvivere in uno dei deserti più estesi del mondo? La risposta stava nel fatto che Ubar sorgeva nel luogo in cui oggi sorge Shisur; infatti Clapp e la sua squadra si accorsero che le torri dell’odierna città di Shisur erano costruite sopra delle strutture più antiche. E scavando, portarono alla luce la città scomparsa di Ubar in cui si raccoglieva il miglior olibano di tutto il mondo antico. Inoltre scoprirono che la fine della città fu dovuta allo smottamento del terreno causato dal ritiro della falda acquifera. Sulla costa c’era inoltre la città di Ain Humran che era molto simile ad Ubar per costruzione; per questo è facile pensare che Ain Humran fosse un avamposto del popolo di ‘Ad sul mare, da cui veniva spedito l’incenso raccolto sui monti del Dhofar. Mentre da Ubar partivano e arrivavano migliaia di carovane che attraversavano il Rub’ al-Khali. Così finisce la leggenda di Ubar fondata nel 900 a.C. e distrutta nel 400 d.C .  
(fonte: www.alpagonia2000.bl-it.com)

Nota: Iram viene anche citata da H.P.Lovecraft in uno dei suoi più riusciti racconti, "La città senza nome".
Il racconto tratta di una città antichissima, abbandonata, "remota nel deserto d'Arabia", "le basse mura quasi sepolte dalle sabbie di età infinite", senza nome perché "nessuna leggenda è così antica da risalire fino ad essa per darle un nome, o per ricordare che fu mai viva un giorno". Il protagonista, attratto da strane folate di vento che si alzavano all'interno della città senza nome "sebbene la luna fosse limpida e il resto del deserto immobile", si avventura all'interno della città e poi in un lunghissimo cunicolo dove fa delle scoperte inattese... Nella descrizione della città il protagonista del racconto accenna a "proporzioni e dimensioni di quelle rovine" che non gli piacciono, anche perché non trova "un solo rilievo, una sola iscrizione che parlasse degli uomini che avevano costruito la città e vi avevano vissuto".

Ubar - di Nicholas Clapp


Ubar
di Nicholas Clapp
Mondadori Editore
310 pagine, 8.50 euro

Eccovi la recensione del libro scritto dall'archeologo dilettante Nicholas Clapp. Preciso, rendendo onore al merito, che non si tratta di una mia recensione bensì dell'amico Umberto Pizzi, che mi ha fornito anche lo spunto per tutta questa ricerca sulla Città delle mille colonne.
Da notare che è uscito di recente anche un romanzo di Rollins, "La città sepolta", ambientata a Ubar. Si tratta del primo libro dedicato alla Sigma Force, ma in Italia è uscito solo adesso (misteri dell'editoria nostrana!)

Sinossi
 
Alla ricerca della leggendaria città di Ubar nella terra remota delle "Mille e una notte": un impenetrabile mistero del passato svelato nel corso di un'avventurosa spedizione.
 
Commento
 
Il primo e unico libro dell'"archeologo" Nicholas Clapp, che nella realtà tale non è, poichè realizzava film ambientalistici.
E' una cronaca della scoperta della "città delle mille colonne", avvenuta con una preparazione decennale e poi avvenuta quasi per caso, visto l'area di ricerca era vasta come gran parte del deserto meridionale arabico. Scritto in prima persona, affiancato dalla moglie, anche lei partecipe della scoperta assieme ad una squadra di archeologi reclutati dallo stesso Clapp.
La storia si svolge in varie fasi ed in vari anni ed è una storia di speranze alternate a delusioni fin poi ad arrivare al successo finale.
Un libro buono da leggere, sicuramente sorretto dalla Storia e non dallo scrittore-archeologo.
Il prezzo di 8.50 euro lo rende molto competitivo. Un libro di 310 pagine con sovracopertina semirigida acquistabile anche su internet nella 1^ edizione; poi la seconda e successive allo stesso prezzo ma senza copertina rigida.Editore Mondadori.
 
Consigliato a: chi a letto James Rollins "La Città Sepolta", a chi piace l'archeologia ed il sapere romanzato.
Scongliato a: chi deve ancora leggere James Rollins "La Città Sepolta".
 

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Base artica Nuova Berlino

  • Apr. 17th, 2009 at 10:51 PM
pensante
"UFO" nazisti su Norimberga 

Nonostante la Seconda Guerra Mondiale sia finita da più di sessant'anni, i discorsi sul Nazismo e su Hitler non hanno mai perso d'interesse nell'opinione pubblica. Ancor oggi non esiste praticamente tv che non abbia nei suoi palinsesti documentari che trattano del tema della Seconda Guerra Mondiale e dei misteri ad essa connessi, dall'Olocausto alla salita al potere di Adolf Hitler nel 1933 e alla sua palese ossessione per l'esoterismo. E ancora i misteri della fine del regime nazista, dalle armi segrete che avrebbero potuto cambiare le sorti della guerra fino alla presunta morte dello stesso Fürher, sono alla base di congetture assai variegate, da quelle di tipo politico a quelle più prettamente fantascientifiche. Sono molti infatti gli ufologi che parlano apertamente dei dischi volanti nazisti: velivoli a propulsione magnetica denominati Haunebu, o anche chiamati Vril o V-7, in grado di volare a migliaia di km orari e capaci perfino di volo spaziale. Ma sebbene affascinanti, purtroppo gli Haunebu non possono sostenere le prove storiche che gli ufologi, ignoranti di aviazione, dimenticano di addurre. La realtà cruda è che Hitler e i suoi seguaci, per quanto geniali nell'arte ingegneristica, non ebbero mai le capacità tecnologiche di costruire oggetti discoidali simili agli Ufo odierni. Gli studi scientifici invece puntavano su invenzioni attuali come il motore a reazione, i missili e l'ala a freccia, altro che dischi volanti! E a queste scoperte i nazisti diedero la massima importanza, come testimoniano i progetti reali scoperti dagli Alleati a guerra finita, nel 1945. Anzi, fu proprio il saccheggio di aerei, sommergibili, missili e relativi scienziati progettatori da parte di Stati Uniti e Unione Sovietica (con i nomi in codice di Operazione Paperclip per gli americani e Ovaskim per i russi) a porre le basi tanto per il Programma Spaziale tanto per la Guerra Fredda e le invenzioni ad essa connesse, prima fra tutte Internet.
 
Quindi, l'ipotesi che i Nazisti avessero avuto contatti con gli abitanti della Terra Cava oppure con extraterrestri, i mitici Foo-Fighters, è assolutamente inattendibile: nessun disco volante, nessun prototipo segreto di tecnologia aliena, nessun Ufo con le svastiche… Ma altri temi legati alle realizzazioni segrete naziste potrebbero essere veritieri. E' il caso della Bomba Atomica tedesca, che secondo alcuni testimoni sarebbe stata sperimentata in due occasioni, ma senza giungere allo stadio operativo; oppure, è il caso della Base Antartica 211, chiamata a volte Neuschwabenland, a volte Neuberlin. Perché, a nostro parere, tali scoperte possono essere verosimili? Sulla Bomba A tedesca si discute ancora; mentre per la base antartica, forse oggi disponiamo di sufficienti prove per capire quanto di vero ci può essere in questa teoria. Una teoria plausibile, per le prove che porteremo a sostegno.

Base Artica del 3° Reich
 
Ma innanzitutto, facciamo un salto nel 1938 quando, in un clima di tensione generalizzata per l'annessione tedesca della regione dei Sudeti, il governo nazista organizzò una spedizione scientifica in Antartide. La zona prescelta, per scopi geografici ma prima ancora militari, fu la Terra della Regina Maud, un'area scoperta nel 1931 dai norvegesi ma mai occupata o studiata a fondo. Una buona occasione per rivendicare politicamente quel territorio e, a nostro parere utilizzarlo per scopi militari. Comunque sia, per non acuire le tensioni internazionali i tedeschi prepararono una spedizione civile: a bordo del mercantile modificato Schwabenland, comandato dal capitano Alfred Ritscher e con la collaborazione della compagnia di bandiera Lufthansa, centinaia di uomini tra biologi, cartografi, geologi, ingegneri e idrologi della Società Tedesca per la Ricerca Polare, con l'ausilio di due idrovolanti, partirono alla volta del continente antartico. In teoria a bordo avrebbe dovuto esserci anche l'esploratore e conquistatore del Polo Sud Richard Byrd, ma poco prima della partenza l'americano aveva declinato l'offerta. Il via si ebbe il 17 dicembre 1938: i tedeschi toccarono la banchisa polare il 20 gennaio 1939. I due idrovolanti della missione effettuarono missioni di esplorazione, coprendo tra i 300mila e i 600mila kmq, scattando 11mila fotografie; ci fu un generale beneficio, in quanto la missione consentì un notevole salto di qualità nella precisione delle mappe geografiche e delle misurazioni magnetiche del polo sud. I tedeschi effettuarono poi scoperte sorprendenti: aree libere dai ghiacci per la presenza di sorgenti calde e attività idrogeologica, scoperta dei venti antartici ad alta quota, analisi degli uccelli marini che si spingevano, inspiegabilmente, per oltre cento km all'interno del continente per nidificare. Il tutto in una regione che, come abbiamo visto qui, viene considerata dagli antichi la vera sede della mitica Atlantide… insomma, c'era di che stupirsi dalle scoperte tedesche, quasi che il Polo Sud non fosse stato quell'inferno di freddo e di ghiaccio che tutti si aspettavano. 

La missione della Schwabenland terminò a metà febbraio '39, quando l'estate antartica stava finendo. Ma l'interesse nazista verso quel territorio che in onore della nave venne ribattezzato Neuschwabenland non cessò, anzi crebbe a dismisura. Hitler ordinò nel 1940 la costruzione di installazioni di appoggio per le operazioni dei sottomarini da guerra U-Boot nella regione delle Montagne di Muhlig-Hoffman, sempre nella Neuschwabenland. Queste installazioni di supporto forse erano dei semplici bacini di rifornimento di carburante e siluri: comunque sia, denota una crescente colonizzazione nazista dell'area. 

Benvenuti a Nuova Svezia
 
Voci sostengono che i tedeschi scoprirono sotto i ghiacci un canale sottomarino, una vera spaccatura che tagliava in due il continente antartico consentendo ai sommergibili di utilizzare rotte alternative in grado di collegare il Sudamerica alla Nuova Zelanda e quindi di raggiungere il Giappone senza incappare nelle cacciatorpediniere alleate. Il fatto potrebbe essere plausibile, perché per tutta la guerra vi fu un collegamento stabile via sottomarini tra la Germania e il Giappone, mai interrotto nonostante gli sforzi di americani e inglesi. Sempre le voci ben informate, ma qua siamo nel campo delle ipotesi, sostengono che questo canale, che taglia in due il continente antartico, in più punti emerge oltre a superficie del mare, costituendo in pratica un gigantesco sistema di grotte sotto la crosta ghiacciata. Qualcuno azzarda persino le dimensioni della più grande, che si estenderebbe per 50 km al di sotto della calotta polare e che al suo interno custodirebbe un lago di acqua allo stato liquido. Qui i nazisti avrebero costruito la più impenetrabile base in loro possesso, la straordinaria Base 211 o "Nuova Berlino". Una vera città sotto il ghiaccio, alimentata in parte con l'energia geotermica, avrebbe costituito l'ultimo, estremo baluardo nazista contro l'invasione alleata… Le testimonianze indicano che la Base 211 sarebbe stata iniziata nel 1942 mediante il trasporto di viveri e materiali ad opera di speciali U-Boot capitanati da ufficiali avvezzi alla navigazione polare, come quelli che prestarono servizio al largo della Norvegia. Questi uomini, utilizzando come punto di appoggio l'Argentina, avrebbero costruito la base in due anni, al punto che nel 1944 era in atto un graduale invio di materiale riservato tramite finanziamenti (effettivamente stanziati) da parte delle potenti SS. Perché Himmler e i suoi scagnozzi avrebbero sprecato tanto denaro per inviare materiale nel nulla antartico? Evidentemente, qualcosa ci doveva essere… Secondo alcuni studiosi di misteri, tra gli oggetti che Himmler fece trasportare a Neuberlin ci fu l'originale della Heilige Lance, la Lancia di Longino. E tra gli oggetti che dovrebbero essere ancora presenti, vi sono i tanti tesori d'arte trafugati dai soldati tedeschi durante l'invasione di mezza Europa, tra cui la celebre Sala d'Ambra di San Pietroburgo, mai ritrovata. Ma perché darsi tanta pena per questo trasferimento? Cosa nasconde in realtà il ghiaccio antartico? In teoria, Nuova Berlino rappresenterebbe il senso di quel Reich millenario teorizzato da Hitler e mai realizzato. Un regno tra fuoco e ghiaccio, molto wagneriano e valchiriesco, che avrebbe ospitato i veri rappresentanti della razza ariana, protetti dal mondo in attesa di riconquistarlo. Un'idea in linea con le folli teorie hitleriane e perfettamente in linea con il nichilismo nazista, a metà tra il sadismo più atroce e il masochismo più deleterio. La Base 211 nella Neuschwabenland avrebbe potuto essere anche l'ultimo rifugio per tanti gerarchi nazisti sfuggiti alla cattura al termine della guerra e tra questi il loro capo, Adolf Hitler. Le teorie sulla sua morte sono almeno tre e nessuna di esse è convincente: la probabilità che l'ideatore del nazismo (e di tanti suoi maestri occulti che non compaiono nei libri di storia) possa essere sopravvissuto all'assalto sovietico al suo bunker a Berlino sono molte, basti pensare quanti sono i gerarchi scappati in Argentina con in beneplacito degli Alleati. Ma il concetto di una base nazista che abbia ospitato un Hitler redivivo e che sia ancor oggi esistente in Antartide contrasta con l'idea che abbiamo oggi del mondo completamente esplorato: e se così non fosse, verrebbe da chiedersi perché nessuno si sia preso la briga di stanare questi nazisti superstiti, ammesso che siano esistiti. Ma la realtà è che forse tale operazione sia avvenuta realmente sotto mentite spoglie… 
(Fonte: www.aereimilitari.org )

Progetto segreto di un "UFO" di Nuova Berlino
 

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Paese fantasma: Balestrino (Loano)

  • Apr. 4th, 2009 at 10:02 AM
pensante
Il castello abbandonato di Balestrino

Balestrino si trova nell'entroterra di Loano, in provincia di Savona, a sette chilometri dalla riviera di ponente. Nell'alto Medioevo fu di proprietà dei monaci benedettini dell'Abbazia di San Pietro dei Monti. Tra tutti i paesi che abbelliscono questa parte dell'entroterra, Balestrino è uno tra i più suggestivi. Tra le villette di recente costruzione si può scorgere, in alto, il castello che domina ancora il vecchio borgo, abbandonato tra il 1962 e il 1963 a causa di fenomeni franosi. Da anni sono in corso indagini geologiche, studi e ricerche finalizzati a riportarlo in vita.



Già nel paleolitico la zona era stata scelta dagli antichi liguri per i "ripari sotto roccia" che offriva, le "Tane da Bösa", simili alle grotte della vicina Toirano. Il territorio fa parte della comunità montana del Polluce, si estende dai 60 ai 750 metri di altitudine ed è in gran parte boscoso: gli ulivi delle colline più vicine al mare cedono il posto gradualmente a castagni, querce e frassini.



Balestrino è stato ultimamente utilizzato come ambientazione per il film "Inkheart, la leggenda di cuore d'inchiostro", la storia di una bambina di nome Meggie, gran divoratrice di libri come suo padre, il quale ha l’abilità segreta, quando legge ad alta voce, di trasportare i personaggi dai libri alla realtà. Nel film Balestrino diventa "Capricorn village", assediato dai malvagi Black Jackets. Una location che, pur riadattata secondo le esigenze del copione con pannelli e stucchi medievali, sarà ben riconoscibile.

Visitare Balestrino

Tornando a oggi, ciò che più rimarrà impresso, sarà l’emozionante veduta dell'originaria Balestrino, cioè quel nucleo di case che sorge ai piedi del castello e che giace completamente abbandonato; infatti nel 1963 a causa di una serie di smottamenti si decise di costruire la "nuova" Balestrino più a monte, condannando all'oblio del tempo le antiche case. Da allora la vecchia Balestrino divenne a tutti gli effetti un paese fantasma, pittoresca composizione di antri bui e silenziosi, archi, sovraportali, cantine vuote invase da cumuli di macerie e dalla vegetazione. Assaporerete l'innaturale silenzio aspettandovi che da un momento all'altro il paese si possa rianimare, tornando alla vita di un tempo. Lasciando Balestrino sarà facile provare una dolce e sottile malinconia per le cose che furono e che talvolta si perdono nella memoria. In estate poi non dimenticate di rinfrescarvi presso la fontana che troverete di fronte al castello, sulla strada per Toirano; qui, ancora una volta, il volto antropomorfico della natura, attraverso una bella effigie di pietra, sembrerà l'ennesima traccia dell'estinto Mondo della Tradizione.
(fonte: www.triora.org/ )

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Le leggende della Val Raccolana

  • Mar. 26th, 2009 at 2:00 PM
pensante
Il monte Canin, in Val Raccolana
 
Da qualche tempo non pubblico un bel post sui luoghi misteriosi, quindi credo che oggi sia giunto il momento di rimediare.
Visto l'approssimarsi della bella stagione, parliamo di montagne, sicuro che molti di voi saranno già pronti a qualche escursione per il fine settimana.
A me piace il mare, ma adoro la montagna quando voglio sentire un po' il gusto dell'avventura e riscoprire quella natura rustica che non sembra violata dalla modernità e dal progresso.
Lungi da me frequentare posti alla moda, per sciatori milanesi in trasferta fighettosa (a dire il vero li bombarderei col napalm, se non fosse che si tratta pur sempre di una morte troppo immediata). La montagna che piace a me è fatta di orridi tenebrosi, di panorami punteggiati da vecchi paesini e da fatiscenti casolari. La montagna punteggiata da torrenti, sentieri e prati dove fermarsi a godersi un po' di silenzio, sperando magari di beccare il punto in cui nemmeno il cellulare prende.

E la montagna è anche ricca di leggede e di misteri.
Oggi vi propongo un bell'articolo di Franco Gherlizza sulla Val Raccolana. Questa valle si trova nelle Alpi Giulie, ha direzione ovest-est ed è stretta fra le pareti della catena del Cimone a nord e del Canin a sud; l'omonimo torrente la attraversa da est per poi gettarsi nel Fella all'altezza di Chiusaforte.
La valle è scarsamente popolata, e vi sorgono piccoli e sparuti villaggi ormai quasi disabitati: seguendo la Strada della Val Raccolana da ovest troviamo Raccolana, Patoc, Saletto, Tamaroz, Piani di Qua, Piani di Là, Stretti. 
Ma bando alle chiacchiere ed eccovi l'articolo.

- - - - -



Salendo lungo la strada che da Chiusaforte porta a Sella Nevea sono, come al solito, preso dai miei pensieri. Ogni volta che mi avvicino al monte Canin, non posso fare a meno di pensare a quante leggende hanno ispirato questi luoghi fantastici. 
La vettura sale senza sforzo lungo la Val Raccolana e, in breve, imbocca la curva sotto il Fontanòn di Goriuda, dal quale esce una gelida cascata ghiacciata. L'occhio nero spicca sul candore della neve e ben capisco come poteva incutere spavento ai villici che salivano, lungo atavici sentieri, verso gli alpeggi. 
Narra la leggenda: "Gli abitanti della Val Raccolana erano perseguitati da un orco maligno che si divertiva a spaventare i viandanti attardatisi dopo l'Ave Maria ed a fare alle donne ogni sorta di cattiverie. Un uomo di Stretti, stancatosi di queste continue prepotenze, decise di vendicarsi. Caricò il fucile da caccia con polvere benedetta, un pezzo di cero pasquale, due foglie di olivo e un pallettone sul quale incise una croce; poi si mise in attesa. Quando l'orco comparve al Pian de la Sega, egli ordinò ai figli di pregare e, presa accuratamente la mira, lasciò partire il colpo dicendo: "Santa Barbara benedetta, fa che il colpo vada dritto". L'orco lanciò un urlo e arrancò, zoppicando, verso il Fontanòn: i suoi lamenti si sentirono fino a Saletto. Dopo 15 giorni uscì dalla grotta e con tre passi raggiunse la casa del suo feritore, al quale si rivolse gridando giù per il camino: "Me l'hai fatta, me ne vado e mai più mi vedrai da queste parti". Fu così che la valle fu finalmente liberata dall'orco. 
Del resto, anche lo stesso nome di Goriuda potrebbe derivare dai "guriùz", nani trogloditi che, nelle leggende friulane, abitano nelle forre e nelle grotte. 
 
(...)
 
Seguendo un rito antico, incomincio a guardarmi lentamente attorno e a riconoscere, come vecchi amici, i luoghi che mi circondano: Ursich e Bila Pec alla mia destra, Poviz, Leupa, Prevala alla mia sinistra. Davanti, la vista è attratta dall'inconfondibile sagoma del monte Forato, che sembra ricambiare lo sguardo attraverso la caratteristica finestra che lo buca da parte a parte. 
Non posso fare a meno di pensare che anche questo fenomeno naturale ha un suo riscontro nella leggenda: "Un montanaro, andò con le sue figlie a raccogliere lamponi in un bosco ai piedi del monte Canin e, colto dall'oscurità incombente, pensò di rifugiarsi in una caverna. Presto il silenzio notturno fu rotto dai rintocchi lontani delle campane e i gufi cominciarono a mandare i loro sinistri richiami. All'improvviso si levò un terribile baccano; urla, fragore di catene, cozzare di picconi e di pietre che rotolavano dall'alto. Erano le anime dei dannati che prestavano il duro servizio a cui erano state condannate. Dal grande foro sul monte il diavolo controllava il lavoro delle sue vittime. L'uomo e le ragazze erano sempre più impauriti e scossi da gelidi brividi. Quel terribile concerto continuò, finché il canto del gallo cedrone annunciò il mattino; poi scese il silenzio e i dannati disparvero nella parte rocciosa del Forato, la dimora del diavolo, in cui sono confinati durante il giorno." 
Salutati gli amici gestori del rifugio Gilberti, iniziamo la salita verso Sella Bila Pec dove, in poco più di mezz'ora, il nostro sguardo può vagare liberamente sulla brulla distesa dell'acrocoro caninico. 
 
 A detta dei valligiani, anche la desolazione di questi luoghi è opera del diavolo. Nelle leggende della Val Resia e della Val Raccolana questo altipiano era il luogo di tormento delle anime dannate e i vivi vi potevano trovare solo disgrazie. Quando non bastavano le dicerie, ad accrescere il timore di una presenza infernale in zona, contribuiva l'accanimento dei temporali e la loro inspiegabile violenza. Prova ne sia che certe relazioni alpinistiche del secolo scorso narrano di portatrici (a quei tempi piuttosto di moda) che, attendendo il ritorno degli esploratori, pregavano in continuazione per tenere lontani gli spiriti maligni. 
Spiriti, streghe, demoni o quant'altro si voglia, per noi, l'unica cosa sicura è che dobbiamo attraversare quel deserto di neve e roccia per raggiungere la nostra destinazione: il Foran del Muss. 
 
(...)

Una strega torna alla sua tana

Lo sguardo si posa prima sul monte Sart e poi sullo sperone della Punta Rop alla cui base c'è un anfiteatro roccioso quasi inaccessibile; sono anni che vorrei andarci, ma non ne ho mai avuto il tempo e l'occasione. L'anfiteatro ha anche un nome: i valligiani lo chiamano Calderino Robel e, naturalmente, anche su questo luogo aleggia una leggenda. 
"Il Calderino era un tempo una meravigliosa conca fiorita, dove si raccoglieva, in grande quantità, un ottimo foraggio. La bellezza del luogo suscitò l'invidia delle streghe del Canin che, in un giorno, distrussero il giardino alpestre trasformandolo in una landa di roccia desolata. Anche i sentieri che salivano dalla valle furono cancellati, ma i montanari, pazientemente, li riadattarono per un buon tratto, lastricandoli con croci di pietra bianca. Molti anni dopo un cacciatore di Sotmedòns osò tornare nella conca e, nel fervore della battuta, fu sorpreso dalla sera. Subito apparvero in turbine le streghe che, incalzandolo da ogni lato, cercarono di farlo precipitare nelle voragini che si andavano aprendo intorno a lui (e che tuttora si possono vedere). Quando il malcapitato stava ormai per soccombere, il suo piede montò sopra una delle croci; le streghe si dileguarono all'istante ed egli potè ritrovare la via del ritorno". 
 
Il battaglione fantasma

Preso dal medesimo articolo, ecco invece la famosa leggenda del "battaglione fantasma" che si aggirerebbe ancora in Val Raccolana, una storia piuttosto nota agli abitanti del luogo.

Un mio anziano parente mi raccontava, da bambino, che questa storia ebbe inizio con la dodicesima battaglia dell'Isonzo. Era il 24 ottobre 1917. Quel giorno, con un rombo terrificante di artiglieria, sulle linee italiane della conca di Plezzo si abbattè il fuoco di preparazione più micidiale che, a detta dei veterani, si sia mai ricordato su tutto il fronte. In poche ore la brigata Friuli venne semidistrutta; vennero interrotti i collegamenti e la visibilità diventò praticamente nulla a causa anche del maltempo. Le truppe che difendevano il monte Rombon rimasero isolate e, per evitare l'accerchiamento, dovettero ripiegare velocemente su Sella Prevala. Lo spostamento delle truppe iniziò alla sera e continuò, per tutta la notte, su di un terreno insidioso e coperto da uno spesso strato di neve. Il mattino del 25 ottobre circa 1200 uomini raggiunsero, finalmente, l'agognata Sella Prevala e lì si organizzarono per approntare la difesa. Immediatamente, alle prime luci del 26, le truppe austro-ungariche si schierarono in forze contro la Sella Prevala. Ci furono ripetuti attacchi contro le difese italiane, che proseguirono durante tutta la notte, ma gli austriaci non riuscirono ad avere ragione dei difensori della Sella. Nuovamente, la mattina del 27, vennero rinnovati gli assalti contro Sella Prevala e Sella Nevea; ma gli stremati superstiti del Rombon riuscirono a mantenere le posizioni. Poco dopo, però, giunse l'ordine di ripiegare. Fu così che nel pomeriggio, a Sella Nevea, le truppe austriache travolsero le esigue forze di copertura rimaste. I difensori di Sella Prevala, isolati, senza più viveri e munizioni, non potendo più scendere a valle, dovettero ripiegare, con una lunga marcia nella neve fresca, attraverso tutto l'acrocoro del monte Canin in direzione del monte Sart. Gli alpini oltrepassarono la Forchia di Terra Rossa e si radunarono al ricovero militare di sella Buia, la famosa capanna "Margherita". Il 29 ottobre decisero di separarsi: alcuni reparti scesero a Chiusaforte, altri, la maggior parte, presero i sentieri che portavano in Val Resia. Ma era troppo tardi. Infatti, gli austriaci avevano già occupato Stolvizza tagliando così, ai militari italiani, l'ultima possibile via di fuga. Vennero tutti catturati e avviati ai campi di prigionia. All'appello, mancava solo un reparto di alpini che non era mai giunto alle Forchie di Terra Rossa e, tantomeno, all'appuntamento in Sella Buia. Da questo episodio nacque la leggenda del "Battaglione Fantasma". E sono numerose le persone che frequentano il Canin e che giurano di aver visto i fantasmi di quel reparto; altri sostengono di aver udito chiaramente il tipico passo di marcia cadenzato delle truppe alpine durante la notte o nella nebbia. 

Per la cronaca, l'autore dell'articolo narra il suo incontro faccia a faccia con gli alpini del battaglione fantasma! Per leggerlo vi basta dare un'occhiata alla versione integrale dell'articolo stesso, troppo lungo per poter essere riportato qui integralmente: www.cat.ts.it/racconti/montagna.htm
 
 

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Ritorniamo a parlare di dimensioni parallele e misteri della quantistica con questa notizia che, a prima vista, sembra molto simile a quelle di tanti giornali scandalistici americani, in cui c'è sempre qualcuno che dichiara di aver visto Elvis vivo, oppure di essere stato molestato da qualche alieno libidinoso.
Ma questa volta siamo nella nostra bella, soleggiata Italia, e pare che un mistero c'è per davvero, dietro alla misteriosa scomparsa di un treno sugli appennini.

Sul settimanale “Stop” n. 2249 dell’ ottobre 1991, compariva un articolo dove il giornalista Andrea Bedetti riferiva delle dichiarazioni rilasciate da M. Ferrante e A. Lissoni, due ricercatori di misteri, e fatte durante la trasmissione televisiva condotta da Paola Protasi e dal titolo “Buongiorno Piemonte”, che andava in onda su Tele Torino GRP.
Ebbene, in tale trasmissione si affermava che un treno delle Ferrovie dello Stato, costituito da 43 vagoni, era letteralmente scomparso durante il suo tragitto all’interno della galleria del tratto ferroviario Firenze-Bologna.
Su quel convoglio c’erano solo tre macchinisti, di cui poi si sarebbero perse qualsiasi traccia.
Questo evento sbalorditivo sarebbe accaduto nel mese di marzo del 1991, ma nessun quotidiano, radio o TV ne avrebbe mai parlato.
In seguito tali fatti enigmatici sarebbero stati ripresi e resi di dominio pubblico da una rivista polacca e dal periodico “Il Globo Rivista” anno XXXIII, n. 44, di lunedì 18 novembre 1991, che si pubblica in Australia per gli italiani lì residenti.
Questi articoli aggiungevano altri interessanti particolari, come i nominativi dei tre macchinisti, tali Mario Franchini, Gerardo Massari e Umberto Bossetti; e le testimonianze di alcune persone che videro effettivamente entrare tale convoglio merci nella galleria ma che poi nessuno lo ha più visto uscire dall’altra parte della galleria.
(la galleria, è bene ricordarlo, è lungo ben 18.507 metri).
L‘articolo apparso su “Stop” così terminava:
“….. un treno misteriosamente scomparso in una galleria dell’ Appennino. Un giallo appassionante del quale, se non fosse apparso un articolo nella lontana Polonia, non saremmo mai venuti a conoscenza”.
Comunque ancora oggi il mistero della scomparsa di tale treno (se veramente accaduto) rimane irrisolta e avvolta dal più fitto mistero.
Un fatto simile lo possiamo trovare nel film “Moebius” del 1996, di produzione argentina, diretto da Gustavo Mosquera R., con Guillermo Angelelli, Roberto Carnaghi, Annabella Levy, Jorge Petraglia.
Vi si racconta del giovane Daniel Pritt, di professione topografo, che viene chiamato dalla direzione della metropolitana di Buenos Aires per indagare sul misterioso caso di un convoglio di trenta persone, scomparso senza lasciare alcuna traccia.
Così Daniel Pritt si rivolge al suo vecchio insegnante, il professor Hugo Mistein, che progettò a suo tempo la metropolitana; progetto che risulterà introvabile.
Nel frattempo, vengono trovati i disegni dell’intera rete metropolitana, così Pritt scopre che il convoglio viaggia da giorni in un’altra dimensione spazio-temporale, parallela e attigua alla nostra.
Naturalmente nessuno crederà alle sue fantasiose conclusioni.



Il nastro di Moebius
 
Il Nastro di Moebius - è una striscia in cui, uno dei due estremi è ruotato di 180° prima di ricongiungersi con l’altro estremo. Si può fare con un pezzo di carta, incollando i due estremi nel modo detto, ed è facile riconoscere che, percorrendo tutta la superficie del nastro con un dito (facendo però due giri, un totale di 720°) si torna al punto iniziale. Il nastro di Moebius è, globalmente un’unica superficie che però appare duale, cioè con due facce, per chi vede sola una piccola porzione: questo nastro è un brillante esempio di
come il dualismo sia solo apparente e, soprattutto, frutto di un punto di vista locale, parziale.
Il nastro di Moebius spiega il “misterioso” comportamento dello spin delle particelle materiali, cioè dei fermioni. La torsione del nastro è la “proiezione” di un vortice, suddiviso in due semi vortici: uno discendente, centripeto, e uno ascendente, centrifugo.
Perciò lo spin semintero di un fermione ritorna identico a se stesso, solo dopo avere compiuto due giri, per complessivi 720°, proprio come succede percorrendo con un dito la superficie di un nastro di Moebius, (provare per credere). Lo spin intero di un bosone, invece, ritorna identico a se stesso dopo un giro di 360°.
(Nastro di Moebius e particelle elementari. Dal libro “Il Gioco cosmico dell’Uomo” (Noesis) della prof. Giuliana Conforto.

Il nastri di Moebius visto da Escher

Bonus



In tema di "treni maledetti", vi segnalo volentieri un racconto in formato ebook, scaricabile gratuitamente. Si tratta di "9753", di Glauco Silvestri. Scaricabile cliccando sulla copertina, oppure qui. (Pagine: 45, formato PDF)

Fonti:

PiZero blog: pizeroblog.splinder.com/ 
Wikipedia: it.wikipedia.org/wiki/Nastro_di_moebius
"Il gioco cosmico dell'uomo", di Giuliana Conforto

 

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(Un po' di) Roma esoterica

  • Mar. 1st, 2009 at 9:54 AM
pensante

Pantheon

Di ritorno da una gita andata-ritorno a Roma, ho voglia di condividere un po' dell'amore che ho per questa città con chi mi legge. Ovviamente cercherò di farlo stando ai canoni di questo blog, quindi accenniamo qualcosa sui luoghi esoterici di Roma, che di certo non è tutta palazzi ministeriali e monumenti arcinoti (nonchè bellissimi!)
Per farlo vi cito il bellissimo articolo di Franco Bruni, pubblicato su "Progress" del febbraio 2006. Ne potete trovare una copia completa e ricca di itinerari suggeriti a
questo link.

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Questo elenco vuole solo suggerire qualche luogo particolare in una città talmente meravigliosa e ricca da essere assolutamente unica. Ho elencato pochissimi luoghi che possono avere un riferimento al mondo gotico, e luoghi talmente belli da risvegliare in qualunque spirito sensibile il senso romantico del sublime. Ovviamente, non c'è pretesa di una neppure vaga completezza ne di obiettività, sono solo pochi suggerimenti...
 

S. Maria sopra Minerva - (Piazza della Minerva, vicino al Pantheon) Dietro una facciata piatta anonima, si nasconde l'unica chiesa gotica di Roma; le attuali forme gotiche risalgono al 1280 circa, ma un restauro a dir poco infelice (1848-55) ha portato forti modifiche al suo aspetto (principalmente il rivestimento in marmo dei pilastri e delle semicolonne e l'ornamentazione pittorica).

Santa Maria sopra Minerva
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Chiesa del Sacro Cuore del Suffragio - (Lungotevere Prati) Potrebbe sembrare un piccolo gioiello gotico se, avvicinandosi, non ci si rendesse conto del fatto che è realizzata in cemento armato... Comunque, al suo interno, c'è una piccola sala, che costituisce il Museo delle Anime del Purgatorio voluto alla fine del secolo scorso dal parroco della chiesa appena costruita.
Esso contiene, in alcune teche, oggetti sui quali alcune anime del purgatorio, tornate per un attimo al fine di chiedere qualche preghiera, o di ringraziare chi aveva pregato per loro, avrebbe lasciato dei segni. Ah, devo avvertirvi: sembra che, su chi visita il museo, penda una maledizione, ma non sono ancora riuscito a sapere in che cosa consista.

Sacro cuore del Suffragio
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Chiesa di Santa Maria dell'Orazione e Morte - (Via Giulia, più o meno a metà) Questa chiesa, eretta nel XVI secolo ma completamente riedificata nel XVIII, deve il suo nome all'Arciconfraternita omonima, che la scelse come sua sede. Le Confraternite erano delle "società o adunanze di persone, stabilite in alcune chiese od oratorii per praticare pratiche di religione o di pietà" (Luigi Huetter, da "Le Confraternite", 1927). La prima fu fondata sotto Costantino, dopo il 313, le ultime furono sciolte nel 1890 per decreto papale. Per buona parte del periodo intermedio, divennero tanto numerose da essere considerate quasi una minaccia per il potere (solo a Roma se ne contavano centinaia).Quella dell'Orazione e Morte si occupava di dare sepoltura a cadaveri di persone morte e abbandonate lungo le strade di Roma. All'interno della chiesa, si possono ancora vedere i macabri gonfaloni e so di una cripta che potrebbe valere la pena di vedere, ma, l'unica volta che sono riuscito a entrare nella chiesa, il custode delle chiavi era assente.

S.Maria dell'orazione e morte
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Cimitero Monumentale del Verano - Il complesso monumentale del Verano risale alla seconda metà del secolo scorso. Il cimitero è enorme, immerso nel verde di numerosi cipressi, e, nella parte più antica e monumentale, si possono trovare meravigliose sculture di angeli. Prossimamente vorrei pubblicarne alcune foto... Cimitero dei Cappuccini -(Chiesa dell'Immacolata Concezione, Via Vittorio Veneto, 27) E' questo uno dei luoghi più macabri di Roma: il cimitero, che si trova nella cripta, è diviso in cinque piccole cappelle, quasi completamente ricoperte da ornamenti in stile barocco realizzati esclusivamente utilizzando le ossa
di 4000 frati cappuccini. Le nicchie, i fregi sulle pareti e sul soffitto, perfino i lampadari sono fatti di questa singolare materia prima, e ogni ornamento è costituito di ossa scelte con cura, allo scopo di raggiungere un certo effetto ottico e artistico.

Cimitero monumentale del Verano
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Decisamente un luogo singolare... La porta alchemica - (Piazza Vittorio Emanuele II) All'interno dei giardini al centro della piazza, al lato del complesso dei Trofei di Mario, si trova la cosiddetta Porta Alchemica, o Porta Magica proveniente dalla villa, ormai non più esistente, fatta costruire da Massimiliano Palombara, marchese di Pietraforte, vissuto tra il 1614 e il 1680 nella zona in cui oggi sorge la piazza. La storia della porta è ammantata dalla tenue nebbia della leggenda, e nessuno è ancora esattamente riuscito a carpirne i ì segreti. Quel che è certo, è che alla fine del XVII secolo, si trasferì a Roma Cristina di Svezia, e fondò un circolo di esoteristi, maghi ed alchimisti al quale il Palombara, da sempre appassionato di letture classiche e occultismo, aderì prontamente. Tra gli adepti del circolo, un medico illustre, Francesco Burri, e un erudito tedesco, Athanasius Kircher. Pare comunque che nel giardino della villa il marchese si fosse costruito una sorta di laboratorio in cui portava avanti i suoi esperimenti, e che un giorno abbia bussato alla sua porta un misterioso viandante (forse Francesco Giustiniano Bono, famoso alchimista dell'epoca), al quale il Palombara offrì riparo. In realtà lo scopo dell'oscuro avventore, era quello di utilizzare il laboratorio per fare alcuni esperimenti sulla creazione della pietra filosofale; dopo tre giorni di lavoro ininterrotto, l'alchimista scomparì, lasciando nel laboratorio una certa quantità d'oro purissimo e una pergamena cosparsa di misteriosi simboli e frasi latine, contenenti il segreto del suo, a quanto pare riuscito, esperimento. Il Palombara si impegnò a lungo, ma senza successo, nel tentativo di interpretare il significato della pergamena; fallendo nello scopo e non volendo che una scoperta di tale importanza andasse perduta, decise di immortalarla nella roccia e commissionò la porta magica. La collocazione esatta della porta all'interno della villa non è nota con certezza, ma comunque probabile che fosse posizionata da qualche parte all'interno dell'enorme giardino, forse proprio all'ingresso del gabinetto alchemico.

Fin qui la leggenda; le frasi riportate sulla roccia, spingono però a dare anche un'altra interpretazione del passaggio. Vediamo allora cosa ci dicono alcune di queste scritte:

"Quando nella tua casa neri corvi partoriranno bianche colombe, allora sarai chiamato sapiente"

Oppure

"Chi sa bruciare con l'acqua e lavare col fuoco fa cielo della terra e del cielo cosa preziosa"

O ancora

"L'azoto e il fuoco, imbiancando Latona, permettono a Diana di venire senza veste"

Sulla base della porta, una frase probabilmente aggiunta dal Palombara stesso, riguardo alla missione del sapiente:

"È opera occulta del vero saggio aprire la terra affinché generi salvezza per il proprio popolo"

Perciò è possibile che i simboli esoterici e le frasi di cui è cosparsa la porta siano degli ammonimenti a chi si accinge ad attraversarla: questa operazione potrebbe essere considerata come il simbolo di una purificazione interiore della persona, che poi è anche il significato ultimo della pietra filosofale, in grado di trasformare la materia amorfa in oro. La pietra filosofale allora non è altro che l'eterno stimolo a cercare dentro di sé un bene prezioso e sfuggente, ciò a cui tutte le religioni spingono ma nessuna riesce a visualizzare in maniera compiuta.
Ai lati della porta, si trovano due statue di una divinità ctonia di origine egizia chiamata Bes: le rappresentazioni di questa divinità, in genere caratterizzata dalle fattezze di un nano deforme, erano considerate apotropaiche e dotate di capacità divinatorie. Si diceva che fosse così brutto da scacciare gli spiriti maligni, ed era una associato a tutti i piaceri umani; protettore della famiglia, spingeva le coppie sposate al sesso, proteggeva la donne incinte ed i bambini. Le due statue, però, non si trovavano nella villa dei Palombara, ma sono di epoca molto più antica, e sono state ritrovate durante alcuni scavi nei pressi della Stazione Termini, e poggiate vicino alla porta seplicemente perchè sembrava un posto adeguato per esse.

Porta alchemica
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Piazzetta Esoterica - (Via di S. Eustachio, vicino al Pantheon) Strano destino, quello di questa strada: è sufficientemente corta e larga da sembrare una piccola piazza, che alcuni chiamano, appunto, piazzetta esoterica. Qualcuno sostiene che in questa piazza, nel lontano passato, abbia risieduto un alchimista o negromante (che sia lo stesso Francesco Giustiniano Bono che conobbe il costruttore della Porta Alchemica? O forse il ben più famoso Giuseppe Balsamo, meglio noto come Cagliostro?) e che in qualche modo la sua presenza abbia lasciato un segno. E in effetti, non si può negare che la piazzetta possa provocare strane sensazioni: a due passi dal Pantheon, è decisamente più silenziosa e tranquilla di tutti i dintorni. Sarà poi un caso, ma tra i pochi negozi della piazza, ci sono una libreria esoterica, un negozio che lavora cristalli e pietre e un'enoteca che si chiama Spiriti... fate un po' voi! Bellissimo uno dei palazzi sul lato occidentale, ricoperto d'estate da una pianta di vite.

Colonne nella "piazzetta esoterica", via S.Eustachio
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Il Foro Romano - Credo ci sia poco da dire a riguardo... entrate e provate l'emozione di camminare sulle stesse pietre calpestate da Cicerone, Virgilio e Tacito. Si respira un'aria profumata di storia e di antichità. Purtroppo è chiuso il "Lapis Niger", probabilmente il rudere più antico del Foro: è di epoca regia, e la leggenda vuole che sia la tomba dello stesso Romolo, fondatore di Roma. Piazza Margana - A metà strada tra il Teatro di Marcello e Piazza Venezia, c'è questa piccola piazza, incastonata in mezzo a palazzi datati tra il XVI e il XVIII secolo, e sovrastata da una torre del XIV secolo. Perchè l'ho segnalata? Non so dirlo esattamente, ma è uno di quei numerosi luoghi di Roma che mi ispirano un forte senso di magia, e chi di voi ha letto "Il Segno del Comando", di Giuseppe D'Agata, può facilmente capire di cosa sto parlando.

Foro romano


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