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La corsa selvatica

Di Riccardo Coltri

XII edizioni

190 pagine, 13 euro

 

Primi anni del Regno d’Italia, al confine con il Tirolo. In un’epoca oscura, ma non poi così lontana dal nostro tempo, una strana ricerca coinvolge un gruppo di agenti segreti dell’Esercito Regio, formato da soldati, stregoni e medium.

Qualcosa è arrivato, nelle vecchie contrade tra il lago e i monti. O, forse, è tornato.

Tra armi da fuoco, amuleti e Stregheria, contrabbandieri che vagano nel buio di boschi innevati e briganti nascosti tra le pareti di case marchiate con croci, le diverse avventure convergeranno nella scoperta di luoghi proibiti, di fatti maledetti accaduti in passato, e ciò che di sanguinario e misterioso è sorto da tutto questo: la corsa selvatica.

Completa l’opera l’appendice di Dario Spada, tra i più noti e stimati saggisti su miti e folclore.
 

 

Questo è il primo libro di Coltri che leggo. Ammetto di aver iniziato Zeferina – incensato dai blog del giro buono – ma di non esserne stato conquistato quanto credevo. Quindi non posso fare paragoni tra il libro che sto recensendo e la sua opera prima.

Sta di fatto che La corsa selvatica è un romanzo molto buono e, incredibilmente a dirsi, anche originale. Coltri è uno di quegli autori che potrei imparare ad adorare. Non ambienta le sue storie a New York, Los Angeles o Londra, bensì in Italia. Va anche oltre, scegliendo un periodo storico non certo tra i più amati e sfruttati dagli scrittori, ovvero i primi anni del Regno. Dietro tutto il suo lavoro si nota un lavoro di documentazione notevole, che spazia tra storia, geografia, folklore ed esoterismo. Vi pare poco?
Tra l'altro l'autore attinge a quella serie di leggende montane che tanto mi stanno a cuore (chi ha letto il mio più recente racconto lo sa), sviluppando un intrigante bestiario fatto di streghe, mannari, orchi, e segreti inenarrabili fatti di magia nera e antiche maledizioni.

La corsa selvatica ha il sano retrogusto delle storie macabre di una volta, che i nonni raccontavano durante le riunioni serali nelle stalle, oppure nei Filò. Però Coltri non si ferma sul solo orrore rurale, come fa per esempio Eraldo Baldini, bensì cerca una contaminazione fantasy originale e per questo apprezzabilissima. Senza scomodare elfi, nani rissosi e hobbit, ricrea atmosfere che hanno un sapore magico e al contempo crepuscolare. Un ex giocatore di ruolo come me non poteva non notare anche qualche eco dei migliori scenari del GDR Warhammer, coi cacciatori di streghe, i cultisti e tutto il resto.

Ma non è un romanzo perfetto, anzi. I difetti ci sono, ed è anche facile individuarli. In primis c'è troppa carne al fuoco. Il che in sé non è un male, se fosse ben cotta. Così non è. Certi episodi, certi passaggi, mettono l'acquolina in bocca, senza sfamare. Coltri abbozza un sacco di spunti interessanti, ma ne sviluppa solo alcuni. Stranamente questo trend cambia sul finale, che risulta indubbiamente la parte migliore del libro.

Secondo difetto, conseguente al primo: il romanzo è piuttosto corto. Visto la marea di personaggi e storie proposte di pagina in pagina, La corsa selvatica poteva essere lungo anche il doppio. Non amo i mattoni di 800 pagine, ma nemmeno i libri che sembrano aver fretta di arrivare alla parola fine.

Se Coltri riuscirà a migliorare questi aspetti della sua scrittura, diverrà uno dei miei autori preferiti. Questo mi pare certo. A ogni modo La corsa selvatica è un ottimo biglietto da visita, che ben illustra il suo stile e le tematiche di cui scrive.

Promosso e consigliato, anche se aspetto ulteriori sviluppi sul destino della Katertempora.
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La scheda del libro: eshop.xii-online.com/store/product_info.php



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Recensione: Uomini contro

  • Dec. 29th, 2009 at 10:10 AM
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Di Francesco Rosi

Italia/Jugoslavia 1970

 

Nel corso della prima guerra mondiale, i soldati del generale Leone, dopo aver conquistato, lasciando sul terreno tremila caduti, una cima considerata strategicamente indispensabile, ricevono l'ordine di abbandonarla. Poi l'ordine cambia: occorre che la cima venga di nuovo tolta al nemico. Gli austriaci, però, vi si sono saldamente insediati e la difendono accanitamente con due mitragliatrici. Gli inutili assalti, nemmeno protetti dall'artiglieria, si susseguono provocando ogni volta una strage tra gli attaccanti. Stanchi di essere mandati al massacro da un generale tanto incompetente, quanto stupidamente esaltato, una parte dei soldati inscena una protesta: il generale Leone ordina, come risposta, di punirli con la decimazione.


Forse il miglior film di sempre sulla Grande Guerra, Uomini contro è una pellicola che ha subito pesantissimi ostracismi da parte del nostro illuminatissimo Governo; questo perché Rosi ebbe la premura di descrivere con accuratezza l'allucinante alienazione con cui gli alti ufficiali del Regio Esercito comandavano le truppe italiane, rifacendosi a un codice militare risalente al 1869, e quindi già obsoleto al tempo del '15-'18.

Fucilazioni, ordine di cariche insensate, equipaggiamento obsoleto se non addirittura ridicolo, continui attacchi e contrattacchi per conquistare brulle cenge rocciose. Furono questi i principali fattori che causarono una serie impressionante di perdite, nonché il rischio di una sconfitta totale contro il nemico austro-ungarico, che non stava poi messo meglio di noi.

Rosi è straordinario nel mettere in scena il Generale Leone, un tirannico ufficiale spietato più coi suoi uomini che non coi nemici. Non sono da meno altri graduati, tra cui il Maggiore Malchiodi, ancor più invasato rispetto al suo superiore.

Per contro gli ufficiali intermedi (tenenti e capitani) tendevano a prendere le parti dei soldati, specialmente quando essi veniva puniti, anche con la fucilazione, per trasgressioni minori o per piccoli errori di interpretazione degli ordini. Sono proprio due di loro, il tenente Ottolenghi (interpretato da uno straordinario Gianmaria Volonté) e il tenente Santini, a pagare con la vita il fatto di aver difeso le truppe dalle continue decimazioni ordinate dal Maggiore Malchiodi.

Film durissimo e senza alcun occhio di riguardo per la più insensata delle guerra, Uomini contro rende esattamente l'idea di cosa fu il Regio Esercito a inizio secolo: un confuso organismo fatto di molti isolati eroismi, ma minato da capacità di comando praticamente nulla, se non addirittura controproducente. I soldati perdevano il loro status di cittadini per assurgere a quello di carne da macello, mentre gli ufficiali superiori, al sicuro nelle loro trincee, si beavano in sogni di gloria e vittoria.

Due episodi più di altri rendono l'idea di ciò che furono taluni (non tutti) Alti Comandi. Il primo riguarda l'invio in battaglia di un plotone di fanti vestiti con vetuste, inutili e pesantissime corazze dotate di enormi elmi, del tutto inefficaci contro i proiettili delle mitragliatrici austriache.

Il secondo ha luogo nell'ospedale militare, dove un inflessibile quanto ottuso colonnello passa in rassegna i soldati feriti, accusandoli di essersi causati da soli delle volontarie lesioni per ottenere così delle licenze di convalescenza. Inutile dire che la maggior parte di loro finirà direttamente in tribunale, per atti di viltà e diserzione.

Uomini contro è consigliatissimo a chiunque desideri anche solo iniziare a comprendere cosa fu la Prima Guerra Mondiale sul fronte italiano. Da recuperare.

 




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Recensione: The last winter

  • Dec. 26th, 2009 at 11:35 AM
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The last winter
di Larry Fesseden
Usa 2006

In una base situata ben dentro il circolo polare artico è in atto l'ormai abituale scontro fra gli interessi di una compagnia petrolifera e quelli di alcuni ambientalisti. La prima vuole trivellare in cerca di petrolio, mascherando l'avidità di base con motivazioni di ogni tipo (posti di lavoro, fornitura di combustibile a un Occidente bisognoso...) mentre i secondi sono sempre più preoccupati da alcuni dati misurati, che sembrano indicare un riscaldamento del suolo fuori da ogni norma. Quando un membro della base viene trovato morto nella neve, nudo, uno scienziato si convince che la colpa sia di alcuni gas fuoriusciti dal sottosuolo, in grado di provocare deliri e allucinazioni. Ulteriori incidenti lo spingono a recarsi, insieme al responsabile della base, verso un vicino ospedale per alcuni esami e richiesta di aiuto. Sarà l'inizio di un lungo viaggio che li porterà a scontrarsi con forze ben più grandi e potenti dell'uomo...


Ennesimo film che richiama a quel capolavoro che è La cosa, The last winter è un film che però si distingue nettamente dai tanti cloni furbetti, prendendo le distanze dalla categoria B-movie. Si tratta ugualmente di una produzione cosiddetta minore, con una distribuzione minima e un impiego assai ridotto di effetti speciali. Come accade sempre più spesso, sono proprio questi fattori che - paradossalmente - contribuiscono alla riuscita del film.
Le pretese di serietà di The last winter si traducono soprattutto nel messaggio ecologista che sta alla base del lavoro di Fesseden. Se non altro l'argomento viene affrontato senza troppi luoghi comuni e senza scemenze da rubrica sul classico settimanale femminile che alterna alta moda e pillole di attualità. Il pensiero del regista è sì nettissimo e chiaro, ma anche suffragato da un lavoro di documentazione che - per lo meno - non pare preso di peso da Wikipedia.
A questa tematica Fesseden ricollega il mito del Wendigo, lo spirito divoratore di uomini delle tradizioni algonchine.
Però questa volta il regista ci risparmia zombie, infetti o creature mutaforme, scegliendo piuttosto di raccontare una storia fatta di fantasmi che inducono gli uomini alla pazzia e quindi alla morte. Le atmosfere, gli scenari alientanti e mozzafiato e il senso di gelo (materiale e mentale) contribuiscono a un'ottima riuscita delle ambientazioni e dei protagonisti.
Per fortuna di quelli che - come me - non amano affatto i film horror lasciati del tutto sull'ambiguita della follia, Fesseden alla fine ci mostra anche l'aspetto dei fantasmi nordici che infestano la base petrolifera: orribili, giganteschi animali mostruosi, che si manifestano in tutta la loro disturbante essenza.

The last winter è un film ben confezionato, non certo memorabile ma in grado di regalare emozioni e suggestioni, come altre pellicole di questo genere non riescono più a fare. Nonostante alcune lungaggini verso metà percorso e l'assenza di picchi adrenalinici, è una pellicola che merita almeno un'occhiata.




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Flash Forward – Avanti nel tempo

di Robert J. Sawyer

Fanucci Editore (collana Tif)

14.90 euro


 

Un esperimento scientifico induce un temporaneo spostamento della percezione collettiva. Improvvisamente tutti gli abitanti della Terra vanno avanti nel tempo di ventun anni, e possono così vedere alcuni minuti del loro futuro mentre i loro corpi rimangono in stato d'incoscienza. Quando il mondo si risveglia c'è chi ha osservato eventi devastanti o deprimenti, chi ha visto realizzare i suoi sogni e desideri, chi non ha trovato assolutamente nulla.
 

Commento

 
Da questo romanzo prende spunto il serial televisivo Flash Forward, ma i punti di contatto si limitano all'idea del cronolampo, mentre tutto il resto diverge, partendo dai personaggi fino ad arrivare alla trama vera e propria.

Innanzitutto nel romanzo il salto temporale è di ben 21 anni nel futuro (nel serial si tratta di soli 6 mesi). Questo comporta, da parte dell'autore, un vero e proprio sforzo creativo, visto che è ben più complesso e difficile immaginare un futuro “lontano” che non uno che sta dietro l'angolo.


Sawyer è uno scrittore di fantascienza possibilista, con un occhio di riguardo per l'aspetto sociale e per lo sviluppo psicologico dei protagonisti, senza però scadere nel prolisso e nell'inutile morbosità.

Gli “eroi” di questo romanzo sono tutti scienziati, ovvero gli stessi inconsapevoli responsabili del cronolampo destinato a mutare il destino di moltissime persone. La maggior parte di loro risulta un po' stereotipato (ma a questo punto viene da pensare che davvero gli scienziati siano così, geniali e svagati), ma credibile. Non ci sono bravi e cattivi, solo persone con ambizioni, debolezze, invidie e slanci di generosità.

L'elemento weird di Flash Forward è ovviamente l'ipotesi del viaggio del tempo, pur se fatto solo con la dislocazione del pensiero e non col corpo fisico. Cosa vedremmo se potessimo proiettarci di ventuno anni del futuro, anche se solo per pochi minuti? Forse la cosa peggiore sarebbe, paradossalmente, non vedere niente, proprio come capita a uno dei protagonisti del libro. Non vedere nulla vuol dire essere morti? Probabilmente sì. Perciò, se capitasse a voi, non cerchereste di fare di tutto per evitare la tragica evenienza?

Ovviamente l'interrogativo pone una domanda ancora più grande: esiste il libero arbitrio o, come pensavano gli autori greci, ciascuno di noi ha il destino già scritto?

Per dare la sua risposta, Sawyer ricorre tanto alla filosofia (spiccia) quanto alla meccanica quantistica. I teoremi scientifici esposti sono esposti con sufficiente chiarezza, tranne qualche passaggio, di modo che possano essere compresi anche da chi non ha mai masticato certi argomenti.

Solo sul finale, quando gli scienziati replicheranno, questa volta volutamente, un secondo cronolampo, l'autore dà una netta quanto breve sterzata verso la fantascienza più pura e alta, lasciando però i nuovi interrogativi con poche risposte e molto su cui ragionare, discutere.

L'aspetto geopolitico del balzo nel futuro è trattato tramite agenzie di stampa, estratti da quotidiani, siti web e programmi televisivi. Attraverso brevi citazioni Sawyer compone un mosaico complesso, non uniforme né completo, ma interessante e speculativo. Il futuro visto durante il cronolampo è per certi versi diverso e fantastico (esistono auto volanti, rigenerazione cellulare, l'ingegneria genetica è molto sviluppata), ma per altri poco soprendenti (ci sono ancora guerre, disparità sociali, disoccupazione.) L'uomo non ha mai messo piede su Marte, anche se l'India ha creato una base permanente sulla Luna. Le intelligenze artificiali non sono state inventate, anche se esistono computer potenti e multifunzione.


In sostanza Flash Forward è un romanzo che va oltre la sufficienza, pur difettando un po' nel ritmo e abusando di qualche stereotipo tipico del genere. Sawyer ha una scrittura pulita e piacevole, in grado di non annoiare nemmeno quando si va a impelagare in qualche postulato di fisica quantistica difficile da digerire.

Nota finale: ma era davvero necessario scegliere una copertina composta da immagini prese dal serial TV, pur considerando che nessun personaggio corrisponde con quelli della versione cartacea?

Facile e banale cartina di tornasole...
 


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Inferno (e altre considerazioni bonus)

  • Dec. 21st, 2009 at 3:50 PM
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Inferno
di Glauco Silvestri,
90 pagine circa
Per scaricarlo gratuitamente: www.glaucosilvestri.it/pdf/inferno.pdf


Koji Kabuto ha un grosso peso sulle spalle. Deve difendere il Giappone dalle insidie del Dottor Hell, combattere con il robot progettato da suo nonno e dimenticare la propria vita privata. La lotta è terribile e solo pochi suoi amici possono aiutarlo. Il momento è comunque propizio, il Dottor Hell è in difficoltà e il professor Yumi sta progettando una offensiva contro il suo centro di comando. Una missione pericolosa che, però potrebbe cambiare le sorti della guerra e condurre ad una pace duratura. Koji, però non sà di essere osservato. Attorno a lui girano interessi di cui non è a conoscenza.
Lui è troppo concentrato nella battaglia per accorgersi che qualcun'altro sta tramando dietro alle spalle del Dottor Hell. Mazinga Z viene attaccato su più fronti. Un nuovo avversario, più forte, lo mette in ginocchio. La sconfitta sembra inevitabile quando...

Commento


Terzo ebook gratuito della trilogia go-nagaiana interpretata e sviluppa da Glauco Silvestri, Inferno vede come protagonista il robot che più mi sta a cuore tra quelli che "invasero" l'Italia negli anni '70-'80: Mazinga. Anzi, per essere precisi Glauco prende un punto di raccordo della storia in cui inserire entrambe le versioni del robottone in questione: Mazinga Z e il Grande Mazinga. In realtà l'autore va oltre al mero esercizio della fantasia, ricreando in parole la storia originale della saga animata, che in Italia fu tagliata al cinquantunesimo episodio senza alcun motivo logico. Delle tre fan-fiction scritte da Silvestri, questa è la più action (ricordo che le altre sono, rispettivamente, Hiroshi e Unidentified Flying Object).
Questa volta Glauco si diverte a rispolverare il lato più ludico e divertente di quei cartoni animati (allora le parole "manga" e "anime" nemmeno le conoscevamo!).

Da ragazzini i robot nagaiani erano entusiasmanti perché combattevano grossi mostri e perché erano dotati di armi straordinarie e dai nomi accattivanti. Crescendo, tutti noi ci siamo accorti che Go Nagai in realtà parlava su due livelli: il primo rivolto appunto ai bambini, l'altro ai "grandicelli", in grado di comprendere valori quali l'eroismo, le virtù dei simil-samurai moderni a cui dava vita, ma anche i lati più oscuri di eroi e villains in realtà ben più complessi della semplice dicotomia bene-male. Go Nagai proponeva tematiche complesse, esposte in un linguaggio immediato: la fiducia nella scienza, che però può essere utilizzata anche a fin di male, l'amore per la storia e l'archeologia (basti pensare ai Mikenes, nemici giurati del Grande Mazinga), e l'ambiguità sottile tra i buoni e i cattivi.
Col senno di poi le saghe di Mazinga, Jeeg e Goldrake risultano più mature di tanta robaccia fantasy che ci spacciano ora in libreria, magari con tanto di inutili prefazioni atte a ricordare ai lettori che abbiamo tra le mani chissà quale stimabile erede di Tolkien. In realtà invece assistiamo a un livellamento verso il basso di tematiche, personaggi, trame e intrecci. Ci sono i soliti super-buoni, gli altrettanto scontati super-cattivi, i nani, gli elfi, i cavalieri, il signore delle tenebre etc etc. Roba che appiattisce la mente, dà una versione bicolore del mondo e spesso non riesce nemmeno nel semplice intento di divertire.
Di fronte a tanta pochezza, un genio come Go Nagai spicca in tutta la sua bravura. Del resto è più semplice assimilare Mazinga e company al fantasy, che non alla fantascienza. Il confronto tra queste saghe "robotiche", alquanto datate, e le moderne concezioni del fantasy che vanno per la maggiore, è impietoso. Il papà dei robottoni esce trionfatore sempre e comunque.

Così come Glauco Silvestri esce trionfatore dal piattume di idee che permea spesso perfino il mercato ebook, proponendo una fan fiction ancora una volta scritta con un mix di fedeltà all'originale e buone idee personali. Proprio come riuscì a suo tempo a dare umanità e maturità a un personaggio complesso come Hiroshi, Glauco fa altrettanto coi due piloti dei Mazinga, Koji Kabuto e Tetsuya. Come già detto, Inferno s'incentra più sui combattimenti, sullo scontro epocale tra i Mazinga e il dottor Hell, senza però risparmiare un epilogo molto bello (quasi poetico, nel senso lato della parola), capace di rievocare una certa nostalgia, senza nemmeno calcare troppo sugli elementi più malinconici e furbetti.

Scaricatelo e vedrete.



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La sindrome di Pompei

Di David Rice

Newton Compton editore

319 pagine, 9.90 euro (in offerta a 2.90 euro)  
 

Sinossi

Galway, Irlanda. Tre persone, turbate da una stessa paura, stanno per venire a capo di un complotto terroristico che potrebbe sfociare in un disastro planetario. Il tempo corre e all'orizzonte si profila un orrore inimmaginabile... La civiltà occidentale è sull'orlo dell'autodistruzione? Padre Frank Kane pensa che l'intero Occidente sia sul punto di collassare eppure l'umanità va avanti imperterrita, ignorando tutti i segnali della fine imminente: è la Sindrome di Pompei, ovvero l'ignara gioia dì vivere alla vigilia della catastrofe. Meg Watkins, giornalista, sta indagando sulle misure di sicurezza inadeguate nell'imponente centrale nucleare di Freshpark: in caso di incidente le conseguenze sarebbero disastrose non solo per le città vicine ma per tutto il continente europeo. Il detective Jack Stokes sta mettendo insieme e prove per incastrare una cellula dì terroristi guidata da un inafferrabile e insospettabile finanziatore, ancora da identificare.  
 

Commento

Libro comprato quasi per caso, e con una certa diffidenza (Newton Compton spesso propone romanzacci di scarsa qualità), La sindrome di Pompei si è invece rivelata una lettura interessante e con molti spunti che avrebbero meritato maggiore spazio.

Buona parte del romanzo sta a metà tra il tipico thriller post 11 settembre e l'inchiesta giornalistica. Questa volta l'ombra del terorrismo avvolge l'Irlanda e l'Inghilterra. Un detective e una reporter, percorrendo strade differenti, cercano di capire come e dove potrebbe colpire la Jihad nelle terre d'Albione. In particolare c'è un misterioso individuo, Omar Naim, la cui presenza sul suolo irlandese è quasi certa, pur risultando sfuggente come un fantasma.

Ben presto le due indagini (poliziesca e giornalistica) convergono sul probabile obiettivo dell'attacco di Omar: la centrale nucleare di Freshpark, un vetusto ecomostro in cui sono stipate le scorie radioattive prodotte da mezza Europa. Nonostante le pressioni sulle autorità per chiudere la centrale e metterla sotto strettissima sicurezza, i politicanti si rifiutano di farlo, visto che attorno a Freshpark ruotano interessi economici e patriottici altissimi.

Quando finalmente il detective Stokes sembra aver identificato Omar, è troppo tardi: i terroristi compiono l'attacco, colpendo i depositi di stockaggio carichi di cesio. Dall'incendio generato si leva una nube radioattiva enorme, che nel giro di pochi giorni renderà buona parte delle Isole Britanniche simili a campi di morte, inabitabili e tossici.

Questa ultima parte, vera e propria fantapolitica catastrofica, è forse la più riuscita del romanzo e anche la più avvincente. Peccato che a essa vengano riservate non più di una cinquantina di pagine, più un interessante epilogo ambientato cinquant'anni dopo l'attacco a Freshpark.

Lo stile di Rice è discontinuo, essenziale e sbrigativo. Ciò nonostante La sindrome di Pompei riesce ad avvincere grazie a una trama corale non particolarmente originale ma ben sviluppata. I protagonisti del romanzo risultano spesso stereotipati, ma riescono ad suscitare simpatia e a coinvolgere.

Le ipotesi scientifiche riportate riguardo a un possibile attacco terroristico a una centrale nucleare sono ben documentate e realistiche. Pare evidente che David Rice parla da ambientalista anti-nucleare, ma del resto non stiamo parlando di un saggio, bensì di romanzo, quindi una tale presa di posizione ci sta tutta.

 


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La ragazza della porta accanto
di Jack Ketchum
Gargoyle books
288 pagine, 17 euro

America rurale, anni Cinquanta. David ha 12 anni e incarna il prototipo dell’adolescente medio. Frequenta gli altri ragazzi del vicinato e comincia a sviluppare un certo interesse per il sesso femminile. Quando le sorelle Meg e Susan Loughlin si trasferiscono a vivere nella casa accanto, David è felice dell’opportunità di ampliare il proprio giro di amicizie, anche se Meg, che incontra per prima, è un paio d’anni più grande. I genitori delle due ragazze sono rimasti uccisi in un incidente d’auto, e le sorelle Loughlin sono state affidate alla vicina di David, Ruth. Ma Ruth, in apparenza ottima madre di famiglia, nasconde una vena di sadismo e alienazione, che sfoga dapprima sottoponendo le ragazze a percosse sempre più violente e dolorose, poi dando vita a una serie di torture fisiche e psicologiche di cui David e gli altri ragazzi del vicinato divengono testimoni e, in qualche modo, complici inconsapevoli. La polizia non prende sul serio le denuncie di Meg: l’unica speranza per lei e la sorella è nell’aiuto dell’amico David. Riuscirà a salvare le sorelle prima che sia troppo tardi?

Commento

Un pugno nello stomaco, violento e senza guantone. Ecco cos'è La ragazza della porta accanto. Avevo diverse titubanze nell'approcciarmi a questo romanzo. Le premesse erano chiare: nessun elemento fantastico, nessun mostro, complotto o mistero da risolvere. La violenza inaudita che sale di pagina in pagina, in un crescendo impressionante, ha un'unica matrice: l'essere umano. Jack Ketchum eviscera l'animo più oscuro, descrivendo la bestialità insensata che può colpire persone apparentemente normali, famigliole tranquille che abitano nelle loro linde casette. È il caso di Ruth e dei suoi figli. L'escalation di torture e soprusi che essi perpetrano contro due ragazze innocenti, Meg e Susan, non sono giustificate da nessun fattore razionale. Proprio per questo fanno più paura e mettono a disagio anche il lettore più scafato. Ketchum ci guida in questo incubo violento attraverso David che, per ironia, potremmo definire Il ragazzo della porta accanto. Il vicino di casa dodicenne, che viene coinvolto nella parabola di sadismo della famiglia Chandler. Coi suoi occhi da ragazzino David pensa dapprima di assistere a un gioco. La presenza di Ruth, un adulto (nonché un genitore) sembra poter giustificare le prime ingiustizie perpetrate contro la povera Meg, colpevole solo di essere troppo bella. Man mano che i giorni passano, il livello di sadismo sale ed entra in gioco anche il fattore sessuale. I figli di Ruth provano attrazione fisica per Meg, e presto la loro madre darà loro il permesso di toccarla. Lo stesso David non è scevro da colpe. Innanzitutto anche lui prova attrazione fisica per Meg. La possibilità di vederla denudata e umiliata è troppo forte, per un ragazzino che sta per approcciarsi ai misteri del sesso. Anche quando si accorge che i Chandler hanno superato il limite del dovuto, ci metterà un po' – troppo – per reagire e tentare qualcosa. Più colpevoli di lui sono anche gli altri adulti, quelli che rifiutano di prendere in considerazione le richieste d'aiuto di Meg, considerandola solo una ragazzina capricciosa. Nemmeno gli agenti di polizia a cui si rivolge, prima che venga segregata, muovono un passo per soccorrerla. In fondo Ruth Chandler è una stimata concittadina e nessuno sembra voler considerare l'idea che possa essere in realtà violenta, sadica, probabilmente pazza. È così che Ketchum lancia il suo grido d'accusa contro il finto perbenismo, l'omertà, le tacite colpe di chi si ostina a non vedere l'orrore per difendere una rispettabilità di facciata. La ragazza della porta accanto è un romanzo durissimo che non risparmia niente. Niente e nessuno. Persone facilmente impressionabili o troppo sensibili dovrebbero starsene ben lontani. La scrittura di Ketchum non è per tutti. Credo che occorra una certa predisposizione mentale, un equilibrio emotivo, per affrontare queste sue pagine senza rimanerne feriti, magari anche offesi. Ma ci troviamo di fronte a un libro che dice moltissimo, se si ha l'intelligenza di guardare dietro la violenza e il sadismo. Un libro che rimane impresso nella mente, come un marchio a fuoco. Necessario per chi vuole sfidare se stesso e il lato oscuro dell'essere umano.

La recensione di Elvezio Sciallis: elvezio-sciallis.blogspot.com/2009/11/la-ragazza-della-porta-accanto-di-jack.html
La recensione di Simone Corà: welcome-to-midian.blogspot.com/2009/12/la-ragazza-della-porta-accanto.html


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Recensione: Pandorum

  • Dec. 13th, 2009 at 9:59 AM
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Pandorum
di Christian Alvart
Germania/USA 2009

Astronave Elysium: un progetto di arca spaziale destinato a portare oltre 60.000 terrestri su un pianeta vivibile, Tanis, scoperto da una sonda automatizzata lanciata in un altro sistema solare. La durata prevista del viaggio è di 123 anni, con una potente propulsione nucleare di ultima generazione.
Due astronauti si risvegliano dall'animazione sospesa. Il criosonno rallenta i loro processi mnemonici. Non sanno a che punto è il viaggio, non capiscono che fine ha fatto il resto dell'equipaggio di corvetta, né perché il reattore della nave è in fase di spegnimento. Ma basterà loro cacciare fuori il naso dalla sala piloti per accorgersi che la nave è infestata da orrendi mostri umanoidi che si stanno cibando, poco alla volta, del resto dei passeggeri dormienti nelle cabine di ibernazione.
Cosa sono questi mostri? Alieni che hanno attaccato la nave? Mutanti? Creazioni dei laboratori genetici della Elysium? Qualunque sia la risposta, c'è una sola certezza: se i pochi superstiti dell'equipaggio operativo non riusciranno a riattivare il reattore, per la nave non ci sarà speranza di proseguire il viaggio.


A quanto pare la fantascienza si sta risvegliando dal cybertorpore dell'ultimo decennio, tornando ai fasti spaziali che sembravano oramai appartenere a un'altra epoca. Dopo lo psicologico, stupendo Moon, ecco Pandorum, di certo più adrenalico e cupo, ma non per questo meno riuscito. Questo film sembra raccogliere idealmente il testimone da un insieme di illustri predecessori, da Alien a Punto di non ritorno, passando per il videogioco (con relativa trasposizione animata) Dead Space.
L'immensa nave Elysium è il luogo ideale dove ambientare una trama ricca di misteri e suggestioni. La sindrome di Pandorum, una sorta di psicosi causata dal viaggio spaziale, è solo lo spunto per una serie di intricati enigmi da risolvere, tutti caricati sulle spalle dello sparuto gruppetto di astronauti risvegliati dalla procedura d'emergenza dell'arca spaziale.
I mostri necrofagi che infestano l'Elysium sono implacabili e feroci, anche se qualcosa nel loro make up gommoso convince meno del dovuto. Ben più riuscita l'architettura della nave, fatta di lunghi corridoi metallici, condotti di manutenzione intricati come labirinti, laboratori, cucini, cisterne, serbatoi e camere-alveare di ibernazione. La marcia del caporale Bower, pilota ingegnere, verso la sala del reattore nucleare, dà la possibilità agli spettatori di gustarsi tutta questa serie di locations suggestive. A volte l'effetto richiama un po' troppo allo stile dei videogames di ultima generazione: scopri il percorso da fare, recupera un'arma improvvisata per difenderti dai nemici, fuggi quando lo scontro è senza speranza, riunisciti con altri superstiti.
Per fortuna la lunga fase di esplorazione è inframezzata con momenti in cui pian piano i membri dell'equipaggio scoprono quello che è successo dal momento della loro partenza dalla terra. Non saranno mai belle sorprese per loro, ma stuzzicheranno la curiosità degli spettatori più esigenti per questo tipo di succultenti particolari.
Il film scorre senza tempi morti, piuttosto riuscito in quasi tutti i suoi aspetti. Buoni gli attori, anche se Dennis Quaid non può competere con il luciferino Sam Neill di Punto di non ritorno.
I colpi di scena sono ben dosati e piuttosto intelligenti. Una rarità, considerando che tanti registi partono dalla presunzione di stupidità degli spettatori. Luci cupe, ambienti claustrofobici e melmosi contribuiscono nel dare una patina dark al film, che strizza l'occhio più volte all'horror, senza però mai dimenticarsi di essere soprattutto fantascienza. Per fortuna non si abusa mai di effetti speciali o CGI. L'intera pellicola ne trae giovamento.
Finale per una volta azzeccato, anche se qualche ingranaggio non funziona alla perfezione come ci si aspetterebbe.
Il risultato complessivo è un ottimo film, che finalmente prende le distanze dai vari, inutili cloni e sottocloni proliferati da Matrix in poi. Imperdibile per gli appassionati.




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pensante


Di Jason Connery
Usa 2009
120' circa

Un gruppo di mercenari guidato dal veterano di guerra Mack viene contattato da un misterioso agente della CIA chiamato Elissa per aiutare uno scienziato che lavora a un'importante scoperta archeologica nel deserto mediorientale. Purtroppo per loro i soldati si troveranno ben presto a combattere qualcosa che non può essere abbattuto con una semplice pallottola, e con dei preti esorcisti che sembrano aver perso la loro lotta contro il Maligno...

Commento

Io non ho nulla contro i film senza pretese artistiche, girati solo con l'intento di mettere in scena un po' di spara-spara e tanti luoghi comuni presi da delle pietre miliari cinematografiche. Non è un caso che pellicole come Aliens scontro finale, Zombie, Starship Troopers e altre siano state riprese, copiate e clonate decine e decine di volte.

Però anche queste operazioni copia-carbone bisogna saperle fare con mestiere. Se si evita la strada del trash più triviale (e sarebbe bene evitarla sempre, anche se ogni tanto gli z-movie divertono), occorrerebbe capire cosa si vuole realmente realizzare, e quindi procedere con un minimo di decenza.

Jason Connery viene meno a questo comandamento, tramutando una sceneggiatura dalle potenzialità interessanti in uno scialbo filmetto dalla durata spropositata, in cui vengono proposte mille situazione classiche del genere “militari versus mostri”, senza mai attingere a un grammo di originalità o a un guizzo geniale.

Innanzitutto The Devil's tomb è in buona parte lento e macchinoso. Per oltre quaranta minuti la squadra di mercenari non fa altro che ciondolare da una stanza all'altra di un “sito archeologico” che in realtà ha l'estensione di una base sotterranea enorme, manco fosse l'Area 51. Non ho idea di chi sia il maestro d'armi di questo film, ma di certo non ha fatto un buon lavoro: i movimenti dei soldati sono confusi, poco credibili, perfino stupidi. Strategie e metodi d'incursione non hanno alcun senso logico. Ma del resto è lo stesso plotone a essere un'accozzaglia di idioti assortiti. Si va dagli stereotipi più abusati (il soldato erotomane dalla battuta greve), all'esperto di computer che sembra il sosia del nerd Steve Urkel di Otto sotto un tetto. Capite anche voi che con tale materiale umano, non si può andare troppo lontano.

Peccato per Cuba Gooding Jr., attore di ben altro spessore, che spicca come una ciliegina su una torta di escrementi. Mi chiedo cosa possa averlo convinto a partecipare a un progetto così sgangherato (beh, probabilmente i soldi!).

Tuttavia qualcosa lo possiamo salvare. La dose di splatter del film va oltre il previsto, sorprendendo non poco. Alcune idee sono interessanti (il ritrovamento di un Nephilim mummificato sotto il deserto mediorientale), anche se poi Connery le ha sviluppate coi piedi. Anche la trovata degli esorcisti posseduti da un male ancestrale e trascendente è azzeccata, ma alla fine tutto si riduce nel farli agire come zombie parlanti.

Insomma: una pellicola con delle potenzialità, ma mediocre e dimenticabile. Film consigliato ai soli appassionati del (sotto)genere. O forse nemmeno a loro.




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Kraken – l'integrale

Di Antonio Segura e Jordi Bernet

001 edizioni

176 pagine (b/n), 13 euro


Una delle più belle storie disegnate da Jordi Bernet e scritte da Antonio Segura. In una metropoli del XXI secolo i drammatici e toccanti racconti di uomini perversi, stupratori di cadaveri, esorcisti posseduti e voyeur impotenti. Un titolo che ha fatto Storia, finalmente proposta in un unico volume. Un concentrato di pura violenza, scenari claustrofobici e bellissime donne. Assisteremo alle storie della pattuglia della polizia metropolitana comandata dal tenente Dante che percorrerà alla ricerca di criminali e violentatori in fuga le sozze fognature, debordanti di escrementi e feti, dove vive il mostro urbano chiamato Kraken.


La 001 Edizioni si conferma un'importante realtà nel mondo fumettistico italiano, con un catalogo sempre più articolato, che si divide tra nuove proposte e interessanti cult pescati dalle tradizioni di mezzo mondo.

Questo volume, Kraken, con testi di Antonio Segura e disegni di Jordi Bernet, è uno dei prodotti più interessanti della “scuola spagnola”: una raccolta di storie brevi, collegate tra loro, e caratterizzate da una durezza di fondo che sta a metà tra il noir e il fantathriller.

Nell'immaginaria megalopoli di Metropol, un reparto speciale della polizia si occupa di pattugliare le enormi gallerie fognarie, tana di criminali, disadattati, terroristi e, soprattutto del leggendario Kraken, una creatura ameboide, nata dai liquami tossici prodotti dalla città di superficie. Il Kraken non è solo un mostro, bensì rappresenta l'essenza stessa delle fogne di Metropol, tanto che è anche in grado di copiarne la struttura, fingendosi di volta in volta pavimento, muro o corridoio. Il tenente Dante è la sua più agguerrita nemesi: ufficiale disilluso ed esperto, pare avere come unico scopo della vita la lotta all'orrendo mostro che ha causato la morte di molti suoi uomini più validi.

Tutte le altre missioni, caccia ai ladri, ricerche di terroristi o di maniaci degeneri, sono solo degli ostacoli tra Dante e la creatura che per lui rappresenta ciò Moby Dick era per il capitano Achab.

Ma il Kraken è anche un mezzo che Segura e Bernet utilizzano per descrivere una città sordida, i cui veri mostri sono spesso gli abitanti stessi, sia quelli di superficie che quelli che vivono nel sottosuolo. Lo scenario descritto dai due autori non contempla figure assolute. Non ci sono né buoni né cattivi, anche se questa seconda caratteristica predomina ampiamente in tutti i personaggi della graphic novel. Perfino il tenente Dante, che dovrebbe essere l'eroe, è in realtà un maschilista, un asociale dal grilletto facile. Non da meno i molteplici agenti dei reparti speciali che popolano l'intero albo: sono pochi quelli senza macchia, e di solito viene loro riservata una fine ben poco felice. Anche le donne, quasi tutte belle e dall'alto tasso erotico, sono spesso figure negative: rapinatrici, terroriste, prostitute o – in una delle storie più riuscite del volume – anziane assassine.

Kraken è un fumetto maturo, pessimista, per molti versi duro e difficile da digerire. I disegni di Bernet hanno tratti spigolosi, netti, che richiamano vagamente allo stile di Francisco Solano Lopez ne L'Eternauta.

Una graphic novel per intenditori.




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Recensione: Stranded

  • Dec. 5th, 2009 at 10:38 AM
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Stranded

Regia di Maria Lidon

Spagna 2002

Un gruppo di astronauti nel corso del primo viaggio verso Marte precipita sul pianeta e perde ogni contatto con la Terra. Privi di ogni tipo di risorsa e lontani milioni di miglia da ogni altro essere vivente i componenti dell'equipaggio sono costretti a fare scelte disperate pur di garantire la loro sopravvivenza. Riusciranno a sopravvivere e a evitare che la loro missione sia condannata all'oblio?

La Spagna è oramai da tempo all'avanguardia nel cosiddetto cinema di genere: horror, thriller e a volte anche fantascienza.

Lo dimostra questo poco conosciuto “Stranded, film del 2002 con regia di Maria Lidon. Una pellicola che sembra pescare nelle più vecchie e nobili tematiche della science-fiction anni '60 e '70, prendendo in considerazione una seria e plausibile esplorazione spaziale sul tanto citato e amato Pianeta Rosso.

Niente mostri spaziali né ammiccamenti alle cyber-menate in stile Matrix. Niente armi da fuoco, spade laser, cavalieri Jedi. “Stranded” richiama più a titoli come Mission to Mars, senza però degenerare in un caleidoscopio di effetti speciali più o meno consoni a questo genere di storie. Il film della Lindon è quasi asettico, girato negli esterni di Lanzarote, paesaggio alieno e quindi adattissimo a fingersi Marte per l'occasione.

La storia dell'equipaggio costretto a cercare una sopravvivenza quasi impossibile, conseguente il naufragio della loro navicella (europea, non americana!), è caratterizzata da un'interazione molto realistica e “umana” tra i sei membri dell'equipaggio. Niente eroismi hollywoodiani, bensì una sana e sacrosanta paura della morte per fame o per mancanza d'ossigeno. La scelta tra chi dovrà uscire dal relitto della nave, incapace di sostentare sei persone, è il momento più drammatico del film, ben reso dagli attori, che però in altri momenti sono meno perfetti nei rispettivi ruoli.

La passeggiata su Marte, che ha come unico scopo l'attesa della morte, nel tentativo di filmare tutto quel che si può prima del trapasso, è altresì particolarmente riuscita, quasi poetica, nel suo incedere lento e disperato, con gli astronuati che s'interrogano sul cosa spinge da secoli l'uomo in viaggi del genere, verso l'ignoto, lasciando casa, famiglia, sicurezze.

Colpo di scena finale, con un ribaltamento delle prospettive: chi era destinato alla morte troverà delle misteriose grotte coi resti antichissimi di una civiltà scomparsa, mentre gli astronauti rimasti sul relitto...

Film da recuperare, con la consapevolezza che non si saranno grandi effetti speciali o momenti particolarmente adrenalinici, bensì una storia sensata, avvincente e di sicuro impatto emotivo.





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Recon 2020 – The Caprini massacre

Regia di Christian Viel

Canada 2004

Nel futuro, gli uomini hanno raggiunto le stelle e stabilito colonie su molti pianeti. Ed è da quelle basi sparpagliate nel cosmo che i Marines dello spazio continuano la lotta contro i Ma'har, gli alieni ostili ed inafferrabili provenienti da un'altra dimensione che hanno distrutto la Terra, trasformandola in un globo calcinato e radioattivo. Il piccolo commando che viene inviato su Caprini per verificare la sorte del locale insediamento umano che non dà più notizie, trova un mondo devastato nel quale si aggirano robot e cyborg, zombies e lupi mannari: gli ex coloni che l'ingegneria genetica dei Ma'har ha trasformato in creature d'incubo assetate di sangue. Non soltanto da loro i marines dovranno difendersi, perchè anche i pochi superstiti si sono trasformati in barbari predoni...

Fantastica schifezza trash.

Un film che ogni appassionato degli z-movie fatti col cuore e con abbondante dilettantismo dovrebbe vedere. Recon 2020 è un pastrocchio fantahorror che scopiazza i più noti film di genere, dando vita a un improbabilissimo mix recitato da attori con l'espressività pari a quelle delle sequioia.

Partiamo dall'ambientazione: il regista tenta di spacciare una fabbrica abbandonata per una colonia umana fondata su un altro pianeta e attaccata da non meglio precisati alieni. Proprio questi temibili extraterrestri lanciano ondate di mostri contro gli indomiti marines spaziali (che fanno tanto Alien ma anche Starship Troopers). In una carrellata di orrori (nel senso che la trama fa schifo), vedremo i nostri eroi confrontarsi prima con delle blatte carnivore, poi con dei cyborg-robocop, quindi con degli zombie (!), con dei lupi mannari (!!), con un drago a tre teste (!!!) e infine con dei... pirati spaziali!

Non c'è alcuna traccia di ironia nell'inscenare questa oscenità logica, infatti la comicità è del tutto involontaria, e quindi ancora più bella. Tutto il film vede i poveri marines strisciare radenti alle pareti, prendersi a mazzate coi mostri sopra elencati e scambiarsi battute da veri macho.

Gli effetti speciali, seppur penosi in molti aspetti, non sono poi così terribili come ci si aspetterebbe da una vaccata epocale del genere. Armi ed equipaggiamenti sono accettabili, perfino quasi realistici. I mostri variano dal ridicolo (i cyborg) al decente (gli zombie). Le scene di combattimento, quasi tutti risolti con frenetiche sparatorie, sono ripetitive ma non del tutto da buttare. Certo, la CGI domina sovrana e incontrasta.

Ciò che manca è... tutto il resto. La trama, beh, non esiste. Il senso logico latita dall'inizio alla fine. Gli attori sono dei cani. Oppure dei cocainomani. Oppure dei cani cocainomani. Il tocco finale, con l'arrivo dei pirati spaziali, è il punto più basso di tutto il film.: una sequenza inguardabile che scimmiotta i vari Mad Max e compagnia bella.
La cosa più inquietante è che esiste anche un seguito (Recon 2022 – The Mezzo Incident, che cercherò di recuperare a ogni costo). E addirittura un terzo capitolo è in uscita imminente.

Anzi, volete sapere cos'è che fa ancora più paura? Recon 2020 ha vinto un importante premio al festival della fantascienza di Londra.

E poi si chiedono perché questo genere è morto...


Addendum: Non trovando il trailer di questo film, vi posto quello del sequel, che rende molto l'idea. La differenza? A quanto pare si passa dalle sparatorie su una colonia conquistata dagli alieni (un capannone abbandonato) a un'altra colonia su un pianeta ghiacciato (sarà, suppongo, un qualsiasi monte canadese).




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L'anno dei dodici inverni

di Tullio Avoledo

Einaudi

377 pagine, 19 euro


Gennaio 1982, un vecchio bussa alla porta di casa della famiglia Grandi incantandola con una storia che lo legherà indissolubilmente a loro: sta facendo uno studio sui bambini nati il giorno di Natale nella regione e vuole incontrarli una volta l'anno per seguirne la crescita. Chi è quell'uomo? E, soprattutto, come fa a sapere tante cose sul futuro? In quello stesso 1982 un ragazzo brillante e confuso intraprende la sua strada nel mondo, una strada che presto diverrà un vicolo cieco. Riuscirà a sottrarsi al suo destino? Nel 1997, due donne - la vedova Grandi e sua figlia Chiara, ormai adolescente sono in vacanza in Versilia, ma un incontro imprevisto cambierà per sempre le loro vite. In un prossimo futuro, in una Londra resa irriconoscibile da una guerra, un anziano poeta chiede udienza alla Chiesa della Divina Bomba. Dice di avere una proposta e una richiesta: vuole stringere un patto che può far rivivere, anche se in modo diverso, l'antico mito di Orfeo ed Euridice. Comincia cosi un viaggio incredibile che chiarirà ogni cosa, e dopo il quale niente sarà più lo stesso...


Commento

Che Avoledo sia da anni una delle penne più importanti del nostro paese non lo scopro di certo io. Semmai posso vantarmi di aver letto tutti i suoi libri, quando ancora non era uno scrittore da Einaudi, il salotto buono dell'editoria italiana.

Ora tanti recensori dall'ego lungo da qui a Melbourne ne parleranno come di un autore destinato a entrare nei classici, di quelli su cui magari un domani si sprecheranno quintali di alberi abbattuti per scrivere pomposi saggi autoreferenziali. A me invece piace partire da un presupposto ben diverso.

Tullio Avoledo è l'uomo (l'unico, credo), che ha riportato la fantascienza sugli scaffali più importanti delle librerie italiane. Sì, okay, esistono tante realtà underground che si occupano di questo campo. C'è anche Urania, coi suoi alti e bassi, che non sempre riesce a proporre romanzi decenti (non per colpa dei redattori, ma proprio perché oramai si scrivono pochi romanzi di sci-fi decenti).

Ma Avoledo è diverso. Lui riesce a rifilare la fantascienza sotto il naso di chi mai la leggerebbe volontariamente. Lo fa mascherandola da racconto esistenziale, da classico moderno, perfino da romanzo d'amore.

E, intendiamoci, “L'anno dei dodici inverni” è tutto questo e anche qualcosina di più.

I temi centrali del libro sono due: la storia d'amore di Chiara Grandi ed Emanuele Libonati, e il concetto di viaggio del tempo. Mai obsoleto, sempre affascinante. Chi cerca una bella storia, anche toccante, sarà soddisfatto dalla prima interpretazione del romanzo. Chi invece ama la fantascienza intelligente e pensata, andrà in sollucchero gustandosi le perle centellinate (è la parola giusta) da Avoledo.

L'amore per Philip K. Dick è talmente evidente che lo scrittore friulano s'inventa un futuro prossimo in cui esiste una religione dedicata Dick stesso, ma che mischia anche elementi e suggestioni tratte da un “videogioco del passato”, Fallout 3.

Ma i capitoli riservati al futuro compariranno solo alla fine del libro. Il principio invece è ambientato in un arco di tempo che parte dal 1982 e copre diversi anni, seguendo la nascita, la vita e la morte di Chiara Grandi. Questo, almeno, è ciò che è avvenuto nel passato dell'Universo A. Quel che invece si accinge a fare il protagonista, Emanuele Libonati, è tornare indietro nel tempo e raddrizzare quella singola vita, affinché essa non si autodistrugga. Anche se questo vorrà dire non poterla più conoscere come amante e compagna nel futuro.

Orfeo e Euridice, per l'appunto.

Lo stile di Avoledo è il solito, a cavallo tra il poetico e il concreto. Non c'è nulla, nella sua scrittura, che è messo lì per caso. Anche quando così sembra, non illudetevi: tutto, anche i piccoli dettagli, arrivano prima o poi a confluire nella solida struttura programmata con certosina abilità.

Una lieve caduta di ritmo la si coglie semmai a metà romanzo, quando (ma lo scopriremo poi), assistiamo a come sarà la vita di Chiara Grandi dopo l'intervento retroattivo di Emanuele. Ecco, in quei pochi capitoli si perde un po' di mordente, anche se la qualità rimane ben sopra la media.

Inside joke, citazioni colte e profane (si va dalle poesie ai videogiochi), poesia pura e rare ma azzeccate spruzzate d'ironia completano quello che è romanzo eccellente.

Forse non per tutti, ma eccellente.




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Recensione: Belva di guerra

  • Nov. 26th, 2009 at 5:28 PM
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Belva di guerra

Regia di Kevin Reynolds

USA 1988

1981, secondo anno dall'avvento dell'invasione sovietica in Afghanistan. Un carro armato sovietico T-62, dopo aver assalito un villaggio pashtu, viene colpito da una molotov che mette fuori uso la radio, perdendo il contatto con la colonna corazzata e smarrendosi così nel deserto afghano. L'equipaggio è composto da cinque soldati dell'armata rossa: il comandante Daskal e i soldati semplici: Kaminski, Golikov, Koverchenko, un soldato radiato dai servizi segreti per cattiva condotta e il sottufficiale Samad. I cinque soldati sono alla ricerca della strada per Kandahar, mentre sulle loro tracce vi sono dei mujaheddin sopravvissuti al massacro del villaggio, che non arretrano di un solo passo e cercano in tutti i modi di distruggere il carro armato. I rapporti tra i cinque uomini del carro sono piuttosto tesi: infatti tutti, ad eccezione di Koverchenko, nutrono molta diffidenza verso il soldato Samad, di origine afghana.

Commento

Quando i mujaheddin erano buoni.

Belva di guerra è un film propagandistico, e non ci piove. L'accusa contro la macchina da guerra Sovietica, che negli anni '80 invadeva il pacifico Afghanistan, riecheggiava anche nei film a stelle e strisce. Come dimenticare Rambo 3? Ora è quasi ironico vedere come la prospettiva delle cose è cambiata. La coraggiosa resistenza talebana è diventata semplicemente “la minaccia terroristica” che grava su un paese liberato grazie all'invasione “provvidenziale” delle truppe NATO.

Corsi e ricorsi della storia.

Al di là di queste considerazioni sociopolitiche, Belva di guerra è un riuscito film bellico, cruento e sanguinario come poche altre pellicole di questo genere. Non so ci avete mai fatto caso, ma spesso sono proprio i film di guerra a mostrare una versione asettica della medesima: si spara, esplodono bombe e granate, ma di sangue ne scorre poco. I soldati muoiono come fulminati, quasi mai sventrati, riarsi, dilaniati. Ebbene, Belva di guerra se ne frega della presunta sensibilità degli spettatori, e mette in scena una serie di atrocità spaventose, quasi da film horror. Partigiani afghani triturati sotto i cingoli dei carri armati, letali sventagliate di lanciafiamme, proiettili che lacerano la carne, bombe che squartano e mutilano.

Come già detto il film è piuttosto filoamericano, tuttavia non eccede nella retorica (non tanto quanto ci si aspetta da opere del genere). Anche tra i sovietici ci sono soldati che si ricordano di essere prima di tutto esseri umani, anche se l'ufficiale capocarro, che rappresenta la ferrea volontà della madrepatria, è tanto spietato quanto implacabile. Buona prova degli attori, tra cui spicca uno Stephen Baldwin in una delle sue interpretazioni più riuscite. È proprio l'intero microcosmo umano, rappresentato dall'equipaggio del T-62, a risultare forse ancora più riuscito rispetto alle appassionanti scene di battaglia.

Una spanna sopra la media dei war movie anni '80. Imperdibile per gli appassionati e, perché no, anche per chi ama la storia contemporanea.

« Quando sei ferito e abbandonato sulle pianure afghane e le donne vengono a tagliare a pezzi i tuoi resti, rotola verso il fucile, fatti saltare le cervella e raggiungi il tuo Dio come un soldato. » (Rudyar Kipling)




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Recensione: Archetipi (autori vari)

  • Nov. 25th, 2009 at 7:38 AM
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Archetipi

Autori: Danilo Arona, Daniele Bonfanti, Ian Delacroix, David Riva, Giuseppe Pastore, strumm, Samuel Marolla, Biancamaria Massaro, Alberto Priora, Elvezio Sciallis, J. Romano, Luigi Acerbi.

Edizioni XII

338 pagine, 12 tavole illustrate a colori, 19.50 euro

Sinossi

Demone, Diluvio, Golem, Resurrezione, Cannibalismo, Uomo Nero, Sirene, Erede, Confini del Mondo, Natura Ribelle, Maschera, Anima.

XII Storie Archetipiche affiancate ognuna da una tavola illustrata che ne incarna l’essenza.

Gli autori ricamano sul fascino degli aspetti remoti dell’inconscio collettivo, costruendo intrecci attorno agli angoli più bui e ricorrenti della mitologia umana, per trarne una sequela organica e dirompente di racconti dall’anima antica e nerissima. Un complesso meccanismo di scritti formati a loro volta da ingranaggi e cremagliere di simboli che si compenetrano fra loro secondo un disegno ancestrale.

Contiene l'intervento XII Rintocchi di Gianfranco Nerozzi.

Commento

Intraprendente e qualificata realtà editoriale, Edizioni XII sta proponendo una gran quantità di materiale interessante, per molti versi coraggioso e sicuramente difforme dal panorama della narrativa di genere italiana.

Questo “Archetipi” è senz'altro uno dei prodotti più riusciti della piccola ma già notevole scuderia XII. Trattasi di un'antologia di racconti che mischia con efficacia scrittori consacrati (su tutti l'autore-totem Danilo Arona), giovani promesse e indubbi esperti in materia fantastico-orrorifica (Bonfanti, Sciallis etc etc).

L'idea di base, il collante della raccolta, è affascinante e originale quel tanto che basta per evitare le oramai insopportabili antologie sui vampiri, che sembrano (ma non sono) le uniche figure dell'horror degne di essere date in pasto ai lettori.

Vista la natura alquanto variegata degli scrittori scesi in campo per l'occasione, ci troviamo davanti dei racconti altrettanto eterogenei, che spaziano dal fantastico/fantasy maturo, al racconto del terrore vecchio stile, passando per la cosiddetta archeologia eretica, fino ad arrivare all'orrore più moderno e contemporaneo. Si va dalle mostruose creature che popolano i boschi in cui gli uomini vanno a caccia, alle leggende legate a un'antica civiltà scomparsa. Ottima escursione nella fantascienza, con la nuova, misteriosa chiesa proposta in "Una cosa sola". Nel mezzo una reinterpretazione del mito del golem (ahimè, forse il racconto che ho trovato più freddino), il demone Pazuzu tanto caro al nostro Arona, le terribili e per nulla sensuali sirene inventate dal già celebrato scrittore di "Malarazza". E molto altro ancora...
Insomma, ce n'è per tutti i gusti, e anche per tutti gli stili. Da quello duro di Elvezio (allucinanti alcuni passaggi del suo racconto) a quello elegane di Giuseppe Pastore.

Su alcuni archetipi pare evidente una certa fatica di inventarsi qualcosa in tema, tuttavia gli sforzi appaiono quasi sempre adeguati e mai banali. Considerando il livello medio delle antologie italiane, questo è un pregio di rarità estrema.

La mia personale valutazione va ben oltre il sei, considerando la media tra tutti i racconti proposti. Ci sono poi alcuni pezzi che raggiungono vette qualitative eccellenti e che meritano una citazione a margine. Nella classifica d'apprezzamento che ho mentalmente tracciato il podio è occupato da “Il Diluvio” (di Daniele Bonfanti), “Sirene” (di Samuel Marolla) e “Una cosa sola” (di Luigi Acerbi). Racconti molto diversi tra loro, ma che nel sottoscritto hanno regalato eguale godimento letterario.

Seguono a ruota tutti gli altri, tranne Arona, troppo outsider per poter essere giudicato in modo imparziale dal sottoscritto.

Tra l'altro la raccolta è impreziosita – parola non scelta a caso – da dodici tavole illustrate, ciascuna raffigurante un archetipo. Ottime tutte e, una volta tanto, pertinenti coi temi trattati. Come dite? È una cosa scontata? Proprio per niente. Guardatevi il pessimo lavoro grafico di molte grandi case editrici e capirete.

Un lavoro certosino, di rara eleganza, che fanno di Archetipi anche un oggetto da collezione.

Se amate il genere e siete al contempo stufi delle solite antologie svogliate, comprate questo libro, oppure smettetela di lamentarvi dei giovani autori non hanno voce e spazio.

La scelta è vostra.




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Recensione: Altered

  • Nov. 24th, 2009 at 7:32 AM
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Altered

Regia di Eduardo Sanchez

USA 2006

Negli intricati, bui e labirintici boschi della Florida una storia di uomini e alieni. Quindici anni fa proprio in quei boschi cinque amici erano stati catturati e rapiti da misteriosi extraterrestri, alieni malvagi e dalle sembianze terrificanti. Uno di loro venne ucciso e così oggi tre degli amici tornano nel bosco per vendicare l'accaduto: riescono a catturare un alieno e lo nascondono nella casa del quarto amico che oramai tenta di dimenticare la terribile esperienza, vivendo serenamente con la moglie. L'alieno a un certo momento riesce a liberarsi e per la donna e i quattro amici inizierà un nuovo incubo dal quale doversi velocemente liberare.

Ennesimo titolo di fantascienza passato quasi del tutto in sordina, Altered è in realtà un ottimo b-movie in grado di riscuotere approvazione anche tra gli amanti dell'horror. Un perfetto ibrido tra i due generi, senza troppe pretese, e forse per questo riuscito più di altri film in cui sono stati investiti soldi su soldi.

Eduardo Sanchez, già regista del memorabile Blair Witch Project, si cala con cuore e con l'anima nelle moderna leggenda metropolitana, che parla di adduction, ovvero di rapimenti alieni a scopo di studio e/o brainwashing.

Solo che questa volta le cavie meditano vendetta e cercano di rendere il favore agli spaventosi Grigi che anni prima li catturarono per non meglio precisati esperimenti. Questo è lo spunto con cui Sanchez dà il via a una storia nottura, molto cupa, sanguinaria e misteriosa, che vede appunto una banda di sprovveduti redneck alle prese con un alieno dall'aspetto mostruoso, dai poteri incredibili e, soprattutto, crudele come pochi altri cugini di cinematografica memoria. Un ET dalla ferocia di una tigre, che però considera noi, gli umani, alla tregua di stupide bestie. E ne ha ben donde, visto che il confronto tra le due specie risulta alquanto impari.

Altered è del tutto privo di ironia, battutine stupide e momenti morti in cui riprendere fiato anche senza sentirne il bisogno. Questo giova alla trama, fitta e lineare, ma ben sviluppata. La prova degli attori è convincente, tranne che per alcuni passaggi con qualche incongruenza a livello di dialogo.
Gli alieni sono davvero tali, e non solo nell'aspetto. Le loro motivazioni non sono chiare (Ci studiano? Ci utilizzano? Ci considerano bestioline?), ma è evidente che sono più forti e determinati di noi. Ottima la scelta di connotare una loro evoluzione più dal punto biologico, che non da quello tecnologico. I Grigi di Sanchez sono infatti più potenti a livello osseo-muscolare, ma hanno anche sviluppato dei poteri telepatici e ipnotici che consentono loro di fare a meno di gran parte della tecnologia a base elettronico-informatica. Non a caso, nell'unica ripresa in cui si scorge la loro navicella, essa appare come una sorta di rana organica in grado di viaggiare nello spazio.

Echi di HPL? Probabilmente sì.

La recensione di Elvezio: http://elvezio-sciallis.blogspot.com/2008/10/altered.html





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Fase IV: distruzione terra

  • Nov. 21st, 2009 at 9:16 AM
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Fase IV: distruzione terra
di Saul Bass
USA, 1974

L'Istituto Nazionale di Ricerca incarica l'ecologo Hubbs e il matematico Lesko di studiare l'apparente sovvertimento dell'equilibrio ambientale in Arizona che - causato probabilmente da un fenomeno cosmico - ha spinto colonie di milioni di formiche a distruggere le fattorie, ad aggredire e divorare animali e uomini. Operando da una base sperimentale nei pressi di Paradise City - una cittadina ormai completamente abbandonata dai suoi abitanti - i due ricercatori svolgono i primi esami dei giganteschi formicai che si elevano di fronte a loro, ma ben presto, quello che sembra un lavoro di routine fatto di raccolta di campioni e di analisi al computer, precipita in una situazione di terrore. Le formiche seguono una lucida strategia di movimento, si moltiplicano a ritmo incredibile e rivelano una rapida assuefazione anche ai i più potenti veleni. Nella stazione scientifica, la giovane Kundra, scampata al massacro della sua famiglia, è testimone della sorda rivalità che comincia a dividere i due scienziati sul modo di affrontare l'incalzante minaccia: mentre Lesko ritiene possibile tentare un'elementare forma di contatto con il "cervello" che guida gli insetti mediante segnali elettronici, Hubbs decide di portare loro la guerra senza ulteriori indugi.
(Fonte: www.fantafilm.net )

Film di culto per appassionati della fantascienza "intelligente", Fase IV non è affatto un film semplice o banale, come magari farebbe supporre il titolo che ammicca al catastrofismo. Saul Bass riesce a creare una delle più verosimili minacce al genere umano senza ricorrere ad alieni, mostri o vampiri. Le nostre normalissime formiche, influenzate da una sconosciuta e invisibile radiazione cosmica, risultano più minacciose, coordinate e organizzate rispetto a gran parte delle tante invasioni inventate dal cinema di fantascienza.
Il regista, avvalendosi anche di spezzoni tratti da uno splendido documentario dell'epoca, ha pieno successo nel rendere le formiche del tutto "aliene" ai nostri occhi, ma anche terribilmente minacciose e intelligenti. Seguendo i loro preparativi bellici, le silenziosi "riunioni operative" nei tunnel delle colonie sotterranee, si ha la forte sensazione di essere su un altro (micro)mondo, ben più complesso e biologicamente diverso dal nostro rispetto ad altre civiltà extraterrestri ipotizzate su chissà quali pianeti lontani dalla terra.
Le musiche evocative e disturbanti di Brian Gascoigne e Stomu Yamashita completano l'effetto estraniante, rendendo alla perfezione l'idea che sta alla base del film: il confronto/scontro tra l'attuale specie dominante (l'uomo) e quella che vorrebbe prenderne il posto (le formiche).
Complessi anche i due protagonisti principali, il cinico Hubbs e il più emotivo Lesko. Nei loro dialoghi, nel modo di reagire alla minaccia, Saul Bass ci fa intravedere le due grandi categorie in cui si dividono gli scienziati messi davanti all'ignoto: quella che reagisce tentando di distruggerlo e l'altra, che invece non abbandona mai la missione di ricerca e studio.
Un film per molti versi asettico, con un finale che sfiora la metafisica: per questo non di solo intrattenimento. Pur non mancando di qualche momento poco riuscito, è nel complesso un titolo da riscoprire, ovviamente non per chi ha il terrore assoluto per le formiche e gli insetti in generale.
Una cosa è certa: se essi dovesso acquisire una volontà globale, della razza umana rimarrebbe ben poco. Altro che 2012...




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Il simbolo perduto
di Dan Brown
Edizioni Mondadori
604 pagine, 25 euro

Sinossi

Robert Langdon, famoso professore di simbologia ad Harvard, è in viaggio per Washington. È stato convocato d'urgenza dall'amico Peter Solomon, uomo potentissimo affiliato alla massoneria, nonché filantropo, scienziato e storico, per tenere una conferenza al Campidoglio sulle origini esoteriche della capitale americana. Ad attenderlo c'è però un diabolico individuo, tatuato dalla testa ai piedi, che progetta di servirsi di lui per disseppellire un segreto che assicurerebbe a chi lo possiede un enorme potere. Langdon intuisce qual è la posta in gioco quando all'interno della Rotonda del Campidoglio viene ritrovato un agghiacciante messaggio: una mano mozzata con il pollice e l'indice rivolti verso l'alto. L'anello istoriato con emblemi massonici all'anulare non lascia ombra di dubbio: è la mano destra di Solomon. Langdon scopre di avere solamente poche ore per ritrovare l'amico, sempre che sia ancora vivo. Viene così proiettato in un labirinto di tunnel e oscuri templi, dove si perpetuano antichi riti iniziatici. La sua corsa contro il tempo lo costringe a dar fondo a tutta la propria sapienza per decifrare i simboli che i padri fondatori hanno nascosto tra le architetture della città. Fino al sorprendente finale. (Fonte: IBS)

Commento

Sarebbe semplice catalogare questo romanzo come bestseller d'intrattenimento senza troppe pretese. In realtà "Il simbolo perduto" è senz'altro il libro più complesso di Dan Brown. Complesso nel bene e nel male, si capisce. Ma, soprattutto, ha una seconda chiave di lettura meno visibile e per certi versi di una portata enorme. Ma di questo parlerò più tardi.
Prima il commento tecnico: la scrittura di Dan Brown è maturata dai tempi del pessimo "Angeli e demoni" (buona idea, ma romanzo scritto coi piedi), e lo si nota nelle prime cento pagine, meno confusionarie e acerbe del solito. I fatti e i personaggi, in primis il solito professor Langdon, si prendono qualche respiro in più prima di buttarsi nella mischia tra inseguimenti, enigmi da risolvere e misteri da svelare.
Il ritorno in patria giova parecchio a Brown. Abbandonata la Roma da cartolina turistica a cui ci aveva abituati, ambienta "Il simbolo perduto" a Washington. A guadagnarne sono la credibilità e il realismo, per lo meno per quanto concerne l'ambientazione.
Purtroppo la sobrietà dell'autore dura poco più di cento pagine: da lì in poi riparte in quarta col solito calderone di azione in tempi tiratissimi, diabolici puzzle da risolvere nel giro di una manciati di secondi, e segreti storici che cadono uno dopo l'altro a effetto domino.
In particolar modo è la parte centrale del romanzo a esercitare una pesantezza tale da atterrire il lettore meno paziente. Ritmo caotico, situazioni lasciate a metà, spunti incompleti o trattati con estrema sommarietà: più di una volta vien voglia di chiudere il libro e chiedere indietro i 25 (!!!) euro pagati per averlo.
Superato questo ostacolo centrale, si arriva per fortuna a una parte finale che ritorna su canoni più ordinati e leggibili, seppur non del tutto logica, come sarebbe invece lecito aspettarsi. Ciò nonostante il finale è molto meno pacchiano rispetto ad "Angeli e demoni", riproponendo invece un po' lo stile del "Codice Da Vinci".
Da lettore esperto posso dedurre che Dan Brown conquista proprio grazie a un mix composto da una stile narrativo molto cinematografico, e da una conformazione "a cipolla" dei misteri, più o meno storicamente validi, che di volta in volta decide di trattare. Qualcosa che sta a metà tra i blockbuster movie e i videogiochi moderni, insomma. Nel complesso "Il simbolo perduto" riesce a divertire e anche a conquistare l'attenzione, anche se mi è difficile definirlo un vero libro voltapagine (anche se per la maggior parte dei lettori sarà così).
Di certo Brown non brilla per stile ricercato o per eleganza narrativa. E' piuttosto la sua semplicità, applicata ad argomenti che sono l'esatto contrario di questa parola, ad attrarre.

Il secondo livello d'interpretazione

Fin qui ho parlato di un romanzo, famoso più di altri, ma senz'altro non più brillante o profondo rispetto alla media. In realtà "Il simbolo perduto" è un vero e proprio inno alla massoneria, solo inizialmente messa in dubbio, e poi progressivamente esaltata e decantata come l'unica valida scelta per un'evoluzione socio-politica della nostra civiltà. Attraverso i protagonisti Brown illustra i motivi per cui i massoni sono ingiustamente perseguitati, e li riqualifica attraverso una lunga e argomentata teoria che li vedrebbe invece come illuminati scienziati e filosofi impegnati a migliorare biologicamente ed eticamente gli esseri umani. Non solo: mettendo in campo un villain dedito alla magia nera e nemico giurato della massoneria stessa, allontana da essa le accuse che spesso gli vengono mosse dai detrattori, ovvero quelle di praticare le arti occulte e la manipolazione mentale (scientifica o magica, non fa differenza).
In altri termini "Il simbolo perduto" è una sorta di neo-vangelo massonico, alquanto dichiarato e nettamente di parte. Il che non è né un male né un bene, sia chiaro. Solo che certi argomenti dovrebbero essere presi in considerazione in contemporanea con approfondimenti di merito, e non così, all'acqua di rose. Certo, nove lettori su dieci prenderanno questo romanzo per quello che sembra (puro intrattenimento), ma sono altrettanto certo che ci sarà un buon 10% che inizierà a credere ai confusi teoremi di Brown, come se si trattasse di dogmi incontrovertibili.
Vi avevo già parlato della teoria del complotto che secondo alcuni si cela dietro "Il codice Da Vinci"? Senz'altro sì. Non ci voglio tornare. Non la ripeterò in questa sede. Fatevi però una sola domanda: com'è possibile che un autore di qualità non superiore alla media abbia un eco così grande in tutto il mondo? Ci riuscirebbe col solo talento, oppure c'è qualcuno che ha costruito tutto ciò ad arte?
... o per qualche motivo?


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Recensione: Malarazza (di Samuel Marolla)

  • Nov. 16th, 2009 at 3:00 PM
pensante


Malarazza
di Samuel Marolla
Epix Mondadori n°8
251 pagine, 4.90 euro

Sinossi

È l'ombra ignota che sussurra alle nostre spalle. È l'ultimo vicolo in­fame della megalopoli corrotta. È la mannaia incrostata con la quale vengono perpetrati orribili delitti. È la cantilena ossessiva ripetuta senza fine da voci maledette. È il cane mutilato che sembra usci­to da un incubo allucinatorio. È la congregazione di dementi pron­ta allo sterminio nell'attesa dell'Apocalisse. È il calderone ribollente dal quale tracima schiuma nera e infetta. È l'affabulatore cieco che conosce tutte le strade del mondo dei non-morti. È l'indifferenza le­tale di chi sa ma sceglie di guardare dall'altra parte. Tutto questo e molto, molto di più, è il popolo delle tenebre, la Malarazza.

Commento

A differenza di tanti altri colleghi del "giro giusto" non conoscevo affatto Samuel Marolla. Per questo la pubblicazione della sua antologia per Epix (collana Mondadori da edicola) mi aveva un po' spiazzato. Anche perché, dalle solite leggende metropolitane che circolano nell'ambiente, le antologie di esordienti di solito non vengono calcolate nemmeno di striscio dagli editori.
Sta di fatto che, comprato e letto il libro di Marolla, devo dire che sarebbe stato un peccato mortale non pubblicarlo.
I racconti di questo scrittore milanese sono, senza fare troppi giri di parole, quanto di meglio ho trovato nel campo della narrativa breve di genere negli ultimi anni.
Storie molto dark, ma senza mai rinunciare a una spruzzata di humor nero, con ambientazioni prettamente italiane (anzi, milanesi), che vanno a ridefinire il concetto di horror metropolitano, mischiando vecchie suggestioni tipiche di questo settore, con nuovi spunti che prendono qua e là tra cinema e fumetti.
Si va dalle bambine demoniache di "Sono tornate" alla Milano spettrale e ferragostana de "La pista ciclabile". Passando da una fiaba nera come "Tè nero", per arrivare al racconto in stile Ai confini della realtà, "Candelora". Tralasciando un solo passo falso, l'inutile "Tequila e peccati", Marolla sfiora anche il genere splatter, che per fortuna però viene confinato a un unico racconto. Dico per fortuna perché l'autore si fa apprezzare soprattutto nelle sue storie che ammiccano a fantasmi moderni, che abitano condomini miasmiali, a streghe vestite da vecchie signore rimbambite, che abitano nella periferia della città, a culti lovecraftiani insiediati in quartieri sonnolenti e anonimi.
Sangue e frattaglie non servono a Marolla per creare piccoli quadri di orrore nascosto, quotidiano ma non banale, bensì aperto a sguardi su altre dimensioni, quelle dell'ignoto.
Una delle cose che più si apprezza nella raccolta è il susseguirsi di racconti ambientati in estate, invece che nei consueti inverni nebbiosi.
Per chi conosce Milano è indubbio che proprio i mesi più caldi (agosto in particolare) sono anche i più spettrali e borderline. Col caldo la gente normale fugge al mare o si chiude nei supermercati refrigerati dall'aria condizionata, mentre nei vicoli, nei parchi colpiti dalla canicola, fanno capolino tizi strani e storie inquietanti.
Ecco, Marolla dà il meglio di sé in queste prove, ottenendo risultati superbi.
La mia personale classifica:
1. La pista ciclabile
2. Tè Nero
3. L'estraneo

Sarebbe interessante vedere l'autore alle prese con qualcosa di più lungo, ma ho il sospetto che la sua dimensione sia proprio quella della narrativa breve. Ci voleva uno così.
Riassumendo: la migliore uscita della collana Epix dalla sua nascita a oggi, nonché la migliore antologia horror che ho letto negli ultimi - esageriamo - cinque anni.
Acquisto non suggerito, bensì indispensabile.


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Recensione: 2012

  • Nov. 15th, 2009 at 9:30 AM
pensante


2012
di Roland Emmerich
USA 2009
158 minuti circa

Uno scienziato indiano scopre che la fine del mondo a causa di un’intensa attività solare è vicina. I potenti del mondo elaborano un piano per salvare parte della popolazione umana (una specie di nuovo m ito di Noè) in modo tale da poter ricostruire la società umana alla fine della catastrofe. Continuate a leggere per la recensione completa e il trailer. (Fonte: www.filmkit.it )

Attenzione: la recensione contiene qualche piccolo spoiler qua e là.

A volte scindere il critico dall'appassionato è difficile.
2012 è un film che mi ha messo in serio imbarazzo: da una parte rappresenta tutto ciò che di scontato c'è nei film di registi come Emmerich, dall'altra mette in mostra un luna park visivo e visionario che nessun amante del catastrofismo può ignorare. Per buona pace di chi si aspettare una stroncatura snob, dico subito che a me il film è piaciuto e che lo promuovo ben oltre il 6 politico.
Partiamo dai difetti.
Il lato "umano", ovvero i protagonisti, di 2012 è rappresentato da una serie di personaggi stereotipati che escono direttamente dalla lunga tradizione cinematografica catastrofista made in USA. Particolamente insopportabile la scelta della solita famiglia allargata americana: coppietta divorziata, lei col nuovo fidanzato (chirurgo plastico, manco a dirlo), figli di 7-13 anni dalla personalità complessa a causa dei genitori assenti (padre) o iperpresenti (madre). Anche il Presidente degli Stati Uniti ricalca fin troppo fedelmente quello di "Deep Impact", interpretato da Morgan Freeman. In questo caso si tratta però di Danny Glover, imbolsito ma in buona forma. Chiarissimo il riferimento a Obama, a cui auguro però di non essere conciato così da qui a tre anni.
Altro tasto dolente sono le gesta dei protagonisti, capaci di sopravvivere mentre attorno a loro milioni di persone muoiono letteralmente inghiottiti dalla terra che si spacca e che si scioglie (sempre letteralmente, eh!). La scena di una fuga di limousine da una Los Angeles che si sfalda a velocità supersonica sotto i loro piedi è una delle più spettacolari ma ridicole che ho mai visto al cinema e non. Capisco l'esigenza di portare fino alla fine dei 160 minuti questa famigliola americana per darci modo di vedere tutto il "contorno", ma questa volta Emmerich ha davvero esagerato con l'uso del deus ex machina. Esempio: sfrecciare con un minuscolo bimotore tra due grattacieli che si sbriciolano e portare a casa la pelle, non è tollerabile.
Detto questo...
L'impatto visivo di un film come 2012 è... devastante. Non ricordo una distruzione così capillare o totale rappresentata su pellicola. Il nostro buon regista non ci risparmia nulla e, per chi se lo chiedesse, il mondo questa volta lo distrugge per davvero. Niente eroici scienziati che alla fine rappezzano la terra con qualche boiata inventata di sana pianta. No: Emmerich è impietoso e, come il Dio del Vecchio Testamento, travolge tutto con furia disumana.
Trascendendo per un momento i flebili presupposti scientifici che innescano la Fine, devo ammettere che il progredire della devastazione ha qualcosa di ipnotico e appassionante. Si parte dalla livellazione di Los Angeles (e dell'intera California), risucchiata nelle viscere ribollenti del pianeta, in una sequenza indimenticabile che dura più di dieci minuti. Passiamo poi all'eruzione del parco di Yellowstone trasformato in un colossale vulcano che ricoprirà di lapilli e cenere nera metà degli Stati Uniti. Arriviamo alle Hawaii, trasformate per l'occasione in bolle di magma ribollenti che ricordano un scorcio di inferno dantesco. Se non vi basta, eccovi Roma e San Pietro spaccati in briciole come un uovo caduto a terra, con tanto di Papa triturato dalle pietre mentre benedice una folla spaventata (perché, si sa, gli italiani nel momento del bisogno si affidano solo alla Fede).
Il clou arriva con l'annichilimento di Washington, dapprima colpita dai fumi eruttati da Yellowstone (una scena che ricorda, e non a caso, "The day after"), e poi colpita da uno tsunami alto cinquecento metri, che scaraventa la portaerei John Kennedy direttamente sulla Casa Bianca e sulla testa del Presidente Obama (ma sì, dai, che è lui), coraggiosamente rimasto a crepare insieme ai suoi elettori.
Ecco, proprio gli tsunami concludono questo allucinante luna park, inghiottendo il mondo con delle muraglie d'acqua che sommergono qualunque cosa, arrivando (in un impulso di isteria distruttiva, credo) a rasentare la punta dell'Everest.
Insomma: qualcosa di molto vicino al godimento estatico.

Ultimo commento dedicato all'ideologia del film, se così si può definire: morale in grana grossa sui ricchi che riescono a comprarsi la salvezza coi soldi, anche se poi lo spirito di solidarietà umana riuscirà a salvare anche qualche povero operaio tibetato dalla Fine di Tutto. Strizzata d'occhio alle Scritture, con le mega-arche su cui un pugno di esseri umani (400.000, se non ricordo male) che scamperanno al nuovo diluvio universale, insieme a qualche animale, le più importanti opera d'arte di sempre, e a qualche leader dei paesi del G8, rei e allo stesso tempo meritevoli di aver costruito in gran segreto queste colossali navi durante i tre anni di preavviso prima del gran botto finale.
E dove andranno a parare questi novelli Noe? A quanto parte Capo di Buona Speranza non è stato sommerso, perciò ci sarà la possibilità di affidarsi ai notoriamente altruisti sudafricani per cercare di ricostruire la civiltà umana.
La famigliola americana allargata, che fine farà? Provate a indovinarlo un po'.

Aggiungo una postilla finale: in 2012 Berlusconi è l'unico leader mondiale, insieme a Obama, a morire inghiottito dalle viscere della terra. Non è forse un buon motivo per andare a vederlo e gustarsi la scena?




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