Il post natalizio sembra un must, chi sono io per sottrarmi a questa moda?
Quindi auguri a tutti quelli che passano di qui ogni giorno, o anche solo ogni tanto.
Auguri a chi commenta, ma anche a chi legge e basta.
Auguri a chi ha letto i miei romanzi, e anche a chi li ha solo scaricati.
Il 2009 non è stato affatto un brutto anno per il Blog sull'orlo del mondo. L'incremento di visitatori è stato esponenziale e superiore oltre ogni mia rosea aspettativa. Quando tempo fa inaugurai questo spazio, pensavo più che altro di creare una sorta di versione cartacea delle mie impressioni su ciò che leggo, guardo e scrivo. Coi mesi e con l'afflusso costante di nuovi internauti, la voglia di trasformarlo in qualcosa di più complesso e variegato è diventata irresistibile.
Così sono nati i post sulle ghost town, quelle sulle protoscienze e - ultimi ma non meno sentiti - gli appunti di ars bellica e le "classifiche".
Forse ne ha risentito un po' il lato scrittura. Nella seconda parte del 2009 non ho prodotto granché, concentrando gran parte delle energie sul blog. Ma di carne al fuoco ce n'è, e spero di proporvi presto qualche regalino post-natalizio.
Come già scriveva Elvezio qualche giorno fa, mi preme sottolineare l'importanza della rete di blogger con cui spesso e volentieri scambio opinioni, pareri, suggerimenti.
Ritengo essenziale il lavoro svolto da persone come Glauco, Matteo, Hell, Edu, Silente, Luca, e tutti gli altri baldi fanciulli (e fanciulle) che trovate linkati nel menù alla vostra sinistra.
Le recensioni e gli articoli scritti da questi blogger hanno una valenza assoluta e - fatto ancora più importante - sono sinceri, fatti senza vincoli di sudditanza con case editrici, produttori e con l'industria dell'intrattenimento in generale. E' bello, utile e consolante trovare ancora persone competenti delle cose di cui parlano, ma al contempo oneste verso tutti i lettori che passano dalle loro parti.
Sappiate che voi tutti fate parte del mio mondo.
Non sono "solo" i romanzi, i fumetti e i film di cui parliamo. E' che coi vostri commenti, con gli interventi quotidiani tra blog e blog, costituite il tessuto essenziale della mia quotidianità, intesa nel senso più bello e rassicurante del termine.
Quindi, un Buon Natale specialmente a voi tutti.
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È bello vedere in questi giorni i blog indipendenti più attivi nell'ambito della narrativa e del cinema di genere (horror, fantascienza, thriller, fantastico) impegnati a tracciare bilanci variegati e personalissimi su questo 2009 che va chiudendosi.
Niente politica, sociologia o inutili autobiografie: parlo di bilanci artistici. Si va così dai Malpertugini di Elvezio, alla classifica di Edu, a quelle più ad ampio respiro dello Sciamano. E altre ancora se ne aggiungeranno. Pareri discordi, ma scevri da marchette di scuderia, e per questo più validi di altri. Lo dico espressamente: gli unici pareri che sono degni di essere ponderati, sono quelli non corrotti da interessi personali. Una condizione difficilissima da rispettare, ma lode sempre a chi almeno ci prova.
Infatti poco contano i riconoscimenti fatti da parte di chi ha interessi in un casa editrice, o in un sito che sponsorizza questo o quel film. Credo sempre più che l'unico modo decente per fare delle analisi oneste sia questo.
Detto ciò, nell'attesa di stilare altre top five da qui al 31 dicembre, vorrei tracciare un bilancio più generico su come mi è parso – artisticamente parlando – questo anno che sta per finire. Cominciamo con il mondo che più mi appartiene.
Entrando in libreria come Don Chisciotte
In campo editoriale, quello che seguo più da vicino, ci sono stati alcuni buoni segnali e tanti pessimi trend che ribaltano quelle del bienno scorso.
Partendo dalle cose positive, è da lodare l'impegno di alcune piccole e medie case editrici per riportare il fulcro del loro lavoro sulla qualità dei libri proposti. Gargoyle Books, Edizioni XII, ogni tanto Newton Compton, Todaro editore (più altri): è rincuorante vedere come siano tornati sugli scaffali dei volumi curati, per intenditori, ma usufruibili anche da chi, pur giovane, vuole fare il salto di qualità rispetto alla robaccia commerciale che abbonda sempre più. Solo la qualità ci può salvare. Nella narrativa, certo, ma non solo. Allenare il cervello ad apprezzare le cose ben fatte è sempre e solo utile.
Già, i libri “commerciali”. Ecco uno dei primi aspetti negativi dell'anno domini 2009. Mai come in questi mesi le librerie sono state invase da pessimi romanzi (soprattutto d'importazione), che non fanno altro che proporre inutili cloni di libri di successo globale. Fenomenologia che colpisce soprattutto l'horror (se il vampiro può ancora essere considerato tale) e il fantasy, sempre più inteso come genere per minus habens. Entrate in un qualsiasi megastore e guardate in questi due settori. Se seguite questo blog, probabilmente proverete il forte desidero di appiccare un incendio a quei libri.
Molti obiettano: meglio leggere, fossero anche queste schifezze, piuttosto che non leggere affatto.
Una volta ero in dubbio riguardo a questa affermazione. Ora invece posso dire di non approvarla affatto. Favorire certe mode è nocivo e sbagliato. Come già scritto poco sopra, abituare fin da subito la mente a distinguere la fuffa dalla qualità è cosa buona e giusta. Per imparare che la pizza è buona iniziereste col mangiarne la pasta cruda? Probabilmente no. I sommelier fanno scuola scolandosi dapprima litri di Tavernello? Non penso. Puntare alla qualità è dunque necessario, fin da subito. Abituare noi stessi, e chi ci propina la roba che compriamo spendendo fior fiori di quattrini, a rispettare la nostra intelligenza: questo è importante
Eppure - sia chiaro - si tratta di una battaglia contro i mulini a vento. Ma qualcuno deve pur combatterla, no?
Lasciate ogni speranza, o voi che scrivete (a meno che non vi fingiate minorenni)
Un'altra cosa che ho notato è il minor spazio dedicato agli scrittori esordienti, escluse poche case editrici ed escluse quelle microrealtà che, pur con tutta la stima che meritano, fanno poco testo. Negli scorsi anni c'erano più voglia di scommettere su nomi poco noti, anche da parte di editori del calibro di Mursia, Dario Flaccovio, Baldini & Castoldi, Piemme. Soprattutto si trattava di romanzi un po' fuori dai soliti stereotipi sul commissario triste di provincia, che invece ora domina quasi incontrastato il mercato dei gialli italiani.
O forse, ma questo non mi è dato saperlo, si tratta di un problema di distribuzione. Sta di fatto che nei megastore come Feltrinelli è sempre più difficile trovare qualcosa di diverso dal mainstream più commerciale.
Un genere che invece gode di buona salute è il fantasy. Possibilmente banale e scontato. Ecco, in questo campo gli italiani, specialmente se giovanissimi, riescono a pubblicare con una certa facilità. Un paradosso? Eppure è così. Insieme ai vampiri sdolcinati e sbrilluccicanti nati sulla scia della Meyer, i fantasy dei baby-scrittori italiani vanno per la maggiore. Sarebbe troppo facile liquidarli dicendo che si tratta più che altro di spazzatura... ma io lo farò comunque.
Nulla si distrugge (ma a volte sarebbe meglio)
Perfino alcune case editrici storicamente votate ai generi che piacciono a noi, si sono riconvertite in qualcosa che a volte sfiora il vergognoso. Mi viene in mente soprattutto Fanucci, irriconoscibile. Vi basta guardare il suo catalogo e confrontarlo con quello di 4-5 anni fa, per capire cosa intendo dire. Sono certo che ora mi malediranno, ma per me sarebbe stato meglio veder chiudere baracca e burattini, piuttosto che osservare passivamente questa metamorfosi da crisalide a larva.
Anche Editrice Nord ha per così dire allargato gli orizzonti, pur mantenendo una certa coerenza con la fama lodevole che si porta dietro da più di un ventennio. Speriamo che almeno della Nord qualcosa sopravviva ai tempi grami che stiamo vivendo. Finora la metto tra i salvati, pur con la consapevolezza che le cose sono cambiate rispetto a un tempo.
In generale c'è quasi quasi da rimpiangere gli anni in cui Il Codice Da Vinci di Dan Brown aprì la strada alla pubblicazione di una marea di thriller storico-esoterici. Tra di essi spesso e volentieri si infilava con un salto Foxbury qualche romanzo horror, e anche della fantascienza mascherata da altro.
Ora invece è ufficialmente aperta l'età del Nulla Uniformante.
Proletari un cavolo
Per assurdo è il tanto vituperato "mercato da edicola" che tenta di reggere il botto. Una testata come Epix, con tutte le imperfezioni del caso, e con alcuni titoli di pessima qualità sul groppone (penso a David Wellington), ha almeno il coraggio di tentare qualcosa. Finalmente si è vista qualche antologia di valore, mischiata a delle pubblicazioni mirate invece ad attrarre un pubblico più burino ed eterogeneo (penso a I figli di Armageddon, di Terry Brooks). Il lavoro da fare è ancora tanto, ma i segnali sono incoraggianti. Trovo inutile le bocciature preventive e la puzza sotto il naso. Per questo do un bel 6+ a Epix, accompagnato da tutti gli incoraggiamenti del caso.
Poi c'è Urania, che invece mi sembra in netta flessione qualitativa. Ma il problema non credo sia da imputare in toto alla redazione della collana. Diciamoci la verità: di buona fantascienza se ne vede sempre meno. Anche d'importazione. Certo, qualche titolo migliore potrebbero proporlo sul mercato italiano. Cercando bene si trovano. Poi c'è il problema del Premio Urania, che quest'anno mi pare piuttosto scadente. Visto che, a differenza di altri, lo ritengo un riconoscimento importante e di valore, mi dispiace vederlo assegnato a un romanzo che avrebbe bisogno di un robusto editing. Forse non da stroncare totalmente, come ho letto altrove, ma nemmeno meritevole di un premio così ambito.
Segretissimo è invece la collana da edicola che gode di migliore salute. Certo, risponde alle esigenze di un pubblico piuttosto esigente e settoriale. Forse è proprio per questo che riesce a proporre titoli molto validi e di qualità sempre superiore alla sufficienza, sfiorando più volte l'eccellenza nel genere specifico. La speranza è che continui così. Ma, più che una speranza, è una certezza.
Sul Giallo Mondadori posso dire poco, pochissimo. Non è il mio campo. Però noto con piacere che spesso lo spin off "Il giallo Mondadori presenta" offre volumi interessanti, sempre a prezzi altamente competitivi.
Volete aggiungere altro?
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Sotto segnalazione dell'amico Angelo Benuzzi, ho letto questo interessantissimo articolo scritto dallo scrittore di fantascienza Cory Doctorow. Se non conoscete il personaggio, i cui libri si stanno affacciando proprio in queste settimane sul blindatissimo mercato editorale italiano, vi basti la presentazione che danno di lui la maggior parte dei siti internet: "È un attivista in favore delle leggi che liberalizzano i copyright e sostenitore delle licenze Creative Commons. La maggior parte dei suoi libri sono scaricabili gratuitamente da Internet."
Vi propongo le fasi salienti dell'articolo, che potete invece leggere nella sua completezza a questo indirizzo: www.nazioneindiana.com/2009/11/20/la-min
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C’è un pericoloso gruppo di attivisti anti-copyright che rappresenta una minaccia grave ed impellente per il futuro di autori ed editori. Non rispettano né la proprietà né le leggi. In più, sono potenti ed organizzati, e riescono a farsi ascoltare dai politici e dalla stampa.
Parlo ovviamente degli uffici legali degli editori di ebook.
Queste persone non credono nella legge sul diritto d’autore. La legge sul copyright dice che quando compri un libro, è di tua proprietà. Puoi regalarlo, prestarlo, darlo in eredità ai tuoi discendenti o donarlo al più vicino dormitorio per senzatetto. Possediamo libri da molto più tempo prima di quando abbiamo iniziato a stamparli. La legge sul diritto d’autore ha sempre riconosciuto il tuo diritto a possedere i tuoi libri. Quando vengono scritte le leggi sul copyright – da politici eletti, per il bene pubblico – esse tutelano sempre questo diritto.
Gli editori di ebook però non rispettano la legge sul diritto d’autore, e non credono che tu abbia diritto al possesso dei tuoi beni.
(...)
Che vadano all’inferno. L’hai comprato, è tuo. (...) Cosa voglio da te in cambio? leggi il libro. Dillo ai tuoi amici. Fai una recensione su Amazon o alla tua libreria vicino casa. (...) Inoltre, se ti piace, compralo o regala una copia ad un’ente meritevole e privo di fondi.
Perché lo faccio? Perché il mio problema non è essere piratato, ma essere sconosciuto (grazie Tim O’Reilly per questo fantastico aforisma). Perché gli ebook gratuiti vendono libri stampati. Perché mi sono fotocopiato anche il culo quando avevo 17 anni e sono cresciuto spendendo praticamente ogni cent disponibile in libri quando sono diventato grande. Perché non posso impedirti di condividerlo (gli zero e gli uno non diventeranno più difficili da copiare); e perché i lettori hanno sempre condiviso il libri che amano, e quindi posso chiederti di unirti alla causa.
Da quando avevo sei anni ho sempre sognato di scrivere romanzi di fantascienza. Ora lo faccio davvero. E’ un sogno realizzatosi, come fare da grande il cowboy o l’astronauta, tranne che non vieni vessato dai rancher e non devi restare 28 ore sulla rampa di lancio col pannolone. L’idea che possa infastidirmi quando le persone – i lettori celebrano ciò che scrivo è incredibilmente assurda.
Quindi scarica questo libro.
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L'articolo continua elencando altre regole etiche sulla condivisione dei libri. Doctorow non è un anti-editore, come tanti scrittoruncoli sfigati che non riescono a pubblicare le loro schifezze, e quindi se la prendono col mondo. Infatti lui dice anche che: "i miei editori sono davvero molto importanti per me. Essi danno un contributo enorme al libro, lo migliorano, lo offrono ad un pubblico che non potrei mai raggiungere, mi aiutano a fare di più col mio lavoro. Non ho intenzione di tagliarli fuori dal giro."
Ma è anche giusto che essi non debbano essere l'anello di una catena che strozza il mercato, impone leggi assurde e impedisce la volontà di libero scambio di cultura e informazione.
Per questo gli eBook fanno paura.
Più negli Stati Uniti, dove sono molto diffusi, che non qui da noi, in Nord Africa, dove vi ricordo che le quote di chi ha letto almeno un'eBook in un anno si aggirano attorno al 2,5%.
Altra considerazione a margine: ma in Italia funzionerebbe un meccanismo di condivisione gratuita di libri, fumetti e quant'altro? Come già detto in precedenza, il mio sogno sarebbe il libero contributo. Ti è piaciuto il mio eBook? Oltre a parlarne con gli amici, può darmi qualcosa, anche un euro va bene. Oppure comprarne la copia cartacea.
Io non ho ancora provato a proporre una cosa del genere ma, ne sono certo, le "donazioni" sarebbero pari a zero, sempre o quasi. Del resto, se puoi avere una cosa senza pagare, perché farlo?
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"Facebook spopola, e non solo per il diffondersi del fenomeno internet (che anzi resta sostanzialmente stabile). E spopola tanto da togliere di fatto spazio al resto. Giornali in primis, con l’eccezione dei free press, ma anche libri, tv e altri passatempi.E se i social network sono ormai tra i mezzi di comunicazione più usati e non solo dai giovani, la rivoluzione riguarda anche i mezzi classici. Per esempio la tv, che supera la crisi grazie al ruolo trainante della nuova offerta digitale, sia essa satellitare o terrestre, tanto da conquistare fette di pubblico sempre più corpose rispetto al ruolo della classica tv generalista. (...) Vittima della crisi ma anche della diffusione dei socialnetwork, la carta stampata è il settoreche soffre di più. Sempre meno i lettori dei quotidiani (dal 67 al 54 per cento i lettori ingenerali nel biennio 2007-09, dal 51 al 34,5 i lettori abituali), diminuiscono anche quelli di settimanali e mensili (rispettivamente -14 e - 8 per cento). Vanno male anche i libri che però contano sempre sullo zoccolo duro dei lettori comunque e dovunque (dal 58 al 56 per cento)."
Fonte: DNews
NB: i valori percentuali si riferisco a utenti che hanno indicato una frequenza d’uso di almeno una volta la settimana (ovvero
hanno letto almeno un libro nell’ultimo anno).
Questa notizia è stata riportata su molti quotidiani e siti, tra ieri e oggi.
Scaricando il documento integrale dal sito del Censis si possono però dedurre dettagli ben più interessanti.
Per esempio che (purtroppo!) la diffusione degli eBook dal 2007 al 2009 è calata dal 2,9% al 2,4%. Ora bisogna vedere quanto oscillerà questa cifra con l'introduzione sul mercato italiano dei nuovi lettori che già cominciano a vedersi nei megastore di elettronica (almeno, a Milano già ci sono).
Ecco invece la classifica dei social network più conosciuti e diffusi in Italia. Facebook, noto al 61,6% degli italiani, YouTube (60,9%), Messenger (50,5%), Skype (37,6%) e MySpace (31,8%). Fuori classifica Twitter, che si limita a un misero 4,3%.
Queste le alte motivazioni che spingono la gente a iscriversi a facebook: “guardare cosa c’è nelle bacheche degli amici” (41,2%), seguita da "inviare messaggi personali" (40,5%) Ma non esisteva già la posta elettronica per farlo?
Ancora bassissima la percentuale di chi, come il sottoscritto, usa facebook per promuovere il proprio lavoro: dare visibilità a un’iniziativa (commerciale, aziendale, culturale, ecc.) raggiunge solo il 3,3%.
Per concludere, ecco quali sono le attività che si sacrificano a vantaggio di Facebook? Su tutte, la più penalizzata è la lettura di libri: il 42,4% degli iscritti a Facebook che avvertono di dedicare meno tempo ad altre attività ha fornito questa risposta. Segue la consultazione di altri siti Internet (40%), andare al cinema (11%) o guardare film in dvd (9,1%), la rinuncia allo shopping (5,3%) e all’ascolto della radio (5,6%).
Eccovi infine una tabella più ad ampio respiro, che considera un arco di tempo superiore a quello trattato finora, mettendo a confronto i dati dal 2001 al 2009.
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| 2001 | 2009 | Diff. % | |
| Televisione | 95,8 | 97,8 | 2,0 |
| Cellulare | 72,8 | 85,0 | 12,2 |
| Radio | 68,8 | 81,2 | 12,4 |
| Quotidiani | 60,6 | 64,2 | 3,6 |
| Libri | 54,0 | 56,5 | 2,5 |
| Internet | 20,1 | 47,0 | 26,9 |
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Grazie a un commento dell'amico Elgraeco, di cui vi consiglio l'interessantissimo blog, ho l'occasione di tornare brevemente sull'annosa questione: dove ambientare un racconto (o romanzo)?
Partiamo da un presupposto: che i protagonisti siano italiani, americani o nepalesi, un buon racconto rimarrà sempre tale. Una buona storia di vampiri, tanto per dirne una, può funzionare altrettanto bene se si svolge in Transilvania, a Los Angeles o in Irpinia. E, viceversa, una schifezza immonda viene definita tale a prescindere da dove viene collocata, che sia Roma, Parigi o la ridente Zingonia.
Detto ciò, io ambiento in Italia il 90% di ciò che scrivo. Sappiatelo, così se l'idea proprio non vi garba, potrete evitare semplicemente di scaricare il mio materiale.
Vi dirò di più: la Lombardia è la terra che più si presta alla fantasia (sicuramente malata) del sottoscritto. I motivi sono essenzialmente due:
- Trovo che Milano e dintorni (ma anche la Valsassina, la Valtellina, il lodigiano etc etc) siano luoghi suggestivi come e più di tanti altri abusati dagli scrittori di genere;
- Sono fedele al motto: scrivi di ciò che conosci.
In preda a un delirio creativo, ho fatto addirittura dei sopralluoghi in prima persona a gran parte degli scenari descritti in "Uomini e Lupi". La grande soddisfazione di ricevere elogi proprio in merito a tali ambientazioni mi ha ripagato dei soldi e del tempo speso. Idem, fatte le dovute proporzioni, per l'idea di fondo che ha dato vita a "Il viaggio della Prometeo", vale a dire le vacanze estive passate in quella perla che è Creta. Prima o poi ve ne parlerò meglio, tuttavia sappiate che sto lavorando a un doppio racconto che rielaborerà in "salsa lombarda" due famosi misteri di Stato.
Monotematico? Noioso? Forse sì. Devo anche ammettere che aver scoperto che uno scrittore in rapida e meritata ascesa, Samuel Marolla, sta a sua volta creando una mitopoiesi prettamente meneghina incentrata sull'horror, mi ha dato soddisfazione e coraggio.
Sono consapevole che esiste una fetta di voi fortemente allergica alle storie ambientate in Italia. Siamo cresciuti tutti con la California di Starsky e Hutch, col il Maine di Stephen King e con la Transilvania del conte Dracula. Tuttavia chi di noi ha visto realmente questi posti? Ben pochi credo. Io continuerò a leggere più che volentieri romanzi le cui storie narrano di New York, Londra e San Pietroburgo, ma quando devo scrivere, bè, devo sentire e "vedere" i luoghi che descrivo.
Chiudo ammettendo una mia debolezza: è da qualche anno che, salvo eccezioni, quando trovo un romanzo scritto da un italiano che inizia con "New York, anno XXXX", non riesco proprio ad andare avanti... Vedi Faletti, tanto per dirne una.
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Ho appena finito la lettura de "Il simbolo perduto", il nuovo mattone di Dan Brown. Settimana prossima o giù di lì lo recensirò. Mi serve un po' di tempo per metabolizzarlo. Come anticipazione vi posso dire che non mi è dispiaciuto. L'ho trovato più elaborato dei precedenti, anche se lo stile di Brown rimane ancora poco realistico e - almeno in alcune parti - di una pesantezza veramente ostica. Tutta la parte centrale del libro è, per dirne una, davvero pesante.
Anyway, non è di questo che voglio parlare oggi. Piuttosto, leggendo "Il simbolo perduto", guazzabuglio di nozioni pseudoscientifiche, propaganda massonica ed esoterismo meno spiccio del previsto, mi sono più volte chiesto: ma il lettore medio, di tutto ciò, che cosa capirà?
Io sono presuntuoso, infatti mi ritengo di una cultura un po' superiore alla media, specialmente quando si tratta di argomenti totalmente inutili come quelli appena citati (esoterismo, pseudoscienza, leggende metropolitane, etc etc). Mi rendo conto che gran parte della gente certi argomenti non se li fila proprio. Tuttavia Dan Brown vende un casino. Quanti dei suoi lettori sono in grado di cogliere i riferimenti storici, religiosi e antropologici di cui ha riempito il nuovo romanzo?
Sarebbe piuttosto interessante fare un sondaggio.
In Italia? Azzarderei un 10-15%. Considerando come campione un centinaio di individui che conosco di persona, tra amici, colleghi, parenti e contatti più o meno casuali, fatico a trovarne più di dieci in grado di comprendere buona parte del background "culturale" (aggiungere N virgolette, a scelta) citato da Brown.
E quindi, che resterà a loro di questo malloppone? Solo le parti più d'azione, l'inseguimento tra le vie di Washington e la ricerca di un fantomatico "tesoro massonico"?
A questo interrogativo si riallaccia un'interessante discussione fatta ieri l'altro su facebook con un ottimo conoscitore di cinema e letteratura di genere, Lucius Etruscus. In sostanza il suo dilemma è questo: molti dei più recenti film (e libri) hanno un sacco di richiami, citazioni e omaggi a un certo tipo di cinema del secolo scorso, che va dall'action, all'horror, al fantastico. Però l'italiano medio (che ci piace tanto, visto che continuo a citarlo) conosce sì e no un centinaio di titoli, pescando ovviamente da quelli più pompati dalla pubblicità.
Si va dai cinepanettoni, alla versione su pellicola dei romanzi bestseller (Dan Brown, tanto per stare in tema, ma anche Harry Potter, il Signore degli Anelli etc), passando per le commediole all'italiana e gli abomini girati da Moccia. Il resto? Riservato ai patiti del genere, o ai cinefili.
Quindi quanto coglie la gente di rimandi a mitopoiesi (la parola l'ho rubata a Elvezio, mi piaceva) di vecchi registi e scrittori? Zero, o quasi.
Ricordo con un certo orrore il giorno in cui vidi "Il seme della follia" al cinema. La gioia nell'intuire questa o quella citazione lovecraftiana, e non solo, mi ripagò di anni e anni di lettura intensiva. Ma la gente attorno a me, compresi alcuni degli amici che mi accompagnavano, continuava solo a commentare: "ma cos'è questo schifo di film? Non si capisce nulla!".
Fu quella volta che capii come si sente un profeta senza proseliti.
Che discorso supponente, lo so.
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Non c'è niente da fare: io e la letteratura erotica non andiamo affatto d'accordo. Tenendo conto del fondamentale presupposto che è un genere difficilissimo da trattare, devo ammettere di non aver trovato quasi mai degli esempi di racconti/romanzi erotici in grado di scatenare in me quel grado di eccitazione che dovrebbe quantificare materialmente il successo di tale tipo di narrativa.
La realtà è forse che una storia pensata dall'inizio alla fine solo per accompagnare i risvolti sensuali e sessuali dei protagonisti non riesce in alcun modo a coinvolgermi.
In effetti gli unici esempi di erotismo che ricordo con piacere li estrapolo da romanzi di ben altro genere. Come dire: trovo molto più coinvolgente gli sviluppi sessuali di due protagonisti calati in una storia non esplicitamente improntata su sesso e provocazione, che non in prodotti specifici pensati e scritti per questo filone.
E' però anche vero il contrario: difficilmente trovo plausibile una storia in cui non c'è alcun tipo di riferimento al sesso. Ciò non significa necessariamente fare descrizioni minuziose di tizi che si accoppiano come criceti in calore. Potrebbero anche bastare dei semplici accenni all'attrazione tra un uomo e una donna (o tra uomo e uomo, o donna e donna). Del resto siamo tutti fatti di carne ed è verosimile che anche il più integerrimo di noi, trovandosi a che fare con una sensuale commissaria di polizia, alta, bionda e con una quarta di seno, dovrebbe quanto meno pensare "che tette!!!" Questo tanto per fare un esempio che ricorre spesso nei romanzi, in cui le protagoniste sono quasi sempre belle o almeno eroticamente intriganti.
Uno dei motivi per cui il fantasy (di un certo tipo) non mi attrae più è proprio perché sembra un genere epurato da ogni pulsione sessuale. Gli eroi al limite s'innamorano, ma non hanno quasi mai un'erezione. Le donzelle si muovono "ancheggiando come gatte", ma senza mai pensare realmente di portarsi a letto il bel cavaliere.
Victor Victoria
Allargando appena il discorso (ci sarebbero da scrivere almeno cento post in merito, e non ho intenzione di farlo), c'è anche da dire che la concezione di erotismo è quanto più soggettiva e personale. Ciò che eccita me, può risultare del tutto neutro a un maschio della mia stessa età, etero come il sottoscritto, e magari anche cresciuto nel medesimo contesto sociale.
Girando per i forum che postano foto di "celebrità", si deduce che uno dei sex symbol degli italiani è quella ragazzona svedese che corrisponde al nome di Victoria Silvsted. Ovvero la tipica pin-up con tutte le carte in regola per far colpo nell'immaginario maschile. Ebbene, a me la Silvsted non ha fai "fatto effetto". Non posso giudicarla brutta, ovviamente, ma nemmeno riesce in alcun modo a smuovere il reale augello (così viene chiamato l'organo sessuale maschile nel regno di Zamunda).
Un altro esempio è Angelina Jolie, sicuramente più sensuale della bambolona scandinava, ma nei confronti di cui sono sempre stato piuttosto freddino.
E se nemmeno tramite il puro impatto visivo si riesce a stabilire un punto di convergenza (aggiungerei: per fortuna!), direi che pensare di farlo tramite le parole scritte è quasi utopia.
Le età di Lulù
Una delle rare eccezioni, per il sottoscritto, è rappresentato da "Le età di Lulù", della scrittrice spagnola Almudena Grandes, che racconta la scoperta del sesso da parte della giovane Lulù, partendo dai suoi quindici anni, passando poi il matrimonio con Pablo, che la inizia a diversi tipi di perversioni sessuali (prendete con le pinze la parola "perversioni") e fino ad arrivare a una vero sessodipendenza narrata con forza, piglio forte ma anche con ottimo stile narrativo.
Questo romanzo funziona per due motivi: in primis perchè la Grandes è davvero abile a toccare i giusti tasti per stimolare le corde erotiche maschili (e anche femminili, credo). E poi perchè costruisce una storia in cui i protagonisti - Lulù per prima, sono tridimensionali, vivi e realistici, anche al di fuori delle lenzuola grondandi di sudore e umori.
Dal libro, che vi consiglio di recuperare, se volete tastare questo genere, è stato poi tratto il famoso film di Bigas Luna, con una stupenda Francesca Neri nei panni di Lulù.
Ecco, tanto per dirne una la Neri per me vale dieci Angeline e almeno cento Victorie.
De gustibus...
Addendum
Sarò malato (non lo nego), ma per esempio la Jolie non mi dispiace affatto in questa ricostruzione zombesca...
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Lungi da me trasformare questo blog nel solito pollaio politico. Già ci sono troppi imbecilli che dicono la loro senza avere alcuna competenza specifica, non vorrei unirmi al novero di questi simpatici inetti.
Però a volte occorre spaziare oltre i soliti argomenti. O meglio: agganciarsi a essi per capire come vanno le cose. Ogni tanto è osservando i dettagli che si coglie meglio il quadro generale.
Il dettaglio questa volta mi è stato fornito dalla spiacevole esperienza di passare un'ora circa del mio tempo davanti alla TV, con persone over 60, dotate di un'istruzione più o meno bassa (terza media o giù di lì), senza particolari interessi socio-culturali. Ovvero, se ci fate caso, una tipica selezione di italiani medi. Considerazione non scientifica, ma statistica: siamo un paese sempre più orientato verso la terza età, e con un tasso d'istruzione piuttosto basso rispetto alle nazioni più industrializzate.
Sta di fatto che in quell'ora - lasso di tempo che mi è parso interminabile - si è saltati da un programma d'intrattenimento terra terra (il pre serale di Rai Uno, ovvero Carlo Conti), alla pagina politica del TG1 (mai così ridicolo, tra l'altro).
Ascoltando i commenti delle persone che stavano a tavola con me, ho realizzato, forse per la prima volta, l'effetto devastante che il mind fucking televisivo ha compiuto su una generazione intera di persone, quelle che negli anni '80 erano contribuenti ed elettori perlopiù proletari o borghesi, e che ora sono pensionati o quasi-pensionati incazzati e facilmente influenzabili.
Non sono stati i commenti quasi tutti pro-berlusconiani a spaventarmi, perchè comunque posso arrivare ad accettare anche l'elettore che vota il Cavaliere, bensì i giudizi preventivamente cattivi e pretestuosi contro ogni esponente politico anti-berluscononiano.
Non parlo di destra e di sinistra. Avrebbe senso?
Avrebbe senso definire comunista un uomo come Di Pietro? O un giornalista come Travaglio? Si può classificare come di destra gente della risma di Bondi e Cicchitto?
Ma sto divagando. I commenti, dicevo. Nella sostanza essi si riducevano allo scherno dell'avversario, in base a mere questioni di carattere fisico. Così Rosi Bindi veniva incitata a stare zitta perchè "brutta e simile a un cinghiale". Piero Fassino è stato spernacchiato in quanto "cesso umano, morto di fame". Di Pietro in quanto "ignorante e terrone". Franceschini perchè "sfigato e simile a un impiegatuccio delle poste".
Queste persone, definiamole le mie cavie involontarie, sono le stesse che venti minuti dopo si sono zittite in adorazione davanti all'ennesimo servizio sulla coppia Canalis-Clooney ("ma come sono belli!"), e che hanno riso divertiti nel rivedere per la millesima volta lo spot TIM con la bagasciona nazionale e De Sica come protagonisti.
Più che in passato, ho preso atto di quanto il nostro paese sia diventato una sorta di gerontocrazia catodica. I meriti riconosciuti alle persone sono quelli estetici o piacioneschi. Allora vanno bene gli anchorman televisivi, gli attori, le vallette, gli affabulatori di professione. Per tutti gli altri, i diversi, solo scherni e prese per il culo. Senza mai entrare nel merito di ciò che dicono. Senza mai contestare i contenuti.
Me ne accorgo adesso?
Certo che no.
Ma un conto è leggere questi discorsi sui blog e sui quotidiani, un conto è prenderne atto di persona.
Fa una certa impressione obbiettare a uno dei miei spettatori-cavia: "prova a sentire ciò che sta dicendo questo esponente politico, prima di dargli del cretino", e sentirsi rispondere: "ma non vedi che mostro che è? La sua bruttezza è uguale all'arroganza con cui parla".
Constatare che non vi è nessuna maniera per discutere con questi tele-lobotomizzati mi ha trasmesso un senso di impotenza e di scoramento che non provavo da tempo.
Mi lamento spesso che in Italia la gente non legge, non manifesta interesse per l'arte e la creatività. Poi un giorno mi rendo conto che quello è un problema tra i più marginali. Qui oramai le persone non ascoltano nemmeno ciò che gli altri hanno da dire. Le idee sono solo preconcette. Il metro di valutazione è uno specchio deformante, che prende in considerazione solo parametri quali il valore estetico, la veemenza verbale, l'occultamento nemmeno troppo abile delle opinioni non allineate.
La vedo male. Specialmente quanto penso che tutti questi tizi hanno tutti diritto di voto.
L'inverno sarà lungo.
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Per me Paris Hilton è l'antitesi della donna sensuale, affascinante e capace di scatenare quell'erotismo di cui gli uomini vanno matti.
Guardatela: è una ragazza carina (come tante), magra come un acciuga, con un naso piuttosto pronunciato e un'espressione tipica di certe dementi yankee che vivono nell'alta borghesia statunitense.
Nullafacente, nota per essere una ricca ereditiera e una frequentatrice di party vip, la Hilton è diventata l'icona stylish-erotica delle nuove leve. Come ci è riuscita? Nel modo più semplice: ha iniziato a farsi fotografare senza mutande, intenta a scendere da lussuose auto (e ben attenta ad aprire bene le gambe), per poi arrivare al famoso video "rubato" in cui lucida l'attrezzo del suo ex boyfriend, succhiandolo come un'idrovora. Un video talmente "rubato" che ha fatto il giro del mondo nel giro di pochi giorni, diventando uno dei più visti dell'era Internet.
La Hilton è il simbolo di quanto possa essere avvilente e squallido il termine "icona sexy". Per come sono fatto io, una come Paris non mi riuscirebbe a eccitare nemmeno se mi sparassi direttamente una flebo di viagra liquido nel vasi venosi del pisello. Una come lei è la negazione di ciò che dovrebbe essere l'erotismo e arriva perfino a declassare la pornografia, che almeno ha il pregio di arruolate attrici in cerca di soldi, e non multimiliardarie annoiate.
Sono molto più eccitanti quelle attrici che si spogliano poco alla volta, o che si prestano a shooting fotografici di un certo livello. Il nudo a me piace, ma non quel nudo che s'intende col mostrare una vagina depilata mentre si scende da una Cadillac.
Facendo una metafora ardita, forse la Hilton è lo specchio fedele dei tempi in cui viviamo. La maggior parte della gente, soprattutto i giovanissimi, cercano tutto e subito. Le nudità esposte come quarti di manzo, senza classe, senza scoperta. Il sesso inteso come moda (fatevi in giro in Corso Como verso le 19 di un sabato qualunque... sentendo i discorsi delle adolescenti accalcate fuori dai locali, rimpiangerete di non vivere a Teheran), come moneta da scambiare per un iPod, un cellulare o un drink in discoteca.
Roba da nobilitare il caro vecchio "Colpo Grosso", che almeno aveva il pregio di mettere l'erotismo sul piano del gioco, della piccola trasgressione notturna da vedere di nascosto, mentre mamma e papà dormivano.
Perfino nella vita di tutti i giorni la filosofia del "tutto e subito" dilaga. A 15 anni vogliono l'auto senza patente, a 18 la Mini, a 18 e un giorno la carta di credito intestata. Mettere in mostra soldi e libbre di carne è l'unica cosa che veramente conta.
Volete che rientri nei miei soliti argomenti? Lo faccio. Come pretendere che queste nuove generazioni, cresciute idolatrando "la Paris", possano nutrire interesse per la lettura, o per l'arte in generale. Sia chiaro: sto generalizzando e ne sono consapevole. Per fortuna non tutti sono così. C'è chi s'interessa, chi si distingue, chi non accetta l'idea di vivere in una mignottocrazia. Se qualcuno ha intenzione di scrivermi una banalità del genere, per l'amor di Dio, eviti di farlo.
Ma, in linea di massima, i dati statistici sono desolanti. Il numero dei lettori cresce spaventosamente. Oppure (e forse è peggio), pure nella letteratura oramai si punta a conquistare consensi buttando sul mercato le famose "libbre di carne". Romanzi che sembrano preconfezionati, studiati a tavolino, adattissimi per gli studi di marketing, che mi paiono gli unici reali investimenti che fanno molte case editrici.
E il resto? Il cinema italiano, salvo eccezioni, fa cagare i porci. Oramai il filone adolescenziale-liceale fa più schifo dei cinepanettoni. Sulle fiction alla "Carabinieri" ho già parlato, e preferisco tacere. Il resto è il grande Nulla che avanza. Anche se ci sono idee, le ammazzano subito, perchè una buona idea potrebbe svegliare qualche coscienza di troppo.
L'ambizione delle ragazze è quella di fare le Veline.
Quella dei ragazzi di fare il tronista.
Quella comune a tutti, di entrare nella casa del Grande Fratello.
Studiare? Scrivere? Imparare un mestiere? Roba da sfigati.
Di certo la cosiddetta società civile non aiuta. Basta vedere quei gran mignottari che occupano i posti di potere.
Senza scendere troppo nello specifico, ultimamente mi è toccato sorbirmi una carrellata di e-mail da parte di giovani tra i 18-23 anni, che si proponevano per una serie di possibili interviste sul mondo del precariato e degli studenti-lavoratori. L'aver notato il livello di abissale ignoranza, la mancata conoscenza delle regole base della lingua italiana (il livello medio delle mail è paragonabile a una quinta elementare), l'incapacita di manifestare un'ambizione slegata dal mondo dello spettacolo, mi ha indotto a scrivere questo post. Spero di essere stato sfortunato io a beccare una netta predominanza di giovani sub-umani, anche se qualcosa mi dice che sono in piena media statistica.
Forse i Maya avevano previsto anche Paris Hilton, quando avevano calcolato la data dell'Apocalisse.
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Chi mi segue da un po' saprà già che in passato ero un vorace lettore di fantasy. Dai 10 anni fino ai 29 ho letto praticamente ogni cosa pubblicata in materia. Contate che, a parte l'ultimo periodo, segnato dal boom derivato dalla saga cinematografica del "Signore degli anelli", fino a fine anni '90 il fantasy aveva un decimo della fama odierna. Gli scaffali dedicati a questa categoria erano piccoli, nascosti, spesso polverosi. Si trovavano i romanzi della Zimmer-Bradley, di Brooks, di Gemmell, di Howard, nonchè i titoli proposti dalla vecchia Fantacollana Nord, che alternava piccole chicche a stupidate immani. Il fantasy italiano era un concetto che neanche esisteva, e l'immaginario popolare era più orientato a intendere questo filone con i tanti giochi di ruolo, che andavano molto di moda all'epoca (e qui penso con una certa nostalgia alle tante sessioni di Advanced Dungeons & Dragons).
Poi, causa anche brutte esperienze di vita che mi sono cadute letteralmente sulle spalle, ho iniziato a provare una sorta di repulsione per il genere che, fino ad allora, avevo sentito più mio in assoluto. Senza scendere nel personale - credo che interessi a pochi - ecco i cinque motivi per cui ora come ora non riesco più a leggere fantasy, tranne rarissime eccezioni (George R.R.Martin e ogni tanto qualcosa di Turtledove, per citarne due).
1. SCARSA INNOVAZIONE DEL GENERE
Se c'è un settore narrativo che si è involuto piuttosto che evoluto, è proprio questo. "Ma che ignorante!" - dirà qualcuno - "ci sono degli autori che da soli hanno stravolto il genere! China Miéville, Luk'janenko, Eriksson!" A parte che alcuni di loro li reputo fin troppo sopravvalutati, si tratta pur sempre di gocce versate in un mare magnum di conservatorismo contenutistico e libri-clone l'uno dell'altro.
2. CALO QUALITATIVO
Come dicevo, un tempo le proposte fantasy che arrivavano in Italia erano davvero poche. Ma forse avevano una qualità superiore. Ora c'è questa sorta di omologazione che appiattisce stile e storie. Comprando certi romanzi (cosa che mi guardo bene dal fare), si sa esattamente cosa leggeremo, cosa accadrà e come andrà a finire. La cosa che fa più impressione è che la netta maggioranza di lettori fantasy sembra proprio cercare la sicurezza granitica di tante storie banali, tutte uguali e prevedibili.
3. FANTASIOSI MA NON SCEMI!
Ok, il fantasy è il regno della fantasia (cavoli, che definizione!). Questo non vuol dire che l'autore può scrivere boiate senza né capo né coda. Una tipica ambientazione di tali romanzi prevedere un regno di "buoni", confinante con quello dei "cattivi". Il primo è solitamente retto da una monarchia, concentrata su una città e su una miriade di minuscoli villaggi, senza alcuna indicazione pratica di come funziona l'economia del regno, né il sistema politico o quello sociale. Viceversa, i cattivi sono orchi, goblin, coboldi (o via elencando), asserviti a un Signore del Male, potentissimo e malvagio fino al midollo, il cui unico scopo è distruggere ogni forma di vita. C'è logica in questo? Ovviamente no. Ma, se non si tratta di romanzi per "young adult", capite bene che i lettori più smaliziati si stancheranno presto di tanta pochezza.
4. ITALIANS DON'T DO IT BETTER
Odio regionalizzare il ragionamento, ma nel caso del fantasy mi tocca ammettere che gli autori italiani stanno dando il pessimo esempio. Se ci sono scrittori che cavalcano il fenomeno dei libri-clone, abbracciando con gioia i tre difetti finora elencati, sono i nostri. Guardate sugli scaffali dei megastore e impallidite: troverete una serie di romanzi tutti uguali, con sinossi e copertine intercambiabili. Non solo, ora c'è anche la moda di lanciare i baby-scrittori, acerbi nello stile e nei contenuti, proprio come ci si aspetta da dei diciottenni calati nell'editoria "dei grandi". Questa colpa è però da attribuire soprattutto agli editori, che sfruttano la moda del momento solo per vendere qualche copia in più, dimenticando ogni proposito divulgativo o qualitativo.
5. VENTIMILA SAGHE SOTTO I MARI
Se un fantasy non ha almeno duemila pagine - possibilmente divise in almeno tre o quattro volumi - non viene nemmeno preso in considerazione. I romanzi autoconclusivi non esistono più. Le saghe sono sempre più lunghe, anzi, allungate, che è molto peggio. Vicende che non giungono mai alla fine, brodini riscaldati proposti a ripetizione, colpi di scena "telefonati" da un volume all'altro, come nei peggiori fumetti supereroistici degli anni bui. Anche qui però c'è da dire che è proprio ciò che alcuni lettori di fantasy si aspettano. Come se cercassero interminabili fughe dalla realtà, a cui non mettere mai la parola fine.
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Stasera arriviamo al quarto appuntamento con "Intelligence - servizi e segreti", la fiction italiana sullo spionaggio e sui servizi di sicurezza. Pur essendo ancora lontana dagli alti standard a cui ci hanno abituati i serial americani, "Intelligence" è ampiamente sopra la sufficienza e si merita una citazione, almeno per l'impegno, rispetto a tutti gli altri prodotti televisivi autoctoni a cui siamo abituati.
Appurato che in Italia la TV generalista è sempre più orientata verso un target di mezza età, pare evidente che le principali fiction siano ancora quelle che ripercorrono le vite di Santi, preti, sportivi d'altri tempi (Coppi, Bartali etc etc). Alcune di queste produzioni hanno una loro dignità interpretativa, ma paiono bolse e fuori tempo a chi si è fatto la bocca buona a furia di "Lost", "24", "Prison break" e via elencando.
L'errore più evidente in cui incappano da sempre i nostri registi è quello di infilare il buonismo in ogni frangente possibile e immaginabile. In tal modo i personaggi negativi vengono sempre dipinti in modo monocromatico, fumettistico, mentre gli "eroi" sono tutti infallibili e buonissimi.
Le uniche fiction che hanno cercato di slegarsi da questi vincoli sono "Romanzo Criminale" e "Il capo dei capi". Entrambi subito subissati di proteste benpensati, perchè accusati di traviare le anime candide dei nostri adolescenti. Accusare la TV di essere la fonte di tutti i mali è un sistema eccellente per lavarsi le mani come genitori ed educatori.
Così, se il figlioletto quindicenne dell'avvocato Rossi mena il compagno di classe disabile, è senz'altro colpa di "Romanzo Criminale", o di qualche videogioco. Mai di un cattivo esempio in famiglia, o di una mancanza di educazione basilare, oramai sostituita da lauti assegni per frequentare scuole private e università esclusive. Mai pensare che a insegnare il poco rispetto per il prossimo può essere un premier che tratta le donne come prostitute, o un capo religioso che nega la scelta di una morte dignitosa ai malati terminali.
Perfino nei puritani Stati Uniti i serial televisivi non vengono demonizzati a tal punto. Certo, c'è stato un gran polverone per l'introduzione della tortura in alcune stagioni di "24", ma da tali polemiche è nato piuttosto un dibattito politico, che non un attacco alla fiction TV. Come dire: quando qualcuno indica la luna, c'è chi guarda il dito, e chi la luna medesima.
"Intelligence" non è un serial particolarmente scorretto. Buoni e cattivi sono abbastanza distinguibili l'uno dall'altro, anche se non nella farsesca italian way descritta poc'anzi. A stupire sono piuttosto i ritmi - decisamente action - e la trama, abbastanza elaborata da essere apprezzabile anche da chi ha più di nove anni e meno di novanta. Ci sono rimandi all'attualità, c'è intreccio, c'è un discreto spiegamento di mezzi ed equipaggiamenti.
Certo, il risultato è ancora piuttosto grezzo, ma ha delle potenzialità. Mi sembra strano che nessuno abbia ancora accusato questa fiction di essere, che ne so, fascistoide o razzista. Di certo qualche furbone salterà fuori, prima o poi. Intanto però godiamoci quel che di buono passa il convento...
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Nell'incredibile spinta emotiva che mi ha portato a fare un po' di pulizia sul mio portatile, ho messo mano anche ai disordinatissimi segnalibri (bookmark) di Firefox, che man mano butto lì un po' a casaccio, giusto per ricordarmi (cosa che poi raramente avviene) di visitare meglio un sito che mi ha incuriosito.
La cartella di bookmark più interessante, a parte quella che contiene i siti di donnine nude, l'ho chiamata "documentazione romanzi". Devo dire che lì dentro ho ripescato delle chicche meravigliose. Del tipo:
- Disinformazione (www.disinformazione.it/)
- Nomix (www.nomix.it/)
- World guns (world.guns.ru/)
- Manipolazione mentale (manipolazionementale.wordpress.com/)
- Storia di Milano, draghi, lupi e fantasmi (www.storiadimilano.it/Miti_e_leggende/dr
- Aussenzio da Milano (it.wikipedia.org/wiki/Aussenzio_di_Milan
- L'universo è un'illusione - l'ipotesi olografica (www.xmx.it/universoillusione.htm)
- Protostoria medica dei vampiri (www.vampiri.net/medica_ix.html)
- Abbigliamento ed equipaggiamento militare (www.militaria.it/catalogo.asp)
- Cartagine (it.wikipedia.org/wiki/Cartaginesi)
- Misteri della terra - sentieri d'energia (www.isolachenonce-online.it/et/tabloid/m
- Doom Wikipedia (doom.wikia.com/wiki/Entryway)
- Gerarchia demoniaca (digilander.libero.it/dioraggiante/demoni.h
- Auto futuristiche e prototipi (automania.it/auto_futuristiche.asp)
- La medicina quantistica come cura (www.lifegate.it/salute/articolo.php)
... e molti altri ancora. Molti si riferiscono a siti da cui ho tratto spunti e documentazioni per i miei romanzi e racconti. Altri li salvai a suo tempo per questo scopo, ma alla fine risultano a tutt'oggi inutilizzati. Penso ad esempio al link su Aussenzio da Milano, che nemmeno ricordavo di aver consultato.
Risultato: non porterò mai questo computer a riparare, altrimenti mi segnaleranno come probabile minaccia per la società, o come possibile serial killer.
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Un breve punto della situazione, giusto per rispondere pubblicamente a un po' di domande che mi arrivano via mail o su facebook.
Come preannunciato qualche tempo fa, il seguito di "Uomini e Lupi" ha subito una momentanea battuta d'arresto, necessaria per non subire il contraccolpo di un'overdose da licantropi. Comunque il romanzo è scritto per buona parte, anche se mancano tutti i capitoli conclusivi. Data prevista di messa online? Impossibile da definire. Per il momento so solo che la pausa è ben lungi da finire.
In compenso ho finito la revisione de "Il viaggio della Prometeo", che sto pubblicando a puntate in forma di blog-book (stanotte o domani potrete leggere il nuovo capitolo). Sto pensando di creare un ebook entro 7-10 giorni, e di metterlo a disposizione per il download. Il che comporterebbe (credo) la sospensione dell'esperimento blog-book, decisione che tuttavia non mi sento ancora di prendere. Dopo tre esperimenti di questo genere (uno fallito quasi subito) non mi è ancora chiaro se si tratta di una scelta apprezzata o meno.
Infine: da qualche giorno sto lavorando a un nuovo romanzo, anche se non mi è ancora chiaro se sarà corposo o più snello rispetto a "Uomini e Lupi" e "The Shift". Questa volta si tratterà di un urban-horror (ammesso che esista una definizione del genere), con richiami a metà tra H.P.Lovecrat e John Carpenter. Questo, almeno, è nelle mie intenzioni. Tornare a scrivere della mia amata-odiata Milano senz'altro mi dà un certo sprint in più. Chissà mai che qualcuno prima o poi non arrivi a definirmi "lo scrittore horror milanese", o qualcosa del genere. Non mi dispacerebbe. Al solito mi stanno tornando utilissimi i post dedicati ai misteri e alla protoscienza, il cui valore documentario si rivela sempre più fondamentale come fonte ispiratrice.
Comunque sia, il titolo estremamente provvisorio è "Milano tsunami". Se v'interessa, magari nei prossimi giorni vi accennerò qualcosa di più.
Pensavo anche a nuove forme promozionali, per una volta anche lontane dal mondo virtuale della Rete. Insomma: credo che sia opportuno far sapere anche a chi magari non ha mai messo piede sul blog che esistono dei romanzi scaricabili gratuitamente, belli o brutti che siano. Non voglio dire molto, per il momento, ma siamo dalle parte de guerrilla marketing...
Al momento quindi il lavoro e la voglia non mancano. Sento, semmai, che mancano altre cose, meno definibili, ma non credo che ci sia molto tempo per fermarsi a pensare alle solite domande esistenziali di cui ho scritto qui sul blog anche di recente.
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Oggi mi sono fato un giro su tanti blog che tengo d'occhio ogni tanto, pur senza averli mai linkati al mio. Li definirei siti interessanti, a volte ricchi d'informazioni, ma spesso gestiti con modalità che non amo particolarmente.
Anche questa volta ho accumulato più perplessità che spunti di riflessione. Purtroppo noto da diversi mesi che c'è una tendenza, sempre più massificata nel mondo dei blogger, a giocare ai super-esperti di qualunque cosa. Specialmente nell'isterico ambiente della narrativa e dell'editoria italiana. Un vero pollaio. Un negozio di D&G aperto per saldi durante il gay pride.
Per essere una forma d'intrattenimento a cui sempre meno gente s'interessa, la letteratura riesce a creare delle faide interne che fanno sembrare la guerra di Bosnia un gioco per boy scout. Tutti, o quasi, sembrano tanto preparati da poter bocciare, criticare, sputtanare libri, racconti e singoli autori. Peggio ancora (infinitamente peggio), tutti voglio dare consigli. Quasi sempre omettendo il "secondo me", che dovrebbe invece essere una premessa sacrosanta.
Ed è così che ci si imbatte in diciotteni che si sentono giovani emuli di Umberto Eco, in panzoni nerdeggianti che giocano ai nazi-recensori, esimi sconosciuti che consigliano sfilze di saggi di scrittura, decaloghi improbabili, e che fanno velate minacce a chi ha osato controbattere i loro dogmi, ricevuti probabilmente sul monte Sinai.
Io non credo di essere particolarmente benevolo quando c'è da criticare qualcuno o qualcosa. Vi è nota la mia posizione sul dilettantismo dell'editoria di genere italiana, tanto per dirne una. Eppure, in fondo in fondo, so di non essere il latore di una verità assoluta, ma solo un opinionista (ecco, magari non come Alfonso Signorini o Alba Parietti) che s'informa prima di parlare. Comunque sia, ciascuno nel suo orticello di comporta come vuole, è chiaro. Del resto i numeri danno loro ragione: le risse verbali attirano sempre tanti visitatori.
Infine: che tristezza vedere tanta saccenza, spesso forzata e appositamente caricata di cinismo. Mi chiedo se questa gente si diverte ancora, ogni tanto, a leggere un libro.
E va beh. Come direbbe qualcuno: 'sti gran cazzi.
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Ma alla fin fine questi e-book si stanno diffondendo sì o no?
Ecco la domanda che si fanno sempre più autori che vedono nei libri digitali un'alternativa per sfuggire alle beghe dell'editoria tradizionale.
Dalle statistiche deducibili con semplici ricerche in rete pare che all'estero siano sempre più utilizzati, soprattutto in campo divulgativo. Gli e-book occupano una parte sempre più centrale nelle collezioni delle biblioteche accademiche e scientifiche.
Una ricerca commissionata qualche mese fa da Springer ha sottolineato che molti studenti fanno oramai un uso abituale degli ebook per ricerche e documentazioni. Pare che gli ebook siano più diffusi e consultati rispetto ai quotidiani online e alle webzine.
Infine, lo studio di Springer ha dimostrato che gli utenti sempre più spesso trovano gli e-book attraverso motori di ricerca generici come Google o attraverso i cataloghi online delle biblioteche.
Gli utenti considerano la convenienza, l'accessibilità e una migliore funzionalità i principali benefici degli e-book. I libri stampati invece sono avvantaggiati per quanto riguarda la facilità e la capacità di coinvolgimento della lettura e gli utenti non ritengono che questi oggetti spariranno nel futuro. Tuttavia, gli utenti hanno anticipato che nel giro di cinque anni preferiranno utilizzare le versioni elettroniche di alcuni libri e sperano che la transizione verso il formato elettronico dei contenuti relativi alla ricerca sia più veloce possibile.
I dati di questa ricerca di mercato sono stati fatti su un campione preso dalle seguenti università: Illinois (USA), CWI (Amsterdam, Olanda), Muenster (Germania), Turku (Finlandia) e JRD (Bangalore, India).
Facile riassumere i vantaggi dei libri elettronici:
- Basso costo (spesso gratuiti)
- Comoda "portabilità"
- Capacità di effettuare ricerche tramite l'utilizzo di keyword
Gli svantaggi sono altrettanto noti:
- Difficoltà di leggere in modalità "video"
- Atavico affetto per il libro stampato su carta
- Dubbi sull'editing effettuato prima di mettere l'ebook a disposizione di tutti
E i romanzi?
Ma nella narrativa, come vanno gli ebook?
Pare che dal luglio 2008 al luglio 2009 le vendite di libri digitali siano aumentate del 212%
Quelle del settore cartaceo invece hanno avuto un incremento pari al 2%
I dati sono desunti dal sito Teleread.
Rivoluzione? Cambiamento epocale? Forse, ma non qui in Italia, dove la diffusione degli ebook ha un incremento molto più lento, sebbene costante. Sicuramente una piccola parte la stanno facendo i tanti blog che sparano fuoco e fiamme sull'editoria tradizionale italiana. Non credo di far parte della categoria, pur avendo più volte manifestato la mia sfiducia verso parte delle case editrici, che a mio parere operano con poca cognizione di causa, mirando solo alla quantità e non alla qualità.
Va da sé che è oramai facile individuare una crescente francia di lettori, soprattutto giovani, desiderosi di cercare letture alternative a quelle proposte nei megastore come Feltrinelli, Mondandori etc. In questo senso gli ebook sono sempre più concorrenziali.
Una delle considerazioni che gli scettici fanno più spesso è questa: gli ebook li scaricano in tanti, ma li leggono in pochi.
Un'affermazione in parte condivisibile. Ma, da ampio utilizzatore di questo formato, posso solo notare che il trend è cambiato negli ultimi mesi. Mai come per "Uomini e Lupi" ho ricevuto tanti feedback e commenti, il che fa pensare che il romanzo non è stato solo scaricato, ma anche letto.
Il fenomeno però pare più generalizzato, visto che mi stanno arrivando recensioni, critiche e complimenti anche sui miei vecchi lavori, specialmente quelli a cui do più visibilità sul blog. Cosa che non succedeva (non così spesso) in passato. Sarei davvero curioso di sapere se anche per gli altri colleghi che pubblicano ebook esiste quest'inversione di tendenza.
Off Topic
Concludo con due doverosi ringraziamente: a Matteo Poropat, per aver dedicato un post alla seconda edizione di "Nevicata", di cui parlerò prossimamente, e agli amici del forum "Forza Toro" (dedicato ovviamente alla squadra granata), che hanno letto e apprezzato "Uomini e Lupi", grazie al fatto che uno dei protagonisti del romanzo è proprio tifoso del grande Torino. Sono questi piccoli apprezzamenti che raddrizzano le giornate nate storte...
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Chi vive di arte e/o intrattenimento, viaggia sempre sul sottile margine tra fallimento e successo, in balia dei capricci del pubblico, e della propria ispirazione. Se essa viene meno, si prospettano tempi grami. Se un artista - poniamo uno scrittore - riesce a superare le difficoltà dell'esordio, vuol dire che è riuscito a creare attorno a sé un nucleo compatto di ammiratori. Da quel momento in poi potrà contare su una base di compratori pronta a passargli qualche caduta di stile, molti passi falsi, diverse battute d'arresto.
Ma quanto credito può vantare un artista, prima che anche i fans più fedeli inizino a nutrire qualche dubbio?
Ovviamente dipende molto dalla fama e dai meriti passati di ciascun singolo individuo.
Facciamo qualche esempio.
Uno scrittore che con me ha per anni ha vissuto col credito d'artista è Stephen King. Difficile non amarlo, essendo cresciuto coi suoi libri. Negli anni '80 era l'unico scrittore fuori dal comune che si trovava in libreria, a parte i grandi vecchi dell'horror, tipo Lovecraft, Stoker e Poe. Libri come "IT", "L'ombra dello scorpione" e "Le notti di Salem" sono ancora oggi capolavori, pietre miliari di un genere che per lunghissimo tempo è vissuto sulle spalle di quest'uomo.
Peccato che col tempo la vena creativa di King sia precipitata. Gli ultimi lavori, forse a parte "Cell", sono trascurabili, mediocri (io però non ho letto "Blaze"). Sinceramente da anni non ho più alcuno stimolo a comprare un romanzo del Re. Perfino il ciclo della Torre Nera, che molti portano sugli scudi, non mi attrae affatto.
Ovviamente il mio giudizio potrebbe essere prevenuto. Da cosa dipende? Dal fatto che King ha esaurito il credito d'artista che aveva nei miei confronti.
Un altro esempio, in tono minore, riguarda David Wellington, di cui ho recensito tutti e tre i libri finora tradotti in italiano. Wellington è partito alla grande con "Monster island", un romanzo non eccezionale, ma divertente e a suo modo innovativo. I due capitoli successivi della saga si sono però rivelati deludenti e privi di meriti particolari.
Leggerei ora un quarto libro di Wellington? Probabilmente no. Lui ha esaurito molto più in fretta il suo credito d'artista.
Poi c'è George A. Romero, per anni il mio regista preferito. La sua trilogia dei morti viventi ("Night of the living dead", "Dawn of the dead" e "Day of the dead") rappresenta il trittico cinematografico che più amo. Non certo per la mera contenutistica splatter, che poco m'interessa, bensì per il fortissimo valore sociologico dei tre film.
Purtroppo negli ultimi anni Romero ha prodotto film assai meno riusciti. In particolare "Land of the dead", che è un'opera onesta, ma priva di guizzi, di poetica, di introspezione, se non dozzinale. Poco meglio "Diary of the dead", che però ho comunque gradito almeno al punto di attribuirgli una solida sufficienza. Ora mi appresto a vedere il sesto capitolo della saga, "Survival of the dead". So già che non sarà mai come i primi tre film. La speranza è che non si riveli deludente.
A ogni modo, ecco, Romero è un "artista" che gode ancora di un ampio credito nei miei confronti. Non arriverà presto il giorno in cui parlerò male di lui, o in cui sconsiglierò di vedere i suoi film.
E voi? Quali scrittori, registi, cantanti (etc etc) godono ancora della vostra fiducia, e quali l'hanno esaurita, magari inaspettatamente?
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Oggi vi beccate una bella pappardella di cavoli miei. Lettore avvisato...
Dunque, iniziamo dalla scrittura, vi va?
Scrittura
Come senz'altro sapete (?), sono impegnato nella stesura del seguito di "Uomini e Lupi", il cui titolo provvisorio è "Il licantropo che divorerà il sole". La storia c'è, e in buona parte è già nero su bianco. Diciamo che ne ho scritto i 2/3, e il resto fluttua allegramente tra la mia testa e alcuni appunti sparsi qua e là. Venerdì scorso ho però capito che devo prendermi una pausa nella stesura di questo romanzo. Oramai da più di un anno mi sto occupando degli stessi personaggi, delle stesse tematiche. Sento una forma di stanchezza che può essere vinta solo da una pausa di una settimana o due. Insomma: devo rifiatare.
In realtà ho anche in mente uno spin-off di "Uomini e Lupi", ambientato qualche anno dopo il romanzo, e diversi anni prima del suo seguito. Non sto parlando di un terzo capitolo, bensì di un racconto di breve/media lunghezza, che vorrei proporre senz'altro prima de "Il licantropo che divorerà il sole". Visto che sarà diverso dai due romanzi, penso che ne occuperò a breve, valutando strada facendo il risultato ottenuto.
Poi ho in testa altre idee, estranee ai nostri amati animaletti mutaforme. Si tratta sempre di storie che hanno un forte aggancio con l'horror, ma con tematiche diverse. Niente ritorno all'action thriller puro, per chi me lo chiede di tanto in tanto. In realtà ho anche una flessione più generale nella scrittura. Vorrei avere tempo e modo per lavorare a qualcosa di veramente bello, così com'è stato per "Uomini e lupi" che, scusate la poca modestia, mi ha dato tante soddisfazioni.
Ah, alla fine non ho contattato nessun editore per proporre i miei lavori. Perchè? Semplice: non ho trovato NESSUNO stimolo a farlo. So che sono un atipico, tra tutti gli scrittori affamati di pubblicazione cartacea. Quasi quasi mi piace esserlo. Mi spiace ribadirlo, ma non ho molta stima dell'editoria "di genere" italiana. Questo al di là di ogni cosa che coinvolga i miei romanzi. Del resto, non avendoli proposti, posso parlare senza il rischio di essere di parte, magari incazzato per una solenne bocciatura.
Gli editori che stimo, li potete dedurre anche delle mie recensioni. Per il resto, temo che lo scrittore preparato abbia a che fare con gente poco competente, specialmente riguardo alla narrativa di genere. Questo scoraggia anche i grandi professionisti, come ho avuto modo di vedere coi miei occhi. In linea di massima io preferisco evitare questo genere di confronti, per il momento. Sia perchè sto bene così, sia perchè sono molto supponente, e non desidero affatto avere a che fare con gente magari preparata dal punto di vista tecnico, ma ignorante da quello contenutistico.
Blog
Vi piace il nuovo stile autunnale del blog? Dopo anni ho abbandonato gli sfondi neri, e ne ho scelto uno più elegante, più "caldo". Non è detto che entro pochi mesi non si cambi ancora. Sto cercando qualcosa di carino per l'inverno, che è poi una stagione che io trovo adorabile.
Riguardo agli articoli che propongo quotidianamente, noto un fenomeno singolare. Da parecchi mesi le visite al blog sono in lento ma costante aumento. Un dato che mi soddisfa, si capisce. Così come mi soddisfano i vari contatti allacciati con gente che chiede esplicitamente una mia recensione, soprattutto riguardo i libri. Il fenomeno curioso è che sono proporzionalmente diminuiti i commenti ai vari post.
Perchè? E' presto detto: facebook.
Basta postare qualunque scemata su quell'infernale network per ricevere subito una sfilza di risposte, mentre i blog vengono spesso letti ma raramente commentati. Lo stesso vale per i miei articoli: se li pubblico su FB come note, ho presto molti riscontri. Ciò nonostante continuo a preferire mille e mille volte il blog, più ordinato, più personale, più riflessivo.
Nelle prossime settimane dedicherò maggiore spazio alle recensioni e agli articoli su misteri, protoscienza e speleologia urbana. Abbandonerò invece quelli sull'editoria in generale e anche quelli sulle polemiche riguardanti la scrittura. Ho detto più volte come la penso, ma sono arrivato alla conclusione che il 90% delle persone non ha voglia di discutere serenamente di tutto ciò.
Oramai ci sono due squadre ben delineate: i disfattisti (tutto ciò che riguarda gli scrittori italiani è merda), e gli integralisti (che considerano reato muovere una qualsiasi critica a un autore o editore italiano). Mi pare un modo di ragionare del tutto idiota, ma è davvero così che funziona, credetemi. Beh, io non ho interesse a schierarmi da una parte o dall'altra, perchè non me ne viene in tasca nulla, perchè me ne frego. Quindi, meglio dedicare il tempo ad altro.
Bon, per ora è tutto. A giorni avrete la mia recensione riguardo a "Il sotterraneo dei vivi", ottimo ritorno in scena per il duo Preston & Child, e per il fantastico investigatore dell'FBI Pendergast. Seguirà, entro e non oltre due settimane, un articolo esaustivo su "Il sangue di Manitou", pubblicato da quei gran signori della Gargoyle, senz'altro la mia casa editrice italiana preferita.
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Mi riallaccio a una dichiarazione fatta dai giorni scorsi dal collega Simone Corà: "Alcune tra le migliori cose che ho letto ultimamente sono scritte da italiani".
Dichiarazione che sottoscrivo. No, non sono pazzo: ho da poco affermato che necessita imparare un buon inglese per poter attingere a quel patrimonio di ottimi libri mai tradotti dai "sapienti" editori del nostro paese. Infatti è vero: ribadisco e sottolineo questo consiglio. Ma non vi deve indurre in errore: io apprezzo un buon romanzo, un buon film o un buon fumetto al di là della nazione in cui è stato scritto, prodotto o disegnato.
Negli ultimi mesi ho effettivamente letto dei libri italianissimi, più belli di tanta robaccia d'importazione che oramai ci viene proposta a camionate. Aperta parentesi: ma avete dato un'occhiata al catalogo Newton Compton da un anno a questa parte? Oltre a qualche romanzo meritevole, traducono un sacco di roba illeggibile, che non recensisco perchè... non riesco nemmeno ad arrivare alla fine! Chiusa parentesi.
Tornando a noi, eccovi un elenco: Claudio Vergnani, Stefano di Marino, Francesco Dimitri, Danilo Arona, Gianfranco Nerozzi.
Chi sono? Alcuni dei miei scrittori preferiti. Gente di cui comprerei un romanzo a occhi chiusi, senza nemmeno leggere la quarta di copertina. E ne mancano altri, si capisce.
In mezzo al mare magnum di inutili fantasy-clone, all'ennesima riproposizione della trilogia della Palazzolo, e ai tanti libri dedicati a un pubblico più massificato (penso a tutti quelli scritti da comici, calciatori, attori, veline...), c'è uno zoccolo duro di scrittori italiani molto in gamba, che hanno poco da invidiare ai colleghi stranieri. Quelli nella lista sopracitata, si occupano di generi affini ma al contempo assai diversi. Ciò che li accomuna è una visione moderna e innovativa degli argomenti di cui scrivono. Non copiano nessuno, non scimmiottano i venditori di bestseller anglofoni, non si piegano facilmente al palese dilettantismo di tanti editori, anche affermati.
Già, gli editori: al posto di invidiare agli USA gli scrittori che si chiamano Jack, Dan, Peter etc etc, perchè non cominciamo a invidiar loro la gente che lavora nell'editoria?
Purtroppo nel cinema non si può dire lo stesso. A parte qualche esperimento televisivo riuscito (L'ispettore Coliandro, Intelligence), il cinema del Belpaese continua a campare su filmucoli dimenticabili, che alternano le solite vicende di pseudoliceali romani, alle pallosissime storie vetero-meridionali che tanto piacciono a Tornatore. Sia inteso: non c'è l'ho col cinema meridionale, bensì con un modo, reiterato e insistito, di raccontare il Sud in uno stile che sta a metà tra l'ampolloso e il macchiettistico.
Tra i '70 e gli '80 (forse anche prima) i nostri horror, gli western, perfino i B-movie fanta-apocalittici, facevano scuola in tutto il mondo, a dispetto dei budget risicati e della recitazione spesso approssimativa. Che è rimasto di tutto ciò? Quentin Tarantino che cerca di imitarci, e non perde occasione di dire che Bombolo e Alvaro Vitale sono i suoi miti. Un po' poco, mi pare.
Da troppo tempo non posso scrivere "ho visto questo horror italiano e mi è piaciuto". Nutrivo qualche speranza su Imago Mortis, che invece si è rivelato un film noiosissimo e deludente. Un tempo salvavo almeno le commedie di Verdone, sia le prime, che le utlime, quelle più mature. Ora invece anche lui pare essersi ridotto a fare i film con Stramarcio...
Idem per i fumetti. La Pax Bonelliana ha affermato una linea uniforme nelle testate italiane, spesso indistinguibili una dall'altra. Intendiamoci: Bonelli ha mille meriti, ma al momento ha il grosso demerito di detenere un monopolio dannoso per il settore. O forse sono gli altri, i "piccoli", a non avere abbastanza coraggio per proporre qualcosa di diverso. Ma sui fumetti non mi spingo oltre. Non troppo tempo fa ho dedicato un post succoso a questa questione. Inutile ripetersi.
Dunque direi che è inutile essere capziosamente pro-italiani o contro-italiani. Occorre valutare caso per caso. Bastonare quando serve, apprezzare quando ci sono dei meriti reali.
Ma siamo - appunto - in Italia: questo non è quasi mai possibile...
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A Milano si apre la settimana della moda.
La città si veste di abitini stravanti e luccicosi, da indossare sopra la coltre di sporcizia e vecchiume che ammanta ogni cosa.
Milano è la Stazione Centrale, in perenne ristrutturazione, ma comunque patria inespugnabile di senzatetto, clandestini, disperati e barboni.
Milano è la vita notturna, quella fatta di prostitute vestite all'ultima moda, che frequentano i locali del centro, quelli dove - si dice - le vallettine della TV tiravano di coca e si vendevano come escort al tycoon di turno.
Milano è una strada buia, dove una ragazza polacca cresciuta col timore di Dio vende - con molta vergogna - il suo corpo, dopo che le avevano promesso mari e monti per farle lasciare il paese natale.
Milano è i Navigli, flusso continuo di gente che cerca l'happy hour più trendy, o la borsa taroccata più a buon mercato.
Milano è Piazza del Duomo, mangiatoia serale per peruviani, slavi, magrebini, che siedono con le spalle rivolte al Duomo, incuranti di tutto, e di tutti.
Milano è la ragazzina casa-scuola (privata)-catechismo, che su vende su internet le sue foto nuda per comprarsi l'iPod nuovo.
Milano è il suo fidanzatino, che carica su Youtube il video di loro due che facevano l'amore. Anzi, che scopavano.
Milano è il tossico che sta male in metropolitana alle cinque del pomeriggio, ma che tutti fingono di non vedere.
Milano è la modella ucraina che sogna di diventare la nuova Schiffer, ma che finisce per infilarsi nel letto del manager, che però rassicura: "tanto io sono gay".
Milano è l'Expo che non decolla, perchè la camorra dei "terroni" allunga le mani sugli appalti.
Milano è la Bocconi, che forgia i nuovi azzurri-forzisti che erediteranno il paese quando il Ràis passerà a miglior vita.
Milano è il pensionato che alla sera fruga tra i rifiuti del mercato rionale, perchè non ha più soldi per comprarsi da mangiare.
Milano è il centro sociale di "ultra-sinistra", ma frequentato solo da ricchissimi figli di papà.
Milano è la patria degli wannabe catodici. Prigionieri di un Grande Fratello X factoriale, che davvero non ha bisogno di fascisterie assortite per tenere in riga il paese.
Milano è l'antenna radiotelevisiva di Cologno Monzese.
Milano è "Satana culo" scritto sui mezzanini della metropolitana.
Milano è la leggenda metropolitana sugli uomini serpente che vivrebbero nei vecchi sotterranei di Stazione Centrale.
Milano è l'eccellenza nella sanità, che però se devi fare una TAC al Niguarda ti tocca aspettare sei mesi.
Milano è l'Imam islamico che parla di fratellanza nelle TV locali, ma poi ospita i jihadisti in moschea.
Milano è il padano in camicia verde, che si erge a protettore della purezza razziale, ma poi va con la puttana nigeriana che batte in periferia.
Milano è la città più occidentale dell'Africa del nord.
Milano è la città degli artisti, o di chi si definisce tale.
Milano è la "bamba", che non è il famoso brano musicale.
Milano è il locale gay frequentato dagli insospettabili.
Milano è l'idroscalo, il mare dei poveri.
Milano è la settimana della moda, e quella del derby.
Milano è la donna struprata sotto casa.
Milano è quella da bere.
Milano è un taxi senza licenza.
Milano è.
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Uno dei temi più interessanti che mi trovo spesso ad affrontare in tema di intrattenimento di genere (narrativa, film e fiction) è l'eterna diatriba sul vecchio e sul nuovo.
Il partito del "prima tutto era più bello" è molto numeroso, mentre le giovani leve, per ovvie ragioni anagrafiche, preferiscono romanzi e pellicole prodotte dal 2000 in poi. Vediamo nel dettaglio ciò che è cambiato.
Ritmi
Non credo che si possa negare che la concezione dei ritmi narrativi sia cambiata parecchio, adattandosi ai tempi adrenalinici in cui viviamo. C'è fretta di fare qualunque cosa. Perfino per comunicare abbiamo modi immediati: cellulari, e-mail, chat. Perchè i prodotti d'intrattenimento non dovrebbero seguire questa moda?
Infatti i film sono sempre più simili a faraonici videoclip, e i romanzi assomigliano spesso a dei veri e propri "film su carta". Basta pensare a Dan Brown, le cui storie raramente coprono un arco di tempo che va oltre le 24-48 ore. Io stesso in passato ho scritto un romanzo "Twentyfour 2 six", i cui eventi si snodano dalla notte all'alba.
In passato, fermo restando che sto sempre parlando di letteratura e film di genere, i tempi erano più dilatati, c'era molto spazio per lavorare sulla trama, sulla psicologia dei personaggi. Questo generalmente è un bene. Ma non sempre. Fateci caso: avete mai rivisto qualche vecchio film, trovandolo più noioso di quanto ricordavate?
A volte capita, e non è solo una questione di effetti speciali. Forse il nostro cervello è oramai assuefatto ai tempi sincopati di ciò che ci propongono ora, da trovare i momenti morti troppo lenti, quasi soffocanti.
Di certo le grandi produzioni moderne - penso a G.I. Joe, Van Helsing, Transformers, Ultimatum alla terra (remake) - tendono a colmare l'attenzione degli spettatori con una fitta dose di esplosioni, urla, corse, combattimenti. Tutto per saturare una mancanza di idee, o semplice adattamento alla moda che va per la maggiore?
Idee e creatività
Uno dei più grandi appunti che si fa alla nuova generazione di "intrattenitori" è la mancanza totale di idee. Un'accusa che non è campata per aria. Basta vedere la gran quantità di remake prodotti negli ultimi 10 anni, senza parlare dei reboot, che sono ancora peggiori, a parer mio. Qualche remake si è rivelato pari o superiore all'originale, ma la maggior parte di essi non ha aggiunto nulla di significativo a opere già perfette com'erano. Dal mio punto di vista è meglio riproporre dei remake con varianti sostanziali rispetto al film a cui si rifanno. Chiamiamole reinterpretazioni. L'esempio più riuscito che mi viene in mente è "L'alba dei morti viventi", rifacimento di un cult immortale come "Zombi" (Dawn of the dead) di George Romero, eppure capace di offrire nuove suggestioni, non trascurabili.
Per quanto riguarda la narrativa, dove forse è più difficile essere originali, il cancro del sistema sta nella proliferazione di saghe infinite e romanzi fotocopia. In particolare il genere fantasy patisce questo male incurabile, con libri seriali che compongono storie lunghissime, spesso divise in decine di volumi, e senza radicali variazioni dalle tematiche inventate da Tolkien, vero e proprio creatore di un movimento in continua espansione. Ma con sempre meno qualità al seguito.
Dunque la pioggia di remake, reboot e saghe infinite e senza fine è la prova più grande della carenza di idee che caratterizza sceneggiatori e scrittori dei nostri tempi?
In parte sì. Forse in passato c'era più da esplorare, più da immaginare. Prendiamo la fantascienza, genere quasi morto: negli anni '50-'60 guardavamo al cosmo con curiosità, paura, ambizione. Da queste emozioni sono nate storie originalissime, spesso improbabili, ma quasi sempre godibili. Ora viviamo in un mondo globalizzato, dove l'Australia e Settimo Milanese distano tanto quanto la durata un singolo click sul mouse. Nulla - o quasi - è più misterioso, se non l'uomo stesso, la sua mente, i suoi problemi.
Non è un caso che pian piano nel tempo sono proliferati libri e film sui serial killer. "Mostri" per nulla fantasiosi, bensì molto reali. Orrendamente umani, senza segreti arcani da nascondere, bensì con deviazioni psicologiche e comportamentali da temere.
Del resto la narrativa e il cinema di genere sono specchio della società, alla faccia di chi pensa che si tratta solo di sciocchezze per bambini troppo cresciuti. Lo dimostrano i due esempi fatti qui sopra. Anche la citazione di Romero, scritta in precedenza, ne è dimostrazione. Gli zombie de "La notte dei morti viventi" erano la massa amorfa, disumanizzata dal capitalismo e da un mondo nichilista e segnato da profondi contrasti (razziali, sessuali etc). Quelli attuali, rapidi, feroci, implacabili, rappresentano forse ciò che il genere umano è diventato da allora: rabbioso, prevaricatore, ipercinetico, cannibalico.
C'è qualcosa di buono nel nuovo?
Sicuramente sì. Tra le tante cose di scarso valore che ci vengono proposte, si nascondono sempre ottime idee. Basta cercarle e apprezzarle. L'originalità assoluta non esiste, quindi trovo inutile fare il giochino "ma questo film mi ricorda quello del 1955 in bianco e nero..." Sì, probabilmente è vero, ma in fondo ogni creativo pesca in un serbatoio virtuale di idee che è immenso ma non infinito. Situazioni e storie tendono a riproporsi. L'importante è che siano buone storie.
I vecchi tempi erano belli, sono il primo a sostenerlo. Ma credo che spesso entri in gioco il fattore "nostalgia", che ci fa sembrare migliore tutto ciò che riguarda il nostro passato. Eppure a volte certe volte è meglio non rivangare troppo. Come quando reincontri l'ex compagna di banco di cui eri cotto al liceo, solo per scoprire che ora è più brutta, più grassa e senza l'ombra dell'antico splendore.
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