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La sindrome di Pompei

Di David Rice

Newton Compton editore

319 pagine, 9.90 euro (in offerta a 2.90 euro)  
 

Sinossi

Galway, Irlanda. Tre persone, turbate da una stessa paura, stanno per venire a capo di un complotto terroristico che potrebbe sfociare in un disastro planetario. Il tempo corre e all'orizzonte si profila un orrore inimmaginabile... La civiltà occidentale è sull'orlo dell'autodistruzione? Padre Frank Kane pensa che l'intero Occidente sia sul punto di collassare eppure l'umanità va avanti imperterrita, ignorando tutti i segnali della fine imminente: è la Sindrome di Pompei, ovvero l'ignara gioia dì vivere alla vigilia della catastrofe. Meg Watkins, giornalista, sta indagando sulle misure di sicurezza inadeguate nell'imponente centrale nucleare di Freshpark: in caso di incidente le conseguenze sarebbero disastrose non solo per le città vicine ma per tutto il continente europeo. Il detective Jack Stokes sta mettendo insieme e prove per incastrare una cellula dì terroristi guidata da un inafferrabile e insospettabile finanziatore, ancora da identificare.  
 

Commento

Libro comprato quasi per caso, e con una certa diffidenza (Newton Compton spesso propone romanzacci di scarsa qualità), La sindrome di Pompei si è invece rivelata una lettura interessante e con molti spunti che avrebbero meritato maggiore spazio.

Buona parte del romanzo sta a metà tra il tipico thriller post 11 settembre e l'inchiesta giornalistica. Questa volta l'ombra del terorrismo avvolge l'Irlanda e l'Inghilterra. Un detective e una reporter, percorrendo strade differenti, cercano di capire come e dove potrebbe colpire la Jihad nelle terre d'Albione. In particolare c'è un misterioso individuo, Omar Naim, la cui presenza sul suolo irlandese è quasi certa, pur risultando sfuggente come un fantasma.

Ben presto le due indagini (poliziesca e giornalistica) convergono sul probabile obiettivo dell'attacco di Omar: la centrale nucleare di Freshpark, un vetusto ecomostro in cui sono stipate le scorie radioattive prodotte da mezza Europa. Nonostante le pressioni sulle autorità per chiudere la centrale e metterla sotto strettissima sicurezza, i politicanti si rifiutano di farlo, visto che attorno a Freshpark ruotano interessi economici e patriottici altissimi.

Quando finalmente il detective Stokes sembra aver identificato Omar, è troppo tardi: i terroristi compiono l'attacco, colpendo i depositi di stockaggio carichi di cesio. Dall'incendio generato si leva una nube radioattiva enorme, che nel giro di pochi giorni renderà buona parte delle Isole Britanniche simili a campi di morte, inabitabili e tossici.

Questa ultima parte, vera e propria fantapolitica catastrofica, è forse la più riuscita del romanzo e anche la più avvincente. Peccato che a essa vengano riservate non più di una cinquantina di pagine, più un interessante epilogo ambientato cinquant'anni dopo l'attacco a Freshpark.

Lo stile di Rice è discontinuo, essenziale e sbrigativo. Ciò nonostante La sindrome di Pompei riesce ad avvincere grazie a una trama corale non particolarmente originale ma ben sviluppata. I protagonisti del romanzo risultano spesso stereotipati, ma riescono ad suscitare simpatia e a coinvolgere.

Le ipotesi scientifiche riportate riguardo a un possibile attacco terroristico a una centrale nucleare sono ben documentate e realistiche. Pare evidente che David Rice parla da ambientalista anti-nucleare, ma del resto non stiamo parlando di un saggio, bensì di romanzo, quindi una tale presa di posizione ci sta tutta.

 


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Come promesso, dopo la top five dei migliori romanzi pubblicati in Italia nel 2009, eccovi quella riguardante le antologie.

Una doverosa promessa: io non amo le raccolte di racconti. Spesso danno l'idea di essere operazioni meramente commerciali, senza anima, senza sentimento. E, cosa ancora più grave, senza qualità. Per questo non leggo molte antologie. Ciò nonostante, quest'anno ho cercato di fare uno strappo alla regola. Purtroppo, in linea di massimo, devo dire che tutti i miei preconcetti si sono rivelati fondati.

Il materiale pubblicato è spesso scarso, disomogeneo. Le colpe sono imputabili più ai coordinatori dell'antologia medesima, che non agli autori. Anche se, occorre dirlo, spesso quest'ultimi ci mettono del loro scrivendo raccontini scialbi, tanto per presenziare.

Le antologie che cito nella classifica sono di un altro livello. Curate e gradevoli. Probabilmente me ne saranno sfuggite molte altre valide. Ma non ho rimpianti per essermi dedicato perlopiù alla narrativa lunga.

TOP FIVE

5. Ultimi Vampiri
(di Gianfranco Manfredi. Gargoyle books, horror)

Se parlassimo di calcio, questo quinto posto sarebbe occupato da una squadra classificata in UEFA, con una decina di punti di distacco dalla zona Champions. Ultimi vampiri è la riprosizione di alcuni vecchi racconti del bravo Gianfranco Manfredi, con l'aggiunta di un lungo inedito (quasi un romanzo breve), Summer of love, ambientato durante la rivoluzione culturale degli anni '60.

Manfredi scrive bene, ha classe, stile e cultura. Questi tre elementi salvano dei racconti godibili, ma che non lasciano molto il segno. A ogni modo se ne segnalano un paio, che spiccano tra gli altri: Il pipistrello di Versailles e – soprattutto – Il metodo vago, che propone una rara sottospecie di vampiro, lo cauchemar, di cui assai raramente si è letto qualcosa.

Recensione: coming soon.

4. Il mio vizio è una stanza chiusa

(Supergiallo Mondadori, thriller)

Ottimo omaggio al thriller italiano anni '70, Il mio vizio è una stanza chiusa trasuda di amore per questo particolare genere, e gode di un'ottimo lavoro di coordinazione tra i vari racconti. Gli interventi di Stefano Di Marino, questa volta in veste di saggista, fanno da guida tra i vari racconti. Molti sono discreti ma non capolavori, ma se ne distinguono un paio di valore superiore, che valgono da soli l'acquisto del libro: quello di Danilo Arona e quello di Claudia Salvatori.

Comunque nelle pagine si respira l'aria dei vecchi film di Umberto Lenzi, Lucio Fulci, Mario Bava e altri. Non è poco. E complimenti per la passione con cui l'antologia è stata confezionata. Questi dettagli contano.

Recensione: coming soon.

3. Archetipi

(XII Edizioni, horror-fantastico)

Mi fa davvero piacere dare la medaglia di bronzo ai giovani virgulti delle Edizioni XII. Archetipi è l'esempio più valido del lavoro che stanno facendo, coordinando i debutti di tanti giovani scrittori, formatisi nella dura palestra del Web, e mostri sacri del calibro di Danilo Arona, che infatti partecipa come guest star in questa antologia.

Un ibrido fantastico-horror, di cui ho parlato recentemente. Il libro, arricchito da pregevolissime illustrazioni, è anche un oggetto piacevole da vedere e da collezionare, oltre che da leggere. Bravi davvero.

Recensione: http://mcnab75.livejournal.com/248884.html


2. Bad Prisma

(Epix Mondadori, horror)

Devo dire che è quasi imbarazzante citarlo per la terza volta in una classifica di cinque posizioni, ma l'antologia curata da Danilo Arona per la collana da edicola Epix Mondadori è un prodotto di valore e di buon auspicio per la narrativa italiana, tanto vituperata e maltrattata.

Gli autori arruolati in Bad Prisma ben si adattano al tema portante (la leggenda metropolitana di Melissa, il fantasma aroniano per eccellenza), scrivendo dei racconti all'altezza, collocati su un'ipotetica scala temporale ben coordinata e senza particolari cali di qualità.

Recensione: http://mcnab75.livejournal.com/224446.html


1. Malarazza

(di Samuel Marolla. Epix Mondadori, horror)

Tornando alla metafora calcistica, Malarazza è la nazionale brasiliana inserita in un girone di squadre asiatiche. Vale a dire: non poteva che stravincere la mia personale classifica. La raccolta di Samuel Marolla occupa il primo posto senz'ombra di dubbio, senza ripensamenti, senza tentennamenti. Dal momento stesso in cui ho pensato a questa top five, Malarazza era lì, beatamente già prima.

Marolla ha uno stile impareggiabile e delle idee brillanti. Il suo è un horror fantasioso, al contempo antico e moderno. Epix ha senz'altro fatto una scelta vincente proponendo questa sua antologia. È come se avessero pescato il campioncino brasiliano passeggiando per caso sulle spiagge di Rio. Complimenti vivissimi.

Recensione: http://mcnab75.livejournal.com/246696.html



Nessun fuori classifica, perché il resto delle antologie lette non raggiunge la sufficienza. Tra i flop, non me ne vogliate, devo segnalare nuovamente La sete – 15 vampiri italiani (Coniglio editore) e Sanctuary (Asengard editore), da cui mi aspettavo molto, e che invece si è rivelato parecchio deludente.




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Recensione: Le teste (di Giuseppe Genna)

  • Sep. 24th, 2009 at 2:21 PM
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Le teste
di Giuseppe Genna
Strade blu - Mondadori
384 pagine, 18 euro

Quarta di copertina

L'ispettore Guido Lopez è pronto a trascorrere il Natale come al solito: a casa, in compagnia di un buon libro, e poi magari in centro a guardare il Duomo con il naso in su. Perché non si ammazza indiscriminatamente sotto le feste, si sa. Ma questo non è un Natale come gli altri e l'ispettore è costretto a svegliarsi dal suo torpore. E in fretta. Sotto la spessa lastra di ghiaccio che copre il lago artificiale dell'Idroscalo, infatti, viene ritrovata una testa mozzata - è la testa di una bella donna, bionda, la pelle di un pallore abbagliante. Ogni pista sembra possibile e nello stesso tempo poco probabile: decapitazione rituale, malavita organizzata, corruzione? Sarebbe un classico caso da archiviare, tuttavia l'immagine di quella testa diventa quasi un'ossessione per Lopez, che nel frattempo deve fare i conti anche con la proposta di collaborazione piombatagli addosso da parte dei Servizi segreti. La discesa nell'antro di depistaggi e intrighi che porterà l'ispettore al cuore stesso della menzogna - la menzogna delle parole e del potere - si alterna a un viaggio uguale e contrario che, attraverso uno sguardo disincarnato, non umano, e una narrazione multiforme, dove si mescolano articoli di giornale, citazioni bibliche e visioni apocalittiche, mira a disossare la struttura del giallo, esibendola per privarla di valore, aprendola a una prospettiva metafisica. (fonte: IBS)

Commento

Questo libro non dovevo leggerlo ora. Ho lista altri romanzi, che aspettano da settimane. E invece, guarda un po', ho iniziato "Le Teste" lunedì, e l'ho finito oggi in treno.
Premetto: Giuseppe Genna, noto scrittore italiano, ha uno stile che a tratti trovo talmente irritante che mi verrebbe da chiudere il libro e lasciarlo lì, a prendere la polvere. Invece va a finire che lo divoro, e che mi piace anche. Non per tutto ciò che ha scritto è andata così: ho trovato virtualmente indigeribili "Dies Irae", "L'anno luce" e i suoi altri romanzi di genere indefinibile, che saranno senz'altro profondissimi, ma che per il sottoscritto rasentano l'illeggibilità. Sarà che io sono un animo semplice, "un umile lettore nella vigna del Signore", per parafrasare qualcuno un po' più in alto di me. Ma tutti i libri di Genna che hanno come protagonista l'ispettore Guido Lopez li reputo imperdibili.
Dicevamo dello stile. Genna è uno scrittore esasperante. Sa di essere bravo con le parole, quindi spesso ci gioca, le trasforma, riuscendo a scrivere pagine su pagine di pensieri tanto geniali quanto confusi. Esasperante, appunto. Pare bearsi di una saccenza che può essere tanto presunta quanto reale. Questo non lo so. Però scrive thriller fenomenali, perchè colpiscono basso, sotto la cintura. Ovviamente a lui non piace definirli thriller. Sarebbe come scendere tra i mortali, nel volgo.
Sta di fatto che "Le teste" è un thriller, punteggiato qua e là da elucubrazioni metafisiche, metasociali, psicotiche, storiche. Guido Lopez, ispettore della squadra investigativa di Milano, è un poliziotto dal fascino irresistibile: morto dentro, morto fuori, geniale come detective e assolutamente nullo come persona calata in un contesto sociale. Intendiamoci: non è un giustiziere, né un duro. Lo definirei piuttosto un apatico, un senz'anima, tenuto in vita solo dal desiderio di arrivare in fondo alle sue indagini.
"Le teste" mischia suggestioni da spy story, giallo, cospirazionismo, retrogusti esoterici (blandi, ma ci sono), cronaca, politica. A tratti sembra quasi che Genna stesso non abbia idea di dove andare a sbattere la testa, ma poi salta fuori sempre il colpo di scena - mai strillato, mai troppo cinematografico - che riprende il filo della trama. Tutto per arrivare a un finale molto riuscito, a sorpresa e che, per l'appunto, colpisce basso. Molto basso.
Sullo sfondo di tutto, la solita Milano descritta da Genna: putrida, decadente, morta, illividita, fatta di piccole persone. Proprio grazie a queste, assistiamo alla sfilata di una serie di personaggi secondari, spesso marginali, ma tanto ben caratterizzati da "vederli" nel momento stesso in cui si legge di loro.
In sostanza: un ottimo romanzo, ma che per lunghi tratti vi irriterà.


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Recensione: Pelham 123

  • Sep. 20th, 2009 at 12:32 AM
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Pelham 123
USA 2009
Regia: Tony Scott
Con: Denzel Washington, John Travolta, John Turturro, Luis Guzman

Walter Garber si presenta come tutte le mattine al lavoro, è un dirigente della metropolitana di New York, anche se è stato declassato allo smistamento treni perché accusato di aver ricevuto una tangente. Ma quella non sarà una mattina come tutte le altre. Su un treno, il Pelahm 123, un gruppo di criminali sequestra diciotto persone e minaccia di ucciderne una al minuto se entro un’ora non gli saranno consegnati dieci milioni di dollari. Garber si trova così, suo malgrado, a fungere da negoziatore per Ryder, il capo dei sequestratori, che vuole parlare solo con lui. I due intratterranno così una “conversazione” che si farà sempre più serrata man mano che si avvicina la scadenza fissata da Ryder, in un sottile gioco di parole e psicologia. (Fonte: www.spaziofilm.it)

Inizio alla "Die Hard", personaggi che richiamano quel gioiellino che è "Un giorno di ordinaria follia": questo ritmato film di Tony Scott è un orologino perfetto, che funziona come ci si augura, catturando gli spettatori senza abusare in effetti speciali o eccessi di azione con poca credibilità pratica. Denzel Washington recita come al solito molto bene, nel ruolo di un addetto alla circolazione della metropolitana di New York indagato per corruzione ma dotato di grande umanità, però la vera star del film e John Travolta, che dà vita a un villain memorabile, per cui a tratti si riesce anche a fare il tifo, nonostante la crudeltà manifesta che lo caratterizza.
Dialoghi riusciti, sviluppo psicologico dei due protagonisti e inquadrature serrate riescono a comporre un mosaico avvincente, che ricalca il solco tracciato dai migliori thriller americani, senza risultare troppo originale, ma riuscendo nello scopo di intrattenere senza andare fuori dalle righe. In poche parole, il film non scade nella baracconata, né nella banalità.
Pelham 123, pur essendo tratto da un romanzo dei primi anni '80, è stato attualizzato dal regista Tony Scott. In risultato è un film che non trascura né le moderne tecnologie (la connessione via wireless di uno degli ostaggi del treno, la città sorvegliata da mille telecamere online su internet), né problemi attuali, come la minaccia della crisi economica e il terrorismo, paura sempiterna nei pensieri di tutti i newyorkesi.
Nel film non mancano molti stereotipi del genere, tra cui un'eccessiva incapacità da parte della Polizia, o il pù classico dei sindaci, interessato solo a raccimolare preferenze tra gli elettori per mero opportunismo. Ciò nonostante l'ottima prova degli attori e una regia ritmata e quasi mai inopportuna o pacchiana riescono a sfornare un thriller gradevolissimo, nella migliore tradizione del cinema made in USA.
Citazioni di merito anche per due attori impegnati in ruoli secondari: John Turturro, lontano anni luce dalle demenziali battute riservategli da "Transformers" e Luis Guzman, uno dei migliore caratteristi hollywoodiani.


 


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Segnalazione: Il tocco del male

  • Jul. 13th, 2009 at 6:08 PM
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Post veloce e stringato solo per segnalarvi che stasera, su Steel (digitale terrestre - Mediaset premium) verrà trasmesso "Il tocco del male", ottimo thriller horrorifico con Denzel Washington, John Goodman e Donald Sutherland. Un film godibile, fatto con ottimo mestiere e particolare attenzione alle atmosfere e ai risvolti metafisici. Per una volta il cosiddetto elemento "fantastico" c'è e non si fa desiderare più di tanto. Mi stupisco che non ne abbiano fatto uno o più seguiti, visto che la trama lascia aperti dei portoni, più che delle porte. Ma forse è meglio così: autoconclusivo, riuscito e "ibrido" al punto giusto.
Da riscoprire.
La sinossi (da www.mymovies.it):

John Hobbes (D. Washington), poliziotto nero pluridecorato di Filadelfia, è tutto orgoglioso di avere mandato nella camera a gas un serial killer satanista (E. Koteas). Non sa ancora di avere liberato lo spirito maligno Azazel, angelo caduto, che può passare per contatto fisico da un corpo umano all'altro, finché, in bilico tra intuizione e paranoia, si rende conto che tutta la città può essergli nemica.


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Che questo genere di serial attirino sempre un buon numero di spettatori è un fatto assodato, ma oramai si rischia di cadere nel già visto, anzi, nel già rivisto.
Il lodevole "Fringe" deve molto a X-files, il primo serial a rivaleggiare col cinema su grande schermo, ma sa camminare con le proprie gambe, prendendo sempre più forma e dimensione, puntata dopo puntata, fino all'eccezionale finale della prima stagione. Non per caso dietro a Fringe c'è quel geniaccio di J.J. Abrams, già proiettato nel dopo-Lost, ed evidentemente determinato a non dedicarsi solo al cinema.

"Eleventh hour" per ora si propone invece come un prodotto senza infamia e senza lode, ben realizzato ma privo di guizzi particolari, necessari a fare uscire un serial dall'anonimato per farlo spiccare tra le ormai tante proposte che ogni hanno ci arrivano dagli USA.
In sostanza anche qui abbiamo due protagonisti: la mente (il biofisico Jacob Hood) e il braccio (l'agente speciale Rachel Young). I due lavorano per l'FBI nella soluzione di quei casi che presentano aspetti scientifici-protoscientifici tali da esulare le risposte più semplici.
Nei primi episodi vediamo la strana coppia occuparsi di clonazione umana, di inspiegabili morti in una scuola, di un mad doctor che cerca una sconvolgente cura per l'autismo del figlio, etc etc.
Insomma, niente di nuovo, anche se gli episodi del serial sono ben realizzati e si lasciano guardare con piacere. I due protagonisti non sfuggono ad alcuni clichè: Hood è il tipico scienziato geniale, piuttosto affascinante, ma sempre distratto. L'agente Young (interpretata da Marley Shelton, già vista in Planet Terror e Deathproof), veste i panni della donna indipendente, combattiva e piuttosto algida.
Difficile prevedere se ci saranno sviluppi sentimentali tra i due, ma pare piuttosto difficile.

Per gli interessati, Eleventh Hour è attualmente trasmesso su Steel (Mediaset Premium) ogni sabato alle 21, e in replica la domenica pomeriggo.




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Professione assassino
di Glauco Silvestri
283 pagine
download gratuito

Un blog con un autore diverso dal solito. Lui è un assassino di professione. Decide di aprire un blog per avere una valvola di sfogo, un contatto con il mondo reale, perché lui vive in un mondo di isolamento e morte. La storia coinvolgerà il suo presente e il suo passato, ma alla fine ne condizionerà anche il futuro. Un diario e uno sfogo di un uomo che vive nell'ombra e che uccide per denaro. Un uomo senza scrupoli ma che sotto sotto nasconde anche un cuore.

Commento (e una doverosa premessa)

Chi segue il mio blog sa che tra me e Glauco corre un'amicizia virtuale che oramai dura da un paio d'anni circa. Glauco è uno scrittore esordiente/emergente (oppure inventatevi voi un'altra definizione!) che non difetta di creatività, impegno, abnegazione e professionalità.
Sulla sua pagina potete trovare un fottio (termine tecnico) di ebook scaricabili gratuitamente, che spaziano tra fantascienza, horror e altri generi ancora. A mio parere molti di essi farebbero un'egregia figura anche in libreria, tra i libri "normali", ma devo dire che la scelta del formato ebook ha un fascino irrestibile... almeno per il sottoscritto.
Ma non si tratta solo di questo, no. L'ebook è una scelta straordinariamente onesta, specialmente per uno scrittore emergente. Io ti faccio leggere gratuitamente quello che scrivo. Se ti piace ti affezionerai al mio nome e magari un domani spenderai i tuoi dieci/quindici euro per un romanzo cartaceo, ma lo farai con cognizione di causa. Se invece ti faccio schifo, amici come prima, senza smenarci un centesimo.

Fatta questa doverosa promessa, veniamo al racconto lungo in questione. Questa volta Glauco si butta su un genere nuovo, il thriller. L'esperimento presenta pregi e difetti. Esaminiamoli con ordine.
La scelta del formato "finto blog" è molto interessante e permette utili cambi di lunghezza da capitolo a capitolo. Non solo, il protagonista può così spiegare alcune cose senza scadere nell'infodump, visto che si tratta pur sempre di un diario, atto quindi a conservare la memoria di fatti e pensieri.
In realtà l'idea di scrivere un finto diario di un killer prezzolato non è originalissima, ma affascina sempre. Per fortuna Glauco sfugge dalla tentazione di caratterizzare un protagonista troppo "pulp" e cinematografico. Al contrario, il nostro sicario dà l'idea di essere una persona semplice, non di troppe parole, che passa inosservato (il che non sarebbe affatto male, per un vero assassino! Immaginatevi voi di sfuggire alla polizia, tutti pieni di tatuaggi e vestiti come rockstar fetish!). Insomma, un killer credibile e anche dotato di una personalità poliedrica: non è stupidamente "cattivo", pur ammazzando le persone per guadagnarsi il pane quotidiano.
Il concetto di semplicità rischia però spesso di appiattire un po' la narrazione. Ci sono diversi capitoletti in cui le situazioni vengono liquidate un po' troppo in fretta e non si riesce a entrare appieno in sintonia con i sentimenti e i ricordi del protagonista. Forse non ci starebbe male una caratterizzazione meno fredda ed "educata", e in questo l'autore avrebbe dovuto forzare il distacco tra il suo stile e quello (inventato) dell'assassino-blogger.
Detto questo, la storia - realizzata in realtà con un patchwork di entry del diario - scorre via liscia, funzionale e interessante. C'è un filo conduttore che lega i vari episodi raccontati dal protagonista, ma ovviamente non vi posso rivelare quali. Finale molto bello e riuscito, con tanto di un'invenzione che si aggancia al mondo reale.
In sostanza un racconto lungo che si lascia leggere godibilmente, senza passi falsi e banalità che sarebbe stato fin troppo semplice inserire per puntare più sul lato action della trama. Ottima, ma questa non è una novità, la cura certosina del formato, dell'impaginazione e della copertina, che trovo davvero superba.
Volete dire la vostra? Semplice: scaricate gratuitamente l'ebook e poi sappiatemi dire!


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I seguaci del vampiro
di Wolfgang Hohlbein
Newton Compton editore
475 pagine, 12.90 euro
traduzione di S.Sedehi e F.Ciuffi

Sinossi

Un serial killer vampiro si aggira per le strade della città. Otto ragazzine di appena tredici anni sono state brutalmente assassinate e i loro corpi gettati nei bidoni della spazzatura, Tutti i delitti hanno un particolare in comune: l'assassino ha succhiato via il sangue alle sue vittime. Il caso è affidato alla giovane e appassionata detective Conny Feist. Proprio lei ha scoperto il primo cadavere, ma ora brancola nel buio. Almeno finché non arriva una misteriosa e-mail firmata da un certo Vlad, che dice di avere per lei preziose informazioni. L'incontro avverrà in una discoteca gotica dove, avvolti in una fitta nebbia, personaggi vestiti di nero, dal volto cadaverico, si muovono al ritmo di una musica cupa e martellante. Da questo momento inizia per Conny una caccia disperata al vampiro. In una lotta senza esclusione di colpi, tra morti dissanguati e cadaveri scomparsi misteriosamente dall'obitorio, lei stessa si scoprirà nella lista nera dell'assassino e allora il confine tra paura e terrore, tra realtà e delirio, tra vittima e carnefice, si rivelerà sempre più labile... 

Commento

Volontariamente o meno, proseguono le mie recensioni di romanzi in tema vampiresco, complice anche l'abbondanza di materiale in ogni libreria grande o piccola che sia. Vediamo se alla fine riuscirò a creare un mega-dossier...
Di Wolfgang Hohlbein conoscevo, senza averli mai letti, i suoi romanzi fantasy. Pare che in Germania sia un asso della scrittura, almeno a livello di vendite. Questo suo excursus nel genere horror è in realtà riuscito solo a metà. Innanzitutto perchè ci troviamo davanti a un romanzo che è molto più thriller che non orrorifico. L'impostazione, i protagonisti, il ritmo narrativo e tanti altri dettagli richiamano a diversi serial che in questi anni vanno piuttosto di moda (CSI, Dexter, Cold Case etc etc).
C'è il team investigativo, che vive di precari equilibri interni, ci sono le prove scientifiche e quelle assai meno spiegabili con la razionalità, c'è un killer seriale che sembra disporre di poteri fuori dall'ordinario. Costui si fa chiamare "il Vampiro", e quando il romanzo inizia ha già mietuto diverse vittime, tutte ragazzine con una certa passione per il dark, il gotico, la wicca e cose del genere.
Tutta l'indagine è incentrata sulle gesta del Vampiro, tranne per il fatto che a un certo punto la detective Feist riesce a scoprirlo per davvero e ad abbatterlo. Solo che il suo cadavere sparisce pochi giorni dopo dall'obitorio e gli omicidi ricominciano più efferati di prima.
Altro elemento di mistero è Vlad, l'informatore della detective Feist, che sembra ricalcare a sua volta alcune peculiarità tipiche dei vampiri old style: linguaggio e abbigliamento ricercato, fascino distinto, ma anche riflessi sovraumani e forza erculea, quando la situazione lo richiede. L'autore ricama parecchio sul rapporto tra Conny Feist e Vlad: la loro è una vera alleanza, oppure il luciferino informatore sta manipolando la detective per qualche scopo personale? 
E ancora, Hohlbein lavora molto sulla psicologia dei personaggi, praticamente tutti ambigui, sia quelli che appaiono più positivi, che quelli marcatamente negativi. Questo è un bene, perchè di certo assumono una vividezza tangibile e reale. Purtroppo tutto ciò va a discapito del ritmo, che a volte appare troppo rallentato. Le parti adrenaliche (che comunque non mancano) sono intervallate con lunghi capitoli un po' sonnacchiosi, in cui assistiamo al gioco di fioretto tra Conny e i suoi colleghi, il capo della polizia in primis. Bello quando lo si legge per due o tre volte, poi i siparietti diventano ripetitivi e stucchevoli.
E' difficile invece dire qualcosa sul villain del romanzo, il Vampiro, perchè ci viene presentato a spizzichi e bocconi, come si confà a un giallo. Non ci sono quindi capitoli che adottano il suo punto di vista, bensì lo conosciamo man mano che le indagini e le congetture si sviluppano.
Quel che si può dire è che come serial killer non brilla di particolare originalità. Semmai ciò che lo contraddistingue è proprio la domanda sulla sua vera natura: si tratta pur sempre di un essere umano o di una creatura soprannaturale? Il fatto che sia scomparso dall'obitorio dopo essere stato impallinato per bene fa propendere per questa soluzione, ma Hohlbein è fin troppo contorto nel gettare dubbi, tra risposte e smentite nel giro di poche pagine.
Alla fin fine molti di voi mi chiederanno: ma questo è un thriller o c'è anche l'elemento fantastico? La risposta è sì: c'è. Però non aspettatevi nulla di roboante, né guerre tra vampiri né particolari dissertazioni sull'occulto. L'autore riserva le risposte alle ultime pagine (di nuovo, come in un giallo) e non le approfondisce nemmeno più di tanto. A qualcuno tutto ciò piacerà, mentre io l'ho trovato troppo semplicistico e affrettato.
Se non altro, a dispetto del titolo, non ci troviamo tra le mani il solito teen-horror che va tanto di moda. Anzi, "I seguaci del vampiro" è a tutti gli effetti un thriller con una spruzzata di weird, quindi sappiatelo, se cercate altro.

Consigliato a: chi cerca qualcosa che a metà tra il poliziesco e l'horror.
Sconsigliato a: tutti i puristi del genere paletto, crocefisso e trasformazione in pipistrello.

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Recensione: Angeli e Demoni (di Dan Brown)

  • May. 14th, 2009 at 3:06 PM
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Angeli e Demoni
di Dan Brown
Mondadori
562 pagine, 10.40 euro
traduzione di A.Biavasco, V. Guani

Sinossi

Marchiati a fuoco, prima di essere barbaramente uccisi ed esposti come monito per le strade di Roma. Questa è la sorte che toccava agli Illuminati, l'antica setta di scienziati perseguitata in secoli oscuri dalla Chiesa cattolica. Un rituale crudele, ben conosciuto da Robert Langdon, lo studioso di iconologia del "Codice da Vinci". Ma quando la storia si ripresenta, il fascino si trasforma in raccapriccio. Svegliato in piena notte e trasportato dagli Stati Uniti in Svizzera, Langdon è costretto a esaminare, nei laboratori del CERN di Ginevra, un cadavere orrendamente mutilato. Sul petto della vittima, impresso a fuoco, il terribile segno degli Illuminati: lo scienziato ucciso ha difeso fino all'ultimo il segreto di un'arma sperimentale rubata dagli assassini. 

Commento

Leggendo la recensione fatta da Boris Sollazzo su DNews (scaricate il giornale gratuitamente dal sito, se vi va), pare che Angeli e Demoni, il film, sia apprezzabile.
Okay, le recensioni sono del tutto opinabili, ma anch'io ho questa sensazione, fosse anche perchè il film è ambientato a Roma, che è poi la mia città preferita. Comunque fra un paio di giorni lo vedrò al cinema e vi saprò dire.
Proprio come Sollazzo fa notare, la cosa singolare è che questo buon film nasce da un romanzo veramente pessimo. Quando lessi Angeli e Demoni rimasi perplesso dal coacervo di stronzate che Dan Brown era riuscito a pressare in un singolo libro. Al di là degli improbabili colpi di scena, della descrizione di noi italiani alla stregua di simil-albanesi fermi 1940, sono proprio i personaggi a lasciare perplessi. Salvando il protagonista, che è un po' meno tagliato con l'accetta rispetto agli altri, tutti gli altri sono così irreali da superare perfino l'effetto fumettistico.
Evito di scendere nel dettaglio, per non rovinare la sopresa a tutti coloro che devono ancora leggere il romanzo o vedere il film.
Me la prendo meno, rispetto ai critici con la puzza sotto il naso, per le ampie libertà storico-religiose che Brown si è preso per imbastire una trama mistery di grande effetto. C'è chi si lamenta che "così si rovina la cultura dei ragazzini". Già, peccato che certe cose andrebbero insegnate a scuola, e non coi film! E allora che facciamo, bruciamo le pellicole sugli X-men, prima che qualcuno creda che esistano davvero i mutanti?
Suvvia.
No, lo scandalo sono proprio i protagonisti del libro e il taglio narrativo scelto dall'autore, che giudicare come "improbabile" è dir poco.
La scrittura di Brown è poi molto acerba, oserei dire quasi da scrittore esordiente. In lui sembra mancare il guizzo deciso da professionista, il tocco di classe che lo distingua dalla massa. Il ritmo sincopato non prende più di tanto, non conquista. Semmai sono le invenzioni pseudo-storico-esoteriche a creare l'effetto voltapagina.
Per dirla in breve, Dan Brown è un po' come Roberto Giacobbo: propone argomenti interessanti, ma li sviluppa alla cazzo.
Eppure.
Eppure Dan Brown ha venduto un fracco di libri. Merito di un'eccezionale campagna pubblicitaria? In parte sì, ma non solo. Nella sua semplicità d'approccio al lettore ha saputo conquistare anche gente che non aveva mai comprato un romanzo. Finchè poi siamo passati alla fase 2: possedere/leggere un libro di Dan Brown è diventato uno status symbol, un po' come indossare l'ultimo modello delle Nike o comprarsi la borsetta di Prada.
Rendiamogli merito almeno di questo, anche perchè vendere libri su così vasta scala, nel 2009, è un vero miracolo. Infatti ci riesce solo Dio: la Bibbia è il libro più venduto di sempre.
Forse è per questo che in Vaticano temono Dan Brown?

Consigliato a: chi è fan di Roberto Giacobbo.
Scongliato a: chi è un po' snob, come me.


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Doppia segnalazione per il week end, nel caso cercaste qualcosa da leggere, puntando sul sicuro.

In primis, come forse già saprete, è uscito il quinto volume di "The walking dead", l'acclamata serie sugli zombie firmata da quel geniaccio di Robert Kirkman. "I desideri del cuore" è un appuntamento imperdibile: se l'ultimo capitolo si è rivelato un po' fiacco ed eccessivamente introspettivo, questo quinto numero merita davvero dalla prima all'ultima pagina. Kirkman e Charlie Adlar ci riservano alcuni clamorosi colpi di scena, veri e propri colpi bassi che vanno a segno dove fa più male.
Rick Grimes e il suo gruppo di sopravvissuti scorgono in cielo un elicottero e rinasce così la speranza che davvero altre persone siano sopravvissute alla piaga degli zombie che ha devastato il mondo. Il gruppo si mette così di nuovo in cammino, un viaggio pericoloso verso la città di Woodbury e lì l'incontro con il Governatore e i suoi.

The walking dead - I desideri del cuore
di Richard Kirkman e Charlie Adler
Saldapress edizioni
144 pagine, 12 euro


- -

Se invete cercate un romanzo breve a prezzo contenuto e di garanzia assicurata, non posso che consigliarvi "Pietrafredda", del superproduttivo Stefano Di Marino, che non si stanca mai di sfornare piccole perle.
Questo romanzo è edito da Perdisa, che pian piano si sta ritagliando uno spazio tutto suo per quel che riguarda la narrativa thriller e noir firmata esclusivamente da autori italiani.
Pietrafredda ha come protagonista Chance Renard, l'eroe più famoso inventato da Di Marino, ma è un romanzo usufruibile anche da chi non conosce il Professionista, visto che rappresenta un capitolo a sé stante.
Si tratta di una storia di vendetta, ambientata in una delle più straordinarie città europee, Parigi. Per soli nove euro sarà tutta vostra, almeno per le 128 pagine di questo romanzo. Un affarone, no?

Pietrafredda
di Stefano Di Marino
PerdisaPop
128 pagine, 9 euro


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Miserere
di Jean-Christophe Grangé
Garzanti Editore
535 pagine, 18.60 euro
Traduzione di D.Comerlati e G.Lupieri

Sinossi

Parigi, chiesa armena di Saint-Jean-Baptiste. Nell'aria riecheggiano ancora le terrificanti grida dell'esule cileno Wilhelm Goetz, organista e direttore del coro di voci bianche, appassionato cultore del Miserere di Gregorio Allegri. Il corpo dell'uomo giace ormai inerte in una pozza di sangue, riverso sull'organo, i timpani perforati con indicibile violenza. Accanto al cadavere, le impronte di un bambino. Lionel Kasdan, parrocchiano di quella chiesa e poliziotto in pensione, segugio d'altri tempi, testardo quanto acuto, è il primo ad accorrere sulla scena del delitto, Un delitto apparentemente inspiegabile, considerata la reputazione di Goetz, un uomo tranquillo e riservato, dedito solo alla musica con una passione quasi maniacale. Ma dietro quell'immagine immacolata ben presto Kasdan, insieme a Cédric Volokine, poliziotto della Squadra protezione minori, capisce che c'è ben altro, Ci sono rapporti ambigui e oscuri che Goetz instaurava con gli allievi del coro, ma non solo. Ci sono anche verità inconfessabili, ferite insanabili risalenti agli anni della dittatura in Cile. E mentre prosegue l'indagine, gli interrogativi si rincorrono: Goetz era veramente un testimone contro i torturatori del regime di Pinochet o un attivo collaboratore dei fascisti? Le risposte vanno trovate, e in fretta, Perché i delitti si susseguono, uno dopo l'altro, tutti orchestrati secondo le stesse modalità. 

Commento

Che Grangé sia uno dei miei thrillersti preferiti, oramai non è un mistero. Pur non amando affatto lo stile narrativo dei francesi (se possibile più ricchi di clichè anche rispetto a noi italiani), nel suo caso devo fare un'eccezione grande come una casa.
Grangé è uno dei più preparati e abili scrittori di genere di tutta Europa, con ben pochi passi falsi nella sua carriera e una serie di ottimi romanzi forse poco considerati dalla nostra critica, come sempre poco attenta a guardare al di là della punta del proprio naso.
Grangé l'avevo lasciato dopo l'eccezionale prova con "Il Giuramento" (qui la recensione), che per me è stato il libro migliore dell'estate 2008. Confrontarsi con un successo così eclatante non era facile, eppure questo "Miserere" si avvicina molto alle atmosfere e ai fasti del bestseller appena citato.
Al solito il punto di forza di Grangé sta nel perfetto equilibrio tra thriller, documentazione ed elemento fantastico/esoterico, dosato quanto basta per farlo stare anche con un piede nel genere horror. 
In Miserere il cocktail è mescolato con perfezione certosina e il risultato è un romanzo inteso e avvincente, che tra l'altro farebbe gola a più di un produttore cinematografico. Il filo d'Arianna utilizzato dall'autore ci guida tra gli orrori del Cile durante la dittatura di Pinochet, passando per gli esperimenti "filoesoterici" dei nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, traslando il tutto nella Francia odierna, dove una serie di inspiegabili delitti desta la curiosità di due poliziotti molto diversi tra loro, eppure uniti nel risolvere il caso.
L'elemento storico e quello protoscientifico (argomento a me caro, come sapete) sono documentati con meticolisità, eppure Grangé sfugge al rischio di abbondare con l'infodump, presentandoci invece gli elementi del puzzle con consumata maestria.
Altra capacità dell'autore è quella di pescare nell'animo nero degli uomini. Mi riferisco sia ai personaggi dei suoi libri che ai lettori a cui fa riferimento. La trama di Miserere abbonda di nefendazze e pozzi oscuri dell'animo umano, visto che si fa ampio riferimento a tanti tragici esperimenti per i quali i nazisti sono diventati tristemente famosi. Eppure il lettore non può smettere di chiedersi quale sarà la rivelazione della pagina successiva, o quali sono le motivazioni che spingono i "villains" del romanzo ad agire come persone votate al Male più assoluto.
Anche i protagonisti di Miserere sono molto azzeccati, anche se forse un po' memorabili rispetto a quelli de "Il Giuramento". Lionel Kasdan, il vecchio investigatore armeno, e Cédric Volokine, poliziotto giovane, abile e drogato fino al midollo, compongono una coppia di sbirri al contempo originale e classica. Forse l'autore azzarda un po' troppo nel farcire di mistero il passato di entrambi, ma nel complesso sono due personaggi riusciti e credibili.
Peccato solo per alcuni difettucci nella traduzione (soprattutto nella seconda metà del romanzo), dove ci sono alcune scelte semantiche che lasciano un po' il tempo che trovano. Nulla di così grave da rovinare la qualità del libro, per fortuna.

Impossibile citare tutti gli spunti di approfondimento che offre il romanzo, non senza cadere nello spoiler più antipatico. Giusto per chi vuole avere qualche indizio da seguire, eccovi una lista di link che potete visitare:

- Il Cile durante la dittatura di Pinochet: www.dittatori.it/pinochet.htm
- L'organizzazione ODESSA e la fuga dei nazisti in Sud America: www.lager.it/odessa.html
- Il campo di concentramento di Theresienstadt : it.wikipedia.org/wiki/Campo_di_concentramento_di_Theresienstadt
- Onde sonore usate come armi (anche se l'articolo tratta di più argomenti): www.comedonchisciotte.org/site/modules.php
- Jim Jones e il massacro del Tempio del Popolo: it.wikipedia.org/wiki/Jim_Jones
- Voci bianche: it.wikipedia.org/wiki/Voci_bianche

Consigliato: a chi segue questo blog :)
Sconsigliato: a chi fatica nel guardare il faccia il Male.

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Recensione: The International

  • Mar. 29th, 2009 at 10:18 AM
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Sinossi

L’agente dell’Interpol Louis Salinger e l’assistente del procuratore generale del distretto di Manhattan Eleanor Whitman sono determinati a portare in giudizio una delle banche più famose e potenti del mondo. Nel corso della loro indagine - tra Berlino, Milano, Istanbul e New York - scoprono che la finanza globale non si ferma di fronte ad attività illegali come vendita di armi, riciclaggio di denaro sporco e destabilizzazione di governi, pur di creare nuove aree di business. E che non ha alcuna intenzione di arrestarsi, neanche di fronte all’evidenza della legge…

Commento

Con "The International" abbiamo un bel ritorno al thriller finanziario-cospirazionista serio e documentato, con tanto di riferimenti fin troppo realistici all'attualità. 
Abbandonando per una volta i cattivi da macchietta (non che - in generale - abbia niente contro di loro), "The International" ci presenta il vero nemico del genere umano in questo moderno e civilissimo terzo millennio: il sistema bancario internazionale.
Guerre, carestie, cambi di governo, correnti politiche, organizzazioni malavitose: tutto è riconducibile a queste rispettabili persone in giacca e cravatta che spostano ogni giorno capitali sufficienti per creare o abbattere un Sistema.
Un gioco sporco in cui l'obiettivo dei giocatori (le banche) è proprio quello di imbrigliare paesi, governanti (ma anche il loro oppositori) in quella terribile macchina di controllo che è il debito pubblico. Non per niente "chi controlla il debito, controlla il mondo", è una delle battute più riuscite del film. Chi la pronuncia? Luca Barbareschi, nei panni di un imprenditore italiano, fondatore di un partito (FUTURO ITALIANO, vale a dire F.I.), che presto potrebbe portarlo al ruolo di premier. Vi ricorda qualcosa?
Il film è un riuscito incastro di situazioni, indagini e colpi di scena. Si parte da un'indagine su una banca, per scoprire presto che gli affari di quest'ultima si intrecciano col commercio d'armi, coi giochi politici internazionali, con le organizzazioni malavitose su larga scala.
La complessità della trama non è - in effetti - per tutti. Vale a dire che questo film è sconsigliato a chi cerca solo qualcosa con cui distrarsi, un roboante circo fracassone fatto di sparatorie e inseguimenti.
Capire "The International" richiede attenzione e un minimo di conoscenza dei reali meccanismi che muovono l'economia e il potere. 
Riguardo all'aspetto più "ludico" del film, non manca una certa dose di azione, ma anch'essa è resa con un certo realismo, giocando più sulla drammaticità del momento che non su scene particolarmente spettacolari.
Certo, c'è la sequenza della sparatoria al Guggenheim di New York, realizzata con tempistiche e inquadrature perfette. Questo può essere considerato il gioiellino "action" della pellicola, e sono certo che soddisferà chi non può fare a meno di piombo e sangue. 
Clive Owen si conferma un attore di grande preparazione, credibile nei panni dell'agente Salinger, ossessionato da un concetto di giustizia che oramai sembra trascendere il Sistema in cui tutti noi viviamo, facciamo affari e proliferiamo. Quando c'è da sporcarsi le mani, Owen risulta anche un ottimo action-man, credibile quanto basta, sanguinante e coriaceo al punto giusto, senza eccedere in surrealismi alla Commando.
Ma non dimenticate che questo è un film puramente concettuale, in cui, tra l'altro, non ci sono dei buoni assoluti. Del resto è logico: si può affondare le mani nel marcio, nel letame, e riuscire al contempo a non sporcarsi?
La risposta, ovviamente, è no.

Consigliato a: chi ama i thriller intelligenti e gli intrighi a la Ludlum.
Sconsigliato a: chi cerca uno sparatutto di pura evasione.


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Apprendo oggi grazie all'amico Alessio che ad Aprile "Segretissimo" proporrà quel piccolo capolavoro che è "Grande madre rossa", di Giuseppe Genna. Il consiglio è di non perderlo assolutamente, anche per chi non si è mai avvicinato alla nota collana Mondadori da edicola.
Prometto futura recensione (ho già letto il romanzo qualche anno fa, ma necessito di una sostanziale rinfrescata di memoria).

Sinossi

A New York è il disastro delle Torri Gemelle. A Madrid è la strage della stazione di Atocha. A Milano è il pogrom del Palazzo di Giustizia. Cancellato, annientato fino alle fondamenta, tramutato in un immane cratere fumante. Sotto le macerie, centinaia di corpi. E un’altra bomba. Ancora innescata, per molti versi addirittura più devastante. É lo Schedario che raccoglie tutte le inchieste più sinistre, più subdole della nazione. Tra servizi segreti corrotti e terroristi islamici,  tra politicanti votati all’infamia e poliziotti decisi a tutto, un adrenalinico conto alla rovescia verso un vaso di Pandora che, se aperto, potrebbe sbriciolare l’intera Italia repubblicana.

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Leggendo i vari commenti all'incipit de "I Senza Sole", che ho postato ieri, mi sto iniziando a chiedere quanti tipi di lettori diversi ci siano, anche nei generi-sottogeneri che più sento miei.

Se un po' mi conoscete, saprete ormai che a me piace una scrittura molto descrittiva e dettagliata, che lascia poco all'immaginazione, vale a dire solo il giusto.
Già, il giusto: a volte è proprio questo il concetto difficile da determinare. E qui entriamo in un discorso veramente troppo soggettivo. Quindi, non volendo cadere nella facile tentazione di ergermi a giudice supremo, vi dico che tipo di scrittura che io giudico positiva.

- Il Contesto: deve essere chiaro, ben delineato. Magari spiegandosi poco alla volta, ma si deve capire bene. Procedendo per esempi, se parliamo di un thriller, devo capire bene quali sono le parti in gioco, qual è la posta, etc etc. Per inciso, non mi piacciono quegli autori che si affidano alle mezze frasi, ai nomi fittizzi (es: "tutti sanno che il biondo è un tipo inaffidabile"... ma chi è sto ca*zo di biondo?), né quelli che stanno sul vago per un romanzo intero, specialmente se raccontano il prima persona. Idem per il genere fantascientifico. Questo, per antonomasia, richiede uno sforzo creativo da parte dello scrittore. Non mi vanno quelli che se la cavano dicendo che "gli alieni erano superiori ai terrestri in tutto, e nessuno aveva mai capito perchè". Troppo facile. Motivare, anche senza approfondire a livello "manualistico", dà credibilità e il senso della documentazione.
Mi viene in mente un romanzo da me recensito in passato, "Sezione Pi Quadro", di cui ho letto molte critiche per l'accurata descrizione fatta dall'autore riguardo al funzionamento scientifico della particolare capacità del protagonista (interrogare i morti). A me questa scelta è piaciuta, anche se capisco che, per chi non è avvezzo a un certo tipo di linguaggio, può risultare un po' pesante.
Anche il genere più "frizzante" della narrativa cosiddetta d'evasione non sfugge a questa regola. Stiamo parlando del fantasy. Troppo facile dire che esistono dei maghi che tirano palle di fuoco e spade magiche create chissà come. Che ci sono regni dai confini più o meno definiti, di cui non si capisce l'economia, il sistema politico, la coesistenza coi vicini. Ben più difficile è cercare di dare un senso a tutto ciò. Infatti moltissimi autori della "new fantasy" non ci provano nemmeno.
Ma forse è ciò che cercano anche i lettori...

- I personaggi: okay, è chiaro che non si può descrivere un personaggio da capo a piedi come se fossimo in un testo scolastico. A nessuno interessa sapere se James Bond ha le mutande a pois rosso e se ha una verruca sul polpaccio sinistro. Anzi, inserire tali elementi può solo appesantire il quadro d'insieme. Eppure credo che molti siano interessati a sapere se James Bond è alto, basso, bruno o biondo, affascinante o ributtante. Non mi piace chi se la cava presentandolo solo come "un agente segreto britannico", e lasciando tutto all'immaginazione del lettore. E' vero che essa deve avere, per buona norma, le briglie sciolte, però credo sia opportuno che uno scrittore la incanali nel modo giusto.
Mi è capitato di leggere interi romanzi in cui non si capisce nulla di come sono fatti (fisicamente) i personaggi. Alcuni autori si limitano a dare dati minimi: età (sul vago), carattere, motivazioni. Tutte cose fondamentali, ma a me (e sottolineo, a me), piace poter capire ciò che aveva in mente l'autore quando pensava e scriveva di quel personaggio. Grasso? Magro? Caucasico? Mediterraneo? E' più intelligente della media? Ha lo sguardo sveglio? etc etc.
A maggior ragione questo fattore descrittivo incide nel mio giudizio in quei generi che vivono di caratteristiche "cinematografiche". Un alieno non può essere solo... un alieno. Com'è fatto? Se diciamo che è alto, questo coincide anche a una maggiore forza fisica? Se ha la pelle verde questo è dovuto ad altri fattori organici, o è solo una scelta trendy buttata lì a caso? Idem nei thriller: se si scrive di un killer che fa una strage con una semplice semiautomatica, sappiamo se questo è verosimile? Di certo la risposta è no, se il killer ammazza la gente sparando a mille metri di distanza. Allora ben vengano gli autori che scrivono che "il killer impugnava un fucile d'assalto M16, l'ideale per uccidere prima di essere ucciso, visto che le sue vittime avevano in dotazione solo dei vecchi revolver".

- Le cose non succedono per caso: trovo che sia troppo semplice dire che "L'uomo ragno riesce ad arrampicarsi sui muri". O che "Wolverine rigenera tutte le ferite subite". Perchè avviene questo? 
Questi due esempi sono piuttosto banali. Alla Marvel hanno avuto il buon senso di darci spiegazioni, per quanto improbabili,sulle storie che hanno portato alla nascita dei due supereroi appena citati.
Nei romanzi, spesso, non succede. Tutti puntano il dito contro l'infodump, l'eccessivo uso di spiegazioni e informazioni che appesantiscono la narrazione.
Giustissimo. 
Infatti è altrettanto sbagliato scrivere che gli Skrull: "Sono una razza extraterrestre immaginaria di mutaforma, il cui impero interstellare è tra i più antichi della galassia di Andromeda. Di aspetto simile a quello dei rettili, sono forti il doppio dei normali esseri umani e vivono in media 210 anni. Una delle loro caratteristiche salienti è la capacità, comune a tutta la loro razza, della metamorfosi: sono infatti in grado di assumere le sembianze di chiunque e di qualunque cosa. Agli albori di questa civiltà, i Celestiali approdarono sul pianeta natale Skrullos, creando delle sottospecie Skrull simili a quelle dei Devianti e degli Eterni. Circa dieci milioni di anni fa si avventurarono oltre la loro galassia e conobbero la razza umanoide Kree, ai primi stadi rudimentali di civilizzazione (etc etc)".
Questo va bene per un manuale, per un'enciclopedia. Ovviamente un romanzo deve essere più snello, più immediato e accattivante. Però tali informazioni caratterizzano bene ciò di cui parliamo. L'ideale, per lo scrittore, sarebbe dilazionare tali informazioni nel corso di tutto il libro, utilizzandole in modo sensato. Una situazione da evitare, per esempio, è questa: lo scienziato terrestre che spiega all'eroe vita morte e miracoli dei nostri amici Skrull, salvo il fatto che essi sono sulla terra da anni, e quindi si suppone che tali informazioni siano già in larga parte note anche alla "gente comune".

Insomma, scrivere è davvero un lavoraccio: non fatelo!!!
:-)


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(D)evoluzione di genere

  • Jan. 11th, 2009 at 9:47 AM
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Ieri mi sono rivisto quell'ottimo film che è "Inferno" (Dario Argento), secondo capitolo del "trittico delle madri", conclusosi di recente col mediocre "La terza madre".
Inferno è un film d'atmosfera, molto cupo e - a suo modo - assai lento.
Ma questo non deve essere inteso come un difetto. Il film è stato infatti girato in un periodo in cui non c'era la frenesia che sembra invece caratterizzare il cinema e la letteratura moderna. Ovviamente non avevo bisogno di rivedere "Inferno" per rendermi conto di questo dato di fatto.
Ora come ora è difficile trovare un film o un romanzo di genere che non si sviluppino su ritmi altissimi. La densità di azione deve essere più o meno costante, specialmente per le produzioni medio-grandi, pena il forte rischio di fare "flop" e di passare nella categoria di pellicole per soli intenditori, spesso pregevoli ma con ridotti riscontri al botteghino.
Un tempo le cosiddette "fracassonate" erano tipiche soprattutto degli action movie, mentre altri generi vivevano su ritmi narrativi meno intensi. Penso a tanti horror d'atmosfera, ai thriller più psicologici che spettacolari e a certe sottocategorie della fantascienza. C'era un maggior utilizzo del brivido suggerito, piuttosto che non lo sbattere mostri e combattimenti davanti agli occhi dello spettatore.
Se vogliamo dirla in altri termini, c'erano più "tempi morti", magari lasciati a inquadrature, musiche, o anche ai famigerati "spiegoni" (infodump), a volte azzeccati a volte fastidiosi.
Riguardando alcuni vecchi film, ho spesso la netta sensazione che molti gggiovani di oggi li troverebbero noiosi, indigeribili. E non sto parlando di pellicole per collezionisti, ma di verie e propri cult-movie che molti citano senza forse conoscerli bene. In fondo basta vedere la mania dilagante di girare orridi remake che rovinano del tutto il senso originale di un film.
Secondo certa gente, basta prendere delle vecchie sceneggiature e riempirle di effetti speciali, combattimenti, scene fitte di azione e un po' di retorica d'accatto per garantire un po' di soldi alla produzione. 
Penso - ma non è nemmeno il peggiore - al remake di "Ultimatum alla terra", trasformato in una pellicola di fantascienza senza guizzi particolari, ma molto curata visivamente e di buon impatto visivo.
In questo remake ci sono tracce delle atmosfere e dei temi che caratterizzarono il film originale? A dire il vero ben poche.
Ma l'elenco di tale rivisitazioni oscene è lunghissimo.
Il peggiore esempio che mi viene in mente è il remake di "The Fog", una cosa ributtante che nulla ha che da spartire con l'originale.
Senza parlare dei vari rifacimenti, in salsa occidenteale, dei tanti film giapponesi e coreani, il cui significato viene completamente stravolto, col chiaro intento di creare dei filmetti usufruibili da adolescenti senza troppe pretese e con la sola voglia di spararsi qualcosa di molto simile a uno dei tanti videogiochi a cui sono assuefatti.



Se non altro il cinema d'azione ha un perpetuarsi di ritmi narrativi che gli sono propri. Uno spettatore di adesso può consapevolmente godersi un film con Jason Statham, come quando lo faceva negli anni '80 guardandosi "Commando". C'è della coerenza, in questo. E anche la capacità di prendersi alla leggera, un certo gusto rusticano che evita le strategie sordide citate qui sopra.

Un sottogenere che rappresenta al meglio ciò che va oggi per la maggiore è quello supereroistico. Film spettacolari, con pochissimi cali di tensione, spesso di buona qualità, a volta superiori alla media.
Non è un caso se, fino ai primissimi anni '90, i film sui supereroi decenti sono stati pochissimi. Tralasciando il primo Batman (personalmente non ha mai esaltato), ci imbattiamo a robetta, tipo "Capitan America", una trasposizione del 1990, dimenticabile.


E che dire de "La rivincita dell'Incredibile Hulk" (1988), che vede come guest-star nientemeno che il Dio nordico Thor? Forse chicche per nostalgici, ma comunque non al livello visivo e visionario delle produzioni che vanno più o meno dal 2000 in poi, fino ad arrivare a "Dark Knight", forse il migliore film supereroistico girato finora.
Ma, come dicevo, questo genere ha un perfetto senso di esistere, rapportandolo alle esigenze e ai ritmi narrativi in voga oggi.

E nella letteratura di genere?
Forse qui il cambiamento è stato meno progressivo, ma in qualche modo è ancora in corso. Anzi, a pensarci bene un certo "supereroismo" sta contaminando, in modo traverso, anche il thriller e il giallo.
Entrando in libreria ci imbattiamo in romanzi che hanno come protagonisti pittori, poeti, scienziati, scultori, tutti trasformati in estemporanei detective ante-litteram. Non parliamo poi dei vari libri che raccontano de "il penultimo vangelo di Gesù" o dellla "ricetta segreta dei cavalieri templari per preparare la minestra di fagioli". Fra un po' certi scrittori non sapranno più... a che santi votarsi. E magari riscriveranno le stesse cose, sostituendo Gesù con Mosè, i templari coi cavalieri teutonici, etc etc.

Isaac Newton investigatore...

Oppure troviamo saghe infinite, che hanno smesso di dire cose interessanti già da anni, ma che godono dell'apprezzamento di tanti fans i quali non chiedono altro che vedere i soliti eroi cavarsela nelle solite situazioni, spesso senza offrire spunti originali o qualcosa che si allontani almeno un po' dai più semplici meccanismi narrativi "for dummies".
Sull'horror letterario - ne ho già parlato tanto in passato - è in atto un altro tipo di trasformazione. Forse sarebbe più opportuno parlare di un rimbambimento. Al posto che aumentare i ritmi narrativi, qui si punta piuttosto su un'ibridazione col fantasy-sentimentale, tanto che è sempre più difficile ritrovare i meccanismi del brivido che hanno retto onorevolmente il genere per qualcosa come duecento anni circa. Ora li sostituiscono con le love story tra vampiri e umani.

Ma il quadro non è del tutto negativo. Cose buone ce ne sono in giro, al cinema e nella narrativa. Ci sono anche buoni compromessi tra il nuovo e il vecchio corso dei generi citati finora. Il vero problema, forse, è che sempre più spettatori/lettori rispondono placidamente alla massificazione in atto, senza alcuna volontà di cercare qualcosa di diverso. Ovviamente questo sistema è un circolo vizioso: più la gente si disabitua a scoprire che esistono proposte alternative (nuove o vecchie, a questo punto ci si chieda cos'è meglio), più produttori ed editori si sentiranno giustificati a finanziare sempre i medesimi progetti e a puntare su prodotti sempre più simili l'uno all'altro.

 

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The Shift... online!

  • Jan. 5th, 2009 at 10:29 PM
pensante
 

Alla fine, dopo una giornata intensissima di lavoro, ecco che "The Shift" è online, scaricabile gratuitamente dal mio sito, oppure cliccando sulla copertina qui sopra.
A breve lo pubblicherò anche sul mio account Blurb, in versione cartacea, per chi volesse acquistarlo in modo più tradizionale.

Chi segue questo blog e i forum a cui partecipo sa cos'è "The Shift". Una definizione semplicistica potrebbe catalogarlo come thriller cospirazionista, con influssi che vanno dall'action thriller al romanzo esoterico/fantastico. In realtà questo libro, pur essendo primariamente di puro divertimento, rappresenta anche l'occasione per esplicitare alcune mie convinzioni sociologiche e politiche, senza andare troppo nello specifico (schierarsi sui nomi non ha senso - ciò che ha senso è il concetto!).
Non da ultimo, in "The Shift" sono presenti gli influssi derivati da alcune delle mie passioni: lo studio della "scienza di confine" e quello delle varie teorie del complotto, dalle più bislacche a quelle meno improbabili.

Vi posso solo consigliare di leggere molto bene l'introduzione, che spiega meglio com'è nato il romanzo, e, una volta arrivati alla fine, godetevi i credits finali, che svelano quali parti sono di pura fiction e quali invece, per quanto incredibili, sono notizie vere - o verosimili.

Una nota sulla copertina: avevo pensato di utilizzarne una molto più colorata, assai diversa. Rileggendo i capitoli finali del romanzo ho preferito connotarlo di un aspetto più cupo e "dark". Il soldato che vedete in questa copertina, più o meno definitiva, rappresenta il timore che pavento nelle pagine del libro: la repressione della libertà individuale per colpa di un presunto "bene comune".

Qui sotto vi regalo la sinossi di "The Shift".
Il file è un PDF di 180 pagine, dal peso di circa 1 mega. Si tratta di una "versione 1.0", di certo non esente da qualche refuso, facilmente correggibile in una seconda stesura, quella che inserirò anche su Blurb.

Sinossi

Milano, anno 2013. Mentre la città è attraversata da una serie di attentati e manifestazioni di natura anarchica e no-global, un anziano docente universitario riceve una mail da un vecchio amico, Filippo Candreva, misteriosamente scomparso quattro anni prima e ora prigioniero di coloro che hanno forse orchestrato il suo sequestro. E' una richiesta di aiuto molto stringata ed enigmatica, che obbliga il professor Martinelli a chiedere aiuto a due studenti del suo corso, Erika e Giovanni, per cercare di capire che fine ha fatto il suo amico, e studiare un modo per liberarlo.
E' così che Erika Circe si trova coinvolta in una ricerca che la fa imbattere in un manoscritto del '600 che incredibilmente cita il suo nome, nonché in un anziano ricercatore americano che le rivela l'esistenza di una "guerra segreta" in cui il desaparecido Candreva sarebbe coinvolto dal momento della sua scomparsa.
Nel frattempo Siro Di Marco, tenente milanese della Guardia di Finanza, perde la collega e amante, Nadine Corso, durante una convulsa operazione di polizia in un covo di terroristi anarchici pronti a smerciare una misteriosa droga, la metagaine, entrata sul mercato mondiale solo di recente. Scosso dal lutto, Siro decide di compiere delle indagini personali. Perchè le speciali squadre antidroga e antiterrorismo dell'Europol, le "A-Squad" distruggono sul posto ogni deposito di metagaine rinvenuto? Chi è il vero responsabile del decreto-sicurezza che dà loro il potere di agire con estremo pregiudizio contro i terroristi delle rete anarchica e antimondialista?
Le strade di Erika e Siro sono destinate a incrociarsi, e forse spetterà a loro dare una risposta all'ultima ricerca di cui si occupò Filippo Candreva prima di sparire dalla circolazione: cosa sarebbe dovuto accadere il 21-12-2012, la fatidica data già nota al tempo dei Maya, e trascorsa senza il cambiamento epocale temuto da molti e atteso da altri?

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pensante
Dead Space



Dopo aver portato a bordo un misterioso manufatto, una navicella spaziale si ritrova faccia a faccia con una sanguinaria razza aliena.

Commento: film di animazione prequel dell'omonimo videogioco, Dead Space - La forza oscura, è un lungometraccio fantahorror che non risparmia nulla in termini di splatter e terrore. Un film adulto, quindi, anche molto di più rispetto a tanti presunti horror girati "in carne e ossa" ma dai risultati miserevoli. Il videogioco in questione non lo conosco, ma il lungometraggio mi è piaciuto abbastanza. I disegni sono buoni, non strabilianti, mentre i dialoghi secondo me soffrono qualche falla di traduzione. Comunque l'insieme è terrorizzante al punto giusto, come ci si augura cercando film del genere. Chiari i punti di riferimento: Alien, Punto di non ritorno, Space Vampires, Doom e molti altri ancora.

Sito (videogioco, film e fumetto): http://deadspace.ea.com/

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Vaticangate - attentato al Papa



Un oscuro complotto minaccia la vita del Pontefice: l'omicidio, organizzato fin nei minimi dettagli, dovrebbe accadere - come a maggior ragione recita un'antica profezia - durante un giorno di Settembre. Se l'attentato andasse a buon fine, avrebbe devastanti conseguenze in tutto il mondo, provocando una destabilizzazione globale senza precedenti.

Commento: ottimo thriller tedesco, passato colpevolmente sotto silenzio. Trama curata, attori capaci, tranne qualche eccezione, ottima attenzione ai dettagli. Vaticangate è la dimostrazione pratica che i thriller non sono territorio esclusivo degli americani. Anzi: la scuola europea offre prodotti più maturi, meno saturi di patriottismo di semplicistica lettura. Un pizzico di "esoterismo mistico" guarnisce il tutto, ma in maniera minima, senza intaccare la massiccia solidità di un film ben realizzato.

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Death Race



Ensen Aimes (Jason Statham) è un ex-campione della classe automobilistica Nascar caduto in disgrazia. Qualcuno lo ha incastrato, facendogli cadere addosso la colpa della morte di sua moglie. Incarcerato, ha un'unica asperanza: accettare la proposta del direttore della prigione in cui è stato rinchiuso (Joan Allen) e correre in una competizione suicida.

Commento: film "ignorante", tamarro e machista. Insomma, uno spettacolo per chi cerca una pera visiva di emozioni forte, battute da "sfida a chi piscia più lontano" e azione pura. Death race è strutturato come un videogioco, con tre livelli di corsa in cui i piloti si scontrano fino alla morte. Se volete vedere grosse automobili truccate, dotate di mitragliatrici, cannoni, lanciarazzi, napalm e corazzature pesanti, questo è il film che fa per voi. Tra l'altro il regista non ci risparmia sangue, scene forti, linguaggio triviale, personaggi tagliati con l'accetta. Jason Statham roccioso as usual: a metà tra il killer supermacho e il pornodivo mancato. Un must!

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Misurare la "dignità" di un libro (?)

  • Dec. 9th, 2008 at 4:08 PM
pensante


La spinosa questione si ripropone di tanto in tanto.
Ovvero ogni qual volta che salta su Tizio a urlare che "la letteratura deve trasmettere un messaggio, altrimenti è spazzatura commerciale". La diatriba è saltata fuori, sebbene in termini meno rognosi del solito, anche nei commenti della recente edizione di "300 parole per un incubo", il concorso di microletteratura horror.
Ma è solo un episodio tra i tanti. Mi duole ammetterlo, ma c'è davvero chi ce l'ha a morte con quei libri che è lecito definire di puro intrattenimento. Come se poi nel divertirsi ci fosse qualcosa di male. 
Allora è lecito chiedersi: ma chi, come me, legge e scrive ANCHE romanzi di semplice, burinesco divertimento, è da considerarsi un mentecatto?
Se mi godo un libro pieno di sparatorie, trappole alla Indiana Jones e improbabili eroi, vuol dire che ho uno spirito povero? Che seguo il trend? Che sono massificato? Strano perchè io non mi riconosco in nessuna di queste categorie.
Un esempio pratico: a me piacciono i romanzi di Matthew Reilly, giovane scrittore australiano che definire appassionato di "action thriller" è dir poco. Reilly propone trame impossibili, che mischiano marines, fanta-archeologia, azione pura, fantascienza a la Stargate, citazioni cinematografiche e... molto altro ancora. Leggere un romanzo di Reilly vuol dire solo una cosa: divertirsi.
L'autore non cerca mai di prendersi troppo sul serio, o di propinarci pipponi patriottici alla stregua del collega Patrick Robinson o altri, che hanno il chiodo fisso "USA vs Repubbliche delle Banane" (vale a dire il resto del mondo!)
Quando io leggo un libro di Reilly so che non c'è nessun "messaggio" da assimilare, e che i fatti narrati sono inverosimili, a volte quasi surreali. So che un marine non può schivare raffiche di mitra, né sopravvivere a una lotta corpo a corpo con un'orca assassina, né aggrapparsi a un aereo in volo utilizzando un rampone da scalatore.
Eppure non mi sento un idiota perchè mi diverto nella lettura.

Ovviamente ci sono libri che stanno a cavallo tra l'intrattenimento "sbracato" e il romanzo serio. Molti thriller, per stare nel genere, sono fondamentalmente scritti per proporre una bella storia adrenalica, ma possono avere risvolti sociali, o politici. Mi piace citare l'amico Stefano di Marino, che con la sua trilogia (in corso d'opera) su Montecristo riesce a coniugare sparatorie, arti marziali e thriller con un affresco schietto e spietato della situazione politica italiana attuale.



Mi chiedo se certi romanzi, ritenuti seri e profondi da molti critici spocchiosi, siano nati col reale intento di "diffondere il messaggio", oppure come intrattenimento CON un messaggio a latere.
Penso alla produzione di King, specialmente di metà carriera, ma anche a un capolavoro immortale come Dracula di Bram Stoker, o Frankenstein. 
Il bello di questi romanzi è che chiunque può vederci quel che vuole: un significato profondo, intimista, oppure un'opera pulp, nata per divertire, fosse anche attraverso la paura o l'adrenalina. Questo binomio è trasversale per tutta la cosiddetta narrativa "di genere": fantascienza, fantasy, horror e via dicendo.
Sorrido (e un po' m'incazzo) quando vedo certa gente storcere il naso mentre strilla contro "la mera opera commerciale". Sicuramente c'è una buona dose di paraculaggine in molti editori, che propongo libri cloni di successi più famosi. Penso per esempio ai tanti titoli fanta-religiosi nati sull'onda del Codice Da Vinci. Molti sono assai più belli dell'originale, ma è innegabile che, senza il traino di mr. Brown, sarebbero rimasti a far polvere nei cassetti dei vari scrittori. Penso anche ai tanti romanzi fantasy fotocopia, proliferati dopo il successo di Harry Potter e la saga cinematografica de "Il signore degli anelli".
Visto che gli editori sono società con fini di lucro, è ovvio che cavalchino l'onda.
Come è ovvio che, se l'onda esiste, è anche perchè ci sono lettori che hanno certe esigenze da colmare.
Mi piace pensare che un ragazzino si possa avvicinare alla lettura con un romanzo banaluccio come quello di Licia Troisi, per poi scoprire che esiste dell'altro, simile nel genere ma profondamente diverso nella maturità globale. Mi piace pensare che qualcuno possa leggere un libro di Reilly, divertirsi, e poi passare a un romanzo di Cormac McCarthy, provando un altro tipo di piacere, né maggiore né superiore, solo diverso.


Come scrittore sapete tutti (almeno, chi mi ha letto), che io appartengo prevalentemente alla tribù dei pennivendoli d'intrattenimento. La maggior parte delle volte scrivo con l'intento di divertire il lettore. Ripensando al mio passato pre-scrittura, mi sento profondamente in debito verso tutti quegli autori che mi hanno fatto sognare con le loro pagine, allontanandomi da problemi molto più terra terra e tangibili.
Ringrazio i Brooks, i King, i Turtledove, gli Evangelisti, i Martin, Gemmell e via dicendo. Li ringrazio per avermi svagato. La fantasia è un bene sempre più raro e prezioso, quindi sono contento di averla conservata e di saperla utilizzare, nel mio piccolo.
Allo stesso modo ringrazio anche chi, attraverso astronavi, spade e fucili d'assalto, mi ha dato modo di ragionare su tante cose della vita. Parlo dei Simmons, degli Altieri, dei Tolkien, dei Christopher e via elecando. Infiliamoci poi nomi ancor più altisonanti: Manzoni, Alighieri, arrivando a Primo Levi e Sciascia.
"Allo stesso modo": queste sono le paroline magiche. Non faccio classiche né do pedigree. Leggo quel che mi piace, non mi sento massificato se finisco un romanzo di "Segretissimo" e poi mi riprendo in mano Platone.
Molto peggio, forse, chi si legge solo i libri che vanno di moda (tipo l'imperdibile Gomorra, acquistato però da molti solo per "mostrarlo" in casa), oppure quegli orridi manuali del tipo "professione manager" o "come essere felici in 10 semplici lezioni".
Molto meglio i miei improbabili zombie-marines antropofagi, a voler ben guardare!

 

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Recensione: Contraccolpo (di Andy McNab)

  • Nov. 26th, 2008 at 2:57 PM
pensante


Contraccolpo
di Andy McNab
Editore: Longanesi
Traduttore: I. Ragazzi
396 pagine, 18,60 euro

Sinossi

L'ex agente del SAS britannico Nick Stone si è ritirato in Svizzera e sta meditando di sposare Silky, che ignora la sua vera identità. Ma anche lui non sa molte cose di lei. All'improvviso, Silky scompare. Qualche ricerca, e Nick scopre che è andata in Congo al seguito di un'organizzazione umanitaria per aiutare le vittime dei massacri che avvengono in quel Paese. Nick c'è già stato nel 1985 per addestrare le truppe di Mobutu contro i ribelli e conosce la ferocia di cui quegli uomini sono capaci. Adesso la situazione è ancora più drammatica: da un anno l'Esercito di resistenza del Signore (LRA), in cui sono stati arruolati anche dei bambini, terrorizza e uccide la popolazione per impadronirsi delle miniere e nessuno sembra riuscire a fermare l'eccidio. Nick non può far finta di niente: parte per raggiungere Silky. E questa volta non dovrà affrontare soltanto i pericoli e le insidie di una nuova missione: dovrà fare i conti con il proprio passato, con gli innocenti che molti anni prima non è riuscito a salvare e il cui ricordo, come un tormento, bussa alla porta della sua coscienza. Ma perché Silky è andata proprio in Congo? Chi si nasconde dietro questa realtà che impedisce ai bambini di restare bambini? Chi vuole mettere le mani sul metallo più quotato alla Borsa di Londra? Purtroppo nulla è come sembra, e Nick scoprirà gente spietata e corrotta, disposta a tutto per il dio denaro

Commento

Ultimamente il mio omonimo (a cui devo il nickname scelto per il blog) aveva perso parecchio mordente, producendo quelli che chiamo "stanchi libri seriali", vale a dire romanzi di poco spessore, che sfruttano la fama dei precedenti, a cui si riallacciano.
Con questo nuovo libro, "Contraccolpo", il buon Andy torna ai fasti degli esordi. La storia, pur essendo di guerra (e quindi magari poco appetibile per alcuni) è di quelle potenti, che non fanno sconti. Una delle tante guerre dimenticate del continente africano viene descritta con realistica crudezza, senza fare sconti: soldati bambini, AIDS, mercenari razzisti, speculatori europei e cinesi, missionari col mitra in mano. Non c'è retorica, né tempo per i fronzoli. Questa volta Nick Stone si muove in uno scenario di disperazione pura, in cui muoiono quotidianamente migliaia di uomini (e bambini) per permettere a qualche manager europeo o americano di comprarsi il cellulare nuovo, o di regalare alla fidanzata un diamante.
La crudezza della storia è la perfetta descrizione di cosa vuol dire davvero essere coinvolti in una guerra tra poveri: non c'è tempo per le frasi a effetto, per le uniformi fighettose o per i comportamenti onorevoli. Conta solo sopravvivere, a dispetto della merda, del sangue e del piombo che vi cade in testa a più riprese.
Ma vale la pena spendere un commento per il protagonista, Nick Stone. L'eroe sfigato per antonomasia. Dimenticatevi i Big Jim superpompati di tanti libri d'azione, quelli che con uno sguardo fanno calare le mutande alla bella di turno. Dimenticatevi l'eroe sempre pettinato e dall'espressione "ti uccido e poi torno a scopare" alla Brad Pitt, sempre uguale anche mentre schiva i proiettili di un Kalashnikov. No, Nick Stone è il contrario di tutto ciò. E' un perdente, scappato giovanissimo di casa per evitare il padre alcolizzato, finito nei corpi speciali inglesi, catapultato in decine di guerre sporche e missioni suicide. Tornato alla "vita civile" si è accorto di non saper far altro che combattere, infatti si ritrova coinvolto in missioni da contractor (mercenario), più sporche di quelle che faceva prima. Nick non ha più famiglia, ha solo qualche ex commilitone come lui rovinato dalle armi e dalla violenza. Ha una donna, che forse non è quella giusta, perchè non esiste la donna ideale per chi di professione ha imparato a uccidere.
Senza soldi, senza una casa, senza un futuro, Nick sfrutta due capacità che gli permettono comunque di tirare avanti: l'innato istinto di sopravvivenza e l'autoironia.
Un personaggio molto convincente, che qui torna a splendere come in passato.
Buon libro, recuperatelo.


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Oculus o Perfect Worker?

  • Oct. 24th, 2008 at 2:55 PM
pensante

 

L'idea mi ronza in testa da un po': nell'HD ho due romanzi incompleti, vecchi di parecchi mesi, con una mole notevole di capitoli all'attivo, ma ancora monchi del finale.
Visto che è da tanto che non ci metto mano, perchè non proporli qui? Magari, se vi piaceranno, avrò lo stimolo di finirne almeno uno.
Però non voglio sovraccaricare il blog di progetti, racconti ed ebook, quindi pensavo di ritentare l'esperimento del "romanzo a puntate". La prima esperienza fu un mezzo disastro, ma avevo circa un decimo dei blog-friends che mi seguono ora :)

Vi do anche la possibilità di scegliere quale dei due lavori pubblicare mano a mano su queste pagine. Ditemi voi qual è quello che v'intriga di più, e io ve lo proporrò.

Una breve presentazione di entrambi:

- Perfect Worker è un thriller anomalo. Posso forse definirlo, in un certo senso, anticipatore del romanzo "cospirazionista" (The Shift) che ho appena finito di scrivere, pur discostandosene molto. Parla di lavoro precario, organizzazioni segrete, esperimenti per il controllo mentale etc etc. Sinceramente nemmeno io ricordo benissimo dove volevo andare a parare ^_^

- Oculus è invece il mio famoso romanzo sui supereroi ambientato in Italia. Prende spunto dalla concezione moderna del supereroe (e quindi da opere come Rising Stars, Ultimates, New Universal etc etc). L'idea mi piace molto, credo di non essere andato avanti solo perchè capii che un progetto del genere avrebbe pochissima visibilità qui da noi.

A voi i due incipit, vediamo se almeno uno vi interessa un po' ;-)

PERFECT WORKER (-1-)

UNO

L’appartamento era permeato di un denso strato emozionale, invisibile e intangibile, ma non per questo meno reale.
Era il tipico ristagno psichico che incombeva nei luoghi colpiti da lutti, tragedie e altre disgrazie. Persone particolarmente sensibili a particolari recepibili dai sensi noti e meno noti, sentivano un vago senso di soffocamento, in posti del genere. La necessità di andarsene diventava impellente, col crescere della nausea e della sensazione di claustrofobia.
Davide Danelli rientrava nella categoria di questi “ipersensibili”. Sebbene avesse visitato la casa di Mara e Luca parecchie volte, non tornava più lì da proprio da quando il suo amico ed ex compagno d’università era scomparso nel nulla, senza che nessuno ne sapesse più nulla.
Oramai era passato un anno, giorno più, giorno meno. La denuncia fatta da Mara era infatti datata 28 aprile, e ora il calendario appeso nel soggiorno indicava il 22 dello stesso mese, ma di un dodici mesi dopo.
Avevano cenato conversando in tono leggero, anche se tutto in Mara lasciava trasparire un dolore per nulla riassorbito, anzi, alimentato dal peggiore dei mali: il dubbio. E il sospetto.
 

Leggi il resto del prologo  )

OCULUS (-1-)

 

UNO

Milano,
12 settembre 2013


Silenzio.
Dalla banca, circondata implacabilmente da poliziotti e carabinieri, non giungeva alcun rumore. I tiratori scelti si erano appostati oramai da un'ora abbondante sui palazzi perimetrali, sotto gli occhi sconcertati ma curiosi di impiegati e liberi professionisti vestiti in costosi completi firmati.
Alle undici e mezzo di mattina la centralissima Piazza Missori di Milano era diventata simile a un fronte di guerra.
Il maggiore Terzi osservava la scena, nascosto dietro l'Alfa 159 Super che l'aveva portato fin lì. Si trattava di un caso, più che di altro. Il commissario Boriani della Polizia di Stato, che teoricamente doveva gestire la situazione, era bloccato dal traffico causato da un incidente tra un tram e il furgone di un'agenzia di pulizie composta da soli cingalesi. E così, Terzi si era trovato in mano l'assedio di una Banca tenuta in scacco dalla Banda Fiori.
- Maggiore? Il sindaco ha appena chiamato.
Un giovane carabiniere lo chiamò da dietro l'edicola, opportunamente abbandonata dal suo proprietario, dietro la quale teneva sotto tiro l'ingresso della banca.
- Ah sì? E che vuole? - Ovviamente sapeva che voleva: una soluzione. Che al momento non era in grado di offrirgli. Non quella che desiderava, quanto meno.
- Signore, il sindaco vuole che la situazione sia risolta. Si rende conto che ci sono dei rischi, ma non vuole che le cose si protraggano fino a sera. Probabilmente il commissario Boriani gli ha spiegato al telefono che abbiamo i mezzi e le soluzioni per liberare l'edificio, e gli ostaggi, senza aspettare ulteriormente.
Antonio Terzi sbuffò. Boriani aveva fatto un rapporto senza nemmeno controllare la situazione di persona. E poi si chiedevano come mai ci fossero attriti tra loro carabinieri e la polizia. Eppure, in un altro caso, avrebbe convenuto con quella valutazione: avevano abbastanza uomini ed equipaggiamento per rompere l'assedio di quattro banditi armati di fucili a pompa e pistole, che tenevano in scacco cinque impiegati e altrettanti clienti, così sfortunati da trovarsi dentro la banca al momento del loro raid.
Ma quella non era una situazione normale. La Banda Fiori, così chiamata perchè il suo leader era Attilio Fiori, era composta da due Transumani: persone geneticamente modificate a causa del nanovirus nato in seguito al “Metodo Wang”.
 

Continua a leggere il prologo... )

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