Tags: vampiri

ussaro

Vampire Apocalypse – A world torn asunder (di Derek Gunn)




Vampire Apocalypse – A world torn asunder

di Derek Gunn

Kindle Editon (lingua inglese) – 6 euro

Paperback (lingua inglese) – 10.4 euro

 

Sinossi

 

Una breve ma violenta guerra nucleare in medioriente e la perdurante crisi economica hanno lasciato buona parte del mondo a secco del prezioso petrolio. Il risultato è una balcanizzazione degli Stati Uniti e dell'Unione Europea, di cui ha approfittato l'alleanza Sino-Russa, che ha invaso il vecchio continente e si appresta a fare lo stesso con la cara, vecchia America.

Nel mentre gli stati che compongono gli USA si sono trasformati in piccole entità semi-indipendenti. Quelle che dispongono di centrali nucleari se la cavano un po' meglio rispetto ai vicini poveri, sempre più prossimi a un ritorno all'epoca dei calesse e dei treni a vapore.

 

In questo scenario apocalittico c'è però un pericolo ancora più grande che grava sull'umanità: i vampiri. Tali creature, rimaste nell'ombra per secoli, approfittano del momento di smarrimento e di decandeza della civiltà per uscire dalla cripte, imponendo una dittatura spietata su tutti i territori troppo deboli per opporsi al loro potere. L'intelligenzia dei vampiri ha progettato una droga in grado di ridurre gli umani a stupidi manichini, chiusi in quartieri-lager dove vengono allevati come capi di bestiame. Visto che l'unica debolezza di queste creature è la luce diurna, essi creano una milizia di collaborazionisti umani, i Thralls, che si occupano di mantenere l'ordine durante il giorno.

  

Collapse )
peter cushing

Archetipi mostruosi: gli albori

 


Spinto da un articolo interessante sul sempre ottimo sito io9, ho frugato un po' nel baule dei vecchi ricordi del cinema di genere, cercando di individuare le prime rappresentazioni su celluloide dei mostri artchetipi più famosi. Per qualcuno, specialmente per i giovanissimi, sarà una sorpresa vedere i corsi e ricorsi attraverso cui sono passate le nostre amate creature. Questo, nel mio piccolo, è ciò che ho trovato.

 

Vampiro

 

Il primo vampiro cinematografico risale al lontanissimo 1913. Non si tratta di Dracula, o del suo alter ego calvo, Nosferatu, bensì della “femme fatales” protagonista di The Vampire, film ispirato a un poema di Rudyard Kipling, scritto nel 1897. Non si può parlare effettivamente di una non-morta, ma la donna che interpreta il ruolo di villain della pellicola ha molte caratteristiche da sempre attribuite ai vampiri: potere si seduzione, ipnosi, sottomissione psicologica della vittima prescelta.

 

Licantropo

 

Il lupo mannaro fa la sua comparsa sul grande schermo sempre nel 1913 (curioso questo eterno confronto tra i due grandi mostri archetipi). Il film è The Werewolf, muto, prodotto dalla Universal Studios e dalla mirabolante durata di 18 minuti. La pellicola viene data per persa, visto che tutte le copie vennero distrutte in un incendio nel 1924. A quanto pare la trama era davvero particolare, tra streghe Navajo e giovani indiane in grado di trasformarsi in lupo per difendersi dai coloni di pelle bianca.

 

Collapse )
ussaro

Hanno cambiato faccia




Hanno cambiato faccia

di Corrado Farina

Italia, 1971

 

Alberto Valle, modesto dipendente della Auto Avio Motors, viene inaspettatamente convocato dall'ingegner Giovanni Nosferatu, proprietario della società. Questi, ospitatolo nella propria villa montana, gli comunica di averlo prescelto quale prossimo presidente della società: una carica di prestigio che comporta però la completa rinuncia ad ogni individualità. Sorpreso dall'allettante prospettiva, Alberto si riserva di dare una risposta definitiva, anche perché ha conosciuto una giovane hippy, Laura, la quale vorrebbe sottrarlo al suo ambiente. Successivamente, indagando sull'attività, sui programmi e sui metodi di lavoro adottati da Nosferatu, Alberto si convince di trovarsi di fronte ad un individuo privo di scrupoli, cinico e spietato. Un suo tentativo di sopprimere Nosferatu fallisce: l'ingegnere, dopo avergli dimostrato che anche l'anticonformista Laura si è lasciata facilmente integrare nel sistema, piega definitivamente ogni sua ansia di ribellione. (fonte: http://www.zonacult.com)

 

Commento

 

Quello che colpisce di più di quanto scritto finora è la dicitura: Italia, 1971.

Già, perché oggi è semplicemente impensabile immaginare la realizzazione di un film di questo genere nel Belpaese. Schiavi come siamo del realismo (Elgraeco docet), riusciamo a proporre unicamente pellicole che trattano la grigia, piatta e tangibile realtà quotidiana. Che si tratti di film ad argomento sociopolitico o di commedie più o meno azzeccate, non c'è più slancio verso il fantastico, l'allegorico, men che meno verso generi ancora più apparentemente lontani dal realismo quali la fantascienza e l'horror. I tempi moderni sembrano dar ragione a quei critici che han sempre sostenuto che l'Italia non è un paese adatto per narrare certe storie. Arruffoni, solari e mariuoli, dobbiamo dunque accontentarci di comicità – dolce o amara che sia – e di film d'amore, in tutte le sue varianti più stucchevoli.

 

Eppure c'era un tempo in cui la strada buona l'avevamo imboccata. Hanno cambiato faccia, film praticamente sconosciuto alle nuove generazioni, è una produzione più unica che rara nella storia cinematografica del nostro paese. Non è un horror di quella “serie B” gloriosa, che negli anni '80 abbiamo esportato in tutto il mondo. Non è nemmeno un thriller argentiano, né un film di Fulci.

No, la pellicola di Corrado Farina, con tutti i suoi difetti e la sua forte carica demagogica è qualcosa che trascende i generi, pescando nell'horror classico, trasformandolo in horror moderno per debordare infine nel cinema di denuncia, ma in modo grezzo, diretto e brutale.

Il parallelismo tra capitalismo e vampiri è forse uno dei più abusati di sempre ma allora, negli anni '70, aveva una sua carica potente e suggestiva. Diavolo, erano appena finiti i “mitici” Sessanta, e il paese ancora si dibatteva, vivace e violento, tra aneliti comunisti, hippy e conservatorismo cristiano. I padroni, i ricchi e gli industriali venivano visti come nemici da tutta quella generazione di giovani che, da lì a un decennio, sarebbero finiti a lavorare in banca o in assicurazione.

Quando ancora Berlusconi faceva il cantante di pianobar sulle navi da crociera il simbolo del malefico capitalista era rappresentato, in Italia, da una famiglia sola: gli Agnelli. Impossibile non identificare Adolfo Celi – straordinario nel ruolo dell'ingegner Nosferatu – in Gianni Agnelli, che aveva da poco (1966) ereditato il timone della Fiat dal nonno. Ma Nosferatu non è il male solo in quanto industriale più ricco e influente d'Italia, bensì come vero e proprio rappresentante di un potere che deborda in ogni campo, da quello tecnologico a quello dei media, passando per la Chiesa e per il consumismo massificato.

Ed è proprio in questa sua metafora troppo spudorata che Corrado Farina esagera e rovina un film che poteva essere perfetto. Ci sono scene che risultano talmente esplicite nel puntare il dito contro il “potere capitalista” da risultare quasi comiche. Perfino la vampirizzazione psicologica di Laura, il soggetto più trasgressivo e ribelle del film, lancia un messaggio fin troppo diretto allo spettatore: nessuno può sfuggire a Loro. Forse un approccio meno sfacciato al tema portante del film sarebbe risultato più inquietante e incisivo, ma il regista ha deciso altrimenti. Il risultato è quello che è, ma comunque rimane impresso nella memoria di chi, ancora oggi, vede il film.





E poi c'è la carica più horror e visionaria del film. Atmosfere che richiamano alle vecchie ambientazioni vampiresche della Hammer, ma ibridate con uno sfoggio di tecnologia che, per quei tempi, era avveniristica e quindi aliena, riservata solo all'Èlite. Degna di nota la villa di Nosferatu, immersa nella bruma simil-transilvana e sorvegliata da inquietanti Fiat 500 che sorvegliano il perimetro di casa come cani da guardia. La cripta evoca proprio i vecchi film con Christopher Lee e Peter Cushing, con tanto di incisione tombale dell'ingegner Nosferatu datata 1806, ma senza anno di morte. L'interno della villa è invece caratterizzato, come detto poc'anzi, da atmosfere asettiche e tecnologiche, quasi come se si trattasse del quartier generale di un villains di Jamesbondiana memoria, o dello studio di uno dei tanti Megapresidenti della saga di Fantozzi.

 

Hanno cambiato faccia è e rimane un film anomalo e degno di nota. Come ha detto qualcuno poteva essere l'ottimo punto di partenza per sviluppare la cinematografia di genere anche in Italia, senza dover per forza ripiegare sui trash-movie che scimmiottavano le pellicole d'oltreoceano, distorcendone titoli e trama. Così non è stato, ed è un vero peccato.

 

Film profetico

 

Al di là della critica artistica, Hanno cambiato faccia si è rivelato un film fin troppo profetico. Non era difficile prevedere che il futuro – ossia il nostro presente – si sarebbe sviluppato nel senso suggerito dalla pellicola di Corrado Farina, eppure certe intuizioni sono state azzeccate fin troppo nei dettagli. A oggi siamo tutti schiavi più o meno consapevoli della tecnologia e di quella società fatta di convenzioni, di apparenza e di solidissime gerarchie che funzionano più o meno come le caste in India. A voler ben guardare tutta questa modernità di cui ci riempiamo la bocca si specchia solo nei nuovi gingilli che ci hanno dato per trastullarci – cellulari, computer, belle macchine – ma in realtà il mondo è fermo ancora al tempo dei re, dei principi e degli imperatori. Solo che oggi si chiamano amministratore delegato, presidente, onorevole.

Hanno – solo – cambiato faccia, per l'appunto.

 



ussaro

Intervista a Claudio Vergnani




Con molto piacere vi propongo un'intervista nuova di zecca fatta con Claudio Vergnani, autore de Il 18° vampiro e Il 36° giusto.
Ritengo Claudio una delle penne più importanti tra quelle di nuova generazione, e spero che il suo successo si consolidi nel tempo.
In questa chiacchierata si parla dei suoi libri, ma si spazia anche altrove. Mi auguro che sia di vostro gradimento.
Finito il sermone iniziale, eccovi l'intervista!
- - -

Ciao Claudio, ben ritrovato! Dunque eccoci al tuo secondo romanzo. Con quale atteggiamento affronti l'evento, rispetto alla pubblicazione de Il 18° vampiro?

 

Ciao Alex, grazie per l’attenzione che mi dedichi.

Rispetto al romanzo d’esordio sono un pochino più consapevole. Con Il 18° vampiro non sapevo assolutamente cosa attendermi, nel bene e nel male. Ora, con un briciolo di esperienza in più, e sulla scorta di tanti (che ringrazio) che hanno apprezzato e si sono divertiti leggendolo, quantomeno credo di avere una visione d’insieme – riguardo ai meccanismi editoriali e non – un pochino più chiara. Ricevere recensioni e commenti favorevoli, poi, non può che essere da un lato piacevole, e dall’altro rassicurante.

 

In questi mesi hai ricevuto molti attestati di stima dai lettori e dalla critica. Quest'onda emotiva ha in qualche modo influenzato la tua scrittura?

 

Sì. Se il primo romanzo non fosse stato accolto benissimo – e partendo dal presupposto che se pubblichi, in ogni caso, che tu lo ammetta o meno, uno degli obbiettivi principali (non l’unico, ma uno dei più importanti) rimane quello di vendere – allora avrei tentato, credo, di cambiare tutto ciò che non andava per riuscire questa volta a “convincere” il lettore. Ma nel mio piccolo con il primo è andata bene. Quindi il mio obbiettivo è stato di produrre un sequel che non fosse la fotocopia sbiadita de Il 18° vampiro ma che ne fosse all’altezza arricchito di nuovi elementi narrativi.

 

Il 36° giusto è il capitolo di mezzo di una trilogia. Hai cambiato un po' registro rispetto al 18° vampiro, denotando gran coraggio. Diciamo che c'è meno intreccio thrilleristico e più spazio tanto allo splatter quanto allo humour nero. Come mai questa scelta?

 

Ci sono libri – vedi ad esempio Jan Fleming – che funzionano proprio perché il lettore si aspetta la ripetizione, e sono belli così, intendiamoci, ma non era il caso del mio. Non avrebbe mai funzionato, e io in ogni caso non sarei riuscito a scriverlo. Morale: ho cercato di riproporre ciò che aveva funzionato, ma variando la struttura narrativa e alcuni temi, senza mai però tradire il lettore con dei salti mortali narrativi privi di senso . Ho anche pensato che alcuni personaggi avevano avuto modo di rinsaldare la conoscenza e la confidenza, e quindi potevano relazionarsi in maniera più confidenziale e profonda.

Io credo che, nel loro ambito, i personaggi principali dei due romanzi funzionino in quanto tali. Credo che non perderebbero la loro efficacia nemmeno se inseriti in uno sfondo rosa, o storico, o fantasy. Sarebbero sempre loro. Forte di questa convinzione, ho cercato di variare il contesto (e la struttura narrativa) per evitare quell’aria di “già letto, già visto, già sentito” che, nel caso di un sequel, è sempre dietro l’angolo.

 


 

Al di là delle apparenze i tuoi personaggi grondano sempre di umanità vera. Ti reputi dunque anche un po' filosofo?

 

Considerato che oggi in Italia i filosofi sono Fabio Fazio, Simona Ventura (dal pulpito de L’Isola dei famosi), Fabio Volo e – di recente – Natalia Titova, preferisco passare la mano e rimanere il buzzurro che sono. Il mio profilo è molto più basso. Va bene così.

 

I tuoi sono vampiri da odiare, ma che in fondo suscitano anche un sentimento di pietà. Una bella differenza rispetto ai succhiasangue dandy che vanno di moda oggi. A cosa ti sei ispirato nel rielaborare questa figura archetipa?

 

Tra i sentimenti umani mi ha sempre colpito molto la disperazione, soprattutto quella che nasce da una necessità. Davanti alla disperazione è impossibile mentire, a noi stessi come agli altri. Ho raccontato la storia di una lotta tra Ultimi. Di lotte tra primi della classe hanno scritto già fin troppo bene altri. E poi trovo che i cosiddetti perdenti – tanto demonizzati nella nostra società di eroi di cioccolata – abbiano uno spessore tutto loro, degno – a qualunque livello – di essere considerato e approfondito. Parafrasando Malaparte – Il valore umano dei vinti è sempre superiore a quello dei vincitori.

 


Il genere horror spopola ovunque, con riscontri di vendita che superano anche il thriller e i gialli. In Italia solo un paio di editori, tra cui Gargoyle, se ne occupano con reale professionalità.

Allora aveva ragione quel tale che diceva che l'Italia non è paese per il "fantastico"?

 

Probabilmente. I motivi li ignoro. Può essere che abbia a che fare con il fatto che noi i mostri li abbiamo al governo. In Italia oggi siamo immersi un brodo di ipocrisia e ingiustizia come non si vedeva da tempo, quindi forse è meglio leggere di orrori stranieri. Non so. Ci saranno delle ragioni. Non provo nemmeno a domandarmele, tanto non ci arriverei. Magari verrò rivalutato postumo, quando anche Susanna Tamaro scriverà di zombie.

 

La tipica domanda a uno scrittore per gli aspiranti scrittori: ci puoi dire quando scrivi, dove scrivi e se ti imponi qualche regola particolare? (tipo un tot di pagine al giorno, o altro)

 

L’altro giorno, parlando con amici, sono arrivato alla conclusione di non sentirmi uno scrittore, ma un “lettore che scrive”. La differenza è valida, a mio parere.

Accettando però di scrivere per un editore che ti deve inserire nel suo programma di uscite, devi rispettare dei tempi, per cui mi do un’organizzazione di massima. Tendo a scrivere la sera, davanti alla tv, come un vero disgraziato. Chi lo sa, può essere che presto di me si occuperanno i servizi sociali (che si dice siano all’avanguardia nella mia città).

 

Ci puoi lasciare con una piccola anticipazione sui progetti a cui stai lavorando?

 

Il 18° vampiro è stato il primo libro che ho pubblicato, ma non certo il primo che ho scritto. Ho tante cose già pronte, non necessariamente horror, che credo possano interessare e divertire. Di alcune abbiamo parlato insieme. Poi la trilogia iniziata con quei passi faticosi di Giorgio e Claudio lungo l’argine del fiume va portata a compimento. E a questo proposito era mia intenzione, già mentre scrivevo Il 36° Giusto e pensavo all’episodio conclusivo, riprendere atmosfere, situazioni e personaggi lasciati in sospeso ne Il 18° vampiro e amalgamarli con l’evolversi della storia.

Queste le intenzioni. Vedremo cosa succederà. Intanto, però, chiedo di tenere ancora un pochino di spazio nelle librerie.

- - -
Articoli correlati

La recensione de Il 18° vampiro
La recensione de Il 36° giusto


ussaro

Il 36° Giusto (di Claudio Vergnani)




Il 36° Giusto

Di Claudio Vergnani

Gargoyle editore

536 pagine, 16 euro

 

Pensavamo di aver smesso di uccidere i vampiri, ma abbiamo ricominciato a farlo. Ora che e' accaduto quel che e' accaduto, e' quasi un mestiere.

Non devi piu' nasconderti per cacciarli.

Sono reietti, emarginati, abbandonati dai loro stessi Maestri.

Le retrovie di un esercito allo sbando.

Non c’e' posto per loro. Ma nemmeno per noi. E la loro presenza giustifica in qualche modo la nostra.

La loro mancanza di un futuro si intreccia con la consapevolezza della nostra quotidianita' di speranza, e le loro azioni prive di un fine si sovrappongono al nostro gesticolare che e' ormai soltanto uno stanco, sfiduciato reagire senz’anima.

Loro e noi.

I vampiri e i cacciatori.

Una battaglia senza onore né gloria tra disperati, dove in mezzo stanno le prede innocenti. E forse c’e' piu' colpa in noi, che possiamo scegliere, che in loro, schiavi di una sete che non possono spegnere.

Loro sono assassini nati, noi l’estrema difesa, sempre sull’orlo dello sfascio. Ma in qualche modo ambiguo e discorde, nell’inconsapevolezza innocente dei semplici, siamo anche il fioco brillare di una speranza di un imprevedibile, brevissimo, insperato momento di giustizia.

(Quarta di copertina)

 

Commento

 

So che qualcuno di voi reputa ipocrita recensire alcuni autori italiani e altri no. Io, semplicemente, me ne frego e lo faccio solo quanto lo ritengo opportuno.

Claudio Vergnani è uno scrittore. Che sia italiano, inglese, lituano o vietnamita è un dettaglio marginale. Scrive bene, ha fantasia, proprietà di linguaggio e duttilità. Lo reputo, senza giri di parole, una delle migliori new entry dell'ultimo decennio.

Voi tutti sapete quanto ho adorato il suo romanzo d'esordio, Il 18° vampiro. Leggere il suo seguito è stata un'esperienza altrettanto gratificante, seppure diversa. E in questo c'è anche il mio rinnovato interesse per Claudio: sarebbe stato semplice ricalcare il suo primo romanzo, un successo a tutti gli effetti, effettuando solo qualche piccolo cambiamento. Forse sarebbe stato anche più semplice: i lettori-fan vogliono continuità, non dinamismo. Mi perdoneranno, ma è così.

Vergnani ha invece preso una saccocciata di coraggio è ha impostato Il 36° giusto in modo alquanto diverso, pur seguendo il senso di stretta continuità cronologica del libro d'esordio. È così che ritroviamo buona parte dei vecchi protagonisti, in primis Vergy e Claudio, calati però in un contesto diverso, che sorprende, spiazza e affascina.

 

Il 36° giusto è innanzitutto strutturato in tre-quattro parti strettamente legate l'un l'altra, eppure a sé stanti. Come se fossero dei racconti – meglio ancora delle novel – autoconclusivi eppure concatenati da un filo d'Arianna non invasivo, ma vincolante. Ciò permette di usufruire del libro, se questo è il termine giusto, come meglio preferite. Potete leggerlo tutto d'un fiato, oppure leggerne una parte, fare una pausa e poi tornarci a bomba.

Di solito non commento la struttura dei romanzi ma in questo caso mi pareva giusto farlo. Beh... l'ho fatto. Andiamo oltre.

 

Il contesto in cui Claudio ci porta lo si può dedurre dalla (non)sinossi di inizio articolo. I vampiri che alla fine del primo libro hanno compiuto una discreta strage nel modenese si sono ritirati nei loro rifugi, lasciandosi dietro solo i più stupidi e gli inetti, creature più simili a zombie romeriani che non ai fascinosi non morti di Anne Rice. Gli umani, e le autorità con loro, hanno fatto però in fretta ad accettare la nuova realtà. I vampiri esistono davvero? Okay, ne prendiamo atto. Spazziamoli via, prima che decidano di ciucciarci come Calippi. A dire il vero questi mostri reietti e derelitti non sono nemmeno difficili da (ri)ammazzare, non con la luce del giorno. Ed è così che Vergy e Claudio, i due antieroi più antieroi della storia dell'horror, trovano un nuovo lavoro - alle dipendenze! -, gli ammazzavampiri a cottimo.

Avete presente Van Helsing? Ecco: dimenticatevelo. Non ha NULLA da spartire coi protagonisti di questo romanzo. In primis perché i nostri sono dei disperati, dei nullatenenti, disillusi dalla vita e spinti solo dalla necessità di far qualcosa, non dall'etica o dalla morale. Almeno in apparenza. In secondo luogo perché ammazzare vampiri non ha davvero nulla di romantico. Vuol dire affondare i gomiti nel sangue, nella merda, strappare teste e far saltare carcasse ambulanti.

Ed è questo che Vergy, Claudio (ma poi anche Gabriele e altre ottime new entry) fanno per buona parte del romanzo. Manca forse un intreccio thrilleristico, che faceva da struttura portante de Il 18°vampiro. Eppure, leggendo tra le righe, si capisce che l'autore utilizza questo seguito per costruirne una più solida e complessa che, prendetela come un'anticipazione in anteprima, andrà a formare il terzo e ultimo capitolo della saga.

 

Vergnani dà il meglio di sé nei dialoghi, spassosi, crudi, divertentissimi e al contempo spietati. Ricordo a fatica un altro autore che riesce a ricamare con raffinatezza delle conversazione dense di torpiloqui, insulti e parolacce. Per me questa è arte, non si discute. Al contempo, quando si deve calcare la mano sull'aspetto horror, l'autore lo fa in modo brutale, rischiando più volte di causare nausea e brividi ai lettori. Metteteci infine, ma non per importanza, alcune considerazioni serissime sulla vita e sulla nostra “bella” società, disseminate con sapienza qua e là, senza mai apparire demagogiche o moralistiche, e quel che ne ricaverete è un romanzo imprescindibile, se volete parlare, discure e dibattere sul futuro della narrativa di genere in questo sfigatissimo paese.
- - -
Recensione de Il 18° vampiro: mcnab75.livejournal.com/178921.html
 

ussaro

Romanzi da recuperare, se leggete in inglese.




Come ho detto un paio di settimane fa, sto accumulando libri ed ebook interessanti da leggere. Al momento quello che mi manca è semmai il tempo per godermeli come si deve, ma quello, prima o poi, arriverà.

Oltre a The Peshawar lancers (presto in rece), che è già in lettura, ci sono ben tre titoli in lingua originale che occhieggiano dagli scaffali. Segnateveli perché, dalle mie ricerche, potrebbero interessare anche voi.

 

Twelve

di Jasper Kent

 

Twelve è la storia di Aleksej Ivanovic Danilov, un capitano dell'esercito dello zar Alessandro I, che ha giurato di difendere la Russia dall'assalto della Grande Armée di Napoleone nell'autunno del 1812. Unisce le forze a un gruppo di dodici mercenari valacchi, il cui zelo e successo nel campo della macellazione gli invasori francesi sembrano troppo belle per essere vere.

Presto, Aleksei intuisce il segreto che si cela dietro la macabra abilità dei valacchi, e scopre che fanno poca distinzione tra francesi o russi. La sua lotta non è più semplicemente uno contro Napoleone, ma contro un nemico molto più pericoloso.

 

Twelve è il primo volume di un quintetto di romanzi che abbracciano la storia russa del ventesimo secolo e dell'inizio dell'Ottocento, che terminerà sul fronte orientale della Prima Guerra Mondiale, alla vigilia della rivoluzione russa.

 

Shadows in the mist

di Brian Moreland

 

Ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, Shadows in the Mist racconta di un plotone di soldati guidati dal tenente Jack Chambers, che ha accettato una missione speciale: accompagnare una unità speciale chiamata X-2 dietro le linee nemiche per intercettare e catturare un nazista, inventore di un'arma mortale che il nemico è pronto a scatenare.

Man mano che gli alleati si addentreranno in profondità nel territorio nemico, al buio, nella brumosa Hürtgen Forest, dovranno preoccuparsi di più che dei semplici soldati nazisti, perché qualcos'altro si cela all'interno della fitta nebbia. Qualcosa che è radicato nella occulto e implica un potere antico e quasi inarrestabile.




 

Darkness on the Edge of Town

di Brian Keene

 

Walden è una piccola cittadina statunitense, un borgo urbano come ce ne sono mille altri, se non fosse che, una mattina, i suoi abitanti si svegliano e scoprono che la notte è ancora lì, e non ha lasciato il posto al giorno. È una vera e propria massa di oscurità, che ha inglobato la città e la circonda, imprigionandola in una sorta di bolla. Niente più tv, telefono, internet, elettricità. Robbie, Christie, Russ e Cranston cercano di scoprire cosa stia succedendo, ma l’oscurità sembra risvegliare in loro, e in tutti gli altri abitanti, un lato perverso e diabolico che non credevano di avere…

 

Di Keene non trovo utile aggiungere più nulla, rispetto alle lodi fatte in passato. Perciò vi rimando direttamente alla recensione di Simone Corà, che ha letto questo romanzo prima di me.





ussaro

Recensione: Il battello del delirio (di George R.R.Martin)



Il battello del delirio
di George R.R. Martin
Edizioni Gargoyle
393 pagine, 18 euro
traduzione di S. De Crescenzo

Fiume Mississippi, 1857. Il ghiaccio di un gelido inverno ha appena distrutto la flotta commerciale del capitano Abner Marsh. Privo di assicurazione, il vecchio armatore si ritrova solo, in bancarotta, disperato. Ma ecco che, inaspettatamente, un bizzarro straniero di nome Joshua York si offre di rilevare la metà della sua compagnia di navigazione in rovina, mettendo sul piatto una cifra spropositata. Ma non è tutto. York intende investire il proprio denaro nella costruzione del battello più lussuoso, più bello e soprattutto più veloce che abbia mai solcato le torbide acque del Mississippi, e per di più ne offre il comando al capitano Marsh. L'unica condizione posta da York è semplice: gli ordini da lui impartiti saranno pochi, ma per quanto strani o assurdi possano sembrare, ogni qual volta verranno emanati, Marsh dovrà assicurarsi che essi vengano eseguiti alla lettera, senza fare domande. E così il nuovo gioiello del fiume, battezzato Fevre Dream, inizia il suo viaggio. Tuttavia, man mano che il battello discende il tortuoso corso del Mississippi, Marsh prende a insospettirsi sempre più. Perché il misterioso York si fa vedere soltanto di notte? Come mai lui e i suoi amici si dissetano ogni sera col disgustoso vino nerastro della sua riserva privata? Quando la verità sarà finalmente rivelata, il capitano dovrà scegliere da che parte stare...

 

Commento

 

George R.R. Martin è universalmente noto per essere l'autore di una delle saghe fantasy più azzeccate di tutti i tempi, Le Cronache del ghiaccio e del fuoco. Visto il successo riscosso da questa infinita serie di ottimi libri, gli editori stanno pian piano riscoprendo e proponendo i vecchi lavori di Martin.

In passato lo scrittore americano si è occupato soprattutto di fantascienza. Il battello del delirio rimane, a tuttora, la sua unica, pura escursione nell'horror. Martin scrisse di vampiri nel 1982, quando le creature della notte per eccellenza non erano affatto di moda, bensì sopravvivevano (come non-morti, s'intende) nel cuore dei veri appassionati, cresciuti con Bram Stoker, Bela Lugosi, Nosferatu e i film della Hammer.

Eppure Il battello del delirio, considerando la data della prima edizione americana, risulta ancora oggi un romanzo fresco e moderno, in cui i vampiri sono sì connotati da caratteristiche innovative rispetto agli stereotipi stokeriani, ma al contempo non vengono denaturati, ridotti a idoli spezzacuori per ragazzine emo. Né l'ambientazione lo permetterebbe, visto che il romanzo è ambientato negli Stati del Sud dell'America di metà Ottocento. Qualche paragone con Mark Twain può dunque venire automatico, anche se il realtà Il battello del delirio è un romanzo del tutto a sé stante, senza scopiazzature dei classici della letteratura americana del XIX secolo. Certo, l'ambientazione è la medesima, ma lo stile moderno di Martin non fa altro che modernizzare e rendere più godibile un genere narrativo che, da europeo convinto ed entusiasta, ho sempre trovato profondamente estraneo alle nostre tradizioni.

In un certo senso potremmo interpretarlo come un bizzarro road book vampiresco, dove, al posto della strada, è il Mississippi a costituire il viaggio dei protagonisti.
 

I lettori delle Cronache sanno che Martin è sempre stato molto abile nel tratteggiare le sue ambientazioni. Lo si vede anche in questo romanzo, dove è in primis il fiume a farlo da padrone. La vita dei battellieri, le miserie della schiavitù e dei negrieri, le leggende macabre del Mississippi: tutti tasselli che compongono uno scenario di eccezionale fascino, in cui vari personaggi, primari e secondari, a volte passano addirittura in secondo piano rispetto all'insieme.

Tuttavia Il battello del delirio gode anche di due protagonisti particolarmente azzeccati: il vampiresco capitano York, e il suo socio in affari, il burbero Abner Marsh, a cui toccherà il compito di scoprire, poco alla volta, chi sono i misteriosi viaggiatori notturni che trasporta sul suo battello. Marsh è un personaggio tipicamente martiniano: antieroe per eccellenza, a partire dal brutto aspetto fisico, dal carattere burbero e rude, riesce comunque a ritagliarsi uno spazio di tutto rispetto, risultando più carismatico rispetto alla sua controparte vampiresca, che ha invece una caratterizzazione che ricorda per molti versi i revenant nati dalla fantasia di Anne Rice. Proprio nel rapporto tra i due Martin riesce anche a ricavare un romanzo sull'amicizia, che a volte può essere bizzarra ed estranea a ogni genere di previsione.

Passando all'aspetto più meramente orrorifico del libro, esso si discosta in parte dalle solide tradizioni vampiresche, pur non tradendone del tutto l'archetipo. Di nuovo, siamo quasi dalle parti di Anne Rice, ma con più sangue e con meno melense romanticherie. Come valore aggiunto, apprezzabile e affascinante, Martin aggiunge degli spunti che oserei definire “fantarcheologici” sulla stirpe dei vampiri, lasciando la fantasia a briglie sciolte in quello che forse è il capitolo più riuscito del romanzo.

Mi ripeterò: ricordate che la prima edizione di questo libro è del 1982. Vale a dire ben prima del noto gioco di ruolo pubblicato negli anni '90 dalla White Wolf, che ha come fulcro l'idea che i non-morti siano discendenti del Caino biblico. Bene, sappiate che Martin ha anticipato questo spunto intrigante e ne parla proprio ne Il battello del delirio.

La concomitanza di tutti questi elementi vanno a comporre un romanzo molto riuscito, forse non trascendentale, ma appassionante, avvincente ed elegante. Mancava dal mercato italiano dal 1994. Complimente a Gargoyle per averlo riproposto, proprio in questo periodo storico dove si sente la necessità di una nuova dignità vampiresca, dopo che troppi scrittori ne hanno distorto e svilito la figura.
 

ussaro

I 238 vampiri (e i due illustratori)



Rapida ricerca su IBS-Italia: nel periodo compreso tra il 2000 (circa) e il 2010 risultano in catalogo:
100 libri nel cui titolo compare la parola "vampiro";
115 libri nel cui titolo compare la parola "vampiri";
Poi ci sono quelli che parlano di succhiasangue ma che non riportano le sopracitate parole nel titolo. Dunque:
I 9 libri della saga vampiresca di Charlaine Harris (pubblicati da Delos e Fazi), i 5 di Tanya Huff (editi da Delos: devono avere qualche forma di feticismo), i 3 di Stephenie Meyer, i 3 di Chiara Palazzolo (ah, no, quelli sono Sopramorti, non vampiri!!!), i 3 di Melissa De La Cruz (Fanucci).
Quindi 100+115+9+5+3+3+3= 238 titoli vampireschi spalmati su dieci anni. Di questi però oltre la metà sono in realtà pubblicati dal 2006 in poi.
Come si chiama questa cosa? Follia? Moda? Demenza?
Comunque la cosa più estraniante è un'altra: visto che i nostri editori continuano a pubblicare ogni genere di romanzo sui succhiasangue, significa che essi vendono. Considerando che la maggior parte di questi libri sono sulla falsariga (se non copiati) di Twilight, devo supporre che in Italia ci siano molte più lettrici, e di un'età compresa tra i 13-20 anni. Un buon potenziale, se non fossero già tutti sulla strada della lobotomia totale.
Sì perché la concezione romantica del vampiro moderno trascende da una qualsivoglia definizione horror, e sostituisce semplicemente il principe azzurro o i bello e dannato del liceo (la cui più grave forma di trasgressione è attraversare un semaforo rosso in sella alla moto).

Comunque tranquilli: settimana scorsa leggevo che il 2010 sarà l'anno degli Angeli: ovviamente belli, dannati (?) e pronti a innamorarsi della diciottenne di turno...

Bonus track

Qualche giorno fa vi accennavo qualcosa riguardo a due romanzi "young adult" addocchiati in libreria, e pubblicati con delle copertine a dir poco somiglianti. Ora che li ho ritrovati ve li mostro:

Il primo è Hunger Games, di Suzanne Collins (Mondadori edizioni)



Il secondo è Maya, il quadrato magico, di Silvia Brena e Iginio Staffi (edito da... Mondadori!)



A quest'ultimo è allegata una fascetta che dice (cito testuali parole): "il romanzo consigliato dai Lost!"

Yeah!

ussaro

I migliori cinque film sui vampiri



Ho dunque ufficialmente aperto la nuova sezione del blog, quella dedicata alle classifiche. La trovate anche nel menù principale, sotto il link "le top five, cinema, libri, fumetti e altro". Approfitto dell'occasione per dare un po' di polpa a quest'area di discussione. Entro le feste conto di proporre altre classiche, tra cui quelle - credo - più interessanti: i migliori 5 romanzi del 2009 e i migliori 5 film del medesimo anno.

NB: Ogni classifica è da intendersi come personale e non assoluta.

Oggi eccoci alla seconda Top Five, sempre in ambito cinematografico. Visto che va di moda, questa volta mi occuperò dei film sui vampiri. Ma, come vedrete, nella mia classica c'è ben poco spazio per le rivisitazioni in chiave romantica di questo potente archetipo horror. Anzi: per me il vampiro è e rimane una creatura tragica ma crudele, con pochi residui di umanità e una nuova non-vita aliena che lo spinge ad azioni al di là del bene e del male.

Mettiamola così: un leone a caccia si fermerebbe, affascinato dagli occhioni dolci di una gazzella? Credo proprio di no...


TOP FIVE

5. Il buio si avvicina

(1987, di Kathryn Bigelow)

Perfetta attualizzazioni minimalista del vampiro così come l'ho descritto nell'introduzione a questo post. I non-morti messi in campo dalla Bigelow sono al contempo umani, ma anche una razza a sé, schiava della sete di sangue e dell'ebrezza data dalla caccia. Anche coloro i cui non sono insitamente malvagi faticano a resistere alla tentazione di addentare una preda.

Film notturno, vampiri-banditi, un antieroe caratterizzato alla perfezione: ne risulta un film “piccolo”, ma riuscitissimo.

4. Ammazzavampiri

(1985, di Tom Holland)

Per me è il film emblema delle notti-horror anni '80: citazioni dei vecchi classici, humor nero abbinato a scene forti, tipica ambientazione americana, attori perfetti nei rispettivi ruoli. Ammazzavampiri è un godibilissimo film che ricalca fedelmente il mito dei succhiasangue, dandone, quasi senza accorgersene, un'interpretazione che sta nel mezzo tra tradizione e innovazione. E poi Roddy McDowall nei panni di Peter Vincent è indimenticabile.

3. Nosferatu il vampiro

(1922, di F.W.Murnau)

Ha davvero senso aggiungere qualcosa? Su questo film è stato detto tutto. Nonostante appartenga a un'epoca oramai remotissima, è in grado di regalare ancora suggestioni che molte pellicole moderne possono solo sognarsi. Non potendo utilizzare ufficialmente il Dracula stokeriano, Murnau s'inventa un nuovo genere di vampiro, destinato a essere ripreso, copiato e citato in dozzine e dozzine di altri film negli anni a venire. Dite quel che volete, ma il conte Orlok, interpretato dal sinistro Max Schreck, è un “mostro” indimenticabile, così come le riprese del Castello di Orava (in Slovacchia), dove vennero girate le scene più tetre del film.

2. Dracula il vampiro

(1959, di Terence Fisher)

Mi spiace per Bela Lugosi, ma per me il vero conte Dracula è sempre stato e sempre sarà Christopher Lee. Il binomio perfetto con Peter Cushing-Van Helsing diede vita a una serie di film incentrati sul nobile e ferocissimo non-morto transilvano. Questo primo film con regia di Terence Fisher rappresenta alla perfezione ciò che Dracula è stato per diverse generazioni di spettatori, ben prima dell'arrivo dei vampiri tristi di Anne Rice e di quelli emo della Meyer. Lo sguardo diabolico di Lee ha ancora un potere ipnotico e maligno in grado di sopperire ai vari effetti speciali, grafica CGI e diavolerie varie.

1. Vamp

(1986, di Richard Wenk)

Con tutti i titoli ancora in gioco non ve l'aspettavate, vero? E invece per me è questo film relativamente poco noto ad aggiudicarsi il gradino più alto del podio. La vampiressa spogliarellista, di discendenza egizia, interpretata da una luciferina Grace Jones ha un posto d'onore nel mio cuore, così come l'ambientazione notturno-metropolitana in cui si aggirano i due scalcinati protagonisti di Vamp. Proprio come accade in Ammazzavampiri, il mix tra horror, humor nero e trovate geniali compone un mosaico irresistibile che riguardo ogni volta più che volentieri.


Fuori classifica ma meritevoli di scenalazioni: 30 giorni di buio (2007), Blade 2 (2002), Vampires (1998), Bram Stoker's Dracula (1989) e Ragazzi Perduti (1989).

Escludo dalla classifica i tre film ispirati a Io sono leggenda, in quanto le creature che perseguitano il povero Neville sono ben più simili a zombie che non a vampiri.

Tra i flop più importanti cito Twilight (ma è come sparare sulla croce rossa), l'intero ciclo di Underworld, Van Helsing di Stephen Sommers e tanti, troppi altri.

Dal tramonto all'alba? Non mi ha mai detto granché.


(Per l'idea delle top five, il mio ringraziamento imperituro va al maestro Jedi Cyberluke ^_^)