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L'alba degli zombie (di D.Arona, S.Pascarella, G.Santoro)




Ho appena messo mano sull'ottimo libro L'alba degli zombie, scritto e curato dal trittico Danilo Arona, Selene Pascarella e Giuliano Santoro, pubblicato da Gargoyle Books.

Un saggio snello, tascabile, e al contempo completo e sfizioso che tratta la fenomenologia degli zombie cinematografici dal '68 romeriano (La notte dei morti viventi) in poi. I tre autori esaminano film conosciuti e sconosciuti, analizzandoli di pari passo con le mutevoli interpretazioni e metafore che caratterizzano i nostri cari non-morti antropofagi. Dai risvolti politici a quelli sociali, senza dimenticarsi il passaggio intermedio, ossia quello del puro intrattenimento post-catastrofista.

Il tutto integrato con una ventina di foto a colori e con un'intervista esclusiva a George A. Romero. Il quale si sarà pure un po' giocato la faccia con l'ultimo film della saga – a mio parere orribile – ma che sarà sempre riconosciuto come il padre nobile dei mostri più sfigati e implacabili della mitopoiesi horror post-hammeriana.

Del saggio ne riparleremo appena possibile, ma mi premeva segnalarvelo fin da subito, fresco di stampa.

 

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Scheletri, vermoni, gargoyle




Ve lo avevo già accennato, ora è ufficiale: il noto portale horror italiano www.scheletri.com ha lanciato l'edizione 2011 di PhotoScheletri, ispirata al nostro amatissimo Survival Blog. Oltre a ringraziare Alessandro Balestra per la proposta di collaborazione, vi esorto a partecipare, visto che il concorso è sfizioso e aperto a tutti.

Per partecipare è sufficiente pubblicare una o più fotografie a tematica Survival Blog nel gruppo di Scheletri su Flickr. Trovate il bando completo qui.

Un bel banner alla vostra destra, nel menù del mio blog, vi ricorderà che è tempo di darci dentro con le macchine fotografiche. Avete tempo fino al 30 aprile 2011 per farvi venire delle buone ispirazioni. Stupiteci!

Io sarò uno dei tre giudici del concorso quindi a malincuore non posso partecipare. Ma voi sì, quindi... fatelo! ;-)

 

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ussaro

Gargoyle Books a pagamento?




La notizia del giorno, per scrittori e lettori, pare essere questa: Gargoyle Books diventa una casa editrice a “doppio binario”. Ossia, oltre alla normale linea editoriale ben gestita da anni, valuterà la pubblicazione con contributo di denaro da parte dell'autore.

La news è rimbalzata un po' ovunque; io vi segnalo un articolo riassuntivo, che riporta anche quella che pare essere la dichiarazione ufficiale di Simone De Crescenzo, il “boss” di GB.

In passato ho parlato bene più volte di Gargoyle e ho recensito molti loro libri, quasi sempre positivamente. Visto che vado fiero della libertà di questo angolo di blog, mi sembra doveroso continuare a parlare di Gargoyle anche quando le cose che la riguardano sono assai meno nobili.

 

Ciascuno faccia le dovute considerazioni. Sapete come la penso io su certe, cose, inutile ripetersi o armare una crociata. Semmai ci sarebbero da fare analisi molto più serie (e molto più tristi) sullo stato generale dell'editoria italiana.

Io rimango a disposizione, nel caso questa notizia si dovesse rivelare un hoax. In tal caso la eliminerei con gran piacere.

Aggiornamento delle 17.30: La Gargoyle ha pubblicato questa smentita. A quanto pare il tam-tam di notizie e riscontri negativi (spesso offensivi) ha fatto cancellare ogni progetto di varare una "collana con contributo" da parte di Paolo De Crescenzo, direttore editoriale di GB.
Il Libia con Facebook e coi blog abbattono il dittatore, in Italia facciamo cambiare strategie a una casa editrice...

ussaro

Il 36° Giusto (di Claudio Vergnani)




Il 36° Giusto

Di Claudio Vergnani

Gargoyle editore

536 pagine, 16 euro

 

Pensavamo di aver smesso di uccidere i vampiri, ma abbiamo ricominciato a farlo. Ora che e' accaduto quel che e' accaduto, e' quasi un mestiere.

Non devi piu' nasconderti per cacciarli.

Sono reietti, emarginati, abbandonati dai loro stessi Maestri.

Le retrovie di un esercito allo sbando.

Non c’e' posto per loro. Ma nemmeno per noi. E la loro presenza giustifica in qualche modo la nostra.

La loro mancanza di un futuro si intreccia con la consapevolezza della nostra quotidianita' di speranza, e le loro azioni prive di un fine si sovrappongono al nostro gesticolare che e' ormai soltanto uno stanco, sfiduciato reagire senz’anima.

Loro e noi.

I vampiri e i cacciatori.

Una battaglia senza onore né gloria tra disperati, dove in mezzo stanno le prede innocenti. E forse c’e' piu' colpa in noi, che possiamo scegliere, che in loro, schiavi di una sete che non possono spegnere.

Loro sono assassini nati, noi l’estrema difesa, sempre sull’orlo dello sfascio. Ma in qualche modo ambiguo e discorde, nell’inconsapevolezza innocente dei semplici, siamo anche il fioco brillare di una speranza di un imprevedibile, brevissimo, insperato momento di giustizia.

(Quarta di copertina)

 

Commento

 

So che qualcuno di voi reputa ipocrita recensire alcuni autori italiani e altri no. Io, semplicemente, me ne frego e lo faccio solo quanto lo ritengo opportuno.

Claudio Vergnani è uno scrittore. Che sia italiano, inglese, lituano o vietnamita è un dettaglio marginale. Scrive bene, ha fantasia, proprietà di linguaggio e duttilità. Lo reputo, senza giri di parole, una delle migliori new entry dell'ultimo decennio.

Voi tutti sapete quanto ho adorato il suo romanzo d'esordio, Il 18° vampiro. Leggere il suo seguito è stata un'esperienza altrettanto gratificante, seppure diversa. E in questo c'è anche il mio rinnovato interesse per Claudio: sarebbe stato semplice ricalcare il suo primo romanzo, un successo a tutti gli effetti, effettuando solo qualche piccolo cambiamento. Forse sarebbe stato anche più semplice: i lettori-fan vogliono continuità, non dinamismo. Mi perdoneranno, ma è così.

Vergnani ha invece preso una saccocciata di coraggio è ha impostato Il 36° giusto in modo alquanto diverso, pur seguendo il senso di stretta continuità cronologica del libro d'esordio. È così che ritroviamo buona parte dei vecchi protagonisti, in primis Vergy e Claudio, calati però in un contesto diverso, che sorprende, spiazza e affascina.

 

Il 36° giusto è innanzitutto strutturato in tre-quattro parti strettamente legate l'un l'altra, eppure a sé stanti. Come se fossero dei racconti – meglio ancora delle novel – autoconclusivi eppure concatenati da un filo d'Arianna non invasivo, ma vincolante. Ciò permette di usufruire del libro, se questo è il termine giusto, come meglio preferite. Potete leggerlo tutto d'un fiato, oppure leggerne una parte, fare una pausa e poi tornarci a bomba.

Di solito non commento la struttura dei romanzi ma in questo caso mi pareva giusto farlo. Beh... l'ho fatto. Andiamo oltre.

 

Il contesto in cui Claudio ci porta lo si può dedurre dalla (non)sinossi di inizio articolo. I vampiri che alla fine del primo libro hanno compiuto una discreta strage nel modenese si sono ritirati nei loro rifugi, lasciandosi dietro solo i più stupidi e gli inetti, creature più simili a zombie romeriani che non ai fascinosi non morti di Anne Rice. Gli umani, e le autorità con loro, hanno fatto però in fretta ad accettare la nuova realtà. I vampiri esistono davvero? Okay, ne prendiamo atto. Spazziamoli via, prima che decidano di ciucciarci come Calippi. A dire il vero questi mostri reietti e derelitti non sono nemmeno difficili da (ri)ammazzare, non con la luce del giorno. Ed è così che Vergy e Claudio, i due antieroi più antieroi della storia dell'horror, trovano un nuovo lavoro - alle dipendenze! -, gli ammazzavampiri a cottimo.

Avete presente Van Helsing? Ecco: dimenticatevelo. Non ha NULLA da spartire coi protagonisti di questo romanzo. In primis perché i nostri sono dei disperati, dei nullatenenti, disillusi dalla vita e spinti solo dalla necessità di far qualcosa, non dall'etica o dalla morale. Almeno in apparenza. In secondo luogo perché ammazzare vampiri non ha davvero nulla di romantico. Vuol dire affondare i gomiti nel sangue, nella merda, strappare teste e far saltare carcasse ambulanti.

Ed è questo che Vergy, Claudio (ma poi anche Gabriele e altre ottime new entry) fanno per buona parte del romanzo. Manca forse un intreccio thrilleristico, che faceva da struttura portante de Il 18°vampiro. Eppure, leggendo tra le righe, si capisce che l'autore utilizza questo seguito per costruirne una più solida e complessa che, prendetela come un'anticipazione in anteprima, andrà a formare il terzo e ultimo capitolo della saga.

 

Vergnani dà il meglio di sé nei dialoghi, spassosi, crudi, divertentissimi e al contempo spietati. Ricordo a fatica un altro autore che riesce a ricamare con raffinatezza delle conversazione dense di torpiloqui, insulti e parolacce. Per me questa è arte, non si discute. Al contempo, quando si deve calcare la mano sull'aspetto horror, l'autore lo fa in modo brutale, rischiando più volte di causare nausea e brividi ai lettori. Metteteci infine, ma non per importanza, alcune considerazioni serissime sulla vita e sulla nostra “bella” società, disseminate con sapienza qua e là, senza mai apparire demagogiche o moralistiche, e quel che ne ricaverete è un romanzo imprescindibile, se volete parlare, discure e dibattere sul futuro della narrativa di genere in questo sfigatissimo paese.
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Recensione de Il 18° vampiro: mcnab75.livejournal.com/178921.html
 

ussaro

Mary Terror (di Robert McCammon) e una nota sui "mitici 80"




Mary Terror

di Robert McCammon

Gargoyle editore

416 pagine

 

Sinossi

 

Mary e' una sopravvissuta. Negli anni '60 apparteneva al gruppo terroristico d'ispirazione radicale noto come lo Storm Front. Oggi, latitante e segnata duramente dalla vita, Mary 'viaggia' nel tempo sulle ali psichedeliche dell'acido, rivivendo di continuo i giorni di un passato che non tornera' più. Chiusa nella sua allucinata solitudine, si lascia divorare dalla rabbia, mentre intorno a lei avanza l'edonismo materialista degli anni '80. Un giorno, casualmente, Mary s'imbatte in un'inserzione pubblicata sulla rivista Rolling Stone e si convince del fatto che Lord Jack, l'allora leader del gruppo terroristico, anch'egli tutt'ora latitante, la stia chiamando a se' per ricostituire lo Storm Front. Ma per Mary, Jack è anche l'uomo che non ha mai smesso di amare. L'uomo che sarebbe stato il padre di suo figlio, se solo lei, ferita gravemente in seguito a uno scontro a fuoco con l'FBI, non avesse perso il bambino che portava in grembo. Quando Mary rapisce il bambino di un'altra donna, Laura, per portarlo in dono al suo amato Jack, il destino delle due donne si unirà; e un passato fatto di armi, odio e morte tornerà a imperversare per le strade, da New York fino alla California, insanguinando la scia lasciata dalla furia omicida di Mary Terror...

 

Commento

 

Continua, da parte di Gargoyle, la riscoperta di un autore che in Italia ha riscosso alterne fortune, non certo per demeriti personali, bensì per strampalate scelte editoriali che in passato hanno impedito una presentazione sensata della sua vasta produzione.

McCammon – perché è di lui che stiamo parlando – è stato in grado di barcamenarsi tra idee e storie assai diverse tra loro: dalle amazzoni reincarnate nell'America degli anni '80 (Loro attendono), a demoni fenici (Baal), passando per licantropi che combattono nazisti (L'ora del lupo) e vampiri a cavallo tra tradizione e modernità (Hanno sete).

Di certo Mary Terror è una delle prove più lampanti del suo eclettismo: una storia allucinata e allucinante che ha la sua genesi nei calendoscopici anni '60, e in particolare nel “mitico” '68, anno che, più di ogni altro, è rimasto segnato sui calendari e nella memoria di moltissime persone. Un sessantotto che fu la possibilità - forse l'ultima? - di un radicale cambiamento sociale. Furono demolite convenzioni radicate da decenni nel DNA occidentali, vennero sdoganati concetti antirazzisti, antiproibizionisti, anarchici e di pacifismo radicale.

Ma, come sempre accade, ci fu un lato oscuro del tutto, di cui però raramente si parla. Non solo perché fu anche un decennio caratterizzato da guerre non più giustificate da intenti nobili, bensì da meri interessi politici. Ma anche perché la lotta per l'affermazione della società “peace & love” fu in realtà ben più violenta di quel che pensano i poco informati sui fatti.

Mary Terror, storia di una donna (come tante, mi verrebbe da dire) che in quegli anni guadagnò e perse tutto, funziona soprattutto come metafora per raccontare questo lato oscuro di un periodo storico troppe volte analizzato attraverso le solite banalità. Mary è vittima di quegli anni, ma anche di quelli che verranno. Vittima dell'estremizzazione di ideali che, come spesso succede, possono trasformarsi da nobili a mostruosi. Non è un caso che tutti i dittatori, grandi e piccoli, sorgono come rivoluzionari, promettendo di distruggere la vecchia società per ricrearne un'altra ideale, utopica.

Dagli anni '60 in cui Mary viene plagiata a furia di droghe, discorsi di svitati e fanatici e “abuso” della musica, la ritroviamo poi negli '80, con una mente minata da tragedie personali e da un condizionamento mentale oramai irreversibile.

McCammon è bravo – e questo è il maggior pregio del romanzo – a tracciare un parallelismo tra i due periodi storici. Dei sessanta abbiamo già detto. Gli ottanta vengono da lui ricordati come gli anni del successo a tutti i costi, del glam, del capitalismo al suo splendore più intenso e ipnotico. Un'epoca in cui i sogni esistono ancora, ma non hanno nulla a che fare con quelli del passato. Può una donna come Mary adattarsi e redimersi? Chiaramente la risposta è no. E infatti cercherà il suo desiderio di vendetta contro un mondo che non le appartiene e con cui non ha nulla da spartire.

Mary terror è un romanzo in verticale: è un pozzo in cui si scivola, ma da cui si capisce che non c'è risalita. Forse si tratta dell'opera più oscura di McCammon, che in altri libri ha invece giocato meno sporco. Non c'è spazio al cosiddetto “fantastico”. L'orrore è tutto reale: fisico e (soprattutto) psichico.

Tuttavia, lo ribadisco, la forza di Mary terror sta tutta nel paragonare due decenni tra i più importanti del secolo scorso. Certo, ci sono delle prese di posizioni un po' troppo radicali. Ovviamente né i '60 né gli '80 furono così assoluti come vengono descritti nel romanzo. Almeno non per quella gran parte di persone che, protette da un borghesismo più o meno di maniera, fu spettatrice degli eventi, più che protagonista. Esattamente quel che accade a Mary, schiacciata da fatti ed eventi più grandi di lei.

 

Favolosi '80 (?)

 

Concludo la recensione con una considerazione personale. Noto da più parti delle decise prese di posizione sugli anni '80. C'è chi li venera, c'è chi li odia. Strano a dirsi (e in questo McCammon è stato profetico) essi stanno prendendo il posto che è stato dei '60 fino a poco tempo fa. I segnali ci sono tutti: revival della musica e dei film di quel periodo, disamine pseudo-sociologiche del ruolo che gli '80 giocarono sul futuro del mondo, mitizzazione estrema di tutto ciò che deriva da quegli anni.

Per i detrattori invece il punto di vista è simile a quello di Mary Terror: fu un decennio caratterizzato dall'edonismo, dal glam più fine a se stesso, del capitalismo che cavalcava allegramente la bestia dell'Apocalisse: guerre, inquinamento, disastri ambientati, involuzione sociale, recrudescenze razziste, diffusione dell'AIDS etc etc. Tutti fenomeni che ebbero molto risalto. Chi li ha vissuti lo ricorda.

Dunque, fu un buon decennio o un decennio terribile?

Credo che, semplicemente “fu”. Io ne ho un ricordo ottimo, ma legato alla giovinezza. E tutto ciò che è legato a essa diventa automaticamente più bello. Col senno di poi mi rendo conto che forse negli '80 la gente, nonostante tutto, era un po' migliore che non adesso, ma indubbiamente la rivoluzione portata a fine '90 da Internet è un fattore che è impossibile trascurare. L'impatto socio-psicologico che il Web ha avuto sulle nuove generazioni ha le proporzioni del balzo evolutivo (o involutivo) epocale, come lo fu la bomba atomica nel '45.

Negli anni ottanta c'era sicuramente più creatività, lo si vede nei film, nei libri, un po' meno forse nella musica. Eppure sento spesso dire dai detrattori di quel periodo che furono anni vuoti e caratterizzati da puro manicheismo.

Se c'è una verità, e scusate l'affermazione banale, credo che stia nel mezzo. Gli '80 non furono né splendidi né terribili. Eppure stanno già subendo l'opera di canonizzazione che riguardò i '60, di cui ancora tanti parlano con deferente nostalgia. E comunque c'è anche un bel po' di convenienza, in tutto ciò.
 

ussaro

Recensione: Il battello del delirio (di George R.R.Martin)



Il battello del delirio
di George R.R. Martin
Edizioni Gargoyle
393 pagine, 18 euro
traduzione di S. De Crescenzo

Fiume Mississippi, 1857. Il ghiaccio di un gelido inverno ha appena distrutto la flotta commerciale del capitano Abner Marsh. Privo di assicurazione, il vecchio armatore si ritrova solo, in bancarotta, disperato. Ma ecco che, inaspettatamente, un bizzarro straniero di nome Joshua York si offre di rilevare la metà della sua compagnia di navigazione in rovina, mettendo sul piatto una cifra spropositata. Ma non è tutto. York intende investire il proprio denaro nella costruzione del battello più lussuoso, più bello e soprattutto più veloce che abbia mai solcato le torbide acque del Mississippi, e per di più ne offre il comando al capitano Marsh. L'unica condizione posta da York è semplice: gli ordini da lui impartiti saranno pochi, ma per quanto strani o assurdi possano sembrare, ogni qual volta verranno emanati, Marsh dovrà assicurarsi che essi vengano eseguiti alla lettera, senza fare domande. E così il nuovo gioiello del fiume, battezzato Fevre Dream, inizia il suo viaggio. Tuttavia, man mano che il battello discende il tortuoso corso del Mississippi, Marsh prende a insospettirsi sempre più. Perché il misterioso York si fa vedere soltanto di notte? Come mai lui e i suoi amici si dissetano ogni sera col disgustoso vino nerastro della sua riserva privata? Quando la verità sarà finalmente rivelata, il capitano dovrà scegliere da che parte stare...

 

Commento

 

George R.R. Martin è universalmente noto per essere l'autore di una delle saghe fantasy più azzeccate di tutti i tempi, Le Cronache del ghiaccio e del fuoco. Visto il successo riscosso da questa infinita serie di ottimi libri, gli editori stanno pian piano riscoprendo e proponendo i vecchi lavori di Martin.

In passato lo scrittore americano si è occupato soprattutto di fantascienza. Il battello del delirio rimane, a tuttora, la sua unica, pura escursione nell'horror. Martin scrisse di vampiri nel 1982, quando le creature della notte per eccellenza non erano affatto di moda, bensì sopravvivevano (come non-morti, s'intende) nel cuore dei veri appassionati, cresciuti con Bram Stoker, Bela Lugosi, Nosferatu e i film della Hammer.

Eppure Il battello del delirio, considerando la data della prima edizione americana, risulta ancora oggi un romanzo fresco e moderno, in cui i vampiri sono sì connotati da caratteristiche innovative rispetto agli stereotipi stokeriani, ma al contempo non vengono denaturati, ridotti a idoli spezzacuori per ragazzine emo. Né l'ambientazione lo permetterebbe, visto che il romanzo è ambientato negli Stati del Sud dell'America di metà Ottocento. Qualche paragone con Mark Twain può dunque venire automatico, anche se il realtà Il battello del delirio è un romanzo del tutto a sé stante, senza scopiazzature dei classici della letteratura americana del XIX secolo. Certo, l'ambientazione è la medesima, ma lo stile moderno di Martin non fa altro che modernizzare e rendere più godibile un genere narrativo che, da europeo convinto ed entusiasta, ho sempre trovato profondamente estraneo alle nostre tradizioni.

In un certo senso potremmo interpretarlo come un bizzarro road book vampiresco, dove, al posto della strada, è il Mississippi a costituire il viaggio dei protagonisti.
 

I lettori delle Cronache sanno che Martin è sempre stato molto abile nel tratteggiare le sue ambientazioni. Lo si vede anche in questo romanzo, dove è in primis il fiume a farlo da padrone. La vita dei battellieri, le miserie della schiavitù e dei negrieri, le leggende macabre del Mississippi: tutti tasselli che compongono uno scenario di eccezionale fascino, in cui vari personaggi, primari e secondari, a volte passano addirittura in secondo piano rispetto all'insieme.

Tuttavia Il battello del delirio gode anche di due protagonisti particolarmente azzeccati: il vampiresco capitano York, e il suo socio in affari, il burbero Abner Marsh, a cui toccherà il compito di scoprire, poco alla volta, chi sono i misteriosi viaggiatori notturni che trasporta sul suo battello. Marsh è un personaggio tipicamente martiniano: antieroe per eccellenza, a partire dal brutto aspetto fisico, dal carattere burbero e rude, riesce comunque a ritagliarsi uno spazio di tutto rispetto, risultando più carismatico rispetto alla sua controparte vampiresca, che ha invece una caratterizzazione che ricorda per molti versi i revenant nati dalla fantasia di Anne Rice. Proprio nel rapporto tra i due Martin riesce anche a ricavare un romanzo sull'amicizia, che a volte può essere bizzarra ed estranea a ogni genere di previsione.

Passando all'aspetto più meramente orrorifico del libro, esso si discosta in parte dalle solide tradizioni vampiresche, pur non tradendone del tutto l'archetipo. Di nuovo, siamo quasi dalle parti di Anne Rice, ma con più sangue e con meno melense romanticherie. Come valore aggiunto, apprezzabile e affascinante, Martin aggiunge degli spunti che oserei definire “fantarcheologici” sulla stirpe dei vampiri, lasciando la fantasia a briglie sciolte in quello che forse è il capitolo più riuscito del romanzo.

Mi ripeterò: ricordate che la prima edizione di questo libro è del 1982. Vale a dire ben prima del noto gioco di ruolo pubblicato negli anni '90 dalla White Wolf, che ha come fulcro l'idea che i non-morti siano discendenti del Caino biblico. Bene, sappiate che Martin ha anticipato questo spunto intrigante e ne parla proprio ne Il battello del delirio.

La concomitanza di tutti questi elementi vanno a comporre un romanzo molto riuscito, forse non trascendentale, ma appassionante, avvincente ed elegante. Mancava dal mercato italiano dal 1994. Complimente a Gargoyle per averlo riproposto, proprio in questo periodo storico dove si sente la necessità di una nuova dignità vampiresca, dopo che troppi scrittori ne hanno distorto e svilito la figura.
 

ussaro

I licantropi ululano su Gargoyle


(clicca sulla copertina per scaricare gratuitamente il romanzo)

A volte c'è dell'imbarazzo a segnalare i complimenti che ricevo per un mio romanzo (o racconto che sia).
Generalmente il mondo degli scrittori è visto come un Giano Bifronte: da una parte si dice che è un covo di vipere, dall'altra si parla (io per primo) di consorteria, corporativismo, casta.
Forse entrambe gli aspetti sono veri, forse no, ma di certo non è mai facile parlare bene o parlare male di un collega. C'è sempre quella sottile linea gialla, come in metropolitana, che segnala PERICOLO.
L'unica soluzione è fregarsene e cercare di restare coerenti con se stessi. Anche a costo di rinunciare a occasioni importanti, treni che passano una volta sola.
Per fortuna con Claudio Vergnani, autore dell'acclamato Il 18° Vampiro, è nata da subito una sintonia schietta e senza fronzoli strani. Se volete, chiamatela pure amicizia. Io continuo ancora oggi a sostenere che il suo romanzo è il migliore del 2009. Oserei dire il migliore anche fuori dal genere horror. Lo farei sempre e comunque, perché è così. Punto e basta.
Claudio ha comunque avuto la pazienza e la voglia di dedicarmi il suo tempo, leggendo il mio Uomini e Lupi, e proprio oggi potete leggere la sua recensione, postata nientemeno che sul sito di Gargoyle. Se ne avete voglia, datele un occhio.
Ci sarebbe anche molto da dire sull'introduzione alla medesima, in cui Claudio affronta la spinosa questione dell'horror italiano e per italiani. Una riflessione che io condivido, ma a cui mi risulta difficile dare un seguito in quanto a proposte e soluzioni.

Ora bando alle chiacchiere. Ecco la recensione di Uomini e Lupi: www.gargoylebooks.it/site/content/claudio-vergnani-recensisce-uomini-e-lupi-di-alessandro-girola

Grazie Claudio.

ussaro

Recensione: La ragazza della porta accanto (di Jack Ketchum)



La ragazza della porta accanto
di Jack Ketchum
Gargoyle books
288 pagine, 17 euro

America rurale, anni Cinquanta. David ha 12 anni e incarna il prototipo dell’adolescente medio. Frequenta gli altri ragazzi del vicinato e comincia a sviluppare un certo interesse per il sesso femminile. Quando le sorelle Meg e Susan Loughlin si trasferiscono a vivere nella casa accanto, David è felice dell’opportunità di ampliare il proprio giro di amicizie, anche se Meg, che incontra per prima, è un paio d’anni più grande. I genitori delle due ragazze sono rimasti uccisi in un incidente d’auto, e le sorelle Loughlin sono state affidate alla vicina di David, Ruth. Ma Ruth, in apparenza ottima madre di famiglia, nasconde una vena di sadismo e alienazione, che sfoga dapprima sottoponendo le ragazze a percosse sempre più violente e dolorose, poi dando vita a una serie di torture fisiche e psicologiche di cui David e gli altri ragazzi del vicinato divengono testimoni e, in qualche modo, complici inconsapevoli. La polizia non prende sul serio le denuncie di Meg: l’unica speranza per lei e la sorella è nell’aiuto dell’amico David. Riuscirà a salvare le sorelle prima che sia troppo tardi?

Commento

Un pugno nello stomaco, violento e senza guantone. Ecco cos'è La ragazza della porta accanto. Avevo diverse titubanze nell'approcciarmi a questo romanzo. Le premesse erano chiare: nessun elemento fantastico, nessun mostro, complotto o mistero da risolvere. La violenza inaudita che sale di pagina in pagina, in un crescendo impressionante, ha un'unica matrice: l'essere umano. Jack Ketchum eviscera l'animo più oscuro, descrivendo la bestialità insensata che può colpire persone apparentemente normali, famigliole tranquille che abitano nelle loro linde casette. È il caso di Ruth e dei suoi figli. L'escalation di torture e soprusi che essi perpetrano contro due ragazze innocenti, Meg e Susan, non sono giustificate da nessun fattore razionale. Proprio per questo fanno più paura e mettono a disagio anche il lettore più scafato. Ketchum ci guida in questo incubo violento attraverso David che, per ironia, potremmo definire Il ragazzo della porta accanto. Il vicino di casa dodicenne, che viene coinvolto nella parabola di sadismo della famiglia Chandler. Coi suoi occhi da ragazzino David pensa dapprima di assistere a un gioco. La presenza di Ruth, un adulto (nonché un genitore) sembra poter giustificare le prime ingiustizie perpetrate contro la povera Meg, colpevole solo di essere troppo bella. Man mano che i giorni passano, il livello di sadismo sale ed entra in gioco anche il fattore sessuale. I figli di Ruth provano attrazione fisica per Meg, e presto la loro madre darà loro il permesso di toccarla. Lo stesso David non è scevro da colpe. Innanzitutto anche lui prova attrazione fisica per Meg. La possibilità di vederla denudata e umiliata è troppo forte, per un ragazzino che sta per approcciarsi ai misteri del sesso. Anche quando si accorge che i Chandler hanno superato il limite del dovuto, ci metterà un po' – troppo – per reagire e tentare qualcosa. Più colpevoli di lui sono anche gli altri adulti, quelli che rifiutano di prendere in considerazione le richieste d'aiuto di Meg, considerandola solo una ragazzina capricciosa. Nemmeno gli agenti di polizia a cui si rivolge, prima che venga segregata, muovono un passo per soccorrerla. In fondo Ruth Chandler è una stimata concittadina e nessuno sembra voler considerare l'idea che possa essere in realtà violenta, sadica, probabilmente pazza. È così che Ketchum lancia il suo grido d'accusa contro il finto perbenismo, l'omertà, le tacite colpe di chi si ostina a non vedere l'orrore per difendere una rispettabilità di facciata. La ragazza della porta accanto è un romanzo durissimo che non risparmia niente. Niente e nessuno. Persone facilmente impressionabili o troppo sensibili dovrebbero starsene ben lontani. La scrittura di Ketchum non è per tutti. Credo che occorra una certa predisposizione mentale, un equilibrio emotivo, per affrontare queste sue pagine senza rimanerne feriti, magari anche offesi. Ma ci troviamo di fronte a un libro che dice moltissimo, se si ha l'intelligenza di guardare dietro la violenza e il sadismo. Un libro che rimane impresso nella mente, come un marchio a fuoco. Necessario per chi vuole sfidare se stesso e il lato oscuro dell'essere umano.

La recensione di Elvezio Sciallis: elvezio-sciallis.blogspot.com/2009/11/la-ragazza-della-porta-accanto-di-jack.html
La recensione di Simone Corà: welcome-to-midian.blogspot.com/2009/12/la-ragazza-della-porta-accanto.html

ussaro

Recensione: L'estate di Montebuio (di Danilo Arona)



L'estate di Montebuio
di Danilo Arona
Gargoyle Books
482 pagine, 13,50 euro

Sinossi

In una notte del dicembre 2007, alle tre in punto, lo scrittore horror Morgan Perdinka si toglie la vita nel suo loft di Milano. Il 9 gennaio del 2008 il cadaverino mummificato di una ragazzina scomparsa quarantacinque anni prima riaffiora dalle acque gelide di un torrente sulla cima del Monte Buio, nell'Appennino Ligure. Eventi all'apparenza estranei l'uno all'altro. Ma quando un carabiniere e un anatomopatologo scoprono che il dodicenne Morgan trascorse le vacanze estive del 1962 sotto il Monte Buio, vivendo un tenero e infantile amore nei confronti della bambina destinata a essere inghiottita dal nulla l'estate successiva, una mostruosa verità inizia a farsi strada, trascinando i due uomini in un abisso inconcepibile dove regnano il Male puro e i suoi più insospettabili adepti. Cosa lega una vecchia colonia in rovina alle inquietanti preveggenze dei libri scritti da Morgan? Chi è la Vergine Crocefissa? Che cosa è la sostanza nera e fosforescente che da decenni prolifera sulle propaggini della montagna?

Commento

Leggere un romanzo di Danilo Arona è come sdraiarsi sul divano più comodo di casa, in una serata uggiosa in cui si desidera leggere qualcosa di forte. Per me è anche un po' come rivedere un vecchio amico che ha tante cose da raccontare: pregusti il piacere di ascoltarlo già appena sai che ti sta venendo a trovare.
"L'estate di Montebuio", ultima fatica dello scrittore alessandrino, non fa altro che confermare tutto ciò di buono che in passato ho detto su di lui. Ci troviamo davanti a uno dei tre migliori scrittori horror italiani, insieme a Nerozzi e a Baldini, con un stile tutto suo, che evita di scimmiottare i top writer d'oltreoceano, puntando invece sulla solida tradizione di inquietudini e orrori atavici che offre il nostro paese, alla faccia di chi lo vuole solo come patria della pizza, dell'allegria caciarona e dei mandolini.
Questo romanzo è forse l'opera più complessa e articolata di Arona, perchè spazia su multilivelli narrativi che tracimano dall'horror al folklore, dalle leggende metropolitane ai riferimenti storici, dalla scienza alla fantascienza. L'amalgama che ne esce non è un calderone confuso, bensì un perfetto mosaico di quelli che rimangono impressi nella mente dei lettori più esigenti.
Questa volta Arona ci aggiunghe anche una sottile critica dell'ambiente letterario italiano, con la feroce garbatezza di una scrittura che davvero non ha termini di paragone tra gli altri autori del Belpaese. Non che sia in assoluto la migliore, soprattutto perchè tutto è soggettivo (banale ma vero), ma di certo si distingue con un chiaro marchio di fabbrica, con una costruzione sempre a metà tra realtà e fantasia che in questo libro raggiunge l'apice attraverso la rappresentazione di un Male tanto metafisico quanto capace di camminare sui sentieri della ragione e tramutarli in incubi fin troppo vividi.
A parer mio il grande merito di Arona è sempre questo: una capacità narrativa che spaventa perchè, in fondo in fondo, fa sorgere qualche dubbio. E se ci fosse del vero, in quello che sembra un semplice romanzo d'orrore? Così come già era capitato in "Black Magic Women", anche ne "L'estate di Montebuio" il confine tra i due mondi (reale e fantastico) è così sottile che a volte lo si nota a malapena. O si fa finta di non notarlo del tutto, per non farsi troppe domande disturbanti. Potere eccessivo, per un romanzo? Eppure c'è, lo si percepisce, più che in altre letture, magari più pulp e più dinamiche, ma in cui la separazione tra realtà e finzione è sempre ben demarcata.
Di certo "L'estate di Montebuio" è un'opera complessa e piena di spunti, riflessi, storie secondarie che si dipartono dalla trama principale. Non ne consiglio la lettura distratta: prendetelo in mano solo quando sarete pronti a una full immersion nella Twilight Zone italiana più spaventosa. Anche se nel titolo c'è la parola "estate", non aspettatevi nulla di solare, bensì uno splendido affresco oscuro.
Solito doveroso plauso alla Gargoyle, che offre un volume curatissimo con un prezzo equo e perfino contenuto, contando il malloppone di pagine che ci viene offerto per soli 13.50 euro.

ussaro

Recensione: Io credo nei vampiri (di Emilio de' Rossignoli)



Io credo nei vampiri
di Emilio de' Rossignoli (con introduzione di Angelica Tintori e interventi di Danilo Arona e Loredana Lipperini)
Gargoyle edizioni
Pag. 393, euro 16.00
ISBN: 978-88-89541-39-5

Emilio de' Rossignoli - intellettuale che non perse mai di vista l'importanza della radice popolare della cultura - è il brillante cicerone di un viaggio suggestivo dove sfilano vampiri, lemuri, incubi, succubi, golem, mummie, licantropi, zombie, fantasmi, e dove storia, mito e cronaca si intrecciano in un raffinato montaggio di argomenti e interpretazioni.  Una storia organica del vampirismo dalle origini ai nostri giorni, dal trascinante furore enciclopedico. La prosa limpida e lo stile sapientemente ironico conferiscono al testo una solida tenuta narrativa così che, pur trattandosi di un saggio, Io credo nei vampiri si legge come un romanzo, e proprio le pagine che sembrerebbero datate sono tra le più interessanti per i corsi e ricorsi di cui la storia del costume nostrano sembra essere popolato (le mode, le tendenze, le partigianerie, i collettivi incuriosimenti). (fonte: Gargoyle)

Commento

A costo di essere ripetitivo devo rinnovare i complimenti alla casa editrice Gargoyle per l'ennesima pubblicazione riuscita, intelligente e preziosa. Questo "Io credo nei vampiri" non è un romanzo, bensì un saggio. Per chi se ne intende dell'argomento, possiamo quasi definirlo una piccola enciclopedia dell'occulto folkloristico, scevra da baracconate da grimorio d'accatto e ricca di citazioni storiche e bibliografiche.
Pubblicato per la prima volta nel 1961 (a seguito del "Dracula" cinematografico di Terence Fisher), il saggio di de' Rossignoli è diventato subito oggetto di culto, e poi di mito, man mano che gli anni passavano senza che qualcuno pensasse a un'eventuale ristampa (e questo la dice lunga sulla competenza dei nostri signori editori...)
In primis occorre specificare che "Io credo nei vampiri" non parla solo dei zannuti non-morti, bensì va a esaminare un ricco bestiario di mostri, demoni e creature, citando sia le loro origini antropologiche, sia i richiami cinematografico-letterari fino agli anni '60. Ovviamente per i vampiri c'è una particolare attenzione (del resto è un mito così diffuso e multiforme che merita tutto lo spazio dedicato dall'autore) a 360°. Nel suo personalissimo percorso l'autore incrocia arte, cinema, storia e mitologia, senza dimenticare un pizzico di ironia. Il risultato è un saggio ancora attualissimo, utile sia come divertimento intelligente, sia come fonte di documentazione per chiunque intenda scrivere un romanzo horror dotato di solite basi.
Per fortuna, visto l'anno in cui è stato scritto, ci si tiene lontani dalla moderna concezione "emo" del vampirismo, che pure prima o poi avrà un saggio sociologico, credo.
Il tutto è arricchito da un'introduzione di Angelica Tintori e da due interventi, uno di Danilo Arona e l'altro di Loredana Lipperini. Consueta ottimo rapporto qualità-prezzo dei prodotti Gargoyle.
Imperdibile!